Il Bursôn, l’autoctono testimone di una Romagna da scoprire

Bagnacavallo-Burson

Si rimane un po’ sorpresi nell’entrare a Bagnacavallo, comune della pianura ravennate, e accorgersi che qui il “Benvenuto in città” non è dato dalle classiche scritte multilingue che tipicamente accolgono un visitatore prima di entrare nel centro abitato. A Bagnacavallo il visitatore è salutato da un cartello che, tra lo stemma di un cavallo al trotto nell’intento di guadare un fiume e un grappolo d’uva, reca una scritta un po’ curiosa: “Bagnacavallo, zona di produzione del Bursôn”. Che sarà mai il Bursôn? E cosa avrà a che fare con l’emblema di un cavallo al trotto e un grappolo d’uva? Beh, in un’interpretazione forse un po’ fantasiosa, fiabesca, ma non troppo lontana dalla realtà, direi che quel cartello racchiude in sé il passato, il presente e soprattutto il futuro di Bagnacavallo.

Quel cartello, quasi come fosse un libro magico delle fiabe, racconta delle profonde radici storiche di questa parte di Romagna un tempo conosciuta come magnum forestum e utilizzata come grande riserva di grano e vino per le legioni romane impegnate nelle varie campagne militari coi popoli nordici. Racconta di un luogo lasciato in abbandono dopo la caduta dell’Impero Romano e divenuto un territorio impervio, paludoso e malsano.
Racconta di una rinascita iniziata già nel 744 quando il re longobardo Liutprando, “uomo di molta saggezza, accorto nel consiglio, fortissimo in guerra”, donò quel territorio al vescovo di Faenza che incominciò i lavori di bonifica. Quel cartello racconta ancora di una lunga tradizione agricola e vitivinicola che, in una zona originariamente palustre e acquitrinosa, si è conservata fino ad oggi attraversando i secoli della storia. E infine quel cartello racconta del futuro che vede nella produzione del Bursôn l’elemento centrale di una realtà da valorizzare e su cui puntare per costruire l’economia del domani.
Questo è ciò che pensavo mentre ero difronte a quel cartello e leggevo quelle parole. Conoscevo già la storia del Bursôn ed ero rimasto affascinato dalle vicende che hanno portato al suo salvataggio dall’estinzione. Ma toccare con mano quella realtà, conoscerne gli interpreti, apprezzare la convinzione di una scelta condivisa di qualità e non di quantità, imparare il rispetto profondo per la tradizione, è tutt’altra cosa.
Visitare i luoghi del Bursôn aiuta a capire meglio la qualità di quell’amarena di Romagna dal carattere scorbutico e dalle tonalità impenetrabili che ricordano la china. Calpestare quella terra piatta e umida dove è ancora forte la memoria del suo passato palustre, porta a chiedersi come sia possibile fare lì un vino così robusto, muscoloso, con un nerbo quasi da Amarone.
Perché è di un vino che stiamo parlando; di un vino da un vitigno autoctono salvato un secolo fa dalla curiosità di Antonio Longanesi detto il Bursôn che, ai margini di una zona boscosa che delimitava la sua proprietà in Boncellino di Bagnacavallo, notò quella vite abbandonata. Dall’aspetto rustico, sembrava essere una varietà antica, forse ibridizzata e inselvatichita dal tempo ma che dava ancora un frutto buono, zuccherino e molto resistente all’appassimento.
Burson-uva

Arrampicata ad una quercia, quella vite silvestre dagli acini dolci faceva da richiamo agli uccelli per la caccia dal capanno. E io, dopo un secolo da questi fatti, ero proprio lì nel fondo Longanesi dove quella vite, nel lontano 1913, era stata salvata. Ero da Daniele Longanesi, erede di Antonio, che col suo vulcanico carattere mi mostrava con entusiasmo il suo vigneto. Le viti da queste parti sono enormi! Per tradizione, mi dice! I capitesta sono pali da 5 metri che reggono tre o quattro fili su cui si sviluppa un impianto a guyot. Mi spiega che un tempo, quando la quantità era necessità e la qualità un lusso, si portavano almeno quattro capi a frutto ottenendo così una vera e propria muraglia di grappoli.
Oggi la filosofia è nettamente cambiata e un consorzio, “Il Bagnacavallo”, fondato nel 1999, è garante della valorizzazione del Bursôn, espressione dell’economia e della cultura locale. Il mio tour attraverso i vigneti Longanesi procede tra le interessanti spiegazioni di Daniele che mi guidano nella comprensione di questo “strano” vitigno dai caratteri contrastanti perfettamente adattato al clima di pianura, resistente alle gelate primaverili e alla siccità estiva. Un vitigno il Bursôn, Uva Longanesi n° 357 del Registro Nazionale delle Varietà di Vite, che a metà settembre, epoca della mia visita in azienda, a causa della torrida estate 2012 era prematuramente quasi pronto per la vendemmia se non fosse stato per quell’unico acino ancora troppo poco colorato.
In un grappolo di Uva Longanesi preso a caso tra i tanti, Daniele mi fa notare la presenza di un chicco coll’invaiatura appena accennata. Mi dice: “Questo è l’indicatore del tempo di vendemmia”. In pratica, la completa maturazione di quel solo e unico ritardatario, indicava il periodo esatto di maturazione dell’intero grappolo e quindi il tempo della vendemmia. La mia giornata alla scoperta del Bursôn termina in cantina, dove Daniele, dopo avermi mostrato la zona di vinificazione e maturazione del vino, mi propone in degustazione le due etichette di Bursôn, due diverse espressioni dello stesso vitigno: fresco, giovane e vivace l’etichetta blu; complesso, articolato e austero l’etichetta rossa. Bursôn di Bursôn, cita un’etichetta sobria e incisiva. Un grappolo d’uva abbarbicato a un albero e l’effige di una testa di cavallo incisa sulla bottiglia mi ricordano quel cartello difronte al quale mi ero soffermato qualche ora prima e che aveva destato in me curiosità ma che mi aveva dato anche delle certezze.
La curiosità di scoprire una realtà vitivinicola unica e con una forte identità territoriale, ma anche la certezza d’incontrare il calore della Romagna più autentica. La curiosità di assaggiare un vino poco conosciuto e dal nome bizzarro ma anche la certezza di degustare qualcosa d’irreperibile altrove. Curiosità e certezza, due sensazioni contrastanti che albergavano in me fin dall’inizio di questo viaggio d’assaggio. Curiosità e certezza, due aspetti che contraddistinguono il carattere di questo vitigno di pianura che, abilmente, sa rendersi docile e accomodante nella versione passita ma anche scontroso e nerboruto nella versione secca. Curiosità e certezza, due comportamenti di un vitigno generoso e unico che col tempo è diventato l’alfiere della produzione vitivinicola bagnacavallese e il custode delle radici storiche di una Romagna da scoprire.

Note di degustazione in compagnia di Daniele Longanesi

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Ravenna Rosso IGT Bursôn etichetta blu 2010

Vino dal carattere giovane ma per cibi robusti! Uva Longanesi 100%, dopo la raccolta, le uve vengono lavorate due modi diversi: il 60% è vinificata tradizionalmente con macerazione sulle bucce mentre il restante 40% è sottoposto a macerazione carbonica. La macerazione carbonica attraverso una fermentazione alcolica intracellulare dona a questo vino un colore rosso rubino vivo quasi innaturale e una freschezza di lunga persistenza che ricorda molto sapore del frutto fresco pur trattandosi di un vino invecchiato due anni.
Il Bursôn etichetta blu è pertanto un vino ambivalente. Al bicchiere si mostra robusto con archetti fitti e discesa lenta di glicerolo ma al colore ricorda un vino giovane, con freschezza spiccata e tonalità vivaci. Al naso la sua robustezza è accompagnata da un’esplosione di profumi che, all’aumentare della temperatura, si amplificano e diventano sempre più complessi: rosa canina e viola si armonizzano con frutti rossi e profumo di sottobosco. Un sentore di prugna quasi matura e marasca lasciano intuire come sarà il carattere del primo assaggio. In bocca è ampio e caldo; l’immediata sensazione di freschezza è seguita da un tannino vivace e deciso che ricorda molto la rusticità del vitigno ma che è stato addomesticato dal modesto invecchiamento in rovere.
L’astringenza si estende a tutto il cavo orale e prepara la bocca ad accogliere l’ampio spettro di aromi fruttati che si amplificano con l’ossigenazione. More, mirtilli, prugna e susina fanno da substrato ad un marcato aroma di ciliegia non pienamente matura. Il finale è lungo ed evolve in note amarascate di durevole intensità anche quando gli altri sentori sono ormai impercettibili.

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Ravenna Rosso IGT Bursôn etichetta nera 2007

Basta rimuovere il tappo per capire subito il carattere di questo vino! Un’esplosione di profumi arriva prima del suo colore scuro, cupo, che ricorda il sangue di bue, l’aceto balsamico. I riflessi sono vivi con tonalità porpora; è ancora presente il colore della gioventù nonostante sia un 2007. Poche rotazioni nel bicchiere mostrano subito la sua consistente struttura; una marcata colorazione rubino disegna la lenta discesa di lacrime fitte e dense verso il fondo del bicchiere.
Al naso la ciliegia è lampante: polposa, matura e ben definita. Seguono la mora, profumi di legno bagnato che evolvono in note di sottobosco e tabacco. Un accenno di fiori appassiti e muschio completano un bouquet complesso e in continua evoluzione. In bocca l’ingresso è inizialmente delicato a ricordare la sua componete passita. Tuttavia un tannino rotondo ma ancora vigoroso nonostante i 18 mesi in botte, sovrasta subito quella iniziale dolcezza ricordando la natura di quel vitigno silvestre!
Carnoso, con acidità evidente che ben si accompagna ad una nota di ciliegia matura, frutti di bosco e cioccolata fondente. L’elevato tenore alcolico (15%) non crea disarmonia ma ben si amalgama alla vigorosa spalla acida e alla robusta struttura tannica a dare un vino armonioso ed equilibrato che supporta un finale lungamente persistente, gradevolmente fruttato e piacevolmente delicato.

Sante Laviola

Az. Agricola Longanesi Daniele (Bursôn)
Via Boncellino, 114 – 48012 Bagnacavallo (RA)
Web: http://www.longanesiburson.com
e-mail: dlonganesi@email.it
Tel./Fax 0545 60289 – Cell. 339 3046703

5 pensieri su “Il Bursôn, l’autoctono testimone di una Romagna da scoprire

  1. Vini sicuramente interessanti, descritti molto bene nell’articolo. In purezza il Burson risulta un vino “impegnativo” che pretende cibi saporiti. Personalmente credo che il suo utilizzo in uvaggio con altre uve che ne smorzino un po il vigore, ne farebbero un vino probabilmente con meno personalità, ma di maggiore fruibilità.
    Nicola

    • Complimenti Sante, ma questa è roba da grandi professionisti e grandi enologi!!!!
      Comunque sono d’accordo con mio fratello: facciamo scegliere a te l’etichetta, che sia rossa o blu fa lo stesso, la cosa importante è che sia BURSON!!!

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