Incontro con Kevin Judd, mito del vino, a Marlborough

Kevinecane

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Con questo splendido articolo Giuseppina Andreacchio (posso dirlo? sempre più brava e sempre più una rivelazione nel ruolo di wine writer) conclude, salvo sorprese (magari altri aneddoti, ricordi e divagazioni) i resoconti della sua esperienza neozelandese, del suo New Zealand wine tour. Ogni articolo è stato eccellente, ma di questo sono particolarmente orgoglioso perché Giusy è riuscita ad incontrare ed intervistare un personaggio celeberrimo, davvero un mito, Kevin Judd, che ho avuto il piacere di incontrare anni fa a Londra, e con il quale ricordo nitidamente di aver degustato nientemeno che una serie di Pinot gris dell’Oregon. Uno scambio di opinioni sulle differenze tra Pinot grigio italiano e Pinot gris del Nuovo Mondo che si concluse con la rivelazione di Kevin, grandissimo fotografo oltre che wine maker, di aver piantato proprio del Pinot gris in quella celeberrima azienda, Cloudy Bay, il cui Sauvignon ha creato una sorta di spartiacque, un’epoca pre Cloudy Bay, pre C.B. e post Cloudy Bay, post C.B. nella storia dei vini base Sauvignon.
Ospitare oggi un articolo di Giuseppina, ora tornata in U.K., sui vini e sulla nuova azienda di Kevin Judd, Greywacke, è per me una grande soddisfazione. E sono convinto anche un’autentica chicca per i lettori di Vino al vino. Buona lettura!

Quando Franco Ziliani mi chiese se potessi riuscire, essendo a Marlborough, ad intervistare Kevin Judd, grande enologo e fautore del successo del marchio Cloudy Bay nel mondo, oltre che esperto fotografo, risposi che ci avrei provato. Era il 25 Marzo ed ero a Blenheim da qualche giorno. Cercai su Internet il numero e chiamai, in ufficio prima e al suo cellulare dopo. Dovetti spiegargli bene cosa facessi qui e perché avrei voluto incontrarlo. I suoi vini si possono assaggiare solo previo appuntamento ma non è detto che questo venga accordato. Ovviamente il nome di Franco (che aveva conosciuto Kevin a Londra alla London International Wine Fair) fu il mio lasciapassare e ottenni da Kevin riscontro positivo, ma mi ci è voluto poi un mese per riuscire ad organizzare l’incontro.

Una forse delle mie poche qualità è la determinazione. Se decido di fare una cosa mi butto a capofitto e le provo tutte, pur di ottenere il mio scopo e poi…non mi piace deludere Franco! Con in testa l’idea “devo incontrare quest’uomo e non lascerò Marlborough senza poterlo fare” e senza mai scoraggiarmi, l’ho corteggiato per email cercando di fissare l’appuntamento, rispettando i suoi impegni, e il 2 Maggio finalmente sono andata ad incontrarlo. La mia attesa ha avuto una magnifica ricompensa: non c’è stata degustazione più interessante e colma di emozioni come quella fatta con Kevin, un uomo con un eccezionale carisma, calmo, riservato, un cultore dell’enologia ma soprattutto un ‘gentleman’.
KevinJudd

Io sono una persona abbastanza socievole e che tende a instaurare rapporti immediati con le persone ma non vi nego che con Judd è stato difficile all’inizio. Ero impacciata, nervosa e sono sicura che lui se n’è reso conto: mi sentivo molto agitata e non sapevo come approcciare questo ‘grande uomo che, devo confessare, mi incuteva un certo timore. La sua conoscenza del vino, la sua grande esperienza e la sua innata autorità mi facevano sentire a disagio ed ero in quello stato pre-esame universitario che vorresti passasse subito.

Salita sulla sua jeep, con lui e il suo cane che è un suo accompagnatore quotidiano se ho ben capito, ci siamo recati a visitare Dog Point, l’azienda localizzata nella parte meridionale della Brancott Valley, che processa le sue uve e che fa da ufficio amministrativo dell’attività personale di Kevin, the Greywacke (pron. grey-wacky), nome che si riferisce ad una tipologia di pietra grigia, tipica solamente della regione di Marlborough. Essa indica sia il tipo di roccia in generale che la parte sabbiosa soltanto, provenendo da wacke che in tedesco indica un tipo di arenaria scoperta nel 18 secolo da Ernest Dieffenback. Singolari le etichette delle bottiglie che sono state ricavate dalla collezione personale delle foto scattate da Kevin e rappresentano il marchio inconfondibile della sua gamma di vini, nati nel 2009.
sistemaallevamento

Dopo un veloce giro dell’azienda, ci siamo avviati verso alcuni dei suoi vigneti. Cominciavo a rilassarmi un po’ e così a bruciapelo, ho rivolto quella domanda che mi ronzava in testa da giorni. ‘Kevin, perché hai lasciato Cloudy Bay dopo ben 25 vendemmie?’ e la sua risposta, con un sorriso contenuto, è stata: ‘Vuoi la verità? e io: ‘Assolutamente sì.

‘Dopo anni come capo enologo dell’azienda, mi proposero di fare da consulente esterno e il mio compito principale sarebbe stato di viaggiare in giro per il mondo promuovendo la loro azienda. Dissi di no, per qualche tempo ero arrabbiato, ma oggi sono contento e felice di come sono andate le cose. ‘Un proverbio inglese calza a pennello qui…a blessing in disguise…gli ho detto, e ho meditato tra me e me: quest’uomo il vino lo deve fare con le sue mani, non solamente farlo degustare.

Vigneti

I sistemi di allevamento utilizzati da Kevin sono il VSP (vertical shoot positioning), qui il più diffuso, a due o tre capo a frutto per Pinot Noir e per gli altri vitigni, con la variante del sistema diviso Henry Scott, applicato alla maggior parte del vitigno Sauvignon Blanc, di cui solo una porzione vede VSP come sistema di allevamento principale. Mentre risaliamo in macchina, inizio con semplicità a raccontargli le mie impressioni su Marlborough e sul vino.
Per esempio, l’idea che mi sono fatta riguardo al fatto che la maggior parte dei Pinot Noir prodotti in questa regione mi risultano leggeri, molto fruttati e con poca possibilità di evoluzione, tranne alcuni esempi e che ho notato che i consumatori neo-zelandesi non hanno pazienza ad aspettare che il vino maturi, al contrario di noi europei. Richiedono sempre le annate giovani a dispetto però della sorpresa nell’aspettare cosa potrebbe diventare un vino dopo un paio di anni. Kevin mi dice che lui ‘..ama i classici Sauvignon Blanc quando sono giovani, vibranti ma per quelli fermentati in botte bisogna aspettare, almeno un paio d’anni. Trova i Pinot Noir della zona ottimi vini, alcuni ben capaci di avere una buona evoluzione.

Gli chiedo dove vende le sue 250.000 bottiglie e non mi sorprende che in Nuova Zelanda i vini siano distribuiti da Negociants New Zealand, ottima azienda con la quale ho avuto a che fare nel passato e in UK, The Wine Society e Liberty wines, due grandi nomi nel mercato inglese. Quando gli chiedo del futuro dei vini neo-zelandesi e della possibilità di cambiare il modo di bere dei suoi compatrioti, con un semplice sorriso, mi risponde ‘non so cosa succederà.. staremo a vedere. Se i vini di Malborough fossero tutti come i suoi, sono sicura che il futuro potrebbe solamente essere molto promettente, considerando i punteggi alti che ho assegnato ai suoi vini (vi ricordo la mia scala-valori che oscilla da *povero a*****eccellente).

Il primo vino che assaggiamo insieme è il Sauvignon Blanc 2012, stile classico, dal colore giallo chiaro prodotto da vigneti dietro la sua casa e sulla strada di fronte, Renwick, Rapaura, Woodbourne e zone della Brancott Valley. Naso delicato di erba, peperone fresco, frutta tropicale matura, limone e drupacee. Il filo conduttore di tutta la sua produzione è quello di raccogliere la frutta quando essa è ben matura, evitando così l’inclusione di quella frutta acerba che diventa sinonimo di acidita’ finale troppo alta. Un vino che non è invasivo al naso né troppo esplosivo come i Sauvignon Blanc che lasciano grandi scie di acidità in bocca, ma piuttosto un vino timido, composto, dal giusto finale speziato e con una bella freschezza finale *****

Passiamo in seguito al Sauvignon Blanc 2011: dal colore leggermente più intenso del primo, tendente al dorato, rivelava frutta tropicale matura come mango, frutto della passione, più strutturato del primo, morbido quasi vellutato e con un’acidità ancora viva.****

Il seguente è stato Wild Sauvignon 2011, cosi’ chiamato perché fermentato solo con lieviti naturali in botte francese e il cui stile è lo stemma inconfondibile di Kevin. Quando creò il famoso Te Koko di Cloudy Bay nel lontano 1992 l’etichetta portava il nome di Sauvignon The Greywacke, poco dopo cambiato in Te Koko ossia il nome maori di Cloudy Bay, mitico esploratore di Tahiti. Il marchio venne registrato nel 1993 da Kevin con l’intenzione di utilizzarlo in futuro. Mi parla di questo periodo della sua attività con velata malinconia e partecipo intimamente e in modo commosso a questo suo momento interiore.

Il vino, prodotto da 7 diverse zone, fermentato in botte e maturato per 12 mesi in barriques vecchie principalmente e in nuove solo per una minore quantità, ha subito per 2/3 la fermentazione malolattica. Messo in successivo contatto con le fecce e per ulteriori 5 mesi, è stato imbottigliato ad Ottobre 2012 con alcool finale di 14%. Dal colore giallo intenso, con sentori di frutta matura tipo pesca, vanillina, erbe essiccate, mi colpì subito al naso per un certo aroma che definisco di ‘lanolina’ e che trova consenso in Kevin. È lui che mi sottolinea che questo è il tipico aroma del lievito naturale che lui ama definire ‘lanoline o ‘linseed’, (semi di lino). Mi sento di essere finalmente entrata in sintonia con lui e mi compiaccio…Un vino succulento, anche con presenza di mineralità e molto complesso. ****
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Ma la complessità raggiunge l’apice nel Wild Sauvignon 2010 che ho trovato sublime. Una produzione limitata e per questa tipologia di vino solo il 20% della produzione viene realizzata. Kevin mi racconta che nel futuro vorrebbe che questo diventasse il vino distintivo della produzione e della sua azienda, al momento piccola, gestita da lui e dalla moglie ma che si prevede in crescita con l’aggiunta di un nuovo giovane enologo. Ritorna e ancor più forte la lanolina, la frutta rotonda e sviluppata, la vaniglia, il legno leggerissimo in un intreccio di complessità di aromi, profumi, che mi lascia senza parole e ormai quasi come in un legame di amicizia, dico a Kevin, ‘scusa, ma non posso smettere di berlo e ne faccio fuori un bicchiere mezzo pieno…’ *****
PinotneroChardonnay-ridotto

Arriviamo allo Chardonnay 2010 e mentre lo versa chiedo a Kevin quale sia il suo vitigno preferito e la sua risposta la trovo nel seguente bicchiere. È lo Chardonnay, che lui qui produce con vitigni con il caratteristico clone Mendoza, molto concentrato, e il clone 95. Le uve sono state raccolte a mano nelle zone meridionali della Brancott Valley, a Fairhall su terreni argillosi e Rapaura, ricca di pietre greywacke. Solo il 25% del succo, ottenuto dalle uve pressate a grappoli interi, è stato fermentato in botte nuova con lieviti naturali e contatto con solidi. Compie poi la seconda fermentazione e passa in botte il resto dei 15 mesi, di cui 4, dopo essere travasato, trascorrono a contatto con le fecce. Il colore è dorato, intenso, con evidenti gambe nel bicchiere e un naso avvolgente di vaniglia, mandorle tostate, agrumi, legno, spezie.
Al palato agrumi, spezie di nuovo, e dopo la frutta matura un finale improvviso di limone e agrumi che lascia la bocca pulita. 2-3 anni in bottiglia non potranno far altro che dar beneficio al vino con un contenuto alcolico di quasi 15%. Ribadisco a Kevin che sono impressionata dalla concentrazione di frutta nei suoi vini. Certo questo Chardonnay a molti potrebbe risultare troppo legnoso al naso ma sono sicura che Kevin lo ha fatto deliberatamente, quasi per dare imponenza al suo vino che riecheggia molto lo stile francese****

Pinot Gris 2011: colore giallo intenso, aromi di uva matura, mele cotte, vaniglia, e fiori freschi e una dolcezza leggera in bocca bilanciata da un finale di limone, sorbetto di limone. Il 50% del vino è stato fermentato in barrique vecchie, spontaneamente con lieviti naturali e in seguito ha trascorso 5 mesi nel legno a contatto con le fecce, prima dell’imbottigliamento, lasciando un residuo zuccherino di 10g/l. Un blend di pere mature, drupacee in una cornice di leggerezza e morbidezza. Una parte di uve sono state prodotte utilizzando il clone Entav 52, cresciuto a Rapaura, una zona di Blenheim, e che è rinomato per la produzione di piccolissimi acini che Kevin mi ha mostrato in foto sul primo dei libri, ‘The colour of winè.****

A questo segue il Riesling 2011: colore giallo intenso, ritorna al naso la lanolina e i semi di lino, sentori inconfondibili dei vini di Kevin, insieme alla mineralità e alla delicatezza che lo rendono un vino lineare, serio e persistente sebbene ancora giovane con aromi e sentori di limone, pesca fresca, e un tocco di miele. Al palato da’ quella sensazione che gli inglesi definiscono ‘wax’, cerata, che sa di cera, e spero di essere in grado di comunicarne l’idea! Le uve cresciute secondo il metodo organico, sono state pressate intere e processate lasciando il residuo zuccherino a circa 22g/l.****

Quanto alla mia domanda di come sarebbe se fosse un’annata più vecchia, la risposta nel bicchiere e cioè un bel Riesling 2009: grande vino dal colore oro, con la lanolina fa il suo ritorno, accentuata ancora di più accanto a note di petrolio ora sviluppate, insieme ad un residuo zuccherino di 20g/l ben dosato con l’acidità e chiuso in un finale croccante.*****

‘Ancora giovane è il commento di Kevin, preso a versare nel bicchiere il Pinot Noir 2011 dal colore rubino acceso, e un naso potente di ciliegie mature, frutta rossa matura, bacche selvagge, spezie e cannella. I vigneti da cui nasce sono coltivati secondo il metodo VPS con una densità di 3,788 piante per ettaro. Il palato conferma ciò che avevo sentito al naso con in più la presenza dei tannini ancora chiusi, ma destinati con un paio d’anni di bottiglia, a svilupparsi e ammorbidirsi. Uno dei pochi ottimi Pinot Noir di Marlborough, rilasciato sul mercato dopo 15 mesi di legno francese di cui il 45% barrique nuove, che mi fa intravedere uno sviluppo positivo, significativo del vino, in un paio d’anni.*****
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Volgo poi lo sguardo verso i tre bicchieri colmi di vini dolci e dico a Kevin che adoro i vini dolci e che quelli assaggiati in Nuova Zelanda sono diversissimi da quelli che sono abituata a bere. Il suo commento mi da’ conferma della tendenza dei consumatori neo-zelandesi, i quali bevono pochi vini dolci e questi devono essere leggeri, quasi eterei. Le bottiglie, di stile alsaziano sono molto raffinate e belle, e ancora di più lo è il contenuto.

Riesling 2011 Late Harvest: giallo oro leggero, naso di botrytis, petali di rose, marmellata, albicocche essiccate, e note di petrolio condite da un residuo zuccherino di 120 g/l che mi risulta leggero e delicato, perché accompagnato da note fresche di limone, pesca e agrumi sul finire, dettate da una sottile dose di mineralità (acidità finale pari a 7.7 g/l). Un vino serio e deciso come solo il Riesling riesce a produrre. Le uve, cresciute secondo il sistema organico, sono state raccolte a mano, dopo l’attacco della botrytis, in due diversi scaglioni e riunite durante la fermentazione.****

Pinot Gris 2011 Late Harvest: colore giallo oro, uguale al precedente, sentori di pesca, fiori essiccati, miele, albicocche mielate, 160 g/l di zucchero e un alcol pari a 15%, vivace, brioso, speziato e vellutato in bocca.*****

Gewürztraminer 2009 Late Harvest: colore giallo oro intenso, gambe lunghe nel bicchiere, nel colore il più intenso di tutti, aromi di nocciole, buccia di litchi, rose appassite, caramello, poi a metà palato un’esplosione di polpa di litchi maturi e in seguito un finale lungo e leggermente secco.****

Tre vini dolci diversi, e se potessi utilizzare tre aggettivi per descriverli, essi sarebbero: serioso il primo, simpatico il secondo e sorprendente l’ultimo, ma fra tutti ho preferito la vivacità dello strano Pinot Gris che sembrava saltellare in bocca, quasi incontrollato e gradito di più al mio palato perché possiede il più alto livello zuccherino. Di questo vino Kevin ha prodotto solo 150 casse.

Finita la degustazione, abbiamo scambiato qualche considerazione sul concetto di tappo a vite contro quello del tappo a sughero. Kevin è del parere che il tappo a vite riesce benissimo nel suo intento di conservare il vino, mentre non crede nell’ossigenazione che il tappo a sughero dovrebbe garantire. Egli sostiene che il tappo a sughero, per quanto eserciti un indiscutibile fascino in Europa, è sinonimo di contaminazione nel vino ed è un forte elemento di minaccia per lo spopolamento delle nostre foreste. Sono d’accordo con lui, ma non so se noi italiani potremmo mai essere disposti a cambiare le nostre abitudini vinarie per salvare il pianeta terra!

Dopo ciò gentilmente mi chiede se desidero portare con me alcuni vini per meditarci su e opto di portare 4 bottiglie, quelle che più ho preferito. Poi si avvia verso uno scaffale e mi offre una copia del suo libro, The Landscape of New Zealand Wine pubblicato nel 2009: si tratta di una raccolta delle sue migliori fotografie delle regioni della Nuova Zelanda: l’isola del Nord, Gisborne, Hawkès Bay e Wairarapa nell’isola del Nord; Marlborough, Nelson, Canterbury e Otago Centrale nel Sud. Ogni regione è spiegata con commenti e note sul territorio e i relativi vini.
Colorofwine

Mi sono sentita molto privilegiata in quel momento e gli chiedo timidamente se lo poteva anche autografare. Usciamo e mi accompagna in macchina fino in città, dove mi sono spostata a vivere per qualche giorno, mentre custodisco gelosamente tra le mani il suo libro, suggello di quell’incontro così speciale. Lo ringrazio per questo suo ulteriore atto di cordialità e ci salutiamo, con la speranza di incontrarci un giorno di nuovo, magari in Italia, dove lui non è ancora stato e dove vorrebbe presto andare. Prima di scendere dalla jeep, mi prendo di coraggio e mi faccio avanti con l’offerta di accompagnarlo in un tour insieme a Franco Ziliani, guida unica ed insostituibile per esplorare le multiformi e variegate regioni vinicole italiane.

Giuseppina Andreacchio

Un pensiero su “Incontro con Kevin Judd, mito del vino, a Marlborough

  1. “a blessing in disguise”: una citazione che parla profondamente dell’uomo e del suo senso della vita. Ri-ri-ri-brava Andreacchio, col suo tocco delicato e profondo. Brava lei, belle queste etichette, niente spocchiose, invoglianti, eloquenti. E..la copertina del libro fotografico mi evoca inevitabilmente un ricordo molto personale!

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