La crisi investe il mondo del vino: dopo negozi, aziende, fabbriche chiudono anche le aziende agricole. Che fare?

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La notizia, nella sua drammaticità, e nella sua mestizia, è di un’eloquenza assoluta. Come ha scritto, con accenti toccanti, Luciano Pignataro sul suo blog, una nota azienda agricola irpina, una di quelle che negli anni si è imposta, nella propria denominazione, come una delle aziende di riferimento, capace di proporre vini di assoluta autenticità, Fiano di Avellino e Greco di Tufo, ma anche una Falanghina e soprattutto una Coda di Volpe, di indiscutibile livello qualitativo, di smagliante bellezza, in grado di evolvere splendidamente nel tempo e di farsi bere meravigliosamente bene, ha deciso di chiudere. Non ci saranno pertanto più, quella 2012 sarebbe stata l’ultima annata prodotta, vini a marchio Vadiaperti, l’azienda fondata nel 1984 a Montefredane dal professor Antonio Troisi e poi, dopo la sua morte, dal figlio Raffaele.
Poco conta sapere, dopo aver espresso tutta la solidarietà possibile a Raffaele Troisi per questa scelta lacerante e avergli fatto i migliori auguri per quello che ora vorrà fare, quale sarà il futuro del cuore pulsante dell’azienda, ovvero i suoi vigneti, e a chi ora andranno, essendo inimmaginabile anche solo pensare che vigne che davano uve così splendide possano cessare di fare frutto e regalare splendidi vini.
Quello che conta, di fronte a questa notizia che lacera il cuore e mette un’incredibile malinconia (ricordo come ora, era la metà degli anni Novanta, la mia visita a Vadiaperti ed il mio incontro delizioso, lui comunista orgoglioso, con tanto di bandiera rossa all’ingresso dell’azienda, io all’epoca collaboratore de Il Giornale di Indro Montanelli, con quell’umanista che fu “il professore”…) è la consapevolezza che questa dannata, orribile, crisi senza fine, questo vorticoso maelström che travolge e inghiotte uomini, certezze, valori, questo tunnel buio senza fine, ha ufficialmente investito anche il mondo del vino.
Di fronte allo spettacolo, sempre più angoscioso, di aziende che chiudono o delocalizzano licenziando e condannando alla disperazione un numero incredibile di dipendenti, di negozi che chiudono i battenti perché non ce la fanno più, di bar e ristoranti che chiudono le serrande, perché il giro di affari si è ridotto al lumicino, perché di soldi ne girano pochi, perché la gente normale ha paura, com’era possibile che il dorato e rilucente mondo del vino, non solo quello nani e ballerine, ricchi premi e cotillon che ha avuto il suo massimo fulgore negli anni Novanta e in avvio del nuovo secolo, ma anche quello un po’ più modesto e ridimensionato degli ultimi anni, potesse rimanere indenne?
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I nodi, purtroppo, vengono al pettine e di fronte ad una produzione che appare inesorabilmente superiore alle possibilità di assorbimento dei vari mercati, vecchi, nuovi, emergenti o promettenti, ad un canale tradizionale di vendita, quello rappresentato da ristorazione ed enoteche, in fortissima difficoltà, diventa sempre più difficile per piccoli produttori artigianali che non possono abbassare i prezzi o razionalizzare/meccanizzare le produzioni come possono fare le grandi aziende, resistere.
E allora, anche se con la morte nel cuore, come sono certo sia stato nel caso di Raffaele Troisi, si passa la mano. Si chiude, si vendono i vigneti, si cerca di voltare pagina e di dedicarsi ad altro.
Ho una grande paura che notizie come questa della chiusura di Vadiaperti siano destinate a ripetersi e moltiplicarsi, che altre realtà produttive esemplari come questa, realtà che non possono “delocalizzare” per abbattere i costi, perché la loro forza, la loro identità sta nel loro legame unico con il terroir di riferimento, nella capacità di tradurre in vini identitari la voce e l’unicità delle terre che li esprimono, siano destinate, se non l’hanno già fatto in silenzio, a seguire l’esempio di questo produttore irpino.
Mi chiedo cosa si possa fare, come si possa invertire la tendenza, se qualcuno, nella complessa e variegata filiera del vino italiano, abbia non dico una soluzione in forma di bacchetta magica o di miracoloso rimedio, ma una qualche idea o proposta o misura per provare a bloccare la deriva, a modificare l’inerzia. Per impedire che altri drammi come quello della sparizione di un marchio storico dal mercato abbiano a ripetersi e che lo scenario del vino italiano abbia ad impoverirsi ulteriormente…

11 pensieri su “La crisi investe il mondo del vino: dopo negozi, aziende, fabbriche chiudono anche le aziende agricole. Che fare?

  1. Mi domandavo quando mi sarebbe toccato leggere – su questo tuo blog al fulmicotone – una chiosa al nostro incubo quotidiano. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire che quello che è stabilmente in onda è un “nessun dorma!” da cui non si sfugge.
    E’ come una partita a scacchi in cui magari hai ancora tanti pezzi, ma la tua mente ha già capito che l’avversario è in vantaggio e ti darà scacco matto, anche se al momento non riesci bene a capire quali saranno le mosse.
    No, non credo che qualcosa del nostro paese sfuggirà a questa piovra, anche se, almeno in campagna – come mi diceva Piero Talenti, quando mi capitò di comprare un po’ di terra – “ci pianti un pezzo di patata e ci mangi”.
    La diversità tra una crisi e questa roba odierna è che stanno cambiando le regole del gioco, che non esistono più diritti su cui si possa giurare, che domani possono dirti (anzi decretarti) che le banche sono in difficoltà ma costituiscono la priorità per il paese e quindi impadronirsi dei tuoi soldi.
    Allora non puoi evitare di immaginare che potrebbero anche dirti (anzi decretarti) che la tua terra serve a pagare i debiti a…la Germania(?).
    Il terremoto sociale in corso è tale che il terremoto che fa ballare mezza Italia ne è una tiepida metafora.
    L’unico conforto può essere l’intelligenza, nel senso della padronanza del proprio pensiero e della sua libertà. Non è poco, se ci si immagina che potrebbe – anche quello – essere soggetto a limitazioni.
    In ogni caso, questa sarebbe una buona occasione per tirare fuori quelli che gli inglesi chiamano ‘guts’ e noi – in questo caso meno immaginifici e più banali – chiamiamo ‘palle’.
    Forza e coraggio, prima di tutto auguriamolo a Raffaele Troisi!

  2. Che brutta notizia!
    Ho collaborato con Proposta vini anni fa e ricordo benissimo i vini Vadiaperti, autentico frutto della terra Campana.
    Il mio preferito, la coda di volpe, era davvero un mostro di longevità.
    Toccherà guardarsi in giro e accaparrarsi qualche bottiglia da tenere per tempi migliori.
    Un in bocca al lupo e un abbraccio a Raffaele Troisi, che possa trovare una nuova strada per mettere a frutto il suo talento, sperando non chiuda definitivamente la porta al mondo del vino.

  3. Purtroppo quello di Vadiaperti non è un caso isolato, in tanti stanno stingendo un buco della cintura dopo l’altro. E presto i buchi finiranno. Certo, i mercati esteri tirano, ma quanti piccoli e medi viticoltori possono sopravvivere senza il mercato italiano? Pochi, a parte le isole felici come la Toscana meridionale. Il guaio è che se tolgono i soldi di tasca ai miei clienti con aumento dell’ici, dell’imu, della tarsu, dei bolli e di mille altre tassucole poi non gli avanzano i soldi per comprare il mio vino. Tutto qui. O la smettono di torchiare i nostri clienti (e noi, è ovvio) o prima o poi chiuderemo tutti; la pecora o si tosa o si mangia, ambedue le cose non sono possibili.

    • Difficile, non essere colti dal sospetto – un po’ fantascientifico? – che vi sia, da qualche parte, un disegno perverso, una specie di ‘vendetta’ (non certo degli dei!) nei confronti di un paese dolcissimo, ma afflitto – ahimé – da una pletora di disonesti ignoranti.
      D’altra parte, mi rifiuto di pensare che quelli che ci “governano” siano tanto miopi da pensare che togliere tutto dalle tasche degli italiani, li indurrà a spendere un po’ di più di ciò che serve alla stretta sopravvivenza. Con questo non voglio dire che chi governa sia disonesto, ma francamente non so che cosa pensare: se qualcuno ha la risposta a questo dilemma ……

    • Stefano, cosa si può fare per provare non dico a rivitalizzare, perché se i soldi non ci sono e la gente é torchiata brutalmente, ma a dare un po’ di ossigeno al mercato interno?

      • Rivitalizzare il mercato interno senza “stratagemmi”, che oltretutto non hanno più spazio, significa diminuire la pressione fiscale, tutelare davvero il made in Italy, incentivando il lavoro IN ITALY.
        Vuole dire anche promuovere la trasmissione generazionale della conoscenza del lavoro, (i vecchi lavoratori la passino ai giovani).
        Il lavoro è stato denaturato, reso burocratico, messo nelle mani dei partiti (anche tramite le 50.000 partecipate che ci affliggono con i loro costi), che li distribuiscono senza tener conto delle competenze.
        Ora è tardi, ma bisogna lavorare per recuperare ciò che si è perso per strada, piangendo sul berlusconi versato…

  4. Per rivitalizzare il mercato nazionale del vino, che resta il secondo del mondo, ci vorrebbe un miracolo. E io ho due avi Beati, ma di miracoli non ne so fare. Ti butto giù due ideuzze, magari carine ma temo solo teoriche. Primo, dato che chi lavora non mangia a casa e ora non più al ristorante, bisognerebbe che nei milioni di bar che servono pranzi offrissero anche vino e non solo lattine di birra. Chessò, con una Enomatic o anche solo con un buon sfuso da bottiglioni. Secondo, trovare il modo di scoraggiare fiscalmente i ricarichi eccessivi di troppi (non tutti) ristoranti e enoteche che facendo così uccidono le vendite e finiscono per guadagnare pure meno. Terzo, riportare i limiti dell’alcolimetro al vecchio livello di 1,5 e spazzare via il demagogico e inutile limite attuale. Figlio di un proibizionismo d’accatto, che per far contenti quattro moralisti ha seminato il terrore. Quarto, creare un titolo di credito realmente certo a data certa per il pagamento dei vini, cosicché non si debbano più fare quattro viaggi e sei telefonate per incassare un singolo pagamento; se spreco tutto il mio tempo a cercare di incassare, non me ne avanza per vendere. Bah, queste sono quattro bischerate buttate li da un vecchio appassionato di fantascienza, e fantascienza resteranno.

    • Io ci aggiungerei che i vini entro un certo prezzo (12 €?) siano soggetti a IVA come per il comparto olio e pane: 4%. È o non è un alimento?
      I vini che costano cifre da capogiro è invece giusto che vengano tassati come beni di lusso.

      Un’altra cosa: il costo del lavoro in Italia è una follia, basterebbe che una parte di quello che si mangia lo stato fosse divisa tra azienda e dipendente. Le aziende avrebbero più soldi da investire in ricerca e il lavoratore avrebbe più soldi da spendere. E vi assicuro che se i soldi li abbiamo in tasca poi li facciamo anche circolare.
      Invece i professoroni della Bocconi, schiavi dei krukki aumentano l’iva soffocando la circolazione del denaro, e se di soldi non ne girano, figurati per un bene come il vino.

  5. @Stefano Cinelli:
    In altri paesi vengono usati anche altri parametri di valutazione da parte della
    polizia che ferma per un controllo. Insomma una valutazione “ad personam” (corporatura, reattivitá e situazione – da traffico zero a incidente ) , sempre comunque entro limiti che vanno dallo 0,5 allo 0,8. Sopra questi limiti si rischia troppo. Guarda che a 1,5 sbarelli…….

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