Organic wine made in Basilicata. Il Lucanico, un bordolese dell’Italia Meridionale

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“Il vino è vita, e nella vita l’avventura può sorprendere in una metropoli, girando la cantonata, come, improvvisa, nel deserto più desolato.” Con queste parole, Mario Soldati introduce il suo arrivo nel Metapontino durante il terzo viaggio d’assaggio alla scoperta di vini genuini ed è con queste stesse parole che io voglio iniziare il racconto del mio incontro con il Lucanico, un vino che mi ha sorpreso per la vivacità del colore, per la franchezza dei profumi e per l’armonia degli aromi.
È stato, infatti, proprio un caso, il mio incontro con questo vino. Un caso che, per quella misteriosa alchimia che governa l’imprevedibilità degli accadimenti quotidiani, ha fatto sì che io potessi scoprirlo e restarne impressionato.
È stata un’avventura che, inaspettata, mi ha sorpreso facendomi assaggiare un prodotto straordinario per l’equilibrio dei suoi componenti, sorprendente per la longevità delle sue caratteristiche.
La storia è andata pressappoco così. Nella mia curiosa lettura di articoli enogastronomici, mi sono imbattuto nel racconto di una serata di degustazione, dove l’Amarone della Valpolicella era il protagonista. “Sicuramente uno dei tanti!”, pensai! Ma questo aveva qualcosa di particolare, che aveva attirato la mia attenzione. A firma Luigi Jacoletti, il testo descriveva in modo essenziale ma preciso l’assaggio di sette vini, degustati nel suggestivo castello federiciano di Lagopesole, piccolo centro abitato della Basilicata, noto oltre che per le vicende legate a Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, anche per aver offerto protezione al brigante Carmine Crocco che, nel periodo post unitario, fece della Basilicata il cardine della rivolta antisabauda.

Da curioso e da lucano, allora, proseguendo nella lettura dell’articolo, mi sono chiesto: ”Ma chi è Luigi Jacoletti”?. È bastata una semplice ricerca per capirlo e ancora meno per entrare nel suo mondo. Tutto comincia dalla fine: dal Lucanico, appunto! Un vino che è la sintesi di tutto il suo essere, del suo modo d’intendere il vino e di lavorare la vite. Che è l’esaltazione di una terra generosa, da sempre vocata alla viticoltura.
Un vino che custodisce il rispetto della memoria di chi ci ha preceduto e che ha tracciato i solchi di una tradizione secolare. Un vino, il Lucanico, che è il punto di partenza verso un’interpretazione del bere che va ben al di là dalla mera degustazione tecnica.

Questo è ciò che intendevo e mi affascinava mentre leggevo di Jacoletti. Ed è stato proprio questo che mi ha indotto a contattarlo per chiedergli maggiori dettagli su come poter avere una bottiglia del suo vino. “Gentile Sig. Jacoletti, mi chiamo Sante Laviola e le scrivo dopo aver letto la sua recensione su … […] In attesa di venirla a conoscere personalmente, le chiedo dove poter acquistare una bottiglia di Lucanico qui a Bologna. In attesa di un suo riscontro, la saluto lucanamente!”.
La sua gradevole risposta, giunta poco dopo, mi fece subito capire che l’idea che inizialmente mi ero fatto di lui era, fondamentalmente, corretta. “Salve Sig. Laviola, mi fa piacere che le interessi il mio vino e la nostra area. […] Io sono un artigiano appassionato più che un produttore come s’intende oggi. […] L’aspettiamo per una chiacchierata amichevole intorno ad un tagliere e un calice. Gino”.
Dalle sue parole emergeva lo stesso entusiasmo, la stessa passione che avevo percepito dalla lettura delle pagine del suo sito web. Quella stessa carica che ha dimostrato di avere quando, in brevissimo tempo, ha trovato il modo di farmi avere una bottiglia del suo vino, pur non essendoci punti vendita a Bologna. Mi ha messo subito in contatto con un suo amico Ingegnere residente nella provincia bolognese che, a quanto pare, custodiva gelosamente una scorta di Lucanico e dell’introvabile Akiris, altro vino, base Fiano, prodotto in ridottissime quantità dallo stesso Jacoletti.
All’appuntamento con l’Ingegnere, mi venne gentilmente donata una bottiglia di Lucanico con la raccomandazione di Gino di stapparla durante il pranzo di Pasqua; e così feci. Il rarissimo Akiris, restava per me ancora un mistero!
Fui parecchio meravigliato e al contempo compiaciuto di come in meno di ventiquattr’ore dal contatto con Gino, io già potessi disporre di una bottiglia di quel vino che, se devo essere sincero, avevo un po’ sottovalutato, probabilmente anche snobbato per quella presenza estranea di vitigni internazionali che potevano solo corrompere, alterare, rovinare, il carattere identitario, lucano, dell’autoctono Aglianico. Mi sbagliavo! E di gran lunga!
Mi sono trovato di fronte a un vino che, fin dall’etichetta, mi parlava di Lucania, di quelle profonde radici storiche di una terra, dove la viticoltura è di casa da secoli: “Lucanico, mijere di Viggiano” è la frase che sovrintende a un’etichetta dalle tinte tenui che ritrae una beccaccia in volo. Un’arcera, l’antico nome di quell’uccello dal becco a punta divenuto qui l’emblema dell’autenticità e della naturalezza, un simbolo di quella “ruralità” del vino che un tempo era indiscussa e non aveva bisogno di essere specificata per costituire un valore aggiunto.
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Mi sono trovato difronte a un vero vino artigianale nel quale l’attenzione per la genuinità e il rispetto per il territorio, quel cuore verde della Basilicata che dalle aride terre dei calanchi dell’alta provincia materana si trasforma in una zona boscosa di rara bellezza naturalistica, sono lampanti ad ogni sorso. Un vino limpido e pulito che, con le sue tonalità rubino vivo e un bouquet fresco e vivace, fa quasi dimenticare che si tratta di un 2007.
Un vino dalla bevibilità semplice e naturale. Corposo, fresco, dal tannino morbido e delicato, il primo sorso si caratterizza per la polposità del frutto che ricorda molto l’amarena e il ribes rosso. Una piacevole sfumatura erbacea e una nota leggermente dolce, un po’ da passito, accompagnano la deglutizione che si caratterizza con un finale lungo e marcato da una leggera nota di pepe nero e accenni empireumatici di tabacco e legno bruciato. Il Lucanico è la sintesi perfetta di quell’uvaggio base Aglianico che, arricchito da Merlot e Cabernet e ingentilito dal tempo più che dal legno, mostra un carattere puramente locale.

Non capita spesso di trovarsi difronte a un vino così, che conserva inalterati i profumi e mantiene gli aromi netti e stabili per lungo tempo. Una vera sorpresa, dunque, che unita alla curiosità bruciante di conoscerne l’artefice, mi ha indotto ad anticipare la mia visita nella DOC “Terre dell’Alta Val d’Agri”, già programmata per agosto.
Così, a fine giugno, ero a Viggiano, piccolo borgo della provincia di Potenza, conosciuto come “Città dell’Arpa e di Maria” per la lunga tradizione musicale legata all’arpa popolare e perché tempio della Madonna Nera, protettrice della Basilicata e guardiana del Sacro Monte. Ero tra quelle vigne, dove i bordolesi e l’Aglianico crescono fraternamente e dalle quali Gino ricava i suoi vini genuini.
Ero, dunque, nel mondo di Gino Jacoletti; un mondo fatto di attenzione per la natura e rispetto per le memorie familiari, per quei ricordi della sua infanzia che lo vedevano fin da piccolo operare tra i grappoli d’uva. Gli stessi ricordi che, ancora oggi, guidano le sue pratiche agricole e sembravano essere tutti racchiusi in quel raro librettino rosso che stringeva tra le mani: “Dall’uva al vino (enologia per tutti), Carlo Tarantola libraio-editore 1925”.
Ma questa è un’altra storia, un’altra avventura. Un’avventura che, come fu per l’assaggio del Lucanico, si è rivelata per me ricca di sorprese e che, attraverso Gino, mi ha guidato in un piccolo mondo nuovo fatto di gente solidale e dalla tradizione antica. Una comunità operosa che ha fatto delle proprie radici e dell’amore per la terra l’emblema di un territorio generoso ma ancora poco conosciuto.
Una comunità dinamica nella quale la voglia di riscatto è lampante e nella quale quell’incessante insoddisfazione che tormenta tutti coloro che sanno di poter far sempre meglio è onnipresente, quasi ossessiva.

Del resto, trascorrono gli anni, passano le stagioni ma tutto ritorna, tutto pare non cambiare mai; tutto, alla fine, resta immutato. Immutato come quel paesaggio ancestrale che ho calpestato; immutato come l’ombra lunga del Sacro Monte sulla campagna di Viggiano.
Immutato come l’insoddisfazione di quei viggianesi che ho incontrato, che tanto ricordano ciò che scrisse Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere nativo della Val d’Agri: “Il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone della insoddisfazione”.

Sante Laviola

Az. Vitivinicola “L’Arcera” di Gino Jacoletti
C.da Case Rosse, 85059 Viggiano (PZ)
e-mail: info@organicwine.it  Cell. +39 338 8595158
Web: http://www.organicwine.it

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2 pensieri su “Organic wine made in Basilicata. Il Lucanico, un bordolese dell’Italia Meridionale

  1. Complimenti Sante per i contenuti e la forma dei tuoi articoli, cui questo non è da meno. Come sempre si denota un ottimo mix di passione per i vini, preparazione tecnica e gradevolezza della lettura.

    Antonio D.

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