Barolo boys: ovvero quelli che rischiarono di “uccidere” il Barolo

Perditamemoria

Evidenze da ricordare a miopi, distratti e disinformati a proposito di un film annunciato

Uno dei grandi problemi dell’Italia, uno dei tantissimi, è l’incapacità (e talvolta aperta non volontà) di ricordare e di trarre debite lezioni dalle esperienze, soprattutto negative, del passato. Per conformismo, comodità, talvolta per pavidità, qualche volta anche per ignoranza, si tende a dimenticare, a rimuovere quello che dà fastidio. A far finta che non sia mai esistito.

Questo atteggiamento, indice non solo di immaturità, ma di un vero deficit di cultura, nonché di una forma mentis dove le scelte di comodo, quelle più rassicuranti, quelle che portano vantaggi, prevalgono, lo troviamo anche nel mondo del vino.

Quante volte ci siamo trovati di fronte ad atteggiamenti che denotavano un simile atteggiamento tartufesco e nemico della verità. E non solo del clamoroso caso di Brunellopoli, che secondo alcuni, tipo il rappresentante di questa antica e nobile dinastia del vino toscano, non sarebbe mai esistita, o sarebbe stata cosa trascurabile, ovviamente “inventata” da una piccola parte della stampa non asservita al potere delle Grandi Aziende del Vino Italiano, ma in tante altre vicende.

Ora mi accorgo che questo meccanismo di rimozione, questo tentativo di arrangiare le cose perché le verità sgradevoli non emergano o appaiono solo come le esagerazioni di qualche “talebano”, questa volontà di riscrivere la storia, o anche solo la cronaca del vino italiano contando sulla distrazione e sulla non conoscenza delle realtà soprattutto da parte degli appassionati più giovani, viene applicato anche ad un vino autentico simbolo del vino italiano di grande qualità come il Barolo.
SmemoratoCollegno

E, cosa che mi amareggia particolarmente, vede tra i protagonisti anche persone che non pensavo potessero indulgere a simili comportamenti, ovvero la novella generazione di Slow Food, quella che redige la guida Slow Wine.

Andiamo per ordine. Il primo sbalordimento mi è arrivato leggendo, era il 23 luglio, questo articolo firmato da Giancarlo Gariglio, uno dei due curatori della guida e langhetto di origine, dedicato ai “modernisti di Langa”. A parte la tesi singolare sostenuta da Gariglio, ovverosia che i Barolo dei modernisti  sarebbero “più adatti a sfidare gli anni” rispetto ai vini dei tradizionalisti, e dopo aver visto un personaggio quale Giorgio Rivetti, un parvenu del Barolo, essere inserito da Gariglio tra i “pesi massimi” dei modernisti, accanto ad Elio Altare, (robusto il “rinoceronte”, ma ci fu una volta che incontrò uno più robusto di lui…), rimasi senza parole leggendo altre sorprendenti parole.

Il giovane Gariglio difatti annotava: “Perché il Barolo sta per entrare in una nuova fase della sua vita, ovvero sta facendo il suo ingresso nella cerchia ristrettissima delle denominazioni mondiali di prestigio assoluto, per farlo in modo compiuto deve dimostrare nei fatti che a distanza di trent’anni il vino nel bicchiere non solo è integro, ma è anche migliorato…”.

Sta facendo il suo ingresso? Ma dove vivi Giancarlo, nella sacra terra di Langa o chissà dove? Il Barolo è una vita che fa parte della ristrettissima élite dei grandi vini mondiali ed è decenni che ha dimostrato (cosa che al giovane amico forse sarà sfuggita, ma diamogli tempo di accorgersene…) che sa esprimere grandissimi vini che sfidano il tempo ed evolvono e migliorano nel tempo. Un po’ di bottiglie del genere sono nella mia cantina, che non sarà la Banca del vino di Pollenzo, ma diverse cose buone le contiene. Disponibile a fartele assaggiare.

Non bastassero queste oggettive stravaganze, ho continuato ad essere ingenuamente sorpreso, e dire che non sono nato ieri e conosco i miei polli, quando ho letto sempre su Slow wine questo articolo, ovvero l’annuncio del “film Barolo Boys. Storia di una rivoluzione, in uscita nella primavera del 2014, che racconterà per la prima volta in forma cinematografica genesi e sviluppo della più importante trasformazione economica, culturale e sociale avvenuta in Piemonte nello scorcio finale del secolo scorso. Dando la parola ai protagonisti, il film narrerà la nascita del Barolo come fenomeno enologico planetario e l’affermazione delle Langhe come territorio di eccellenza.
BaroloBoys

Ci saranno i vignaioli (i modernisti, ma non solo) e ci saranno i soggetti che a vario titolo hanno inciso nella vicenda: critici e opinion leader come Carlin Petrini, importatori (uno su tutti: il celebre Marc de Grazia), ristoratori, enologi, bottai. La pellicola mostrerà i personaggi in azione tra vigneti curati come giardini e cantine in alcuni casi avveniristiche, raccogliendo dalla loro viva voce attese, sogni e difficoltà di un’impresa che, a leggerla in filigrana, può diventare metafora di un territorio, un’epoca o un intero Paese.

Nato da un’idea dello scrittore Tiziano Gaia e del regista Paolo Casalis (entrambi originari dell’Albese) e prodotto dalla Stuffilm Creativeye di Bra, Barolo Boys. Storia di una rivoluzione ha incassato il sostegno della Film Commission Torino Piemonte. Supporti sono giunti anche da Slow Food Italia, che ha concesso il patrocinio, e da Eataly Media”.

Allora ho capito tante cose: che mi sbagliavo clamorosamente nel marzo di sette anni fa quando salutavo il ritorno della pecorella smarrita all’ovile e la riscoperta da parte di Slow Food del vero Barolo, e che in fondo i giovani esponenti dell’associazione di Bra non sono tanto diversi da quelli che in passato, in tandem con il Gambero rosso, si sono “distinti” per aver premiato una serie di Barolo e Barbaresco diciamo così piuttosto discutibili.

Ora, con la benedizione del furbo Farinetti, che si è comprato Borgogno e Fontanafredda, ma continua per ragioni di business e di opportunità politica a tenersi buoni i produttori new wave, personaggi dell’ambito Slow Food celebrano addirittura con un film i “Barolo boys”.

Ritratti solo nei loro aspetti positivi, oppure descritti, come ha fatto un altro sito Internet, come “vignaioli ambiziosi e ribelli, che, all’indomani dello scandalo del metanolo, decisero di reinterpretare il più famoso vino rosso piemontese. Per qualcuno semplici “modernisti”, hanno incarnato il nuovo corso della vitivinicoltura di Langa. Un po’ rivoluzionari, un po’ “rottamatori” “.
vuotidimemoria

Bene, considerato che nel film, unicamente teso a celebrare acriticamente i modernisti del Barolo, non verranno menzionate, vorrei ricordare agli autori della pellicola, ai distratti di Slow Food, a quelli che non hanno memoria, a quelli che vorrebbero rimuovere alcune verità, alcune solari evidenze.

Lo faccio rimandando alla lettura, attualissima, di due articoli pubblicati su questo blog nel gennaio del 2008, che titolerei “vuoti di memoria” e “Barolo al Cabernet”, ed un articolo pubblicato su Wine Report nell’ottobre del 2009.
Non prendiamoci in giro signori miei: non è tutto oro quello che luccica nella storia, che ora il film vorrebbe far diventare leggenda, dei “Barolo boys”. Accanto ad alcuni aspetti positivi, ovvero la volontà di contribuire a far conoscere di più il Barolo, l’introduzione di uno spirito positivo di emulazione tra i produttori, un lavoro di gruppo, quello di Langa In, un atteggiamento non di chiusura, ma di apertura e di confronto, il battage mediatico che l’opera dei Barolo boys produsse inducendo anche i tradizionalisti più illuminati (c’erano anche quelli polverosi, autori di vini non proprio esaltanti espressione di un lavoro in vigna non proprio caparbio e di botti vecchie da rottamare) a migliorare la qualità già eccelsa dei loro vini, ci sono stati e per me sono maggioranza, un sacco di aspetti controversi, oscuri, non certo positivi della loro azione.

Grazie alla mia età e alla mia esperienza (nel 2014 celebrerò i trent’anni dal mio primo articolo vinoso, guarda te un’intervista all’indimenticabile “cunt d’la Mora”, Paolo Cordero di Montezemolo), ho avuto la fortuna di frequentare e di godere della stima e della considerazione di personaggi oggi scomparsi come Bartolo Mascarello, Aldo e Giovanni Conterno, Baldo Cappellano e ricordo benissimo il dibattito, con loro e anche Beppe Rinaldi e Mauro Mascarello presenti, organizzato da me ed dal collega svizzero Andreas März, intitolato “Per amore del Barolo”, pubblicato su Merum e su Barolo & co cui collaboravo. Ricordo il clima di quegli anni dove chi non produceva Barolo secondo i dettami ed i diktat e la “filosofia” dei Barolo boys veniva tacciato di essere un oscurantista e un produttore non all’altezza. Ricordo bene i legami stretti, le sinergie, la “corrispondenza di amorosi sensi” tra determinati importatori negli States, riviste americane, guide italiane, enologi consulenti, tonnellerie (c’era anche un gruppo d’acquisto che forniva le varie aziende del “club”) ed il gruppo dei Barolo boys.

Ricordo bene quello che predicava il signor Elio Altare, ovvero le ridicole “macerazioni sveltina” di cinque giorni, il ricorso per default al legno nuovo alias barrique, o addirittura ai sigari o mezze barrique, (che per alcuni irriducibili sono ancora oggi irrinunciabili per l’affinamento dei loro vini, con risultati terrificanti) per l’affinamento dei vini. E se tu barolista continuavi a fare macerazioni lunghe e affinare il vino in botti grandi di rovere di Slavonia eri un oscurantista o peggio ancora.

Ricordo bene tante cose allucinanti, che magari i giovani rampolli di Slow Food (ma si facciano raccontare da Carlin Petrini e da Gigi Piumatti, che sicuramente sanno tutto e ricordano bene tanti dettagli, anche relativi alla nascita dell’Università di Pollenzo…) non conoscono.

Ricordo che i Barolo boys e qualche loro illustre sostenitore, produttore di Barolo ma anche di Barbaresco, rischiarono di “uccidere” i grandi vini base Nebbiolo di Langa, e per fortuna non riuscendo a farlo, stravolsero l’identità, la personalità, i colori, i profumi, i sapori dei vini ottenuti dalla sacra uva Nebbiolo nell’albese.

Ricordo come ad un certo punto, in una commedia grottesca, riuscirono ad accreditare l’idea che il vero Barolo fosse il loro e che quello dei tradizionalisti, il vero grande Barolo caro il mio giovane Gariglio, fosse un vino superato e patetico.

Ricordo bene i vari tentativi, chiedere notizie a Monsù Angelo Gaja, di modificare i disciplinari di produzione di Barbaresco e Barolo introducendo anche “altre uve” (indovinate quali?) e la singolare coincidenza che portò Gaja, sei mesi dopo la sonora sconfitta riportata nel tentativo di modificare il disciplinare di produzione del Barbaresco, a decidere di declassare a Langhe Nebbiolo (denominazione che permette l’utilizzo del 15% di altre uve: indovinate quali?) i suoi preziosi cru di Barbaresco.

Ma ricordo anche che Luigi Veronelli in un articolo pubblicato sull’Espresso arrivò a scrivere apertamente dello scandalo di Barolo “taroccati” perché addizionati, in spregio al disciplinare che parlava e parla di Nebbiolo al 100%, di Cabernet, Merlot, Petit Verdot, ottenuti non solo da uve coltivate a centinaia di chilometri di distanza dalle Langhe e arrivate provvidenzialmente, ma anche da vigneti che qualche “fenomeno” (e non era di certo un tradizionalista, visto che utilizzava le barrique ed i rotomaceratori) aveva piantato nelle zone di produzione del Barolo, accanto ai filari di Nebbiolo.

Ricordo la battaglia sacrosanta di pochi, e tra questi il sottoscritto, che fece sì che quei “signori”, per la paura di essere beccati, ma anche per un certo movimento d’opinione contrario a queste pratiche truffaldine, rinunciassero a taroccare. Oppure a farlo in maniera molto più sfumata e furba, alcuni addirittura reinnestando i loro vigneti di Cabernet e Merlot, o destinando le uve franciose che un tempo finivano nei due grandi rossi di Langa, a vini presentati usufruendo di quelle altre provvidenziali Doc che consentono di unire al Nebbiolo e alla Barbera anche altre uve rosse.
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Anche questo fa parte della storia, che i giovani leoni della critica vinicola italica ignorano o fanno fatica di ignorare. Anche questo accadde in quella temperie di rinnovamento/stravolgimento del Barolo che espresse il fenomeno dei cosiddetti “Barolo boys”.
Voglio chiudere regalando un suggerimento al team che ha realizzato le pellicola celebrativa di questi presunti benefattori del Barolo. Perché non mettere in cantiere un altro film agiografico, ovviamente nello stesso spirito giustificazionista e negazionista e non molto fedele al vero? Vi regalo anche il titolo: perché non intitolarlo Brunellopoli’s heroes?…

canisciunoefesso

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33 pensieri su “Barolo boys: ovvero quelli che rischiarono di “uccidere” il Barolo

  1. Caro Franco … sempre pungente !!!
    Sai che però chi inizia ad avere memoria storica , vuole anche dire che inizia ad avere troppi Capelli Bianchi ?
    almeno a me capita cosi .
    ciao presto

    • meglio pochi capelli, magari bianchi e un po’ di saggezza (ed il ricordo e la consapevolezza chiara delle cose) che tanti capelli e una spensierata ignoranza/dimenticanza delle cose, caro Luca…
      Però io ho ancora tanti capelli miei, in gran parte neri (e non tinti) e un accenno brizzolato, alla nostra non più tenera età, fa tanto fascino… :)
      tanti cari saluti a tutti

    • thank you for your commentary my friend! Padre Dante is always the best answer to strange things of everyday and to misterious choices of many people…

  2. Ho letto con interesse e penso che ,come me, la maggiorparte degli appassionati del vino ricordi male o non conosca affatto tali storie. Questa e’ pura informazione , nulla di pungente.
    Sarebbe interessante scrivere e redarre diplomaticamente un libro che raccolga in modo organico tante di queste storielle italiane sui vari territori a vocazione vinicola.

  3. Meno male che c’è qualcuno che ha buona memoria. Questi signori o Boys come li chiama chi li adorna di tanta fama avrebbero fatto la rivoluzione? Con cosa ? Con le barrique, il Barolo al vaniglia, le macerazioni brevi, il nebbiolo ammorbidito? O forse da quella rivoluzione dei modernisti in questi 10 anni tanti anno fatto marcia indietro per riproporre un vino piú legato al territorio e alla tradizione ossia pre-rivoluzione?! Che nostalgia di Baldo e Bartolo! Suvvia il giusto Barolo è il vino tannico, scontroso da giovane, con il suo goudron, non il Barolo per il mercato americano addomesticato, laccato, con tanto estratto, magari con lieviti selezionati e tutto il resto che è inutile stare ad elencare.

  4. Sono troppo ignorante delle cose del Barolo per azzardare giudizi, però mi pare di cogliere un filo comune a storie che conosco fin troppo bene; quando un vino diventa noto, apprezzato e costoso, subito spunta qualcuno che vuole fare qualcosa di diverso, certo ottimo ma indiscutibilmente diverso, e lo vuole chiamate per forza con quel nome. Io sono un sostenitore strenuo della libertà di impresa, di quella di espressione e dello spirito innovativo, e oltretutto credo che tecniche e tecnologia non debbano fermarsi mai, ma qui siamo di fronte ad un fenomeno diverso; mi vogliono vendere una bellissima peonia, ma pretendono di chiamarla rosa. Io non contesto che quella peonia sia modernissima e di gusto internazionale, ma se è una peonia non può essere una rosa. E, dato che esiste un pubblico che vuole rose ed un altro che vuole peonie, suggerisco sommessamente che in futuro i facitori di peonie vendano la loro superlativa merce chiamandola con il suo nome; visto che sono convinti che le loro peonie siano superiori alle nostre vecchie, viete e noiose rose, sono certo che avranno un grande avvenire e ci faranno mangiare la polvere. Glielo auguro di cuore, e buon viaggio. PS potrebbero gentilmente evitare di chiamare talebano chi si limita a voler chiamare rosa una rosa? In fondo una rosa è una rosa, è una rosa.

    • Sì, ma se il nome della rosa vale 10 e quello della peonia (bellissima) vale un terzo di dieci perchè meno rara o simili, anche i coltivatori di peonie cominceranno ad affermare che le vere rose sono le peonie e che bisogna dar loro … il nome della rosa..

      • Sul “rinnovamento” dei vini classici c’é un grande frainteso, ma se si crede a quello che dicono gli “innovatori” non c’é motivo di litigare. E io gli credo. Loro sostengono che i loro miglioramenti, tagli, diverso tempo di affinamento etc., migliorano moltissimo quei vecchi vini obsoleti che, altrimenti, sarebbero destinati ad una lenta ma inesorabile uscita dal mercato. Bene, partiamo dal presupposto che abbiano ragione; in tale caso i loro prodotti sono così migliori e così più apprezzati dal mercato che non c’é motivo che sprechino le loro energie per riportare in alto vecchi marchi ormai logori. C’é un precedente illustre, quello di Gaja che si sentiva costretto da regole che non condivideva nel Barbaresco e se ne è andato; non c’é dubbio che la sua scelta è stata premiante. Credete in voi amici e colleghi “innovatori”, date sfogo alla vostra creatività e lasciate perdere le DOCG!

        • Guarda Stefano che se fai affermazioni cotali, prima o poi verrai sfidato a duello…!
          Comunque anch’io lo penso; e lo penso fortemente. Certi vini non hanno diritto (ma soprattutto non hanno “motivo”) di chiamarsi – ad esempio, Brunello – ma potrebbero fare strada sul mercato con fortuna e fatturati, ma vanno presentati, raccontati, contestualizzati, in modo adeguato.
          Mi pare che questo sia mancato, nell’era recente.
          In Italia è prevalsa fino a poco fa – ma le cose, nonostante tutto, stanno cambiando – la scuola dell’immoral suasion; quella che “ti regalo un cappotto di vicuna, poi sappiti regolare”. E’ stata applicata a tappeto, da un bel po’ di anni a questa parte (e non è colpa di berlusconi: semmai è lui a essere la conseguenza di una mentalità lasca) e comincia a mostrare segni di usura.
          Ora vanno i pullover rammendati, il problema è essere capaci di rammendare bene!
          Raccontare la verità, sembra una storia ridicola, da vecchia signora un po’ blasèe, ma invece funziona: bisogna solo esserne convinti. Prosit

        • Caro Stefano, pensando a Gaja e alla sua scelta che definisci premiante, ho fatto questa riflessione.
          Gaja è un grande imprenditore, ma è soprattutto un uomo della terra, come sanno esserlo i piemontesi: con eleganza. Con eleganza, ma della terra, egli non viene da un consiglio d’amministrazione né da un club elitario. Per quello ha potuto (e saputo) fare certe scelte (che uno può condividere o meno, ovviamente) e farle presentando un prodotto della vigna, non un compromesso. Fa la sua differenza. Soprattutto con chi affluisce alla vigna perché investe, oppure perché senza vigna – come insegnano a Milano – non sei nessuno (mentre “una vigna in Toscana” è il massimo!).

  5. Prima di raccogliere gli strali di Ziliani dico che:
    - condivido appieno le argomentazioni di Cinelli Colonbini, e tutti i miei rari interventi qui sul blog nel periodo di massima polemica lo dimostrano
    - le docg vanno rispettate per come sono, se si vuol fare un vino altro lo si chiami in altro modo (vedi Gaja o il Sat’Antimo che non si fila nessuno)
    la mia cantina è ben fornita di Rinaldi, Fenocchio, Burlotto, Mascarello, etc (ma potrei dire Biondi Santi, Poggione, Potazzine, etc sul versante ilcinese)
    premesso questo l’artciolo di Gariglio non mi è sembrato così dirompente perchè, non più tardi di 4 mesi fa mi sono trovato con un due grandi esperti di vini a stupirci di una vecchia bottiglia del….rinoceronte. Non l’avrei mai detto, anzi, nessuno di noi l’avrebbe mai detto, ma quel vino era buono, molto buono e molto, molto nebbiolesco. Ammetto che la mia conoscenza del nebbiolo non è enciclopedica come quella di altri qui intervenuti, ma credetemi, sono/siamo rimasti di sasso.
    Poi, se questa volata è legata al film che sta per uscire, se ci sono in giro movimenti borderline lo lascio volentieri a Zililiani che in queste cose ci prende più spesso che no, e con il quale concordo particamente quasi sempre. Ma qui devo dire che la bottiglia bevuta mesi orsono non sfigurva affatto.
    saluti

  6. Ah, dimeticavo, il Barolo è ormai da……..qualche anno che è tra il gotha dell’enologia mondiale e sulla sua longevità non ho capito l’articolo di Gariglio…si vede che a slow food questo è sfuggito.

  7. Storia patria, quello che scrive Ziliani, veritá da memoria storica, per chi avesse tempo e voglia di sfogliare gli spesso scomodi archivi . Da me una sola considerazione a latere, anzi due. I “sacrilegi” dei Barolo Boys, Langa in e le ultracorte macerazioni di Elio Altare. un pregio, e non piccolo, lo ebbero: accesero i riflettori sulla zona e con essi la diatriba, oramai superata, tra cosiddetti tradizionalist ed innovatori. Un contrasto che fu piú che altro mediatico e che comunque attrasse sul Barolo la curiositá commerciale di un pubblico estero e “nuovo”. A parte qualche sbandata psichedelica di gente che voleva legalizzare barbera-merlot-echipiúnehapiúnemetta (ciao Angelo) nel Barolo e nel Barbaresco, c’é anche da dire che non fu toccato e forse fu anche migliorato e conservato il patrimonio ampelografico del nebbiolo (piú o meno qualche ettaro allargato in zone non vocatissime). Di questo lavoro in vigna bisogna dar merito a tutta la generazione dei Barolo (oggi Old) Boys: guai a togliere ai giovani il diritto alle idee, al tentare il rinnovamento, l’uscire dalla strada tradizionale. Pur non avendo mai amato i Barolo barricati, che furono alla modissima tra Los Angelse e New York per un certo numero di anni, credo che tutto sommato l’esperienza abbia fatto bene a tutta la Langa. Poi la forza stessa del territorio delle sue tradizioni ha -e direi: inevitabilmente – riportato le cose nel loro giusto e grande equilibrio.

    • troppo gentile saggio Merolli!
      Ti do ragione su tutto (prima frase a parte…) tranne che su una cosa, ovvero quando affermi che quello tra modernisti e innovatori” fu “un contrasto che fu piú che altro mediatico”.
      No, fu una contrapposizione tra culture, idee della Langa, visioni del mondo, ruolo del vignaiolo nell’economia di un vino, una contrapposizione tra concezioni del mercato, dell’idea stessa di fare vino, di onorare la sacra terra di Langa e monsù Nebbiolo.
      Fu una “guerra” vera, combattuta, da parte di alcuni modernisti, con colpi bassi e scorrettezze, con l’appoggio chiarissimo e spudorato di larga parte della stampa, anche di persone che ora hanno “scoperto” i tradizionalisti, di importatori, potentati economici e mediatici.
      E io sono orgoglioso, come nella battaglia di Brunellopoli, di essere stato, con Baldo, Bartolo, Giovanni e Aldo Conterno, Mauro, Bruno, Beppe “Citrico” e altri, dalla parte giusta. E non dimenticherò mai, e resterà sempre nel mio cuore, la presenza di un già ammalato Baldo Cappellano al mio fianco, nell’ottobre 2008, nel grande dibattito sul Brunello a Siena, a controbattere insieme le tesi mercantili e possibiliste del duo Ezio Rivella – Fiore…
      Non ti dimenticherò mai Baldo…

  8. lei ieri non ha perso occasione per scagliarsi con la consueta violenza ed il solito fanatismo contro i modernisti accusati da lei di ogni nefandezza.
    Si è schierato dalla parte dei suoi amici tradizionalisti, ma nessuno di loro è intervenuto sul blog.
    Non è che forse anche a loro danno fastidio i suoi eccessi verbali ed il suo voler rivangare vicende ormai superate?
    Non è che anche i suoi amici del Barolo in botti grandi se ne fregano di quello che dice e non la seguono?
    Provi a pensarci

    • c’é un fondo di verità in quello che dice, ovvero il silenzio dei miei amici tradizionalisti che hanno evitato di spendere una sola parola qui.
      Sono sicuro che quelli che frequentano Internet (tra loro ci sono anche persone che non lo fanno, come Maria Teresa Mascarello) hanno letto il mio post ma per motivi vari, che capisco e non capisco, tacciono.
      Qualcuno si é fatto vivo via telefono o mail, ed il tono non era di certo di persone infastidite da quello che ho scritto, ma felici che il vecchio “franco tiratore” sia sempre pronto a difendere il vero Barolo.
      Contro vecchi e nuovi furbetti del vigneto e della cantina.
      Contro chi falsifica la storia.

    • Gentilissimo Langhetto,
      in questa giornata uggiosa, troviamo il tempo di risponderle. Sicuramente avrà avuto modo di verificare che non siamo soliti intervenire e commentare articoli che appaiono sui diversi blog, che apprezzino o meno il nostro operato. Il nostro lavoro è cercare di produrre buoni e nobili vini, espressioni del nostro territorio, mentre questo blog dovrebbe essere uno spazio libero per i veri appassionati di vino. Non ci sentiamo detentori di verità assolute; comprendiamo che la “querelle” tradizione – modernismo ha fatto storia ed è servita. Continuare a riproporla (vedi ad esempio il film “Barolo Boys”) evidentemente per alcuni ha ancora una valenza nella comunicazione e promozione, ma ricordiamo di aver sempre avversato palesemente le scelte di perdita di autenticità e unicità dei vini come della nostra memoria storica. Consideriamo valori importanti la nostra dignità e il nostro orgoglio di territorio e abbiamo interpretato come scivolamenti nella sudditanza lo scimmiottare o mitizzare esageratamente cose d’Oltralpe o estranee alla nostra pratica e cultura. Un pezzo di storia del barolo è stato vissuto intensamente per questo il racconto e il percorso di Franco Ziliani sempre ci interessano e così dovrebbero interessare a tutti i veri amanti del barolo e barbaresco. La storia è vecchia e l’abbiamo sentita decine di volte? Forse è vero, ma allora non cerchiamo di travisarla o darle strane interpretazioni.
      Maria Teresa Mascarello, Fabio Alessandria, Enzo Brezza, Giuseppe Rinaldi

      • Un bel ‘buongiorno’ quello che ci date, cari amici piemontesi. Così fermo e pacato, che non lascia spazio a fermenti impropri. Uno stile che andrebbe bene per quest’Italia – tutta – massimamente in momenti di smarrimento.
        La cultura, sotto traccia, che muove i passi della vita e del lavoro quotidiani. Grazie.

  9. Gentile Sig. Ziliani,
    le scrive Paolo Casalis, autore del film documentario insieme a Tiziano Gaia (io sono quello dei due dietro la macchina da presa, mettiamola così).
    Non più di due anni fa, e la ringrazio di questo, lei aveva lodato il mio documentario “Langhe Doc. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni”
    ( http://www.langhedoc.it per chi volesse vedere di cosa si trattava) con tra i protagonisti l’amica Maria Teresa Mascarello, il padre Bartolo e Giorgio Bocca.
    Ora le chiedo (e chiedo ai suoi lettori) solo una cortesia: capisco il suo pensiero sui Barolo Boys, ma potrebbe attendere l’uscita del film (di cui devo ancora iniziare il montaggio, si figuri un pò lei) prima di stroncarne, e a quel punto in modo del tutto legittimo e assolutamente libero, intenti, sviluppo e persino conclusioni?
    Un solo esempio: avremmo intervistato per ore Beppe e Marta Rinaldi, o Lorenzo Accomasso, o acquisito ore e ore di vhs di interviste a Bartolo Mascarello, solo per glorificare ipoi Barolo Boys in un film totalmente partigiano, senza contraddittorio e con intenti falsificatori?
    Con amicizia
    A presto, Paolo Casalis

    • caro Casalis, il mio articolo non era certo volto a stroncare, preventivamente, il vostro film, che mi auguro riesca bene e dia spazio a tutte le voci (magari si potevano ascoltare anche altre persone oltre a quelle, non dell’area modernisti, da lei citate, tipo Augusto Cappellano, Roberto Conterno, Mauro Mascarello, Bruno Giacosa, uno dei figli di Aldo Conterno, con tutto il rispetto per la simpatica Marta Rinaldi, classe 1985, che all’epoca andava ancora alle elementari e magari anche qualche giornalista non di quelli proni al potere di Langa IN…) ma a ristabilire determinate verità che gli articoli di Slow wine da me citati sembrano ignorare o aver dimenticato.
      Con simpatia e stima.

  10. Pingback: Barolo Boys: il docu-film sulle rivoluzioni nella Langa di fine '900

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  12. Caro Franco, ti rispondo solo oggi perché sono tornato ora dalle veloci vacanze. Il tuo tornare a posteriori, dopo un bel po’ di tempo su un pezzo scritto tempo fa, mi fa un po’ strano ma sono comunque felice di puntualizzare alcune cose sul tuo blog.
    1) Quanto scritto nel pezzo che tu citi è una mia teoria e non pretende di essere la verità. Una teoria nata degustando ogni anno migliaia di vini alla cieca con un nutrito gruppo di colleghi. Ebbene ci è parso di trovare che al contrario di quanto affermano molti modernisti i Barolo della nuova generazione, quelli affinati in barrique, da giovani tendano ad essere più complicati e meno beverini dei campioni dei tradizionalisti. Mentre se senti Altare & Co il loro obiettivo era esattamente l’opposto fare Barolo che fin da giovani fossero consumabili. Sempre dopo numerose degustazioni alla cieca ho notato come con il passare degli anni (oltre i 10/15) numerosi (non tutti beninteso) Barolo modernisti affrontino il tempo con bravura forse inaspettata, tanto da battere (non sempre, naturalmente) in freschezza e integrità taluni tradizionalisti. Mi pare sia ora di iniziare in modo sistematico e puntuale a degustare alla cieca 100 vini del 1989, 100 del 1993, 100 del 1994, del 1995 e così via fino al 1999 per capire veramente dove si sta andando. Solo così, con prove numerose e rigorose possiamo alla fine esprimere un parere, senza dividerci tra guelfi e ghibellini.
    2) ho detto che il Barolo non è ancora al livello di Bordeaux e di Borgogna come fama e prezzi? Ebbene si e sono pronto a ripeterlo senza paura di essere smentito. Noi continuamo a pensare al Barolo re dei vini e vino dei re, ma non è ancora proprio così. I più grandi collezionisti del mondo e i ristoranti stellati in giro per il pianeta comprano o hanno comprato fino a pochi anni fa in gran parte Francia. E tu caro Franco che scrivi anche per importanti riviste in lingua inglese ben dovresti sapere che fino a pochi anni fa il Barolo non era ancora avvicinato alle due denominazioni che ho nominato. Altrimenti non si potrebbe capire come il prezzo medio delle grandi bottiglie di Bordeaux e della Borgogna sia superiore a quello delle nostre. Mi pareva anzi di aver scritto una cosa piuttosto scontata.
    3) Il documentario di Tiziano e Paolo ritengo sarà molto bello e sarà fatto in totale libertà e indipendenza, non vedere qualche presunto ispiratore dietro la loro mano.
    4) Come Slow Wine non possiamo certo essere attaccati perché troppo vicini ai modernisti, risultati alla mano i nomi che hai citato tu (quelli dei tradizionalisti) hanno raccolto riconoscimenti strepitosi.
    5) Io non ho vissuto la stagione della grande contrapposizione perché come fai notare tu più volte sono un giovinastro, ma a distanza di anni vorrei guardare la cronaca (perché non possiamo ancora chiamarla storia, almeno così ci ricorderebbero gli storiografi) con una certa asetticità e con poca animosità. I modernisti, come tutti i rivoluzionari hanno fatto molti errori e probabilmente non hanno prodotto i migliori Barolo o Barbaresco di sempre come era nei loro piani, ma hanno meriti importanti, quello ad esempio di aver puntato molto anche sul discorso agricolo e su rese più basse (lascia stare le estremizzazioni) e di aver spinto i giovani figli loro e dei tradizionalisti a studiare e a girare il mondo.
    6) Chiudo con un appunto che farà gridare allo scandalo, ma penso che sia giusto ripeterlo anche in questa sede (lo dissi alla presentazione di Barolo Boys a Cheese). Sono convinto, proprio parlando dei figli dei tradizionalisti che il fatto che abbiano preso loro in mano le cantine dei padri li sta portando a produrre dei vini in alcuni casi più buoni dei loro genitori. Un esempio su tutti quello di Roberto Conterno, ma probabilmente anche una come Maria Teresa Mascarello sta superando il padre.
    Ultima cosa non sono langhetto, ma della pianura cuneese. Ciao
    Giancarlo

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