The next big thing: vino organico in bag-in-box. By Giuseppina Andreacchio

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Tra le tante cose che il mondo del vino mi regala ogni giorno vi è la possibilità di fare grandi amicizie. E tra queste figura Roberta, conosciuta alla Wine and Spirit Education Trust, con la quale provo sempre un immenso piacere a parlare di vino, sotto tutti punti di vista e discutere con lei delle realtà attuali e dei progetti futuri.

In una dimensione come quella britannica in cui molte delle nuove mode nel packaging del vino e del cibo trovano terreno fertile per nascere e diffondersi e dove si cercano costantemente espedienti per ridurre i costi di tasse imperanti e nocivi impatti ambientali, Roberta Sergio è riuscita a concretizzare un progetto davvero interessante. La sua forte conoscenza in campo biologico unita all’esperienza nel mondo del vino, l’hanno spinta a fondare la sua innovativa piccola azienda, 100cl (http://www.100cl.co.uk/) nata nel 2012, basandosi sull’idea di importare esclusivamente vino organico ed olio italiano, utilizzando unicamente l’innovativo bag in box. Alla base vi è la consapevolezza di potersi servire di uno strumento che possa essere di beneficio al consumatore finale sia dal punto di vista economico che di quello della sostenibilità e diminuzione dell’impatto ambientale grazie alle materie prime utilizzate.

La tenacia accompagna costantemente Roberta che si è lanciata con convinzione nella creazione della sua innovativa azienda non tanto per l’utilizzo del bag in box che molti grandi produttori in Italia hanno sperimentato da tempo, quanto soprattutto per la tipologia del vino che lei stessa ricerca. Roberta si è prestata a rispondere alle mie domande col quel sorriso e quella positività che sono il suo marchio inconfondibile…

Perche’ la scelta e’ caduta sul bag in box?

Innanzitutto conoscendo il mercato UK, volevo dare l’opportunità al consumatore di bere ottimo vino riducendo i costi. Tutti sappiamo l’alto costo del duty che è di 2 pounds a bottiglia per cui acquistare un vino in bag in box rappresenta un enorme risparmio dal punto di vista economico. E a questo si aggiunge la comodità e la convenienza: il bag in box da 3 litri (4 bottiglie da 75cl) si presta benissimo ad essere conservato in frigo, mentre quello da 5 litri (6 1/2 bottiglie da 75cl) è perfetto per eventi, funzioni private e lanci commerciali. Il costo si aggira intorno ai £ 25 che è un enorme risparmio se si considera il prezzo d’acquisto delle singole bottiglie con un contenuto ottimo, bevibile e non da qualità discount.

Ovviamente ho puntato molto sull’aspetto estetico: ho voluto creare un packaging che fosse molto bello perché questo è sinonimo anche di qualità del prodotto che esso contiene. Il cliente deve essere attratto dalla bellezza del packaging in quanto la presentazione di fatto si posiziona come il primo fattore nell’interesse dell’acquisto del bag in box. La facilità di usare il packaging e il concetto di poter riutilizzarlo è un altro elemento che deve conquistare il consumatore. La scelta del bag in box, commenta Sergio, deve essere guidata soprattutto dall’applicazione delle norme di  sicurezza e dal fatto che esso debba rispondere alle norme di integrità. Ciò è fondamentale in un momento di crescita di questa tipologia di prodotto. Il consumatore deve potersi fidare di un involucro che non sia la bottiglia ma che abbia la capacità di conservare bene il prodotto.

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Come consideri l’elemento sostenibilita’?

E’ fondamentale. Oltre alla convenienza, il bag in box punta sul concetto della sostenibilità, biodegradabilità e uso di materiali riciclabili. Nel futuro, oltre al cartone, avrei l’idea di utilizzare persino la plastica derivata dalle piante che sarà la prossima ‘big thing’ nel mondo del bag in box. Esso dovrà diventare leggero, riciclabile, dissolubile, facile da usare ma non troppo costoso. Ovviamente l’innovazione mirata soprattutto all’aumento della vita del prodotto sullo scaffale sarebbe di gran beneficio per il suo successo, ma in questo momento è una grande sfida! Purtroppo molte innovazioni sono costose e non possibili per le piccole realtà produttive, ma le grandi aziende potrebbero investire per esempio nel creare dei tappi che non consentano l’entrata dell’ossigeno e allontanino il rischio dell’ossidazione.

Pensi che ci sara’ un aiuto da parte del governo?

Questo varia purtroppo da paese a paese. USA per esempio e’ molto predisposto a sviluppare e incrementare prodotti ‘eco-friendly’, o il Brasile dove per esempio si può trovare vino spumante in lattine. Nella maggior parte dei paesi europei i consumatori sono legati a packaging tradizionali quindi il cambiamento se avverrà, avverrà molto lentamente. Bisognerebbe inoltre investire molto sulla ricerca di mercato sul packaging in questa fase iniziale per poter avere dei buoni risultati in futuro.

Parliamo del vino adesso…

Ho fatto molte considerazioni prima di selezionare la tipologia di vino italiano da vendere. I miei vini sono tutti organici, certificati o in attesa di certificazione, prodotti da piccole aziende che sono molto attente alla produzione di grappoli sani in quanto la maggior parte attuano la lotta ragionata e producono vino solo in modo naturale. Le varietà scelte sono autoctone, Etna Rosso, Sangiovese di Romagna, Rosso Piceno tra i rossi, Bianchello del Metauro, Vermentino di Sardegna e Verdicchio di Matelica tra i bianchi. I vini sono di pronta beva, per uso giornaliero, da essere gustati e consumati velocemente, entro massimo un anno. Sono attenta al gusto del consumatore ed infatti per esempio, il mio Sangiovese ha trascorso un breve passaggio in barrique proprio per dare più rotondità al vino e avvicinarlo al palato inglese che da sempre predilige Chardonnay e Cabernet, stile francese.

Come hanno reagito i produttori italiani prescelti?

In generale i produttori italiani sono restii ad accettare di vendere il loro vino in bag in box ma sono stata fortunata nel trovare dei produttori che credono nel mio progetto. Acquisto sia il vino che i cartoni, le etichette e i tappi in Italia e i produttori mi spediscono i bag in boxes in UK dove vendo principalmente a clienti privati e organizzatori di eventi. In un momento di recessione, il segreto è vendere un buon vino con un packaging meno costoso della bottiglia che sia però elegante e sicuro. La grafica conta molto ecco perché’ ho molto successo nella vendita a gallerie d’arte e eventi privati di alto livello.
Nel futuro ci sarebbe anche l’idea di comprare il vino sfuso ed impacchettarlo in UK. D’altronde questa e’ la tendenza che si prevede in futuro in un paese come UK dove c’è una forte conoscenza tecnica del vino quindi non sarà difficile avere aziende esclusivamente esperte in linee di imbottigliamento sul territorio. Non ci dimentichiamo inoltre che di questi tempi qui stanno aumentando i negozi dove si compra la spesa non confezionata ma sfusa, direttamente dai containers.
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Cosa pensi della legislazione italiana riguardo al bag in box?

L’Italia è un paese idiosincratico, purtroppo che non si sforza di adattarsi alle tendenze del mercato. La legge italiana non consente il bag in box per i DOCG e DOC per cui bisogna declassificare le uve per poter vendere il vino nel bag in box. Bisognerebbe dare l’opportunità al produttore di decidere anche di utilizzare una certa quantità delle sue migliori uve in nuovi formati perché’ purtroppo il consumatore percepisce il contenuto del bag in box come di qualità scadente. Ecco perché’ i miei vini sono di ottima qualità proprio perché’ voglio sfatare questo mito. Non ci dimentichiamo che persino ormai a Bordeaux c’è una forte tendenza ad usare il bag in box ma non capisco perché’ noi italiani non riusciamo a superare il nostro marketing provinciale.

 Parliamo di dati. Quanto vino hai venduto ad oggi?

Da ottobre 2012 a maggio 2013 ho venduto 2.500 litri di vino italiano in UK. I miei bag in box sono da 3 e 5 litri e ho anche dell’olio in bag in box che registra anche un buon numero di vendita, intorno a 30 litri, considerando la grande competizione dei supermercati. Se si considera che la mia azienda è piccola, nascente, il risultato è decisamente positivo ed io sono molto soddisfatta. Nel futuro introdurrò altre varietà e avrei anche l’idea di mettere l’olio in latta e di usare infine le lattine per la tipologia vino fermo e frizzante che, oltretutto sarebbe un modo per esorcizzare il ‘binge drinking’ che in UK è diventato una vera e propria piaga sociale.

Giuseppina Andreacchio

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11 pensieri su “The next big thing: vino organico in bag-in-box. By Giuseppina Andreacchio

  1. Bisognerebbe far leggere il post al sottosegretario all’agricoltura che ha promosso in questi giorni l’interrogazione sui vini naturali.
    Lo scrivo consapevole di non essere d’accordo su alcuni punti che riguardano le bag in box, ma conscia di due fatti che mi sembrano importanti e – nel futuro non remoto – strategici.
    1- Anche se penso che la bottiglia è il contenitore a cui è legata una parte dell’immagine del vino, so bene che i packaging incidono sulla sostenibilità di ciò che si produce (e si vende).
    2- “organic” che qui può tradursi in bio o in biodinamico o nel meno classificabile ‘naturale’ (che spesso è ultrabiodinamico), non è un requisito di puro marketing; ma il vantaggio competitivo di questi vini sta nell’essere più amici della natura, di solito coltivati da persone (aziende) più attente al futuro e non solo in ansia di recuperare quote di mercato e fare cassa.
    Qui in Italia ancora in troppi non capiscono che il marketing deve tener conto delle opinioni della gente (non di quelle dei partiti!) e cavalcarle, anziché tentare di tacitarle. E le opinioni e la sensibilità della gente sono un po’ meno condizionabili dai gruppi di potere, e un po’ più dalla “conversazione” e dalla rete.
    “Organic” non è una parola è un mondo di contenuti reali: è tempo di capirlo.
    Per esempio, la regione in cui vivo, la Toscana, o il paese in cui risiedo, Montalcino, se avessero la lungimiranza di promuovere una conversione a bio dei vini e degli altri formidabili prodotti, farebbero una scelta che unita alla bellezza potrebbe dare vita a impennate di mercato significative.
    Ma ciò dovrebbe avvenire non con le parole della politica o degli amministratori (delle parole se ne ha abbastanza), ma dovrebbe essere una maturazione promossa e incoraggiata dalla politica e dagli amministratori, senza finalizzarla ad altro (vedi creazione di altre strutture)!
    Questi sono i pensieri che mi ha suscitato il tuo post, cara Andreacchio. Bella e utile segnalazione!

  2. Plaudo all’iniziativa che e’ certamente interessante, meritevole di menzione e al passo con i tempi. Quindi auguro con sincerita’ un grande successo.
    Dell’intervista mi ha colpito il passo sulla sostenibilita’ giudicata fondamentale. E’ un argomento che ritengo che si debba sempre trattare con la massima cautela per non esporre fianchi scoperti a strali di critica che spesso in queste occasioni non mancano.
    E mi riferisco ai prodotti in lattina ( immagino di alluminio) che non mi pare possano essere definiti ‘’eco-friendly’’, infatti mi son sempre posto le seguenti semplici domande:
    1) è sensato usare un prodotto che ha un’impronta ecologica pesantissima e il cui tempo di impiego è di pochi minuti?
    2) è sensato gettare una risorsa così “preziosa” nell’immondizia, senza curarsi del fatto che potrebbe avere più di una vita?
    3) è sensato usare un contenitore il cui costo supera probabilmente il costo del contenuto ?
    4) è sensato ingerire quotidianamente una bevanda condita di alluminio che contribuisce ad intossicare l’organissmo? (Non sto a spiegare come la CO2 contenuta nei prodotti frizzanti possa interagire intaccando le molecole dell’alluminio).

  3. Una precisazione: la legge consente l’utilizzo dei bag in box anche per le DOC. Naturalmente deve essere previsto dal disciplinare; per esempio, nel caso del Bardolino e del Custoza, abbiamo deciso da tempo di permettere l’utilizzo dei formati da due a tre litri. Con il senno di poi,avremmo potuto prevedere anche il litro e mezzo.

  4. ‘Organic’ si traduce organico mentre biologico si riferisce di solito al modo in cui un prodotto e’ coltivato. Organic food and wine e’ everywhere qui…

  5. Finora “organic” riferito a vino, agricoltura o alimentari é stato sempre tradotto “biologico”. Per gli addetti ai lavori “organico” si capisce cosa vuol dire ma rimane, secondo me, un buon anglismo. “Buono” perché ora che l’EU si é trovata d’accordo su una legge ( anche se molto “volemose bene”) ed un marchio comunitarii per il vino biologico, potrebbe scegliere anche una definizione comune: “organic” andrebbe bene come sostituto dei vari økologisk, ökologisk, biologisch, biologique, biologico. Questi ultimi tre poi confondono non poco le idee al consumatore che non sempre percepisce la differenza tra biologico e biodinamico.

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