Caro Masna, ma perché spacciare il sano ritorno alla tradizione nel Barolo come l’ennesima moda?

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Non vorrei proprio dare l’impressione, del tutto erronea di avercela con il Masna, al secolo Alessandro Masnaghetti, alias news letter bimestrale indipendente Enogea, visto che a distanza di un paio di mesi da un precedente post, torno ad esprimere un diverso parere rispetto a quanto ha scritto.

Ricevuto il numero 50 di Enogea e lettolo attentamente gli ho telefonato solo qualche giorno fa per complimentarmi per i suoi bellissimi box di ricordi (splendidi quelli su Tiziano Springhetti, Paolo Foradori, Dieter Rudolph, Herr Castel Schwanburg, Antonio Piccinardi, inseriti all’interno dell’ampio ed esaustivo servizio sui vini dell’Alto Adige) e confermo di essere un amico sincero e un sostenitore, anche se lui tifa Bilan, dell’ingegnere monzese.

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Però.. però confesso di essere rimasto colpito e leggermente turbato dal suo breve editoriale siglato A.M. che apre questa bella uscita, che per comodità riporto integralmente: “Un consiglio, Masna: mi hanno suggerito di visitare il produttore XY… farà Barolo interessanti per il mio gusto tradizionalissimo?” Ne ricevo parecchi di questi messaggi. Nulla di strano. Però più ne ricevo e più non capisco. Fino a quindici anni fa tutto doveva essere nuovo. Nuove le botti, nuovi i vitigni, nuove le zone. Adesso invece è la tradizione a menare le danze. Poi sarà il turno dei vini marziani, montani, vegani, tzigani o altro ancora. Ogni dieci anni si cambia e per i dieci anni successivi si beve e si commenta con il paraocchi. Ma dico io: e se per una volta provassimo a parlare semplicemente di vini buoni? Cosa ne dite? Sarà banale?”.

Questo il messaggio, un po’ apodittico, del Masna. Resto stupito, soprattutto perché da parte di una persona intelligente come il Masna non mi aspettavo che la salutare riscoperta del valore della tradizione, soprattutto in un vino come il Barolo, venisse presentata, surrettiziamente, cosa che assolutamente non è, come l’ennesima moda, quella in voga in questo momento.
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Se davvero è in atto, cosa che non mi sembra peraltro molto vera, leggendo ad esempio certe recenti uscite di Slow Food e Slow wine di cui ho parlato in questo articolo, una riscoperta dei valori della tradizione, e della verità, nel Barolo, dopo due decenni di eccessi, di stravolgimenti, di libere interpretazioni che spesso erano autentici tradimenti, io credo si debba parlarne in termini di riscoperta del buon senso, della misura, della vera identità di quel grande vino, non certo come di mode passeggere.

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E poi al caro amico Masnaghetti voglio ricordare che non tutti fortunatamente cedettero alla tentazione che “tutto doveva essere nuovo. Nuove le botti, nuovi i vitigni, nuove le zone”. Magari tra i produttori e tra noi cronisti del vino c’è stato chi non si è fatto convincere, illudere e travolgere da quelle mode illusorie, chi ha creduto che il Brunello dovesse essere prodotto solo con Sangiovese, ovviamente di Montalcino e non di altre zone, e non anche con vitigni bordolesi, che la barrique modificava sostanzialmente l’identità del Barolo, che le vinificazioni “sveltina” di cinque giorni proposte da uno dei guru dei cosiddetti Barolo boys erano solo eno-bischerate, che piantare Merlot e Cabernet in ogni dove era un pensata senza senso, che trasformare la Sicilia in una sorta di California italiana era stolto.
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Posso accettare che a dimenticare queste solari evidenze possa essere uno dei giovani parvenu, magari tramite blog, dell’informazione sul vino. Mi sembra assurdo che di queste amnesie e di uno stravolgimento del concetto di tradizione si renda responsabile una persona seria ed esperta ed un commentatore di lungo corso e dai capelli bianchi come il Masna…

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13 pensieri su “Caro Masna, ma perché spacciare il sano ritorno alla tradizione nel Barolo come l’ennesima moda?

  1. Boh….francamente non capisco molto il senso del commento. Tra l’altro, mi pare che proprio il Masna comprenda e valuti positivamente proprio nebbioli moderni (in gioventu’ sommersi dal rovere) e riesce ad intravedere margini di miglioramento, cosa che a me riesce sempre piu’ difficile. Ad Esempio …Oberto,oppure Voerzio…e via discorrendo………

  2. Caro Franco inserisco anche qui il mio commento, visto che sono stato richiamato in causa:

    Caro Franco, ti rispondo solo oggi perché sono tornato ora dalle veloci vacanze. Il tuo tornare a posteriori, dopo un bel po’ di tempo su un pezzo scritto tempo fa, mi fa un po’ strano ma sono comunque felice di puntualizzare alcune cose sul tuo blog.
    1) Quanto scritto nel pezzo che tu citi è una mia teoria e non pretende di essere la verità. Una teoria nata degustando ogni anno migliaia di vini alla cieca con un nutrito gruppo di colleghi. Ebbene ci è parso di trovare che al contrario di quanto affermano molti modernisti i Barolo della nuova generazione, quelli affinati in barrique, da giovani tendano ad essere più complicati e meno beverini dei campioni dei tradizionalisti. Mentre se senti Altare & Co il loro obiettivo era esattamente l’opposto fare Barolo che fin da giovani fossero consumabili. Sempre dopo numerose degustazioni alla cieca ho notato come con il passare degli anni (oltre i 10/15) numerosi (non tutti beninteso) Barolo modernisti affrontino il tempo con bravura forse inaspettata, tanto da battere (non sempre, naturalmente) in freschezza e integrità taluni tradizionalisti. Mi pare sia ora di iniziare in modo sistematico e puntuale a degustare alla cieca 100 vini del 1989, 100 del 1993, 100 del 1994, del 1995 e così via fino al 1999 per capire veramente dove si sta andando. Solo così, con prove numerose e rigorose possiamo alla fine esprimere un parere, senza dividerci tra guelfi e ghibellini.
    2) ho detto che il Barolo non è ancora al livello di Bordeaux e di Borgogna come fama e prezzi? Ebbene si e sono pronto a ripeterlo senza paura di essere smentito. Noi continuamo a pensare al Barolo re dei vini e vino dei re, ma non è ancora proprio così. I più grandi collezionisti del mondo e i ristoranti stellati in giro per il pianeta comprano o hanno comprato fino a pochi anni fa in gran parte Francia. E tu caro Franco che scrivi anche per importanti riviste in lingua inglese ben dovresti sapere che fino a pochi anni fa il Barolo non era ancora avvicinato alle due denominazioni che ho nominato. Altrimenti non si potrebbe capire come il prezzo medio delle grandi bottiglie di Bordeaux e della Borgogna sia superiore a quello delle nostre. Mi pareva anzi di aver scritto una cosa piuttosto scontata.
    3) Il documentario di Tiziano e Paolo ritengo sarà molto bello e sarà fatto in totale libertà e indipendenza, non vedere qualche presunto ispiratore dietro la loro mano.
    4) Come Slow Wine non possiamo certo essere attaccati perché troppo vicini ai modernisti, risultati alla mano i nomi che hai citato tu (quelli dei tradizionalisti) hanno raccolto riconoscimenti strepitosi.
    5) Io non ho vissuto la stagione della grande contrapposizione perché come fai notare tu più volte sono un giovinastro, ma a distanza di anni vorrei guardare la cronaca (perché non possiamo ancora chiamarla storia, almeno così ci ricorderebbero gli storiografi) con una certa asetticità e con poca animosità. I modernisti, come tutti i rivoluzionari hanno fatto molti errori e probabilmente non hanno prodotto i migliori Barolo o Barbaresco di sempre come era nei loro piani, ma hanno meriti importanti, quello ad esempio di aver puntato molto anche sul discorso agricolo e su rese più basse (lascia stare le estremizzazioni) e di aver spinto i giovani figli loro e dei tradizionalisti a studiare e a girare il mondo.
    6) Chiudo con un appunto che farà gridare allo scandalo, ma penso che sia giusto ripeterlo anche in questa sede (lo dissi alla presentazione di Barolo Boys a Cheese). Sono convinto, proprio parlando dei figli dei tradizionalisti che il fatto che abbiano preso loro in mano le cantine dei padri li sta portando a produrre dei vini in alcuni casi più buoni dei loro genitori. Un esempio su tutti quello di Roberto Conterno, ma probabilmente anche una come Maria Teresa Mascarello sta superando il padre.
    Ultima cosa non sono langhetto, ma della pianura cuneese. Ciao
    Giancarlo

  3. Ill.mo Franco siamo alle solite,(comiche) concordo il post senza se e senza ma.Ho appena dato una sbirciata alla bibenda 2014 vini hanno premiato di tutto e di più! Il rinoceronte è sempre presente! Alla prossima….

    • ancora una volta non sono d’accordo con questo commentatore. I vini fatti da Roberto Conterno sono molto buoni, super, ma non mi emozionano come quelli che faceva suo padre Giovanni. Quanto a Mascarello, Bartolo, che mi ha onorato della sua stima e amicizia, faceva vini stupendi, autentici, ma Maria Teresa ha portato una pulizia, una precisione che credo abbia ulteriormente migliorato la grandissima qualità dei vini paterni

      • Questo perchè lei vive di ricordi, il famoso “si stava meglio quando si stava peggio”.
        Il Padre di Roberto faceva grandissimi vini, ma Roberto ha portato, lui si, una pulizia e una precisione che prima non erano così “intense” (lungi da me il voler criticare i “vecchi” Monfortino, vini che stanno nell’olimpo enologico mondiale)
        Mariateresa nelle ultime annate ha fatto perdere in personalità il barolo che esce dalle sue cantine, pulito, didattico se si vuole, ma a me sembra che abbia perso l’anima.

        • la sua arroganza e presunzione emerge sempre. I vini li capisce solo lei, gli altri, me compreso, non capiscono un tubo e sono dei fessi…
          Ma va a scuà el mar Zakk!

          • Quindi esprimere un’opinione diversa dala sua significa essere arroganti e presuntuosi?

          • adorabile Silvana, rivolgersi alle zucche vuote, ad emeriti provocatori di professione, a bastian contrari per default é tempo perso…

  4. Franco Ziliani, perché invece di accapigliarti con questo signore non ti concentri e spargi il tuo messaggio?!; in fondo avete pareri con sfumature diverse: lui non ti ha mica scritto che l’unico che ne capisce di vino è Oscar Farinetti – allora potrei capire che tu ti accapigliassi, ma così …
    Invece c’è bisogno che si faccia cultura (scusate la parolaccia) intorno ai grandi vini, che rischiano di essere trattati come opportunità per fare soldi (e basta). Suvvia concentrati e rispiega e – come dicevamo al Teatro Principe, “insistisci”!

    • Grazie per il signore.
      E pensare che in linea di massima sul nebbiolo ho gusti molto sovrapponibili a quelli di Ziliani.
      Farinetti capisce di business, di vino non so. Mi domando sempre se beva i vini di Fontanafredda prima di metterli in commercio. Spero di no.
      Cultura del vino? Ma se abbiamo ancora bisogno di guide, soloni, esperti, sommelier, premi e contro premi…. Dove vogliamo andare?

  5. … E a proposito di cultura e vino (e a proposito di Farinetti), chi avesse acquistato il corrierone oggi – l’ho giusto visto un momento fa – può leggersi le dichiarazioni della “vignaiola” Nannini (cantante che trovo fantastica) e di O. F. a proposito si vini liberi, solforosa, vendemmie (lui ne ha fatte sei), vinificazioni separate di due sangiovesi (uno del 2007 e l’altro del 2011: e vorrei proprio capire come avrebbero essere contemporanee!), “noi che la terra ce l’abbiamo dentro”, e altre amenità. Poi leggo che il corriere della sera perde nella diffusione … Vabbè vendere, vabbè promuoversi, ma almeno essere un po’ innovativi nella self promotion!

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