Denominazioni d’origine: inventate, cancellate, immaginate. Dribbling nel caos delle denominazioni vinose italiche

winepyramid

Uno strepitoso Sabato del villaggio di Stefano Caffarri

Da semplice lettore, prima ancora di diventare un (fortunato) collaboratore del magnifico portale enogastronomico Il Cucchiaio d’argento, sono sempre stato un convinto sostenitore di Stefano Caffarri. A tal punto che credo di essere stato forse il primo, ai tempi del mitico Wine Report, a pubblicare le sue esordienti prove d’autore, ad esempio questa.

Cos’ha fatto di speciale Caffarri? E’ semplicemente riuscito nella difficile impresa di riuscire, forse il primo dopo Veronelli, ad inventarsi uno stile personale, un modo di parlare di cibo e di vino con accenti originali, una lingua ed un taglio diverso da qualsiasi altro.

Tra i tantissimi pezzi che pubblica, coordinandolo ed essendone il deus ex machina, sul Cucchiaio io trovo che la rubrica del sabato denominata appunto Il sabato del villaggio, sottotitolo (mio) divagazioni patafisiche su food & wine & dintorni, sia una delle cose migliori che firma. Lo fa usando la chiave dell’ironia, della parodia, dell’improvvisazione scherzosa ed i risultati sono sempre (e lo dico con la fantozziana devozione del sottoposto nei confronti del “capo”…), godibilissimi.

Sabato 12 al Caffa è riuscito un colpo da maestro: riuscire a sintetizzare in un bozzetto dalla lunare stravaganza tutta l’assurdità del sistema delle denominazioni vinose italiche. Spesso scherzando si dicono le cose più serie e così scherzando, con quel suo modo inimitabile, ha detto con serietà e credibilità che quello delle denominazioni, Doc, Docg, Igt e Igp, VSQ e VSQPD, è un ginepraio nel quale è difficile muoversi senza invischiarsi.
Ho così pensato di chiedergli di regalare anche ai lettori di questo blog il piacere di leggere il suo articolo – che potete trovare qui in originale – e grazie alla disponibilità sua e dell’editore, serio, che sostiene l’esperienza del Cucchiaio, l’Editoriale Domus, eccovi questo virtuosismo d’autore. Leggete e ditemi se non ha ragione Caffarri…

Il Sabato del villaggio. Denominazione d’origine cancellata

“In effetti ogni volta che mi trovo davanti un’etichetta con una di queste sigle puntate ricevo una botta di illuminazione quasi stordente: cerco gli occhiali scuri – quelli del sintomatico mistero – per difendermi dalla troppa trasparenza. Infatti, in un recente sondaggio ho scoperto che il 100% degli intervistati capisce al volo la differenza profonda tra un vino IGP e uno IGT, tra un DOC e un DOCG. Se poi ci si mette di mezzo il DOP la sapienza è infusa. Infatti alla domanda “Preferisce un VSQ o un VSQPD in abbinamento alla sua fettina al rosmarino?” il 100% degli intervistati ha risposto “Quanto costa?”.

Doc-Igt

Acclarato che lo sport preferito dei tutori della tutela dei consumatori è chiarire loro le idee, abbiamo messo al lavoro la redazione del Cucchiaio e proponiamo un tavolo di discussione per l’adozione di nuove denominazioni che migliorino ulteriormente la chiarezza delle etichette dei vini italiani venduti in Italia.

DOI – Denominazione d’Origine Inventata. E’ quando il legislatore si mette lì e inventa una cosa che non esiste in natura, nè in questo universo nè in quelli paralleli, tipo Colli di SperlonGa e Buffalmacco.

DOA – Devastazione d’Origine Assicurata. Quando il legislatore, di fronte ad una denominazione certa e corrispondente ad un certo territorio, per esempio “Lambrusco”, ne vieta l’adozione con motivazioni capziose. “non può contenere vino ottenuto da uve pigiate mentre il cantiniere suonava i Rolling Stones alla radio”.

ZIP – Zona Impossibilitata alla Produzione. Quando il legislatore dice che in quel posto lì quell’uva non può vivere e quindi non si può vinificare, anche se il nonno ne aveva 400 piante ereditate dal bisnonno che ne aveva 250 piante ereditate dallo zio acquisito eccetera.

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VFcU – Visto che la dicitura “vini naturali” pare essere stata abolita, il legislatore suggerisce questa sigla per distinguere quella particolare categoria enologica: Vini Fatti con Uva

CAMDTQCA – Questa complessa sigla aiuterà il consumatore a comprendere i delicati equilibri e le esigenze produttive delle realtà minori, stritolate dal mercato e dalle immobilizzazioni finanziarie: un vino Ci Abbiamo Messo Dentro Tutto Quello Che Avevamo è un chiaro messaggio di trasparenza e di inequivoca qualità
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Il gruppo è ancora al lavoro, ma se all’arguto lettore dovessero venire delle idee siamo qui apposta per farci latori della presente”.

Stefano Caffarri

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9 pensieri su “Denominazioni d’origine: inventate, cancellate, immaginate. Dribbling nel caos delle denominazioni vinose italiche

  1. “Vini Naturali” non è una denominazione è solo un modo di pensare e di intendere la vita e il vino. Mi pare che tu condivida questa idea, ma mi sembra che consorzi, associazioni e istituzioni non l’abbiano capito.
    Sulle denominazioni non si può non essere d’accordo con questo post: e un po’ d’ironia al settore non può che giovare.
    I vini naturali invece sono nell’iperspazio mentale di un target autoreggente che ha proseliti nei cosiddetti trend setters. Che alle doc &c attribuisce meno importanza di quella avvertita (giustamente) dal trade.

    • Caro Ziliani, mi domando come mai il mio commento all’intervento di Silvana sia stato cassato. In maniera molto urbana mi chiedevo cosa mai potesse significare, in italiano corrente “I vini naturali invece sono nell’iperspazio mentale di un target autoreggente che ha proseliti nei cosiddetti trend setters. Che alle doc &c attribuisce meno importanza di quella avvertita (giustamente) dal trade.”
      Associando l’aggettivo “autoreggente” ad immagini ben più amene del “target” di certi trend (spazio, mi raccomando) setters(s finale, mi raccomando), ho delle difficoltà. Vuole illuminarmi Lei?

      • non ho cassato un bel niente: il commento cui fa riferimento non mi é mai arrivato, altrimenti visto che era corretto non l’avrei mai eliminato. Ad ogni modo ora questo suo commento é on line

  2. La categoria vini naturali comprenderebbe l’1 per cento dei vini esistenti sul mercato, forse…E costringerebbe qualche consumatore ad un percorso verso la consapevolezza che gli altri vini sono il frutto di pratiche di laboratorio chimico e farmaceutico e tecniche di vinificazione che con un alimento naturale e digeribile avrebbero poco da condividere.

  3. Rileggevo la parodia del tuo amico Caffarri, simpatica e divertente, ma poi mi sono venute in mente le decine di miliardi (mi pare di aver letto da qualche parte, sessanta) di euro di fatturato che noi perdiamo con l’italian sounding – modo gentile e un po’ equivoco per definire dei naming che truffano i consumatori di solito stranieri del(lo pseudo) made in Italy -.
    Mi domando perché ‘sti burocrati, invece di ingarbugliare le denominazioni non si mettano a fare la guerra ai numerosissimi prodotti finti, che occupano spazio rilevante sui mercati, rubandolo ai nostri che essi squallidamente imitano. Una bella indagine sistematica porterebbe a risultati sorprendenti.

    • nulla sacciu…
      Ma gli organizzatori di questa e altre iniziative pensano bene che dare comunicazione a me di quanto fanno non sia utile. E io francamente sono indifferente

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