Franco Biondi Santi, che quest’anno non vendemmia

Good news da Montalcino by Silvana Biasutti

Mi capita spesso di pensare  - stando qui a Montalcino – che quando si è dentro alle cose (alle situazioni, i luoghi, alle attività), si finisce per non percepirle più, cessa lo stupore e tutto si appiattisce. Questo, tornavo a pensare qualche giorno fa, correndo a portare caffè caldo e panini – in una giornata spazzata dal vento e continuamente minacciata dalla pioggia (che però non è poi caduta) – alla figlia che stava in vigna, con i suoi vendemmiatori.
Dato che non sono mai stata sospettata di mammismo, posso dire che ne condivido appieno l’ansia, il senso di misurarsi con la natura, le nuvole che lambiscono le colline; le difficoltà, anche aumentate dal tempo incerto e minaccioso, per organizzare bene e controllare che tutto si svolga nel modo dovuto. Perché non basta cogliere l’uva, e questo, quando si tratta di una vendemmia da cui nasce il Brunello di Montalcino, fa la differenza, con una vendemmia immaginata quando si sta in città.

Mi stupisco sempre che la vendemmia, nei tempi odierni, non venga mai raccontata, se non in modo  un po’ retorico da quelli che stanno nei luoghi e dovrebbero saperla, conoscerla intimamente, anche se non fanno gli agricoltori. E pensare invece che questo sarebbe proprio il momento perfetto per sensibilizzare i giornalisti, e fargliela poi raccontare ai lettori nei suoi aspetti ‘epici’; contribuirebbe a far capire perché il vino non è un prodotto qualsiasi (non lo sarà mai), ma anche perché un filare di vigna sembra che dia più senso alla vita e fa smaniare un sacco di gente.

Ero immersa in questi pensieri, e guardavo di qua e di là, guidando sulla bella strada che scivola tra Montalcino e Castelnuovo dell’Abate; sono così passata accanto alle vigne del Greppo di Biondi Santi e ho visto gli uomini che iniziavano a disporre le cassette tra i filari, sotto il cielo in cui correvano grosse nuvole.

Ogni tanto penso a Franco Biondi Santi. Ieri era in fondo al viale, tra i cipressi alti che bordano la strada che porta al Greppo, appoggiato al bastone – ma era più che altro un vezzo – semigirato a guardare le vigne, con un mezzo sorriso che gli illuminava gli occhi chiari.

Ma io stavo correndo, e anche se ero in auto, ero piuttosto affannata: non l’ho visto, ho solo capito che c’era. Difatti, anche se non segue di persona la vendemmia, uno come lui di certo non può fare a meno di esserci; e in un certo senso, l’aveva promesso.

L’ho anche sentito implicitamente affermarlo, una sera, mentre calava il buio, un po’ di anni fa; stava con Luigi Albertini – allora suo vicino di casa, ai Greppini – erano accanto a uno scasso e parlavano pacatamente (due signori), ma si capiva che Luigi era arrabbiato, pur contenendosi. Poi ho capito, avvicinandomi, che la ragione per cui l’Albertini era irritato (con Franco) stava nella nuova vigna della tenuta Biondi Santi, che veniva a lambire il confine di Albertini, indisponendolo assai.

Li ho salutati, mentre si capiva che la discussione tra loro due si stava stemperando in convenevoli. Io conoscevo Franco e gli avevo anche dato una mano ai tempi in cui (credo la Regione) voleva costruire una discarica a ridosso dei vigneti del Brunello; io lavoravo con Berlusconi e avevo (a quel tempo) un sacco di conoscenze nel mondo politico.

Albertini, anche se – per via di Torre in Pietra – aveva a che fare con il mondo agricolo, era soprattutto legato ai ricordi del nonno (fondatore del Corriere) e alla propria discendenza da Lev Tolstoi; per me era un’amicizia legata all’editoria di giornali, ritrovata a Montalcino.

I due appartenevano a mondi diversi e lontani – allora si usava ancora destra e sinistra – ma si piacevano un sacco, e in quel momento di commiato, Biondi Santi stava dicendo a Luigi Albertini “vedrà che meraviglia di vino verrà da questa vigna! Me lo saprà dire tra una quindicina d’anni…”.

Più tardi in quella stessa sera, cenando, Luigi Albertini, commentava con stupore, calcolando le diverse loro età (Franco era più vecchio di lui di una decina d’anni, quasi), che il suo vicino costruiva vigne pensando o forse pretendendo di essere eterno.

Silvana Biasutti

BiondiSantiSilvana

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10 pensieri su “Franco Biondi Santi, che quest’anno non vendemmia

  1. La percezione della vigna e della vendemmia, cara Silvana non è di facile comprensione in chi arriva e sgomita, in chi arriva e calcola il numero delle bottiglie ne escono moltiplicate per il prezzo di vendita.
    In chi arriva e piglia l’enologo di grido, i legni più speziati, le viti più francesi, non lesina cene, inviti, abboccamenti con la stampa e propaganda del settore che diciamolo pure, è molto volubile e modaiola.
    Franco Biondi Santi pensava alla qualità del vino che sarebbe uscito quindici anni dopo dallo scasso della futura vigna a cui stava assistendo.
    Il tempo è l’essenza del vino, la percezione di star modellando un modo di essere legato alla lentezza della campagna per donarla a chi ci sarà dopo meglio di come si è trovata.
    Quanti banditi hanno battuto il muso con i supertuscan, la vignetta, il casale, i soldini facili e riproducibili alla svelta con le barrique e l’enologo giusto.
    La campagna non è un pranzo di gala e se non sei lento e non capisci, ti sega le gambe.
    E’ stata un’annata difficile e di gravi, dolorose perdite. Ognuna delle quali legate a filo doppio al mondo del vino e colgo l’occasione di questo post dedicato al grande Franco Biondi Santi per metterci insieme la mite pacatezza di Bruno Bini di Montevertine, l’umanità di Fioravante Cappelli, la gioia e l’altezza di Simone Morosi e il dolce, tenero sguardo di Federica Coradduzza, responsabile nazionale di “Calici di Stelle” per Città del Vino.
    Brutta annata la 2013….. non solo per le pioggie, la botrite, le scarse maturazioni, i problemi di allegagione primaverile.

    • Quelli dal soldino facile, come li chiami tu, se ne sono andati alcune stagioni fa. Ora c’è altro; tra l’altro e tra gli altri – caro Andrea – anche una come me che FBS l’ha conosciuto e non come amico, ma come accade tra persone che si stimano reciprocamente; e una come me osa ricordare Franco Biondi Santi, con commozione, ma anche con allegria: perché ha lasciato messaggi e insegnamenti. Non solo a me, ovviamente, ma a molti come me, che hanno conosciuto questa terra e che ci lavorano, magari con obiettivi che non sempre e non da tutti sono capiti. E comunque non con l’obiettivo di fare soldi (ma certo, di camparci!). Io – ma potrei dire “noi”, perché siamo parecchi, i soldi qui li abbiamo, piuttosto, spesi.
      Ciò detto, sì, è stato un anno duro, come parecchi lo sono stati, recentemente, e altri lo saranno; e sia detto senza inutili acredini, perché davvero non aiutano …
      Potrei firmarmi come mi chiamavano qui – “la strulla di Milano” – e anche se sono strulla, il nomignolo la dice lunga sul futuro dei luoghi.

    • Vendemmiato? Ricordo la prima vendemmia nel monferrato, ma ero giovane, davvero altri tempi (e altre vendemmie); poi qui, a Fonterenza, nella piccola vigna sotto il podere – ero sempre piuttosto giovane, con il mio primogenito piccino – con Rosa, Armando e il Pulcino (Vittorio Giannetti): loro tre vecchietti che smadonnavano, avanzando lesti, io invece ero “una di città” (una strulla, come dicono da queste parti), però coglievo, certo non da professionista.
      Agricoltori veri – tanto da lasciarmi secca – sono invece le mie figlie e alle loro prime vendemmie ho partecipato eccome (sono stata anche quella incaricata di passare i grappoli per una cernita fine …) Però in vigna giro senza passaporto.

  2. Odio con il profondo del cuore chi giudica una bottiglia partendo dall’annata, attribuendo aggettivi come non buona, o peggio ancora, cattiva.
    L’annata può essere semmai, non semplice da gestire, ma la fatica é nostra, anzi, semmai ne versiamo di più che nelle annate eccellenti!
    Qui si fanno vini superbi in quasi tutte le vendemmie, merito di Montalcino, merito nostro. Chi dice il contrario, riconosca in bocca il retrogusto dell’invidia.
    E di bene a Montalcino, forestieri o no, “li se ne vole parecchio”, merito anche del grande “Dottore”, come si chiamava qui!

    • Sì, grazie per aver(me)lo ricordato … “il Dottore” …, che era anche un gran signore (e pure un signore seducente). Una presenza benevolente come poche altre!

      • ho avuto il privilegio di conoscerlo, di frequentarlo, di godere (immeritatamente) della sua stima e considerazione. E’ stata una delle persone più “belle” e pure che abbia conosciuto. Un gran signore, una persona di classe, un produttore illuminato. Montalcino e tutti gli ilcinesi dovrebbero fargli un monumento.
        Sono orgoglioso di aver pubblicato oggi lo splendido ricordo di Silvana Biasutti

        • Sono in tanti quelli che potrebbero scrivere un ricordo significativo di FBS, e tantissimi quelli che molto semplicemente lo ricordano con rispetto. I luoghi sono fatti i persone e anche i vini grandi. Del resto per terroir si intende proprio questo: e forse dentro questo concetto (che non sembra poi così scontato) sta la spiegazione della passione che suscita “fare il vino” o “avere la vigna” nella gente.

          • tu hai trovato le parole ed il tono giusto cara Silvana. E per questo sono orgoglioso di aver pubblicato oggi il tuo delicato dolcissimo ricordo di quel grande uomo che ci manca. Insostituibile

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