C’era una volta in Italia: le guide che ti portavano fuori strada e prendevano cantonate…

canisciunoefesso

Ma qualcuno, anche in quegli anni, quelle assurdità le faceva notare, eccome…

Divertente che un blog collettivo, che si fatto notare per essere, come dire, l’organo ufficiale, un po’ talebano, del complesso e variegato movimento dei “vini naturali”, a firma di uno dei suoi collaboratori più ragionevoli, forse per il semplice fatto che vive e lavora in Piemonte vendendo vino on line, abbia pubblicato nei giorni scorsi un post che avrebbe potuto apparire su questo blog. O meglio, che riprende un tipo di analisi, di critica e di valutazione che questo blog, quello che l’ha preceduto e Wine Report, hanno tenacemente proposto con una tenacia da Don Chisciotte. O da franchi tiratori…

Mi va benissimo e mi compiaccio con l’autore di quel post, che a furia di bere Nebbiolo sta sensibilmente migliorando, per avere ripubblicato e sottoposto al pubblico ludibrio, perché grida vendetta ancora oggi, l’elenco dei 3 bicchieri Piemonte del 1999 decisi, d’amore e d’accorgo, collegialmente, con perfetta complicità, dal tandem Slow Food-Gambero Rosso. Un elenco le cui “logiche” appaiono ancora più chiare oggi, come evidenziano un certo clima, determinate sinergie, contiguità, volute miopie e “acutezze” di vedute, con determinate presenze, alcune ineffabili, e altre clamorose, e vergognose, assenze.

Sarebbe ingiusto chiedere all’autore di quel post, “ma tu cosa facevi all’epoca e cosa dicevi e come hai reagito?”, perché quel blogger, e larghissima parte dei collaboratori di quel blog e di molti altri che animano la scena della wine blogosfera italica, all’epoca si occupavano di altro. Nel senso che magari andavano ancora a scuola, studiavano, o nessuno avrebbe mai detto che un domani si sarebbero proposti come “esperti di vino”.

Non è colpa di quel blogger pertanto se all’epoca non ha avuto modo di alzare la mano e scrivere quello che annota acutamente oggi, ovvero che “1) il profilo ‘ossidativo’ dei tradizionalisti non era male in assoluto e a parte qualche eccezione i vini non erano eternamente inavvicinabili; 2) non era vero che i vini dei modernisti, fatti con protocollo borgognone e figli di degustazioni carbonare di vini essenzialmente borgognoni, somigliassero minimamente ai Borgogna (qui nacque il ‘legno fresco/professionale/dolce/da riassorbire/nobile’); 3) fu chiaro a un certo punto che erano proprio questi vini modernisti a non venire pronti mai: anche se erano nati proprio per essere approcciati quasi subito. Invece da giovani erano imbevibili”.

Oddio, pronunciarle oggi, queste solari evidenze, non è impegnativo, non richiede coraggio, non comporta ritorsioni e rischi, è lapalissiano, anche se una certa scuola vorrebbe spacciare i modernisti del Barolo come dei benefattori, non come persone che il Barolo rischiarono davvero di ucciderlo.

Non vorrei però che quel blogger e soprattutto quel blog, che quanto a disinvoltura è maestro, pensassero di presentarsi loro, che al racconto del vino e ai vini importanti come i Nebbiolo di Langa e sono arrivati da pochi anni, e che magari li stanno ancora studiando e prendendo loro le misure, come quelli in grado di raccontare, a posteriori, la verità su certi “sfondoni”, chiamiamoli così, presi dalle varie guide negli anni Novanta e decennio successivo. Errori per i quali quelle guide, ed i loro responsabili dovrebbero fare pubblica ammenda. E poi starsene zitti.

Perché, a dire le cose come stanno, anche se capisco bene che l’autore di quel post, per di più su quel blog, non lo poteva riconoscere e soprattutto scrivere, quando le guide guidavano fuori strada e prendevano solenni cantonate, ovviamente per pura incapacità di valutazione, non tutti tacevano e accettavano ma c’era chi lo faceva notare e lo scriveva a chiare lettere. E anche se poteva contare non su corazzate dell’informazione ma un semplice sito Internet e poi su un blog, non si nascondeva dietro un dito e faceva nomi, cognomi e circostanze precise.

Ad uso e consumo di quel blogger e di quel blog e soprattutto dei lettori di Vino al vino, che la mia battaglia a difesa della vera identità dei Nebbiolo di Langa conoscono bene, suggerisco pertanto la lettura di questi articoli, vecchi ma sempre attuali:
il Barbaresco della Spinetta;
niente tagli nel Barbaresco;
produttori di Barolo che non venivano premiati se non accettavano di sostenere economicamente determinati progetti;
Stampa di regime;
il Barolo dei modernisti.

E poi ancora, nella mia prima esperienza come blogger:
frammenti di una discussione sul Barolo;
dei vini di Domenico Clerico;
il Consorzio e la tipicità come concetto evolutivo;
i vini di Gaja in conto deposito;
un’intervista ad una rivista albese.

Tanto per la precisione. Per completezza e correttezza dell’informazione…

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog
http://www.lemillebolleblog.it/

2 pensieri su “C’era una volta in Italia: le guide che ti portavano fuori strada e prendevano cantonate…

  1. Nel blog a cui si fa riferimento mi è venuto spontaneo ricordare l ‘aneddoto di una visita nel 2000 o 1999 ad un produttore di vino che definí “ormai fuori moda” il tal Bartolo Mascarello la cui cantina avevamo visitato un’ora prima con amici. Leggendo gli articoli richiamati sopra mi viene alla mente che…dell’unica esperienza e poi mai piú della partecipazione alla degustazione dei vini tribicchierati al Lingotto del 2003, nella bolgia infernale dell’evento ricordo ancora bene che avevo avuto la curiositá di assaggiare il tanto decantato Barbaresco della Spinetta, fitto e scuro nel bicchiere e lo affiancai al bicchiere di un mio amico che teneva del Giacosa. Fu facile esclamare : ” Ma…..!” E’ simpatico ricordare quegli anni di fol..klore enologico, ma c’era davvero tanta gente travolta dal flusso modaiolo imposto.

    • ma quella gente degustava con il proprio naso e palato, aveva un proprio gusto, o si lasciava turlupinare e prendere per il… da quei furbetti?
      E siamo proprio sicuro che quei furbetti sbagliassero sempre in buona fede? Io ho qualche dubbio

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