E’ ancora una potente cupola a reggere le fila del mondo del vino italiano

Cosanostra

Un enologo (anonimo per cautela) denuncia e racconta

Un carissimo collega, che è stato un autentico maestro per me, Germano Pellizzoni, scomparso ormai otto anni fa, per anni grande direttore del mensile A tavola, amava parlare spesso del mondo del cibo e del vino italiano come di una grande cupola, dove concorrevano gli interessi comuni, spesso inconfessabili, di ristoratori, produttori di vino, guide, giornalisti (lui li chiamava giornalosti), rappresentanti, sommelier, distributori. Persone che facevano tutto tranne che pensare e compiacere l’unico soggetto che giustificava e giustifica la loro esistenza, quel Pantalone che paga sempre (finché non si stanca) che è il consumatore.

Germano non fece in tempo a leggere il celeberrimo libro di Stella e Rizzo, La casta, ma aveva già lucidamente colto che quanto di marcio esiste in politica sussiste anche nel mondo apparentemente dorato di fornelli e cantine.

Passano gli anni, ma basta vedere gli elenchi dei vini premiati da qualche guida, in particolare due prodotte a Roma, e non mi riferisco a quella dell’Espresso, per vedere come ancora una certa corrispondenza di poco amorosi sensi tra guidaioli e pseudo esperti di vino, produttori di vino e la potente corporazione degli enologi, con tanti vini prodotti con la consulenza di alcuni “mammasantissima” continuamente e spudoratamente premiati anche se sono tutt’altro che grandi.

Enologi, pardon, winemaker, il cui ruolo non è più tanto squisitamente tecnico, ma che vengono ingaggiati con una lucida operazione di marketing, perché avere come consulente uno di codesti “signori”, porta ancora ad avere un occhio di riguardo da certe guide e certa stampa e, si dice, aiuti, cosa molto importante con questi chiari di luna, a vendere. Perché nel mondo ancora determinati importatori di vini italiani privilegiano il vino pluribicchierato o pentagrappolato o pluristellato. Anche se spesso costa di più e vale meno.

Aborrendo da sempre questa eno-mafia di piccolo cabotaggio popolata da mini Riina che si credono dei padreterni e sono invece solo dei cialtroni, o al massimo dei Gambadilegno, ho letto e giudicato con grande favore questo sfogo che mi è stato inviato via mail da un enologo serio che non sentivo e non incontravo da anni, di cui ho apprezzato in passato l’operato coscienzioso tradottosi in una serie di vini, molto originali, personali, e soprattutto veri e buoni prodotti in zone diverse d’Italia da vitigni dimenticati.

Gli ho chiesto pertanto di poterlo pubblicare su Vino al vino, perché diventi spunto di riflessione per i lettori di questo blog. Lo pubblico pertanto oggi con una doverosa cautela, omettere il nome dell’enologo, perché in questa situazione fosca e abbastanza sozza le eno-lupare e le ritorsioni sono all’ordine del giorno e non vorrei danneggiare l’amico, lo ripeto, una persona perbene, non un quaraquaquà, che si è sfogato raccontandoci la propria amarezza.Buona lettura

Caro Franco, spero tu abbia ancora ricordo di me e delle serate trascorse insieme nella degustazione di vini che spesso ti sono piaciuti e di cui hai scritto. Sono ancora nella tua mailing-list il che mi permette di seguire costantemente l’opera di divulgazione del tuo prezioso pensiero, un’onda spesso controcorrente che disturba qualcuno, ma che lascia a molti più di un pensiero su cui meditare.

Per me lo spunto, alla lontana ma non troppo, è giunto leggendo del “caso Bressan”. Conosco il mondo del vino da quasi quarant’anni e sin da quando ho deciso di farne parte ho sempre dovuto confrontarmi con due filoni di appartenenza.

Il primo filone è il più sostanzioso ma il meno conosciuto. Vi partecipano vari personaggi appartenenti a ruoli diversi, produttori, agronomi, enologi e divulgatori. In questo microcosmo si lavora duramente per cercare di ottenere i migliori risultati, piegando la schiena nei campi o nelle cantine fino a tarda ora nella notte, o, come me, passando giornate al computer per cercare nuove soluzioni ai problemi dei produttori, e poi nei laboratori, nelle vigne e nelle cantine, girovagando come uno zingaro per 120 mila chilometri ogni anno. Spesso non resta tempo per congressi e salotti e nemmeno l’energia per mettersi a vendere del fumo. Con qualche variante questo spirito e questa fatica accomuna tutti quelli che partecipano a questo “girone”.

Il secondo filone è una vera fiera del fumo ma è anche la sede del potere, delle lobbies. Vi partecipano anche qui qualche produttore più o meno giustamente blasonato, grandi gruppi di comunicazione con il loro bilancio da media industria e pochi enologi, le grandi firme che sempre si ripetono nel panorama nazionale ed internazionale, come se fossero gli unici in grado, contro lautissimi e per me immeritati compensi, di creare prelibatezze enoiche. Ovviamente la mia sensibilità mirata si rivolta contro questi ultimi ma il discorso si estende anche verso gli altri componenti di questa alta casta: produttori e giornalisti al servizio.

Questa casta detiene il potere in modo indiscusso e protegge i suoi componenti. Se ne fai parte hai successo e si affermano anche le tue azioni, i tuoi prodotti, altrimenti rimani castigato nel primo girone indipendentemente dal valore oggettivo che riesci a produrre. Potrebbe essere il semplice effetto della selezione naturale dove il più debole soccombe al più forte se le regole del gioco fossero chiare ed oneste, ma così non è: potere e denaro si muovono secondo comportamenti non lineari, “pragmatici” e a dir poco non molto etici.
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Il consumatore o l’osservatore distratto non è interessato a queste distinzioni di classi: un bicchiere da mettere sotto il naso lo trova sempre, spesso con la persuasione di avere a disposizione la migliore gamma di possibilità di scelta possibile.

Chi ama, con diverso ruolo, il mondo del vino invece sa che le cose non stanno così. In realtà si producono moltissimi vini eccellenti in grado di far impallidire le etichette più ricche e famose del mondo, ma sono e rimangono sconosciuti almeno finché per qualche opportunità non diventano strumenti utili per chi dirige il potere. Come d’altra parte ci sono vere e proprie ciofeche che per il medesimo motivo sono e rimangono etichette famose solo perché concorrono allo stesso gioco di potere (e di denaro).

Ovviamente l’equazione non è matematica e non intendo affermare che qualsiasi vino o produttore famoso sia tale solo in virtù della appartenenza alla casta, e nemmeno voglio affermare l’esatto contrario, cioè che tutti i vini poco conosciuti siano davvero eccellenti, ma molti episodi vissuti mi fanno comunque escludere l’esattezza di un’altra equazione che attribuisce sempre alte qualità ad un prodotto famoso e di alto prezzo.


Personalmente mi è capitato in più di una occasione di lavorare alacremente con il produttore magari per anni per costruire un grande prodotto e quindi, ad obiettivo raggiunto vedermi soffiare il ruolo ed il merito da un enologo della casta. In questi casi l’orgoglio e la dignità personale feriti rimarrebbero episodi individuali ascrivibili alle summenzionate leggi della selezione naturale, ma gli effetti negativi riguardano anche gli appartenenti alla filiera.
Smaltita la sbornia del successo rimane da saldare il conto con la casta che ti ha dato accesso al mondo dei tappeti rossi e non sempre le possibilità di adempiere alle richieste rientrano nelle disponibilità del malcapitato, a questo punto, produttore, il quale presto ritorna nel dimenticatoio del primo girone, continuando a produrre magari ottimi vini, sempre se le depauperate risorse finanziarie ancora glielo permettono. Si dice che dietro ad un uomo di successo c’è sempre una donna. Per gli enologi di fama bisognerebbe dire che dietro c’è sempre qualche mona (oggi si può dire e scrivere, e in italiano non esiste un vero sinonimo) che prepara il piedistallo facendo il lavoro sporco.

Questa gestione del potere in realtà deprime l’enorme ricchezza di risorse di cui dispone il nostro Paese, privando tutti, appassionati o distratti consumatori, esteti, cultori del vino, tutti del frutto amorevole e sofferto di tanti piccoli personaggi che però detengono ognuno un pezzettino della nostra cultura e della nostra passione per il bello e per il buono; personaggi che in questa epoca di crisi rischiano di soccombere con grande godimento (e arricchimento) dei soliti potenti. Chiedo scusa per lo sfogo, ma talvolta è necessario. Un caro saluto.

un enologo non superstar

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46 pensieri su “E’ ancora una potente cupola a reggere le fila del mondo del vino italiano

  1. “… viviamo in un mondo che è l’opposto del vecchio Impero asburgico, dove spesso un genio veniva preso per cretino, ma mai il contrario. …”;
    “… l’Italia è diventata un paese dove nessuno più perde la faccia …”.

    Ho preso due frasi dalla’intervista fatta da Silvia Truzzi a Claudio Magris, pubblicata ieri su Il Fatto.
    Non metterti a strillare: so benissimo che il Fatto Quotidiano ti fa schifo. Del resto io e te la pensiamo molto diversamente su tante cose. E io, nonostante legga abbastanza spesso il Fatto, non sono davvero supinamente stesa davanti a ciò che vi si scrive. Però Magris, in quell’intervista lucidamente dà conto delle ragioni per cui siamo a questo punto, e non (solo) nel mondo del vino.
    E’ un problema culturale, ancora (e più di) una volta.

    • non userei mai la carta di quel quotidiano nemmeno per raccogliere le bucce delle patate, ma quello che ha detto Claudio Magris in quell’intervista é sacrosanto. E’ proprio un problema di cultura. E di incultura, inciviltà, ignoranza

  2. è ora che la finisci di fare la verginella candida, quella che sarebbe l’unica pulita del gruppo! Fai il giornalista da una vita e anche tu, come tutti, ti fai le tue belle marchette. Magari sei più abile a nasconderle, ma le fai anche tu. Chissà che metodo ti sei inventato per farti pagare dalle aziende produttrici dei vini che pompi qui e sul tuo altro blog. E se non accettano di pagare le stanghi.
    Ziliani vieni giù dalle piante, non abbiamo mica l’anello al naso, sappiamo bene che sei come gli altri

    • Ecco un altro “cattivone”…ovviamente sempre rigorosamente anonimo….oppure è lo stesso dell’altro post, ribattezzato per l’occasione…in ogni caso complimenti per il coraggio!

    • cosa dire a questo “signore” se non che non ho problemi a spalancare i miei armadi per dimostrare che non ho scheletri e che di marchette, palesi, mascherate, furbe, non ne faccio?
      Invito i produttori dei cui vini ho scritto positivamente nei miei blog ad intervenire per dichiarare se ho mai chiesto loro un solo centesimo per scrivere quello che ho scritto dei loro prodotti.
      Se qualcuno di loro ha elementi per dire questo mandi un commento e verrà immediatamente pubblicato

  3. Quello che scrivi tu e ribatte l’enologo anonimo è molto vero, ma è la scoperta dell’acqua calda. Fregatevene, vivrete molto meglio e il vostro fegato vi ringrazierà. Caro enologo anonimo, io e lei facciamo il nostro (bellissimo) lavoro per mantenere le nostre famiglie e perché ci piace, e se lavoriamo bene ambedue le cose saranno comunque pienamente soddisfatte anche senza tanti bicchieri, gamberi o centesimi sulle guide. Rispetto chi per vivere fa guide o giornali, ogni lavoro va rispettato, ma per quanto mi riguarda il “rating” del mio vino e della mia azienda lo fa quel signore che paga per una bottiglia sullo scaffale e non loro; e ricordate sempre che quel signore compra perché gli piace quello che beve, non perché gli piace quello che legge.

    • sarà anche la “scoperta dell’acqua calda” come dici tu, ma in questo strano Paese di sordi, ciechi, muti e smemorati, pieno di cialtronate e fanfaronate, tipo la fanfara dei bersaglieri alla presentazione di una guida dei vini, ovviamente fatta a Roma, perché solo a Roma se possono fà cose simili, é bene ricordarle ogni tanto.

      • “…ovviamente fatta a Roma, perché solo a Roma se possono fà cose simili…”.
        Scusa Franco, questa però non l’ho capita…puoi spiegarti meglio?

          • non se la prenda Paolo, io, milanese e interista, non potrò MAI essere invidioso di un romano e di un romanista. Senza offesa alcuna. I Vespa (abruzzese di nascita ma romano per essenza), i Ricci, i Marchesi der Grillo, sono espressione di un animus che non mi apparterrà mai. E ringrazio gli Dei

        • Perfettamente d’accordo, Franco. Certo che non me la prendo, d’altra parte sono gli stessi motivi per cui anch’io, nato a Roma (anche se con nonna paterna piemontese e nonno paterno di Occhiobello) e romanista, non potrò MAI essere invidioso di un milanese, interista o rossonero che sia… ;-)
          P.S.: ma tra tanti esempi di buona romanità, qualcuno mejo potevi anche citarlo…! :-)

    • Personalmente sto benissimo di fegato ma non è questo il punto. E’ acqua calda anche quando parliamo del potere della mafia su amministrazioni, droga e traffico di armi. E allora? E’ meglio restare zitti? E’ meglio non fare nulla? Forse il paragone è troppo forte ma il senso culturale è il medesimo: omertà.

      • hai ragione amico enologo autore di queste acute riflessioni. E questo post la legge dell’omertà e del silenzio ha dimostrato,nei suoi anni di attività e di battaglie, di non accettarle. Di respingerle, perché mi fanno schifo.

      • Scusi ma come lei certo ricorda Biondi Santi, tanto per citare un esempio illustre, per tanto tempo è stato snobbato da tutte le guide eppure vendeva benissimo e a prezzi stellari. Cè stato il momento magico delle guide in cui facevano vendere, ma è passato; ora i cinque grappoli o i tre bicchieri sono più un massaggio ad ego debolini di produttori ansiosi che un reale vantaggio commerciale. Lei sente davvero di averne bisogno? Lasciamo il doping a chi vuol copiare i ciclisti che si fottono la salute per vincere gare che nessuno guarda, e vedrà che ne guadagneremo sia in salute che in denari.

        • Stefano, nel suo intervento l’enologo anonimo non ha parlato solo delle guide, ma della sublime stupidità e disonestà di tanti di voi produttori, che prima fanno impostare il lavoro di rinnovamento nelle loro aziende da enologi seri e non superstar e poi dopo, chissà perché, pensano che il lavoro di quelle persone non basti e ricorrono alle consulenze super pagate della solita decina scarsa di apprendisti stregoni, ammanicati con la stampa specializzata (e non solo) e con le guide.
          Siete voi i fessi che fate queste scelte idiote, che accettate di pagare il pizzo per la consulenza di qualche farabutto mio collega che vi insegna a come fare i vini che poi magari lui premia, siete voi i primi cialtroni.
          Guardatevi allo specchio, fate un esame di coscienza se una coscienza ancora avete…
          Possibile che nessuno dei produttori presenti alla presentazione di quella che risulta essere ancora la guida dell’A.I.S., parlo di Bibenda, sia andato da Ricci per dire che la fanfara dei bersaglieri era una buffonata, pardon, una fanfaronata?
          La solita paura dei potenti…

          • Per carità, la nostra non è certo una categoria dotata di cuor di leone, ma questo alla fin fine cosa importa? C’è chi investe in giornalisti e chi investe nella propria azienda, ma poi è comunque il mercato che decide chi ha speso bene i propri soldi; il consumatore non è cretino, lo puoi fregare una volta ma poi alla lunga i furbetti perdono. Con questo non voglio dire che le denunce del malcostume non servono, sono utili e sono “anticorpi” che fanno parte della cura, così come la denuncia dei ladri fa parte del lavoro per mantenere sana la società. Ma se guardi con attenzione il passato, quanti di questi buff hanno durato nel tempo? Invece Mascarello è sempre qui.

          • caro Stefano, non fare l’ingenuo: tanti di questi bluff durano nel tempo e sono tenuti in piedi dalla cupola di cui l’enologo misterioso ed io abbiamo scritto.
            Investire in giornalisti poi non vuol dire che non si investa anche nella propria azienda. Ma non basterebbe fare quello, credere nel proprio lavoro senza prendere scorciatoie?
            Farabutti quelli che si fanno pagare per scrivere, o per svariate altre attività, coglioni e senza palle quelli che accettano di pagare la tangente :)

        • Non sono un accanito bloggista ma questa volta sono caduto nel vortice e non posso sottrarmi.
          Forse non ci siamo capiti: non intendo reclamare nessun posticino nel sistema. Ho sempre, per mia fortuna, lavorato rispondendo alla mia curiosità e alla mia passione rifiutando altre “opportunità” che spesso mi sono state offerte.
          Anche se la quotidianità mi da torto mi piace ancora essere un don chisciottesco difensore dell’etica: esiste un modo sano, bello e che fa bene alla salute per vivere e lavorare senza misurarsi con cause ed effetti di commistioni con potere e denaro. Comunque non tutti vivono difesi dalle mura merlate del castello di Montalcino, e questi effetti li scontano talvolta con l’esclusione dalla possibilità di campare del proprio lavoro. Non stiamo parlando di un semplice scontro intellettuale!

          • No, è vero, stiamo parlando di pane. Ed è verissimo che in zone meno fortunate la lotta è dura e il malcostume va denunciato. Ma va riconosciuto che fa più danno a quelli come lei che al mercato; perché il cacciatore di cinque grappoli preferirà sempre investire in enostar piuttosto che in enologi e commercialii bravi, e così fotterà se stesso e voi. Ma non il cliente, che ai bluff può abboccare una volta ma poi basta.

  4. Vorrei timidamente inserirmi nella discussione dicendo che questo andante non e’ solo esclusivita’ del mondo del vino ma e’ un motivo che interessa anche altre realta’ e non solo in Italia. Cioe’ e’ un fenomeno globalizzato che tocca tante attivita’ dell’uomo e fa parte del modo di vivere di molti soggetti da quando e’ nata l’era della comunicazione di massa. Per suonare lo spartito, oltre i direttori d’orchestra, servono musicanti di ogni qualifica: ruffiani, ciarlatani affabulatori e logicamente gli stupidi.

  5. Anche se so che verrà cestinato scrivo questo post da consumatore finale con tanti contatti (fornitori) che soddisfano la mia passione enoica.
    Le guide, i sedicenti esperti, i venditori di fumo (e non solo) ci sono sempre stati. Se non si hanno palle quadrate e palati smaliziati si resta in loro balia.
    Denunciare non serve a smantellare questa situazione, ma serve a dar coraggio al consumatore finale (io) a fare scelte indipendenti e guidate soltanto dal proprio gusto e dalla propria propensione alla spesa in vino.
    Anche io, che ho un ego che non ci sta nel mio IPad, ho un percorso partito comunque leggendo guide e ascoltando chi, con bella dialettica, (purtroppo) tanti anni fa ha fatto breccia nella mia passione nascente. Però arriva un momento in cui bisogna camminare con le proprie zampe, che non si può sempre prender tutto per oro colato e che non bisogna vergognarsi, in società, a dire: “questo vino pluripremiato/incensato non vale una benemerita fava, con il rispetto per le fave.”
    Si rischia di venire additati per enotalebani, per incompetenti (chissà perché si può tranquillamente criticare una bistecca mentre per il vino si teme la scomunica?) e venir ridicolizzati, magari a 20/22 anni in presenza del gentil sesso.
    BASTA!! Ci si liberi da questo peso, si beva (non degusti) senza paturnie e si dia un giudizio sereno che venga dal proprio palato, unico giudice vero e sincero.
    Non ci si trova d’accordo? È il bello del vino.
    Solo dopo si segua il blogger/guida/esperto, quando si capisce in che direzione vanno i suoi gusti e se collimano con i tuoi.
    Non ho paura a dire che per Piemonte e Toscana Parker proprio non lo considero (meglio altri giornalisti) ma quando parla di Rodano e Bordeaux un po’ di fiducia bisogna concederla.
    Champagne? Franciacorta? Mi arrangio :-)

    Saluti,
    Zakk

    • faccio un’eccezione alla mia decisione, che confermo, di non pubblicare più commenti di Zakk solo per chiedere: come fa una persona in grado di esprimere riflessioni tanto garbate e condivisibili, espresse anche in bella forma, a trasformarsi in quello Zakk che si é fatto notare per una stragrande maggioranza di “commenti” a senso unico, prevedibili, arroganti, e altro?
      Un singolare caso di doppia personalità? Dr. Jekyll & Mr. Hyde?

      • Vede Ziliani, io non faccio commenti a senso unico (prevedibili magari si, arroganti non nelle intenzioni, ma sono uno schietto e vado via piatto), ma soltanto scrivo quello che penso. Può essere un mio diritto? Direi di si.
        La pensiamo diversamente su qualche argomento (tipo il metodo classico?!?)? Embè? Io mica dico che lei la pensa a senso unico solo perchè ragiona in modo diverso dal mio. Scrivo in modo brusco? L’ho detto: vado via piatto, gli equilibrismi lascio che siano altri a farli. Se per lei questo basta a bannare un utente qualsiasi, prego. Continuerò a bere quel che piace al mio palato e proverò alcuni vini consigliati da giornalisti, blogger, guide, esperti e guru vari.
        Per esempio, se lei Ziliani suggerisce o recensisce bene un nebbiolo che non conosco (?) io sono abbastanza propenso a provarlo. Su altri argomenti, invece, non mi fido del suo palato.

        • suo pieno, incontestabile diritto – ci mancherebbe – fidarsi o non fidarsi del mio palato.
          Il problema é che lei più volte ha messo in dubbio non i miei gusti, cosa legittima, ma l’onestà delle mie valutazioni e la loro indipendenza. E qui invece non ci siamo, perché se lei interviene qui, sul mio blog, in quel modo io la mando a quel paese, cosa già fatta parecchie volte e il suo commento lo cestino.
          Quindi o lei accetta le regole del gioco accettate dalla stragrande maggioranza dei lettori, oppure può tranquillamente rivolgersi altrove.
          Spero di essere stato chiaro

          • Mi dica dove io la accuso di essere prezzolato o in conflitto di interessi o comunque non indipendente nelle sue opinioni in tutti i post da me scritti sui suoi blog: se ne trova anche solo uno una super bottiglia è gia in un pacco pronta per esserle spedita.
            Non lo penso punto e stop. Se lo pensassi non la seguirei.
            Invece la seguo perché, come gia detto in altri thread, per quel che riguarda i vini fermi non rosati spesso concordo con lei. Però mi infiammo quando leggo certe cose sul metodo classico specialmente franciacortino, ma si parla di gusti, non di conflitti d’opinione o di interessi.

  6. Leggo da qualche tempo questo sito e anche l’altro dedicato al mondo delle bollicine e devo dire che zakk ogni tanto la punzecchia però non si é mai permesso di scrivere commenti come quello dove veniva minacciato.
    Purtroppo capita di essere accusati di prendere qualche soldino ma bisogna vedere anche come si pone la l’accusa.
    e poi lo scambio di messaggi Ziliani Zakk é troppo bello da seguire….e noto che il piacere di punzecchiarvi é anche vostro.

  7. Niente di nuovo sotto al sole.
    Io faccio la professione di enologo da 25 anni in Romagna .
    Lo faccio con le stesse motivazioni di Stefano Cinelli e forse anche dell’anonimo .
    Mi dispiace che l’anonimo non abbia fatto il suo nome, semplicemente per abitudine a mettere la faccia in quanto si scrive
    . Fare vino per me è un lavoro di squadra che parte da chi sta in campo , al cantinere, all’addetto alle spedizioni al commerciale , a chi fa le analisi, l’ enologo è solo il sarto di tutti questi tasselli .
    Guide o non guide alla fine il risultato lo da’ lo scaffale

    • Non mi manca certo il coraggio di venire allo scoperto, ma sono stato consigliato di non farlo. L’autolesionismo non è il mio forte….. e poi ho di meglio da fare che passare il mio tempo per organizzare difese legali. Questo perché quanto denuncio ha riscontri reali e lo scontro con i potenti sarebbe probabilmente inevitabile. Non cambia nulla se rimango coperto, ma non è per vigliaccheria. Franco mi conosce di nome e di persona: non basta?
      Comunque non capisco l’elegia della squadra, chi afferma il contrario? Crede forse che quanto ho scritto sia per lamentare una violenza subita e per cercare una vendetta? Io ho denunciato un “malcostume” che appartiene a tutti, qualcosa a cui ho assistito, e che talvolta invero ho anche subito, di persona ma ciò non ne fa una questione personale. Infine non capisco queste levate di scudi del tipo “non t’arrabbiare”, “il risultato lo da’ lo scaffale”, o comunque questa passiva accettazione che tanto le cose sono sempre andate così e non serve riscoprire l’acqua calda. Trovo che sia una avvilente forma di omertà passiva, un tenere la testa bassa che talvolta puzza per altro di compiacimento per l’appartenenza a un sistema che comunque ti lascia vivere con qualche bricciola, calpestando ogni etica per non rischiare di farsi troppo male ed accontentandosi di un “vivi e lascia vivere” che impedisce un civile e morale progresso culturale, e negando, così anche ogni valore etico ed estetico, proprio ciò per cui dichiariamo di spendere le nostre fatiche quotidiane.

      • La mafia è una montagna di merda, sia che si presenti a chiedere il pizzo a bottega, sia che si presenti con i modi garbati e felpati di chi veste bene e fa annusarare soldini.
        Dalle mie parti (Chianti) un indotto legato al vino e al cambio di proprietà di aziende agrarie che produceva plusvalore, ampiamenti edilizi e facilitazioni rapide e veloci c’era prima che qualche granello non inceppasse il meccanismo.
        “Non importa fare vino buono, tanto si piglia i meglio giornalisti, si fanno star bene, s’ospitano e scriveranno bene e ci faranno vende ‘i vino” più o meno le parole testuali di una testa bacata di un tizio che si occupava di un’azienda appena creata.
        Che lo scaffale faccia la selezione, che la palla è rotonda e che se son rose fioriranno va sempre bene, ma che nel mondo normale in generale l’eguaglianza è assicurata quando si hanno santi in paradiso.
        Nel caso del vino i luoghi comuni della cura della vigna, del sudore, della fatica, della pioggia e della grandine spesso lasciano il tempo che trovano.
        Importatori, commerciali, guide qual’è la prima domanda che generalmente fanno quando gli si propone un vino?
        Mica chiedono dove sono le vigne e a che altitudine si trovano…..

      • Allora francamente non ho capito, probabilmente perche’ io sono pragamatica e concreta e le diatribe guidaiole le lascio ai commerciali ed ai consulenti d’immagine. Il vino deve essere ( per usare una vecchia definizione merceologica ):SANO LEALE MERCANTILE e l’enologo ha il suo da fare per arrivare a questo.
        Ho fatto l’elegia del lavoro di squadra ,semplicemente perche è la mia visione professionale perche’ con orgoglio appartengo al primo filone di professionisti da lei citati. Francamente dal mio osservatorio professionale vedo che il secondo filone è destinato ad assottigliarsi sempre piu’

        • Si vede che non le è mai capitato di progettare una azienda, vigneto cantina, vini fino ad arrivare con successo sugli scaffali per poi vedere un “potente” arrivare con promesse da fare sbavare il produttore che ingenuamente gli affida a quel punto l’azienda e il portafoglio.
          Mi piacerebbe molto citare nomi, compreso il mio, e circostanze, ma a quel punto, come minimo dovrei cambiare mestiere, e anche se ne avrei ancora le risorse sono purtroppo un po’ anagraficamente fuori tempo per provare a reinventare un’esistenza professionale. Eppoi per primo non amo lamentarmi -cosa ben diversa dal ribellarmi- e per secondo mi sento un seguace Zen per cui amo il sentiero che giunge alla meta e non quest’ultima come fine unico. Quindi non intendo precludermi la possibilità di percorrere nuovi sentieri, nuove avventure enologiche, nuove esperienze e poco importa se le mete comunque raggiunte finiscono nelle tasche di qualcun altro. Non lo affermo per falsa modestia ma solo perché a me piace vivere così: campo comunque bene e godo di ciò che ho ma mi arrogo anche il diritto di affermare ancora qualche ideale etico.

  8. Franco Ziliani@:
    Andrea Pagliantini scrive “chi è l’enologo?”, rispondendo a Zakk, che gli chiede “e cosa chiedono?”, riferito alla dichiarazione precedente di Pagliantini che racconta degli importatori, che mica chiedono dove sono le vigne …
    Andrea Pagliantini @:
    sei sicuro che succeda sempre (e ancora) così?

    • @ Silvana

      I tempi sono molto cambiati, ci sono le cantine piene di vino invenduto e non ci sono più i capitani di ventura che arrivavano sulle onde dei prezzi dei supertuscan che vedevano nel vino l’equazione numero di bottiglie prodotte uguale facile guadagno mettendo il tutto in mano all’enologo di grido.
      I tempi sono cambiati perchè si tira al risparmio nella gestione della vigna e delle risorse da impiegare in cantina, (mentre sul marketing le spese generalmente più o meno reggono), e anche perchè molti appassionati assaggiono più per passaparola che per altro.
      I tempi sono cambiati anche perchè molti piccoli e medi produttori hanno iniziato a fare da soli e con il proprio personale tenendo fieramente i piedi nel territorio in cui operano.
      Però per vendere all’estero è difficile far conoscere un vino senza poter esporre stelle o stelline, ma è anche vero che ultimamente molte delle aziende premiate lavorano bene.

  9. Caro Andrea “passaparola” sta diventando la parola chiave – non più solo per i piccoli produttori – anche per chi produce numeri …
    E il concetto di ‘cluster’ cioè di gruppi che hanno comportamenti culturali simili tra loro, pur avendo appartenenze e livelli economici differenti, sarebbe (non solo per il vino, che però emerge come prodotto culturale) utile come griglia di lavoro, proprio per la commercializzazione.
    Le cantine piene sono un grosso rischio, non solo per chi ne è afflitto; bisognerebbe che lo capissero tutti … ma questo è un altro discorso ancora.

  10. condivido ma non commento direttamente perché ogni volta che lo faccio su questi argomenti rischio una querela credendo di essere supportato dai Produttori che mi dichiarano che certe Guide prendono soldi in cambio di giudizi positivi ma poi non escono allo scoperto.
    Io credo positivamente a quanto esposto dall’enologo autonomo ma il punto non e’ questo. Fino a pochi anni fa la carta stampata poteva dire quello che voleva e i lettori ci credevano. Al massimo c’erano ‘le lettere al Direttore’ che qualche volta un po di casino ne facevano ma veniva poi stemperato a causa dei lunghissimi tempi della discussione ( Una rivista esce una volta al mese). Adesso la comunicazione ha subito una accellerazione alla ennesima potenza e non c’e bisogno di un editore potente per uno che voglia esprimere la propria opinione. Finisce che tale opinione viene letta da decine di migliaia di persone in rete e magari certe pubblicazioni non arrivano a vendere che qualche miglia di copie in edicola o in libreria. Io sono un operatore nel mondo del vino che non condivide il ‘sistema’ dei punteggi e chiede sempre a voce alta maggiore comunicazione, trasparenza, informazione su una bottiglia di vino, chi la fa ed il territorio in cui viene prodotta. E’ quello che chiede il Consumatore e certi Editori non se ne sono accorti. Se poi sono in crisi sono affari loro. Voglio invece citare come funziona il rapporto fra Azienda produttrice/distributrice ed Editore dove esista tra i due un rapporto commerciale tra le due entita’ che sia pagamento in nero, pagine pubblicitarie, sponsorizzazioni, partecipazioni ad eventi o quantaltro, e non sto parlando del mondo del vino ma di un settore dove ho lavorato fino a qualche anno fa sostenendo la stampa di settore in Italia e all’estero con investimenti globali di qualche milioni di euro in alcuni anni di attivita’: Si firma un contratto di pubblicita’, sponsorizzazione, evento, fate voi con un Editore gli si dice su quali prodotti deve fare attività promozionale e quali ‘schede tecniche’ deve produrre. Si concordano i ‘centesimi positivi’ con reciproca soddisfazione. Se poi un giornalista virtuoso rompe ‘ l’equibrio’ concordato si tronca il rapporto con grave danno economico dell’Editore. E il Consumatore? E’ un dettaglio….Venendo al mondo del vino, Andrea Scanzi ha espresso concetti non dissimili un uno dei sui libri parlando di Ornellaia e quando Ludovico Antinori mandava a casa di certi giornalisti 12 casse di Masseto dicendogli quello che dovevano scrivere sulle proprie riviste… E adesso? Adesso c’e’ il web. Se fosse vivo Veronelli se ne vedrebbero di tutti i colori. Il consumatore puo’ scegliere linformazione magari da blog che non vivono di pubblicità e che quindi sono molto piu’ liberi di dire come la pensano e non come gliela vogliono fare pensare certi rapporti commerciali. Guardate cosa sta succedendo nel settore ospitalita’/ristorazione. La tendenza la fa Trip Advisor che diventa sempre più influente. E se nascesse un ‘Wine Advisor’ ( si lo so che c’e gia’ Wine Searcher ma in Italia ancora non funziona’) dove i consumatori esprimono liberamente la propria opinione? E se poi tale opinione venisse espressa in centesimi, gamberi o grappoli? Ma non vi viene da ridere?

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