L’ossobuco ritrovato a Montalcino

Montalcini-vini

Buone notizie per i lettori di Vino al vino. Tornano le good news by Montalcino della cara amica Silvana Biasutti, la più saggia collaboratrice di questo blog, e tornano con un breve intenso racconto, una divagazione su uno splendido angolo di Toscana e su un piatto simbolo della milanesità a tavola, l’ossobuco… Buona lettura!

No, Jan Nepomucen Potocki ed il suo Manoscritto trovato a Saragozza non c’entrano, il vino invece sì. Ma non è del vino che voglio raccontare, un po’ perché non ne sono capace – tanto meno in questo blog che proprio al vino è dedicato – poi perché vorrei dire della gente, la gente che mi piace, la gente che è piena di sfumature e di storie; la gente che fa il vino a Montalcino (il vino che io assaggio e non ne parlo).

In questa campagna può succedere che passino gli anni senza vedersi con qualcuno, oppure, di converso, se frequenti un certo bar o sei habitué di una trattoria vedi le stesse facce ogni giorno. Perché questa è, tutto sommato, una campagna poco densamente abitata; a volte si capita in un luogo che sembra remoto e invece era semplicemente di là da un bosco, e tu magari non avevi mai percorso quella strada, non avevi mai fatto caso a quella deviazione.

Quando si dice Montalcino, si pensa subito alle vigne, e invece qui uno può camminare in mezzo ai boschi per giornate intere e incontrare solo caprioli e cinghiali (“accidenti a loro!”, dicono …).

Così domenica scorsa anch’io ho imboccato una strada inedita, mai esplorata prima, che si diparte da quella – sempre bianca, ma più larga – che porta giù a Castiglione del Bosco e a Casale del Bosco, passando in mezzo e accanto a etichette famose, e sfumature diverse; dopo aver raccolto l’invito a pranzo di Roberto e Sandra di Querce Bettina. Mi avevano annunciato che ci sarebbero stati Sauro e Gianni – sommelier già conosciuti a Firenze tre anni fa, a una serata organizzata dai Lisini, dove avevano pure presentato un libro, con una prefazione del curatore di questo blog.

Querce

Non so perché, forse perché Roberto di Querce Bettina è milanese, forse per la giornata un po’ uggiosa, velata da una lieve cortina d’umidità, mentre guidavo avevo l’impressione di essere altrove. Ma forse ero altrove con la testa, assorta in vecchie storie, dopo aver letto un po’ di titoli di un paio di quotidiani.
Ma presto sono tornata attenta a dove andavo, perché la strada sconosciuta mi presentava nuove prospettive che si andavano disegnando tra bosco e bosco, scendendo – mi pare – paralleli alla strada che porta a Castel Giocondo. Ancora una volta mi sono ritrovata a pensare che il capitale più rilevante di Montalcino è proprio il territorio, in cui e su cui è scritta la storia di lavoro, aziende, contadini, imprenditori, speculatori, produttori grandi e meno grandi e infine (o in cima) vignaioli, e un manipolo di utopisti …

A pranzo eravamo in sette e i due toscani erano in minoranza: a loro toccava lo sguardo sul vino. Non solo quello dei padroni di casa, ma anche quello di Sesta di Sopraau, portato da Ettore Spina e signora; insomma, profondo nord e le sue storie, quelle che hanno sospinto da queste parti due famiglie – tra le tante – che hanno incontrato il gusto del vino e della terra, lievemente sfalsate nei tempi, ugualmente convinte e dedicate.
ossobuco

Sauro e Gianni si facevano strada tra i bicchieri, ma io mi sono abbandonata all’ossobuco – non solo e non tanto per nostalgia di Milano – ma perché mi sono resa conto che erano anni che non mangiavo un ossobuco a regola d’arte (chapeau a Sandra che ha cucinato con piglio professionale).

Che dico…anni; l’ultimo meraviglioso ossobuco l’avevo incontrato da Bice al Borgospesso, più di vent’anni fa, durante un pranzo memorabile, in cui come regalo di compleanno avevo ricevuto un litro di Eau de Cologne di Guerlain insieme a una di quelle proposte a cui non si può dire di no – e a cui, appunto, ho detto no –, ed è per quel “no”, detto quel giorno, in modo pensieroso e tuttavia convinto, che mi trovo seduta a questa tavola, a guardare fuori, socchiudendo gli occhi, l’oliveta di Querce Bettina, assaporando l’ossobuco di Sandra. Tutto torna, anche l’ossobuco…

Silvana Biasutti

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6 pensieri su “L’ossobuco ritrovato a Montalcino

  1. Sì, lo so che non ‘fa fine’ intervenire su una propria cosa … ma vorrei riproporre a chi magari legge di quella “nostalgia di Milano”, buttata lì, giusto per segnalare che si può avere nostalgia di Milano a Montalcino, non in polemica con questa terra (da cui scrivo), ma perché inevitabilmente quello che siamo venuti – siamo in tanti, quasi una comunità, nella comunità – a cercare (e che molti, ma non tutti hanno trovato) qui, è proprio qualcosa che a Milano non c’è; oltre a questo, siamo venuti a cercare l’unicità di una terra – questa – su cui io personalmente vorrei che si ‘lavorasse’ di più. Il paesaggio di questo luogo non entra, non è entrato ancora, in modo sentito come “core”, come autentico vantaggio competitivo rispetto a tutto l’altro (il molto) che Montalcino e dintorni possono offrire – al cuore e alla mente, prima ancora che ai sensi – al visitatore. Se e quando si parla di paesaggio – affrettandosi a citarlo tra i claim che devono sostenere il vino e il turismo – lo si fa manieristicamente, magari anche immaginando di costruire dei cessi sulla via Francigena, anziché facendo ‘politica dell’accoglienza’ e reale ‘turismo lento’. Il paesaggio poco ha (dovrebbe avere) a che fare con il business: è lo scenario interiore di ognuno di noi …
    Addendum: questo manipolo di “forestieri”, con il suo amore per Montalcino è un vero e proprio vettore di comunicazione che attrae – ha attratto, nei decenni, dagli anni settanta – quelli che a Milano (a Brescia, a Torino, a Roma, eccetera) stanno tutt’ora …

  2. Anche io ti potrei fare l’oss buss, il problema e’ che a Montalcino non vendono il vitello,bisogna portarlo da Milano, in cambio c’è tutto il resto…

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