Brunello a los tiempos del Benvenuto

Montalcino

Good news da Montalcino by Silvana Biasutti

Con il suo stile inconfondibile, la sua leggerezza profonda, l’esperienza di chi sa dire le cose giuste con il tono adatto, delicato, ricco di sfumature e di saggezza, l’amica Silvana Biasutti ci racconta l’atmosfera di Montalcino nei giorni che precedono il grande appuntamento del Benvenuto Brunello. Lo fa con tali delicatezza, garbo, capacità di osservazione e di racconto da riuscire ad emozionare…. Buona lettura

Vado facile perché tanto voi che leggete, del vino sapete già tutto. Brunello fa notizia, eccome! E naturalmente farebbe anche più notizia se “il padrone mordesse il cane”, come dicevano i giornalisti agli inizi del ventesimo secolo.

Ma non siete ancora stufi di leggere ogni santo giorno che il governo non si fa, le banche negano il credito, i politici sono tutti corrotti, gli uffici pubblici non funzionano, la burocrazia ci sta soffocando, le tasse finiscono in misteriosi inghiottitoi, le mafie ci stanno spolpando, gli evasori non si contano più, le poste non funzionano, e … non mi viene in mente tutto, ma insomma mi pare di aver toccato buona parte degli italici incubi (ah dimenticavo e chiedo scusa a chi mi ospita: i giornalisti sono tutti venduti)?! Voi non siete ormai stufi, anzi, quasi assuefatti?

Io sì e sono stufa, anche, di titoloni ad arte per vedere l’effetto che fa, ma non sono neanche una di quelli che per soldi ti raccontano che tutto va per il meglio, anzi tendo a guardare le cose in trasluce per leggere la trama e capire le smagliature (vecchie deformazioni da dietrologa) … e non sono del mestiere, di nessun mestiere: racconto solo se mi viene.

Ma di certo su di Lui in quanto vino, annata, azienda, vigneto, enologo, impianto, legni eccetera, non sarei in grado di spiccicare parola. Sull’anno solare, magari sì, perché dopo tanta acqua, ora le giornate sono così tiepide che non mi ci raccapezzo: siamo o non siamo in inverno? Ho incontrato Gianfranco in piazza, ieri, e mi sono aggrappata alla sua sciarpa leggera e svolazzante per chiedergli supplice che cosa ne pensasse di questo tempo strano (uno come lui queste cose ce le ha dentro!), ma lasciandomi di sale mi ha risposto godiamoci questo po’ di sole dopo tutta quell’acqua, poi si vedrà. Be’ se lo dice lui …

Mi accorgo ogni tanto che sono rimasta una di città, davvero, il tempo e il clima mi impressionano, e anche il grande Franco mi diceva che il tempo (inteso come meteo) non bisogna subirlo, fa parte del gioco. Sarà, ma io mi inquieto se fa troppo poco freddo d’inverno, o quando certi nembi scuri navigano su verso Sant’Angelo, o dall’Amiata vengono verso Castelnuovo e il temporale pare ti stia ringhiando in faccia.

Invece gli uomini (e ancora di più le donne, mi pare) di questo mondo speciale – una sfera armillare con al centro Lui, Messer Brunello – scrollano le spalle e guardano oltre, e ognuno di loro si tiene stretto il suo pensiero, apparentemente senza troppe ansie.

A dire il vero ogni tanto mi sembra di capire che la fatica sia invece legata agli infiniti dedali burocratici, alle incomprensioni delle istituzioni (ah l’agricoltura che fa pendant con la cultura!), e ovviamente al tema del credito.
Il lavoro invece, quello vero, il puro lavoro a contatto della terra – soprattutto quando viene fatto in prima persona – dà una tale scossa all’anima che chi guarda le vigne sugli inserti dei quotidiani che raccontano ‘come si fa il vino’ o le osserva passando loro accanto, manco se lo sogna, e ho capito che quello che si prova stando nella vigna è indicibile: bisogna provare, anche per poco, bisogna andarci e possibilmente non con qualcuno che ti racconta, e spiega, i tuoi stessi pensieri.

Se avete un amico dotato di vigna, chiedetegli di accompagnarlo un mattino in cui va a lavorare, poi state lì un po’ e respirate, ascoltate il vento, il silenzio, guardatevi intorno e poi toccate la terra (vedrete quante cose, che ricchezza, che complessità). La gente entra nelle cantine come andasse in chiesa, ma ha raramente l’occasione di vedere da vicino il lavoro nella vigna, di stare in silenzio. Il silenzio e i rumori – spesso ritmici – dei lavori agricoli ti scivolano dentro e se li hai sentiti e ascoltati allora poi in quel celebrato bicchiere ci riconosci ben altro.

Niente di magico, né di maniera, come quando senti raccontare che dentro al bicchiere c’è  “il territorio”. Per fortuna, nel bicchiere c’è ben più di questa parola guerresca (quanto bravi sono stati i francesi a mettere insieme il carattere dell’uomo e il suo stile di lavoro con quello della terra!).
Allora possiamo tentare con “paesaggio”, parola che in Italia si comincia – da qualche anno – a riconoscere ufficialmente, ma che non si capisce bene cosa sia e la politica non ha ancora deciso come strumentalizzare. Perché quelli che stanno sulla terra, nella vigna e nelle loro cantine più o meno tecnologiche, il paesaggio ce l’hanno, ma è dentro il loro innegabilmente appassionato lavoro, non merce o (come la retorica vuole) valore aggiunto.

Mentre invece si capisce bene perché a certi produttori, come a Luciano, quando parlano del lavoro nella vigna gli si accendono gli occhi, o lo sguardo convinto di Giancarlo quando lo incontri un po’ stazzonato davanti a un panino in pausa pranzo, appena sceso dal trattore (lui che quando lo vedi in foto è così diverso).

Ora che piazze e piazzette stanno cominciando a essere popolate dalle avanguardie di chi vuole capire, sapere, conoscere (e magari scoprire e imparare) e che nei ristoranti, nelle cantine e davanti ai banchi degli assaggi si cominceranno a scorgere bicchieri e nasi e fronti corrugate e pensose e tappi annusati e cenni con la testa e sorrisi e pensieri che sfuggono dagli occhi, un intero anno viene al pettine, ma è solo una catarsi apparente, qualcosa tra il commerciale e il sentimentale che si consuma in un fazzoletto di terra fortunata, ancora in attesa di dare il suo meglio, ancora da scoprire nella sua complessità più riposta.

La drammatica distrazione del nostro paese per l’agricoltura (e la concomitante cultura) e per il significato di questo lavoro, ha fatto sì che diventasse ‘di moda’ e sdoganasse il più antico dei lavori manuali, senza però riconoscere il senso profondo, la ricchezza e il futuro che c’è lì dentro.

Chi coltiva la vigna – da vignaiolo o da imprenditore – lo sa e alcuni lo sanno pure dire agli altri. (Come dimenticare la generosità di Gianni, o i giudizi severi di Piero, lo sguardo di Simonetta, le parole di Angelo e la concretezza di tanti); tra amori e rivalità e gelosie, l’incompresa, vera, ricchezza di questo suolo sono gli uomini – e le donne, per bacco! – che lavorano e producono, è nella loro mancanza di unisono, nella loro visione egocentrica ed ego-riferita del loro singolo modus. 

Mi capita di riconoscerlo negli sguardi – spesso ostici, mai banali – nel bicchiere, che a volte tardo a capire, nella storia personale, che ogni tanto sfugge al riserbo e comincia a correre per strada. Un mosaico di vite, di caratteri e di storie – appariscenti e segrete –. Ci sarebbe tanto da raccontare e tanto da sapere … ma ora è tempo di assaggio.

Silvana Biasutti
SilvanaBiasutti

4 pensieri su “Brunello a los tiempos del Benvenuto

  1. Non è poi così OT, Leone Zanchi@; anzi la sua segnalazione (ho letto anch’io la notizia che mi ha lasciato l’amaro in bocca) non fa che rimarcare la disattenzione della politica (degli uomini della politica) per l’alto significato, i valori (culturali, cioè economici) insiti nell’agricoltura. Non nell’agro-business, a cui si guarda – purtroppo talvolta anche da queste vigne – a causa della totale assenza di modelli di sviluppo adeguati ai tempi e al nostro specifico paese. Che avrebbe tutti i vantaggi (economici e di qualità della vita, vissuta dagli abitanti, ma anche offerta al visitatore) a rimanere un mosaico di straordinari prodotti – raffinati, di culto – da sventolare sotto il naso degli altri, facendoli pagare adeguatamente. Invece, grazie al conformismo degli economisti (quasi tutti), eccoci a dar via le meglio cose e anche quella cosa che non si può scrivere sul blog.
    Per i soliti noiosi, sottolineo che “a maglia piccola” non vuol dire rimanere immobili mentre gli altri “crescono”. Ci sono modi diversi di crescere e non sono certo io (buon’ultima) a dichiararlo!
    Ciò risposto, torno a sottolineare che il meraviglioso, eterogeneo e ribollente miscuglio di vignaioli e proprietari – qui a Montalcino – fruisce di un luogo che chi apprezza il vino dovrebbe esplorare in modo non retorico, cercando un’incursione nella terra e nei lavori … Scusate, sono noiosa.

  2. Ciao Silvana, volevo farti i miei complimenti per il post che hai pubblicato, ricco di poesia e sentimento. Io sono stato più di una volta a Montalcino e devo dire che me ne sono innamorato. La vite e la sua cultura la conoscevo già perchè dove abito io, in Veneto, ho un vigneto di proprietà che sfruttiamo solo per uso ‘domestico’, se così si può dire; ma la descrizione che ne dai tu del lavoro alle vigne tocca proprio il cuore.

    • Caro LorenzoP, grazie. Se c’è della poesia è quella del lavoro quotidiano, per cui ho sommo rispetto. Sull’altro fronte c’è l’agro-business dei marpioni, da cui spero Montalcino sia risparmiata; se non grazie a lungimirante intelligenza, almeno per egoistica furbizia.
      E’ una terra molto particolare, questa. Il vino è solo una conseguenza del suo carattere …

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