Koshu of Japan: un’esperienza silenziosa, secondo la tradizione

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Un raro assaggio di vini made in Japan by Giuseppina Andreacchio

Esordii su questo blog di Franco nel 2011 con un articolo sui vini indiani, cinesi e giapponesi e li’ ebbi modo di descrivere queste realtà esordienti che iniziavano pian piano ad emergere e che oggi stanno letteralmente dilagando in quel panorama così articolato e sfaccettato del vino in Gran Bretagna. La riprova che questi vini stanno facendo breccia tra i consumatori britannici è un tasting focalizzato unicamente sui vini giapponesi, organizzato da Lynne Sherriff MW, al quale sono andata a  rappresentare Vino al Vino.

Al tasting questa volta però non sono andata da sola bensi’ scortata da un degno compagno di ventura, tale mio caro collega e amico Marco Fedele. Siamo partiti entrambi carichi di curiosità ma senza grandi aspettative….siamo andati così con una gran voglia di scoprire qualche cosa di nuovo e, magari, entusiasmante. Il tasting si è tenuto ad inizio febbraio in una sala all’interno dell’hotel The Westbury a Mayfair, che rifletteva pienamente lo spirito giapponese, tanta era la calma, l’organizzazione e la precisione. Un ordine mai visto, 11 produttori presenti con una media di 2 vini per tavolo, solo vini bianchi prodotti da Koshu. Ogni produttore stava rigorosamente in silenzio, dietro al tavolo, con annesso traduttore o traduttrice in inglese e niente caos sui tavoli bensì una pulizia e un ordine senza precedenti.
Per me abituata all’entusiasmo italiano, il tasting è apparso strano, forse un po’ noioso senza nessuno che ti chiedesse se il vino fosse di tuo gradimento o meno, ma di sicuro un’esperienza nuova e veloce perché sia per i vini assaggiati (in totale intorno a 22) che per le non distrazioni, il lavoro è stato completato in un’ora circa, degustando in silenzio e prendendo le informazioni meticolosamente esposte sui tavoli, in forma di brochures e depliants, circondata da sorrisi e inchini come da tradizione nazionale.

Prima di cimentarmi nella descrizione dei vini che più hanno interessato me e Marco e comunicare la nostra selezione, mi vorrei concentrare un attimo sulla descrizione del vitigno autoctono giapponese, il Koshu. Questa non è una parola dialettale calabrese, piuttosto un vitigno bianco sul quale si stanno focalizzando i critici inglesi di vino, diffuso in Giappone (480 ettari in totale a Yamanashi, regione principale di produzione) insieme ad altri, il Riesling Forte e il Muscat Bailey A, quest’ultimo rosso, oltre alle varietà internazionali che tutti conosciamo. Il Koshu, originario della regione del Caucaso dove venne localizzato circa 1,000 anni fa giunse in Giappone attraverso la Via della Seta, veicolo principale questa di diffusione delle merci ma anche di ideologie e religioni come il Buddismo. Divenne il vitigno locale e la sua produzione cominciò nel 1874 divenendo oggi  la varietà più coltivata in assoluto, di cui il 95% della produzione è localizzata nella prefettura di Yamanashi.

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I grappoli sono lunghi con gli acini di media dimensione, buccia spessa, di colore rosastra-grigia che producono mediamente vini di colore chiaro, spesso trasparente come l’acqua. La varietà è predominantemente Vitis Vinifera (al 90%) secondo le ricerche condotte dall’Università di Davies nella California e trova il suo terreno fertile nella prefettura Yamanashi, una valle interna caratterizzata da lunghe ore di sole, buone variazioni diurne della temperature e poca pioggia (contrariamente al resto del paese!): condizioni queste ottimali per ottenere grappoli di qualità.
Tale località è patria d’elezione per la produzione del Koshu in quanto il suolo è vulcanico e da qui proviene la spiccata mineralità del vino, con giuste proporzioni di argilla, limo e sabbia; il sottosuolo ricco di sedimenti piroclastici offre poi un ottimo drenaggio. Ad oggi vi sono 80 aziende vinicole operanti nella sola prefettura di Yamanashi.

Da sempre il sistema di allevamento è stato la pergola qui chiamato Tanazukuri, per evitare l’alta umidità estiva ma come tutti sappiamo il rovescio della medaglia è la produzione di grandi quantità di uve con aromi diluiti. Ecco il motivo per cui molte aziende hanno deciso di sostituirlo, verso la fine degli anni ’90, con la spalliera verticale, il sistema di allevamento siglato VSP, che permette di ridurre la resa e concentrare gli aromi del frutto, ottenendo dei vini ben bilanciati.

La prefettura Yamanashi è dunque quella maggiormente propizia al Koshu perché’ è la più secca, con più lunghe ore di sole, è protetta dalla catene montuose, tra cui il Monte Fuji, e infine esiste una certa escursione termica che concentra significativamente gli aromi.
Ma è in particolare la zona dal nome ‘Tomi no Oka’ (ossia ‘bella collina da scalare’), l’area in cui produce il Koshu l’azienda  Suntory, non ancora importata in UK e che per me è stato il vino più concentrato negli aromi e che, calcando lo stile europeo, me lo ha ricordato più di tutti. Le annate dei vini proposte al tasting sono state il 2013, 2012 e in pochissimi casi il 2011, indizio dal quale si deduce che il Koshu è un vino immediato, di pronta beva, non adatto all’invecchiamento. Il filo conduttore è quello di un vino dal colore chiarissimo in generale, solo in qualche caso giallo oro, fatto utilizzando solo acciaio ma anche sperimentato con fermentazione in legno e come dicono i francesi ‘sur lie’ per un certo periodo sulle fecce fini per concentrare gli aromi e donare maggiore complessità al vino.

Per quanto riguarda gli aromi, il comune denominatore è pesca, drupacee, limone, in alcuni casi un leggero aroma mielato o di lievito di pane quando ‘sur lie’. Al palato leggero, quasi etereo, con frutta che tende a scomparire velocemente, lasciando il posto ad un’elevatissima acidità (mai minore di 6 g/l), alcol bassissimo (mai superiore a 11 gradi) e un finale quasi amarotico e privo di quella frutta tipica, reminiscenza solo dei primi attimi di approccio al vino. Il finale amaro, caratteristico di questa uva e racchiuso nella buccia dura, è per molti critici  l’elemento di ‘correttezza’ del vitigno e presta il vino ad abbinarsi bene alla Tempura per esempio, quasi a ‘pulire’ il palato preparandolo ai piatti successivi della cucina giapponese.
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Marco ed io abbiamo condiviso la stessa esperienza ed abbiamo selezionato i nostri tre vini preferiti:

1)   MF e GA: Koshu Kayagatake 2013 di Grace Wine- produzione di 40,000 bottiglie; importato in UK da Hallgarten e l’unico che abbia ricevuto seri riconoscimenti dai critici inglesi. Trasparente alla vista, delicato al naso e al palato. Sentori e gusto di frutta fresca, pesca, fiore e nocciolo di pesca, un accenno leggermente velato di erbaceo, il finale amarotico tipico ma non sgradevole. Un vino secco, ben bilanciato e delicato.

2)   MF e GA: Koshu Tomi No Oka 2013 di Suntory Winery questo vino ci ha molto colpito per i marcati profumi di limone, agrumi, mandorle fresche, pesca. Al palato molto più consistente del primo, i profumi diventano fragranti e concentrati e il vino manifesta una bella struttura di frutta in bocca. Un gran vino con un’acidità che sebbene alta, riesce ad integrarsi bene con tutti gli altri elementi. Il fatto poi che fosse l’unico con il tappo di sughero ci ha fatto pensare a questo vino come ad un vino di stampo europeo. Meno caratteristico e tipico ma più bevibile, approcciabile, da gustare senza cibo.

3)   MF: Huggy Wine Mineral Koshu Katsunuma 2012. La mineralità di questo vino, non eccessiva ma che faceva sentire la sua presenza in bocca in modo deciso, ha colpito molto Marco perché lo ha reso diverso dagli altri, interessante: un vino fuori dalle righe ma di grande freschezza ed immediatezza. Le note di agrumi, drupacee, pesca erano più velate, rispetto agli altri, ed emergevano lentamente, subordinate a quella mineralità così pronunciata. Importante sottolineare che per la legge europea, tutti i vini della degustazione erano indicati come ‘Tank Sample’, sebbene fossero finiti e pronti per essere immessi sul mercato.

3)   GA: Aruga Branca Brilhante 2008. Io ho scelto per terminare la mia selezione questo spumante metodo classico su base di Koshu 100% con 4 anni di affinamento in bottiglia, dal colore giallo oro. Se ben spumantizzato, essendo il Koshu un vitigno dagli aromi molto delicati, risulta uno spumante leggero, con un’acidità alta che ben si presta ad essere facilmente accompagnato al cibo. Mi è piaciuto per la sua leggerezza sul palato e la vivacità esuberante in bocca.

Questo tasting è stato molto educativo e l’associazione delle aziende giapponesi sta lavorando sinergicamente ad una forte azione di marketing per essere presenti in modo più capillare sui mercati internazionali del vino. A questo proposito un sito ben strutturato, al quale vi invito a dare un’occhiata, rappresenta uno strumento molto funzionale per la promozione e commercializzazione di questa inusuale tipologia di vino: http://www.koshuofjapan.com/ 

Giuseppina Andreacchio

8 pensieri su “Koshu of Japan: un’esperienza silenziosa, secondo la tradizione

  1. Mi pongo una domanda: qualche consorzio o gruppo di produttori italiani ha una rappresentanza del genere in Jap dei propri vini. Anzi: di un solo vino!.

    • Non so se ho capito bene la domanda, ma quasi tutti i vini italiani sono rappresentati in Giappone. Da importatori, distributori e appuntamenti periodi, con tour, tasting, eccetera… Non starà per caso prefigurando uffici di rappresentanza, come usa(va)no regioni, province eccetera? Vedi anche ICE …

      • Presumo che Zanchi intendesse riferirsi al fatto che I produttori Italiani non siano molto abituati ad organizzarsi in associazioni indipendenti da legami con consorzi e quant’altro, per promuovere I vitigni locali nei paesi dove non sono presenti…

      • Egregia sig.na Silvana, forse lei non ha notato come TUTTA la zona di produzione di questo vino stia in uno spazio di 50x50km ma poi ritagliando quella non inclusa abbiamo a che fare con un provincia piccola italiana. Dove si produce sostanzialmente un solo vino. In italia un vino ridotto così sarebbe già morto mentre loro sono nel MONDO: questa si chiama FORZA. Poi resto del parere che se un Paese non spinge TUTTA la sua eccellenza, nessun privato da solo basti a fare bene. Ovvio poi che la professionalità nel presentarsi non fa rima con politica politicante.

  2. E’ proprio vero che tutto sta cambiando intorno a noi (e che ineluttabilmente anche noi cambieremo). Ce lo segnala questo post di Andreacchio, che come sempre ci lancia un messaggio tirandoci dentro a un’esperienza inusuale (almeno per me). E mi ha fatto pensare che siamo abituati a considerare l’oriente oruncipalmente come luogo di consumo del nostro vino, ma non sempre ci si ricorda della diversa sensibilità (pur contaminata dall’occidente) a cui andiamo a parlare. E’ una piacevole sorpresa imparare che in Giappone si fa vino (io non lo sapevo) e immaginare come venga coltivata una vigna … Non viviamo più in un mondo di consumatori e basta. C’è da guardare a quello che il vino può dire, capace com’è di suscitare sentimenti e raccontare storie. Bisogna ricordarselo più spesso forse, tra una preoccupazione per il bottom line e un’idea di potere un po’ vecchiotta. Viviamo anche di idee e di sogni e il vino è in grado di far sospirare, non solo deglutire. Oops …

  3. Molto interessante, grazie delle originali segnalazioni. Chiederemo al collega e amico comune Isao Miyajima cosa pensa di questi vini, Franco. Una nota a margine, per deformazione professionale da vecchio redattore: il termine “amarotico” è un neologismo che circola qua e là nei testi che riguardano il gusto, ma non è (ancora) accolto da alcun dizionario. L’aggettivo dialettale “amarostico”, usato sporadicamente in alcune regioni del sud, è forse leggeremente più eufonico. Perdonate la pedanteria.

  4. Gentile Signor Fabiari, La ringrazio per la segnalazione. Essendo AMAROTICO un neologismo che trovo molto spesso sui testi/articoli che trattano di vini e cibo, sarebbe forse ora che venisse accolto ufficialmente nel vocabolario della lingua italiana; lo preferisco all’ufficiale, ma meno utilizzato, AMAROGNOLO per esempio che porta con se’ una connotazione piuttosto negativa. In Inghilterra, e qui lancio una provocazione, l’OED (Oxford English Dictionary, con tanto di sito ben fatto http://www.oed.com/) viene aggiornato in tempi record. Infatti come sosteneva un giornalista qualche settimane fa alla BBC1, la lingua si evolve cosi’ velocemente da rendere necessaria una revisione attenta e costante..ma perche’ in Italia siamo sempre lenti su tutto??

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