Vino in valle: così bello che avrei voluto scriverlo io

copertina_Vino in Valle

Fabrizio Gallino firma un libro cult per gli amanti della Vallée e dei suoi vini

Capita a volte, di fronte ad un articolo, ad un libro ben scritto, di pensare, tra sé e sé, caspita, sarebbe piaciuto a me scriverlo. Non è invidia, bensì compiacimento per la qualità di un lavoro fatto che può portare il lettore, che nella fattispecie è un addetto ai lavori e una persona che, teoricamente, lavori del genere potrebbe a sua volta realizzare, come ad idealmente sottoscrivere e condividere quanto si trova tra le mani. Quando sfoglia, compiaciuto, pagina dopo pagina.

Questo strano sentimento, che non ho alcuna difficoltà a confessare, l’ho provato sin dal primo momento che ho avuto in mano il classico libro che se non esisteva bisognava inventarlo, il libro che ha colmato un vuoto di cui in tanti sentivamo l’esistenza.

Sto parlando di Vino in valle, scritto dal sommelier e degustatore Fabrizio Gallino, autore del seguito blog Enofaber, che porta come eloquente sottotitolo “un viaggio tra i vignerons della Valle d’Aosta”. La scheda editoriale della piccola casa editrice che ha avuto la geniale idea di dare alle stampe questo libro, la Giramondo Gourmand Editore, parla di 41 produttori e 224 etichette recensite, con oltre 300 degustazioni, ma la cosa importante di questo volume di 160 pagine corredato da una ricca serie di fotografie, credo buona parte opera di Gallino stesso, (e benedetta la scelta di non pubblicare i soliti stucchevoli, noiosi ritratti di vignaioli che si mettono in posa imbarazzati, ma di lasciare che a parlare fossero vigneti e paesaggi) non penso siano le note di degustazioni dei vini. Che una volta che il libro è pubblicato diventano ancora più vissute e datate di come lo siano già quando le editiamo sul Web.

Il grande merito del libro, facilitato anche dalla vicinanza geografica di Gallino alla Vallée, visto che vive in provincia di Torino, nel Canavese, terra di Erbaluce, è rappresentato dalla capacità di aver percorso e ripercorso per mesi, mantenendo lucidità di giudizio, senza farsi affascinare dagli aspetti fiabeschi che pure non mancano, l’intera Vallée e di raccontare poi, con la lente del cronista, cosa renda unici quei luoghi e quei vini.

Certo, la “viticoltura eroica” di cui tanto si è scritto e a ragione, ma finché non ti trovi di fronte a cosa veramente rappresenti, a vigneti la cui pendenza ti sembra irreale, non puoi illuderti di riuscirne a trasmetterne l’incanto, e poi la viticoltura di montagna e quel gusto, appunto di montagna, quella purezza, quella freschezza unica, quel carattere schiettamente selvatico che hanno quei vini.

Ma c’è tanto altro, ed è sia una capacità tenace e quasi disperata di salvaguardare il paesaggio e di farlo mantenendo quell’antico legame, quella complicità e simbiosi tra vigna e paesaggio, che di valorizzarlo attraverso un lavoro che se davvero la razionalità ed un certo ragionerismo mentale comandassero allora diventerebbe impossibile mandarlo avanti, visto che coltivare un vigneto in quelle condizioni richiede molto più tempo, fatica, energie mentali, tenacia, che un vigneto di media collina. E comporta sempre la consapevolezza di rappresentare una viticoltura diversa da tutte le altre, perché è una viticoltura di testimonianza che ha valori culturali prima ancora che colturali o enologici, una viticoltura le cui ragioni sembrerebbe difficile far capire in tempi dove vige una sorta di indifferente e sorda dittatura economicistica come i nostri, ma che proprio in un’epoca di omologazione e rincorsa al prodotto oggetto, alla wine commodity, diventa una sorta di necessità e di ribellione.

Cosa di ha dunque fatto di notevole Gallino? Si è preso la briga, nel corso di meno di un anno, con i consigli ed il supporto logistico dell’Associazione Viticulteurs Encaveurs, il punto di riferimento fondamentale per chiunque guardi al mondo del vino in piccole dimensioni in Valle, di percorrere, dividendo il proprio procedere in quattro itinerari, dalla Bassa Valle (da Carema a Montjovet) alla Media Valle (sino ad Aosta), poi da Aosta ad Avise e infine su fino a Morgex ai piedi del Monte Bianco, l’intera valle e per farlo ha scelto la vecchia tortuosa statale che regala colpi d’occhio su paesaggi e vigneti che l’autostrada non consente.

E poi, cosa fondamentale, facendoli precedere da snelle introduzioni della zona in cui si trovava, ha dato la parola ai singoli produttori, ce li ha raccontati ognuno sia attraverso le caratteristiche e le osservazioni sui vini degustati, ma attraverso le loro storie, i percorsi fatti, il modo di lavorare, la filosofia, i sogni. Dei piccoli racconti che sono qualcosa di più e di diverso, qualcosa di più sentito di una semplice, seppur completa, scheda stile guida.

Ogni scheda, sia quelle dedicate ai piccoli e piccolissimi vignerons (alcuni dei quali Gallino monitora e documenta per la prima volta) sia quelle dedicate alle benemerite Caves Coopératives ( e molti vignerons che oggi vinificano in proprio non sono altro che ex conferitori delle cantine sociali), corredata dai dati utili relativi ad indirizzo, ettari vitati (a volte si legge un emblematico unico ettaro, oppure due, tre, quattro…) bottiglie prodotte, che possono essere 5000, 3000, 2500 o anche solo 800.

Lo spazio a disposizione per ogni produttore non è molto e l’essenzialità e una misura asciutta vale per tutti, sia per Costantino Charrère ed i fratelli Grosjean sia per il medico “garagista” del vino Fabrizio Priod, nemmeno mezzo ettaro di vigna e duemila bottiglie all’attivo.

Però in ognuno di questi ritratti “Enofaber” Gallino riesce a cogliere bene la natura sincera dell’uomo o della donna, del vigneron cui si trova di fronte, le motivazioni, che non sono puramente quelle del guadagno economico, che lo spingono a lottare, e nello stesso tempo entrare in armonia con un habitat, basta salire una sola volta nella Vallée per capirlo a pelle, per esserne pervasi, che è unico e muta ad ogni chilometro percorso.

Ho esordito confessando che questo bello e sentito viaggio tra i vignerons della Valle d’Aosta avrei voluto scriverlo io per un motivo tutto personale, perché ho lungamente percorso a mia volta, senza mai pensare che questi viaggi, da più lontano, potessero trasformarsi in un libro, la Vallée, e oggi da oltre tre anni, da fine giugno del 2010, pur amandola profondamente e per avendo ancora in Valle dei cari amici, non ci sono più tornato.

Perché per me salire in Valle d’Aosta significava andare a trovare e abbracciare un amico, Gianni Bortolotti, che oggi non c’è più, un gourmet, un buongustaio, una persona speciale e difficile, perché aveva un caratteraccio tutto suo e un’onestà adamantina, che mi ha fatto scoprire in tanti anni di consuetudini, di frequentazioni, di scontri, molti di quei piccoli produttori che oggi sono protagonisti, a pieno diritto, di questo Vino in valle.

Vini sperimentali, prime prove, tentativi, di fronte ai quali spesso Gianni mi metteva a bruciapelo, senza dirmi niente, chiedendomi se quel vino mi piacesse o no e perché, e poi raccontandomi tutto, dopo, del suo autore e spesso portandomi in cantina da lui, perché lo conoscessi, vedessi i suoi vigneti, vedessi come la sua Vallée sapesse rinnovarsi e avere forze nuove, che lui stesso stimolava, con quel suo modo schietto di rapportarsi al prossimo, ma sincero e ruvido come la carta vetrata, perché facessero ancora meglio, perché si impegnassero di più.

Ecco perché per me Vino in valle non è solo un bel libro scritto bene, ma ha un valore ancora più grande e mi parla di situazioni, di uomini, di emozioni, di ricordi, di circostanze, che porterò sempre nel cuore…

2 pensieri su “Vino in valle: così bello che avrei voluto scriverlo io

  1. Non è difficile farsi ‘prendere’ dalle vigne della grande Valle, e Fabrizio Gallino è uno molto ben connesso con la terra. Vado a leggermelo.

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