Angelo Peretti spiega il proprio consenso al “linguaggio metaforico” di Adua Villa

AngeloPeretti
E di questa scrittura sul vino che abbiamo veramente bisogno?

Caro Franco, bella domanda quella che (mi) poni, riferendoti alla recensione che ho scritto del libro di Adua Villa: “È di questa scrittura sul vino che abbiamo veramente bisogno?”, chiedi. Me lo sono posto anch’io, quest’interrogativo, e mi sono dato una risposta: sì, abbiamo bisogno “anche” di questa scrittura. Che non è sostitutiva – voglio che sia chiaro da subito – di “altre” scritture.

Vedi, la questione è che “là fuori” c’è un sacco di gente che chiama “prosecco” qualunque vino abbia le bollicine, a prescindere dall’origine, dalla denominazione, dalle uve, dalla storia, dalle metodologie produttive. C’è anche gente che beve un vino rosso se è “tipo ripasso” o “tipo amarone”. Che rifiuta sdegnosamente un sauvignon che abbia questo nome, però i bianchi li beve solo se hanno nasi sauvignoneggianti. Comunque è gente che beve vino, magari solo occasionalmente, magari solo per moda, magari solo per passare un’ora insieme ad altre persone all’aperitivo, che ha del vino una conoscenza del tutto superficiale, eppure “beve”.

Non necessariamente bevono male, queste persone, ma non sono per ora interessate ad andare più in là, ad approfondire, a conoscere il vino in sé e per sé, con la sua cultura, la sua umanità, le sue storie. Semplicemente hanno altri interessi prevalenti. Eppure bevono “anche” vino, ed è sempre meno la gente che beve vino, e non sono neppure sparagnini, ché all’ora dell’aperitivo i loro begli euro li tirano fuori. È un potenziale giacimento di bevitori più evoluti, bevitori in pectore. Il problema è capire con quali mezzi si possa penetrare in questa miniera e quali siano gli strumenti per incominciare lo scavo.
Glamour

Sono un bel po’, queste persone, e quasi certamente pressoché nessuna di loro capita, ora, sul tuo Vino al Vino, o sul mio InternetGourmet, o su qualunque altro luogo di scrittura dove di vino si parli in maniera più o meno tecnica, con contenuti più o meno specialistici. Non che non amino la lettura: semplicemente, non trovano appeal in quello che scriviamo, perché – insisto – hanno ad ora altri interessi prevalenti, e non per forza frivoli. E parlano comunque lingue diverse dalla nostra. Forse lingue di maggior levità, nel loro tempo libero.

Mi faccio sempre più convinto che queste persone possano essere avvicinate solo adoperando una forma espressiva che parli – come dire – per metafore, che evochi cioè esperienze diverse rispetto a quelle che sono consone al degustatore, all’appassionato bevitore. Che faccia intuire il potenziale che sta nel pianeta vino, ma senza usare i paradigmi che sinora abbiamo adoperato “noi” per il vino.
tacco12

Io non possiedo queste capacità di evocazione di “altri mondi” che facciano da metafora al vino. Ecco allora che, sì, mi piace il tentativo che ha condotto Adua Villa. Non so se funzioni, ma almeno ci ha provato, e ci ha provato possedendo comunque un solido retroterra di conoscenza del mondo del vino.
Penso che gente come lei possa essere un veicolo che incuriosisce quelli che il “prosecco” è un qualunque vino con le bolle, portandoli a fare un passettino più in là. Magari, grazie a questa o altre “mediazioni linguistiche”, cercheranno di andare oltre la forma civettuola, e si avvicineranno così al vino “vero”. Allora non avranno scampo, saranno prigionieri della bellezza del vino. E ci saranno arrivati, Franco, seguendo strade diverse dalla tua e dalla mia. Ma saranno arrivati.

Io ci spero. Magari mi illudo, ma ci spero, e guarderò sempre con interesse verso chi prova – come ha fatto Adua Villa – a parlare una lingua diversa dalla mia. All’unica condizione che esista, sotto all’apparenza talora futile, un substrato di conoscenza, altrimenti è acquetta, e con quella non si va da nessuna parte. Personalmente ritengo che qui di sostanza ce ne sia, e che venga mediata vestendo un tacco 12, che – per quanto ovvio, ma è parlar figurato – né tu né io sappiamo, né vogliamo, indossare.

Ecco, la penso così, Franco, penso che ci sia bisogno “anche” di questa scrittura del vino. Penso che ci sia gente che ne ha bisogno.

Poi, ti ringrazio dell’attenzione che riservi alle piccole cose che scrivo, e la stima – lo sai – è ricambiata.

Angelo Peretti

Caro Angelo, prendo atto delle cose come sempre intelligenti che scrivi, ma resto della mia idea. Per quanto mi sforzi di considerare lo stile della glamour-sommelière come tu lo definisci, ovvero “una forma espressiva che parli – come dire – per metafore, che evochi cioè esperienze diverse rispetto a quelle che sono consone al degustatore, all’appassionato bevitore.
Che faccia intuire il potenziale che sta nel pianeta vino, ma senza usare i paradigmi che sinora abbiamo adoperato “noi” per il vino”, faccio molta fatica a pensare che “gente come lei possa essere un veicolo che incuriosisce quelli che il “prosecco” è un qualunque vino con le bolle, portandoli a fare un passettino più in là. Magari, grazie a questa o altre “mediazioni linguistiche”, cercheranno di andare oltre la forma civettuola”.
MundoGlamour

Questo perché considero il vino una cosa seria anche se gioiosa e banalizzarlo con un linguaggio da rotocalco femminile, da Vanity fair o da rivista gossipara, lo trovo intollerabile. Tanto più non da parte di una carneade qualsiasi, ma di una sommelière con tanto di titoli e con un curriculum professionale invidiabile.

Come ho già detto non ho letto e non leggerò questa nuova “fatica” di Adua Villa: mi sono bastati, come scrissi qui, alcuni scampoli del suo precedente libretto, con gli abbinamenti di un vino ai segni zodiacali suggeriti da Adua Villa in collaborazione con “Branko, e poi la rivalutazione (proprio ora che quella tipologia di vino è quasi al capolinea) del Novello, che “è stato spesso sottovalutato dai sommelier: l’hanno sempre molto denigrato come “non vino” ma in realtà è solo fatto con una tecnica di vinificazione diversa.
Tappicolorati

O la sua idea di “spinta al rinnovamento” da introdurre nel mondo polveroso e parruccone, secondo Adua, del vino, che potrebbe venire da un tappo di silicone color “fucsia” utilizzato per chiudere una bottiglia di Chiaretto di Bardolino o un Cerasuolo di Montepulciano…
Di fronte a queste cose dico no grazie e se permetti una battuta: aridatece Maroni, che armeno ce fà ridé

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3 pensieri su “Angelo Peretti spiega il proprio consenso al “linguaggio metaforico” di Adua Villa

  1. Caro Ziliani , questa discussione mi fa pensare a quella della settimana scorsa sulla Tenuta del Buonamico, ma soprattutto mi fa di nuovo sorridere il fatto che Lei non voglia accettare che la maggior parte di quelli che comprano vino ( I sostenitori principali di quest’industria ) non siano in generale ne grandi ne mediamente conoscitori di ciò che bevono…
    Sono d’accordo con Lei quando contraddice l’esimio Peretti sul fatto che il lnguaggio usato da Adua Villa possa modificare il punto di vista di un pubblico legato e ovviamente guidato dalle apparenze!

    • Antonio, penso che il mio compito sia fare corretta informazione e contribuire, senza presunzione, ad accrescere un po’ la cultura enoica di chi mi legge. E’ proprio per questo che non posso accettare un’idea di divulgazione che é pura semplificazione e banalizzazione del discorso, che é una cosa seria, sul vino.

  2. Caro Ziliani, anch’io sono scettico sul fatto che si possa portare la gente oltre la forma civettuola solo con un linguaggio diverso. Molto più possono manifestazioni serie sul territorio, dove il vino viene fatto conoscere e spiegato in modo chiaro e pratico: compito affidato ad esperti di vino e di comunicazione che sappiano afrontare anche chi si avvicina solo per frivolezza. In Italia, qualche cosa del genere comincia ad esserci e la gente vi partecipa, si interessa e discute e ciò credo faccia bene anche ai produttori. Complimenti per i blog e per la voce fuori dal solito servilismo.

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