Barolo boys: andarono per suonare e finirono tristemente suonati

Baroloboys-locandina
Riflessioni su un DVD che suggella il triste tramonto di un’utopia

Devo confessare di essere fortemente imbarazzato nell’atto di dire la mia, dopo averlo attentamente visionato almeno tre volte, prendendo appunti, ritornando su alcune scene, riascoltando i punti salienti dei dialoghi, il cortometraggio pomposamente intitolato Barolo boys. Storia di una rivoluzione. Opera firmata da Paolo Casalis e Tiziano Gaia e realizzata, è bene ricordarlo, con il contributo (finanziario) di Regione Piemonte, Slow Food e Eataly (alias Oscar Farinetti) Media.

Sono soddisfatto di non aver buttato via i 15,90 euro che ho speso per aggiudicarmi copia del filmato, perché le musiche, scritte da Giorgio Boffa ed eseguite dalla Orchestra Lumiere e dalla Banda Musicale Gabetti di La Morra, la fotografia, gli scenari, incantevoli, della Langa e dei suoi vigneti, sono davvero belli. E lasciano, soprattutto in un vecchio amante del Barolo (quale è inutile dirlo: quello vero, quello che non puzza di legno. O di altro) un segno dentro.

Poi nei 64 minuti della durata del documentario, che avrebbe dovuto celebrare le gesta di quelli che asseriscono di aver fatto la rivoluzione, del Barolo, e sognavano, parole loro, di produrre il miglior vino del mondo, il miglior vino possibile, senza fermarsi, nelle loro “sperimentazioni” di fronte a nulla, senza aver alcuna paura di produrre vini che, come dice nel film Beppe Rinaldi, “si allontanavano dall’identità del Barolo”, c’è anche altro.
ElioAltare

Ci sono le balle sesquipedali pronunciate dalla voce narrante scelta, il ristoratore italo-americano e produttore friulano Joe Bastianich, ovvero una vicenda, quella dei Barolo boys “avvolta nelle nebbie” (forse del suo cervello), o quelle proposte dall’eroe, triste, della storia, Elio Altare, secondo il quale “tutti i grandi vini prodotti allora e oggi sono affinati in barrique” (come se il Barolo Monfortino, il Monprivato, il Rocche del Falletto, i vini di Bartolo Mascarello, il Brunello di Montalcino di Soldera e di Poggio di Sotto, per citare solo qualche esempio, non esistessero e non fossero mai esistiti).
rinoceronte nero

E altre balle, altrettanto grandi, come quelle dette, forse per ignoranza, dal “rinoceronte”, alias Rivetti Giorgio, che definisce i Barolo boys come contadini che “per la prima volta vanno ad incontrare importatori e clienti” negli States, come se tra gli altri Alfredo Currado e sua moglie Luciana Vietti non fossero stati negli Usa a vendere i loro ottimi Barolo tradizionali molti anni prima di loro. E balle ancora più gravi, visto che è uno dei due curatori della guida di Slow Food Slow wine, come quelle pronunciate da Giancarlo Gariglio, secondo il quale prima dell’avvento dei Barolo boys “c’erano pochi Barolo interessanti”.
GiacominoSuckling

Fino alla balla da premio Oscar pronunciata dal “padrino” dei Barolo boys, il loro venditore negli States, Marc de Grazia: a suo dire “l’avversione era stata contro di noi, non contro i produttori tradizionalisti”. Un’affermazione che si scontra non solo contro il buon senso, la storia, lo sviluppo delle vicende, ma che suona come un oltraggio verso quei produttori tradizionalisti che i Barolo boys ed i loro corifei, leggi Slow Food & Gambero rosso, larga parte della stampa, cosiddetti opinion leader di lingua inglese quali James “Giacomino” Suckling, facevano passare per vecchi parrucconi superati, che non capivano – e si opponevano – alla necessità e all’urgenza del nuovo. Anche se questo nuovo a volte aveva il colore inconfondibile del Cabernet. Stranamente presente, come altre uve franciose, nelle vigne di alcuni di questi campioni della rivoluzione enoica in Langa.
MarcdeGrazia

Per fortuna nel film, anche se stranamente i realizzatori del documentario non hanno ritenuto opportuno interpellare Maria Teresa Mascarello, figlia di Bartolo, che su quegli anni, tutt’altro che memorabili, avrebbe potuto raccontarne di belle, alle balle e alla lettura di parte data da quelli che furono i Barolo boys e oggi appaiono come dei nostalgici di un’epopea che fu solo un’utopia, si sono contrapposte le evidenze ricordate da Marta Rinaldi, figlia 29enne di Citrico, ovvero che è “azzardato affermare che la storia del Barolo l’abbiano fatta” i Barolo boys, e che a dispetto di chi blatera che prima dei barricadieri rivoluzionari i vini fossero imbevibili anche dopo vent’anni, lei abbia personalmente bevuto Barolo degli anni Quaranta buonissimi e “integri”.

E tanto di cappello non ad un italiano, ma ad un inglese innamorato della Langa, il wine merchant britannico David Barry Green, che nel film ricorda che “tutti i vini dei produttori distributi da De Grazia sapevano di legno”, e che il Barolo “deve esprimere i caratteri del Nebbiolo ed evolvere con eleganza”. E ancora: “io non voglio un vino resti giovane in eterno voglio un vino che rifletta un’evoluzione naturale di quella particolare uva, di quella particolare vigna, di quel comune”. Standing ovation David!
ChiaraBoschis

E bello sentire un vecchio potatore quasi novantenne, Maggiore Vacchetto, dire alla “Barolo girl” Chiara Boschis, che il vino di suo padre era più buono e che “ai miei tempi una botte che dava un vino che aveva gusto di legno la si spaccava ed il vino si mandava in distilleria”.

Di fronte all’arrogante sicumera di un Elio Altare, che ancora oggi pensa di non avere sbagliato niente e che da rivoluzionario si è trasformato in testardo “padre padrone” – è la figlia Silvia a raccontarci che Elio “sta diventando come suo padre, non c’è possibilità di discussione con lui” e si deve fare come lui vuole, alla faccia della democrazia – ad inutili farinettate che non aggiungono una virgola allo sviluppo del discorso, e ad autentiche bischerate come l’accostamento tra le immagini del crollo del Muro di Berlino del 1989 e il taglio con la sega elettrica delle vecchie botti in cantina (di cui mena vanto Altare), e trovate goliardiche come l’inno americano eseguito dalla banda di La Morra davanti alla cappella del Barolo alle Brunate, il filmato ci regala momenti dove a prevalere è invece il buon senso.
crolloMuroBerlino

Quello che si trova nelle parole del meno “ideologico” del gruppo, Roberto Voerzio, che definisce quello dei Barolo boys come “un fenomeno esplosivo. In quegli anni sono arrivate più lire in Langa che in tutto il secolo precedente”, oppure di un Carlo Petrini, molto diverso dal Carlin di quegli anni, che lamenta nelle parole di Altare l’assenza di una “dimensione storica” e dichiara finita l’esperienza dei Barolo boys asserendo che oggi non c’è più un produttore di loro che faccia gruppo.

Fino a confessare la propria evoluzione del gusto e magari un certo ripensamento su certe scelte: “non mi riconosco più nelle valutazioni delle guide date nel corso di una decina d’anni”. Peccato che a quelle valutazioni, da parte di una guida, la sua, abbia dato, in quegli anni, totale avallo…
DavidBerryGreen

Anche De Grazia, oggi diventato produttore di vino, ma sull’Etna, e con la stessa presunzione di introdurre innovazioni rivoluzionarie, dichiara “disgregato” l’antico gruppo dei Barolo boys, “ognuno per la sua strada”. Ed è ancora David Berry Green a sparare il colpo… di grazia finale, dichiarando convinto che “i Barolo boys non sono andati da nessuna parte: questo movimento è stato solo un boom”.

E così, mentre Chiara Boschis guarda con “affetto e nostalgia” a quegli anni, a quella inebriante illusione “di potere cambiare le cose”, De Grazia, testardo come Altare, pur chiedendosi “quale rivoluzione ha avuto successo?”, non rinuncia a spararle grosse, asserendo, comicamente, come un gradasso Capitan Fracassa, che “il 90% dei Barolo che si bevono oggi sono stati fortemente influenzati dal lavoro che abbiamo fatto noi. Abbiamo cambiato la storia del Barolo: siamo solo colpevoli di aver esagerato nella nostra rivoluzione”.
Ghigliottina

Il che, come lo scorcio di una rimpatriata recente di alcuni Barolo boys, che ha tutta la malinconia divorante di un passaggio da Amici miei atto III, ci mostra gli eroi della rivoluzione barricadista, i teorici della fermentazione “sveltina”, i cultori del gusto internazionale, del Barolo fruit bomb “vaniglia e cioccolato” fatto per compiacere i “piciu” della critica d’oltre oceano, sotto le sembianze di vecchi musoni nostalgici e un po’ patetici, sopravvissuti a se stessi e zucconi nell’immaginare – e rivendicare – meriti che non hanno affatto.
Amicimiei3

In questa vicenda, tutt’altro che eroica, se c’è stato un vincitore è stato il Barolo, quello vero, e un mondo di consumatori presi per il… naso dai Barolo boys e dai loro vini stravaganti celebrati, in comunione d’amorosi sensi, dalle guide. Consumatori che sono tornati a pretendere che il Barolo sappia di Nebbiolo, di terra di Langa, e non puzzi di caffè o di legno francese.
Saturnodivorafigli

Ha un bel dire e sperare Altare, oggi impegnato a far vino in quel posto splendido che sono le Cinque Terre, seguendo i consigli degli anziani, ovvero la tradizione, ma ovviamente con “nuove tecniche e legni nuovi”, nel dire, in chiusura di film, “vedremo se riusciamo a vincere anche questa scommessa”.

Peccato non ne abbia vinta nessuna: la ricreazione è finita e la cosiddetta “rivoluzione” è solo un lontano ricordo, un’illusione di gioventù. Ci hanno provato, i Barolo boys, ad uccidere il Barolo, ma lui è stato più forte di loro, delle loro fanatiche utopie: la tradizione ancora ha una volta ha avuto la meglio sulla rivoluzione. Non poteva andare diversamente…

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52 pensieri su “Barolo boys: andarono per suonare e finirono tristemente suonati

  1. Leggendo mi sono tornati in mente i tempi in cui, tenuta per mano da mio padre, venivo portata nelle Langhe a visitare cantine e acquistare il vino. Quel vino. Mentre leggevo il tuo post mi sono chiesta come sarebbe un film analogo, girato qui, a Montalcino.
    Perché mi pare di capire che più il tempo, e le mode, passano, più si impara a distinguere il lavoro serio dalle modisterie. E se c’è qualcuno che premia la costanza e il lavoro serio, questi è il vino.

  2. Impressione mia, caro Ziliani, è che lei confonda ( o meglio, mischi) l’aspetto qualitativo del vino con l’aspetto commerciale. Se lei mi dice che il barolo di Rinaldi è molto meglio di quello di Chiara Boschis, io non metto nemmeno becco. Sono con lei. Se lei mi dice che il successo mondiale del Barolo (da un punto di vista commerciale, badi bene) non è stato favorito dai Barolo Boys, io qui mi sento meno sicuro. Riporto parole non mie, lette non ricordo piu dove, che mi hanno fatto sorridere: “Se non era per i Barolo Boys, Citrico se ne stava ancora sull’amaca a scrivere poesie strampalate”. A prescindere dal sorriso che una immagine del genere mi strappa, credo ci sia un buon fondo di verità E, ribadisco, non si sta parlando della qualità del vino.

    • il papà di Citrico, Giovan Battista Rinaldi, il padre di Bartolo Mascarello, i vecchi proprietari di Borgogno, il grande padre di Angelo Gaja, Giovanni, i Cappellano, vendevano (bene) i loro Barolo, in Italia e nel mondo, quando i cosiddetti Barolo boys giocavano ancora con i soldatini… Per favore rispettiamo la storia e basta panzane

          • Confermo.
            Ricordo che circa 30 anni fa dovevo fare un regalo ad un caro amico toscano e appassionatissimo di vino, quando sono andato in una enoteca fiorentina per un barbaresco di Gaja (costo circa 50000 lire) il rivenditore mi fece difficolta’ perche’ ne aveva poche e non ero un cliente.

  3. Così al volo, mi viene in mente che quello dei Barolo Boys, come altri anche recenti fenomeni, è frutto della corruzione – per l’amor di dio, non quella da codice penale: ci mancherebbe – bensì di quella che negli anni ottanta, ma facendo capolino anche prima, ha sfilacciato idee e pensieri, facendo presumere, supporre, immaginare, che se passa un gatto basta afferrargli la coda prender due peluzzi e attaccargli qualsiasi cosa, poi quel qualsiasi cosa chiamarlo gatto, ed è fatta. Insomma oggi siamo al capolinea di quel fenomeno chiamato “basta la parola” (che in realtà basta solo nel caso di Euchessina), basta chiamare con il nome giusto la cosa che assomiglia alla cosa giusta evvai il successo (i soldi) è lì. I casi si sprecano; l’olio extravergine è uno dei protagonisti di questa dissoluzione – non dico tanto della morale – quanto di un vero e proprio patrimonio di buon senso del buon padre di famiglia. Ne intravedo altri, dove basta, anzi si comincia a usare l’imperfetto: bastava la parola, per entrare lì ed essere sicuri di avere il meglio del meglio, tracciabilità inclusa…. Una delle condizioni affinché sto povero paese si tiri un po’ su è proprio che non basti più la parola, ma che comincino a contare i fatti.

  4. sono un barolista e preferisco rimanere dietro le quinte perché qui nella mia Langa ancora oggi le cattiverie sono all’ordine del giorno. Come in quegli anni del trionfo dei cosiddetti Barolo boys.
    Voglio ringraziare Franco Ziliani, che é sempre stato vicino alla nostra causa di noi tradizionalisti, per questo articolo.
    Ha ragione, almeno in questo, Elio Altare: la verità é una sola. E la verità é che il tentativo di far diventare il Barolo un’altra cosa é fallita. E che i Barolo boys sono tornati, una volta girato il mondo, con le pive nel sacco.
    Bravo Ziliani e grazie per difendere sempre, da vero amico del Barolo, le nostre ragioni

    • caro amico barolista, ho solo fatto il mio dovere di cronista ed espresso le mie impressioni ed i miei convincimenti frutto di tanti anni di frequentazione della Langa del Barbaresco e del Barolo. Non ho voluto infierire o maramaldeggiare su degli sconfitti: mettono già così tanta malinconia a sentirli parlare!

  5. nel tuo bellissimo articolo Franco ti sei dimenticato di citare il cavalier Accomasso, per cui i Barolo boys sono… una squadra di calcio, e secondo il quale il Barolo moderno… non esiste…
    Credo che anche lui meriti un plauso

  6. sono stupito dal numero molto limitato di commenti ad un pezzo impegnativo, dove lei si espone e dice chiaramente la sua sul fenomeno Barolo boys come questo. Lei come si spiega la cosa?

    • Antonio, é assolutamente normale questo silenzio sia da parte dei diretti interessati, i Barolo boys, o quello che ne resta, sia da parte degli altri produttori di Barolo, soprattutto quelli tradizionali.
      Io li conosco i miei amici langhetti: sicuramente leggeranno questo post, ne discuteranno tra di loro, c’é chi mi darà ragione, c’é chi dirà che sono un pazzo e un provocatore, ma sicuramente non si esporranno pubblicamente con commenti su questo blog. Qualcuno, ne sono certo, mi telefonerà per dirmi cosa ne pensa, altri, con il (valido) pretesto della vendemmia, faranno finta di nulla…
      E’ giusto così

  7. E’ dioponibile una statistica attendibile che mostra l’andamento del numero delle bottiglie di Barolo vendute nel mondo, a partire, che so, dagli anni 70? O qualcosa che ci si avvicina? Cosi, per curiosità. Grazie

  8. la durezza della sua stroncatura, non tanto del film, che lei bontà sua non affonda, ma dei Barolo boys e dei loro vini, mi fa pensare che ci sia qualcosa di personale nei loro confronti. Cosa le hanno mai fatto per trattarli come ha fatto? Pensi che si meritino parole tanto dure?
    Io non credo proprio. Peccato, perché lei sarebbe anche appassionato e competente, ma su certi temi mostra una faziosità insopportabile

    • Francesca nulla di personale nei confronti dei Barolo boys: non mi sono mai piaciuti i loro vini e non mi sono piaciuti e non mi piacciono (anzi) alcuni esponenti di questa cosiddetta nuova filosofia del Barolo.
      Loro sono liberi di fare i loro vini come vogliono, basta che usino esclusivamente, come prevede il disciplinare, il Nebbiolo, altrimenti, come insegna il grande Gaja, hanno la possibilità di declassare il Barolo a Langhe Nebbiolo e metterci dentro un 15% di altre uve. Hanno fatto sempre così in passato, negli anni più accesi delle sperimentazioni e delle prove? Diciamo di sì, per carità di patria, ma ricordo che anche Veronelli aveva avuto qualche dubbio di fronte a certi “Barolo”.
      Quanto ai personaggi, se ho la massima antipatia e disistima per il “rinoceronte” che preferisco non nominare nemmeno, e scarsa simpatia, a pelle, per Altare, considero persone come Chiara Boschis, alla quale ho fatto più volte visita in cantina non nascondendole i miei dubbi sui suoi vini (e su talune frequentazioni passate…) molto simpatiche. Di ex Barolo boys come Roberto Voerzio mi considero amico, come pure di Elio Grasso e ultimamente trovo simpatico persino Parusso.
      Ma quando penso al Barolo, Grasso a parte, non é certo ai loro vini che faccio riferimento. Il mio cuore non ha mai battuto per la barrique sul Nebbiolo. E nemmeno sul Sangiovese :)

  9. Buongiorno Franco,
    premetto di non aver visto il film… mi sono divertita molto nel leggere il tuo articolo e, conoscendo la vera storia del barolo, condivido pienamente il tuo pensiero…
    un saluto Paola Rinaldi

      • Buongiorno a tutti…… Sono un produttore e componente della banda musicale di La Morra;se posso vorrei entrare in punta di piedi in questa discussione. Oltre avermi interessato parecchio,mi ha pure confortato su idee che ho sempre espresso, sentendomi quasi a disagio, con la paura di essere additato come colui che parla solo per invidia,non avendo beneficiato del flusso così cospicuo di lire che si è riversato in langa…Qui mi fermo,ringrazio di aver potuto leggere una analisi del fenomeno in chiave diversa e,forse,più realistica.Informo che Giovedì sera 30 ottobre alle ore 20,30 presso il salone polifunzionale di La Morra ci sarà la proiezione del film .
        Buongiorno a tutti

        • beh, come componente della banda di La Morra (complimenti, siete davvero bravi) nessuno meglio di lei può capire come sia potuto accadere che i Barolo boys andarono per suonare e finirono… suonati… :)

  10. Buonasera caro Ziliani,così per scherzare un po’ mi piacerebbe chiamarla Il Principe azzurro delle Langhe o Barolo man ! Che ne dice? Comunque é bello che esistano persone come lei , esperte ma alla mano, umili ma orgogliose, schiette, vere e che si prodigano per il territorio !
    Saluti

    • mi chiami il guardiano del Barolo e grazie per i suoi complimenti. Me ne ricorderò stasera mentre a Varese parlerò non di Nebbiolo, ma di Sangiovese nelle sue varie espressioni.

  11. Intervenire in casa d’altri non è mai educato per cui non entro nello specifico del Barolo, ma il film offre ampi motivi “generali” di riflessione sul mondo del vino e su questi c’è molto da discutere. I vini dei Barolo boys non sono un fatto isolato, sono analoghi ai Super Tuscan, ai Brunelli innovativi e a tanti altri “trebicchierati” nati nello stesso periodo. Vini tecnicamente più che perfetti, con tanti punti in comune tra di loro; stile “internazionale”, scarsa tipicità, uso pesante di legno piccolo e di vitigni internazionali (ufficialmente o meno), alcol sopra 14, colore impressionante, corpo stratosferico, concentrazione pazzesca, tappi lunghissimi, bottiglie ultrapesanti e uso sapiente dei giornalisti più in voga al momento. Curioso che all’improvviso l’Italia si sia messa a produrre in ogni suo angolo, dalle Alpi a Pantelleria, vini così simili tra sé e così difformi da tutto ciò che si era fatto prima, ma ormai è storia passata per cui perché recriminare? Perché è davvero storia passata, nonostante l’enorme sforzo dei media il mercato li ha amati solo per una breve stagione. Ed era logico che finisse così, come spiega perfettamente un famoso articolo del noto MW Michael Broadbent; ho comprato tutta la vita Chateau Pavie, ma ora costa ancora € 200 però per piacere a Robert Parker jr è divenuto identico al neozelandese da € 15, per cui da qui in avanti compro il neozelandese. E questo chiude ogni discussione.

  12. Caro Franco:

    Non ho visto il film, ma hanno sentito parlare, e mi ha intrattenuto con la vostra recensione e commenti. Mi chiedo perché il film è solo ora, quando la rivoluzione del Barolo boys è morto…

  13. Per qualcuno che ha visto il dossier sulla rai dei barolo boys e non conosce bene il barolo e le langhe puo’ averne tratto un’informazione distorta indi tale documentario può fare disinformazione. Non comprendo come il sig paolo casalis che non conosco personalmente abbia potuto fare tale documentario dopo langhe doc ossia dar voce a personaggi con intenti diametralmente opposti, addirittura titolandolo “rivoluzione”. L avrei chiamato “deviazione” dei barolo boys ossia di chi ha voluto fare il barolo dal colore scuro ,che sapeva di vaniglia, che era di pronta beva, che faceva macerazione breve e la malolattica in barrique, che piaceva agli americani e confidando in fidi selezionatori, di chi avrebbe voluto cambiare il disciplinare ,tutto in nome del mercato internazionale, del successo apparente, del denaro.Eravamo nell’epoca del “Bartolo Mascarello non è piu di moda”, delle barbere morbidone che prendevano più premi dei barolo fatti come devo essere fatti, secondo la logica e poi ci si accorge che logica si sovrappone a tradizione. Chi non conosce la storia e pensa che quella sia la storia infatti può venir a dire che Rinaldi poteva continuare a starsene sull’amaca a scrivere poesie….bizzarro pensiero.

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  15. L’ho visto e considerando che frequento con passione l’ambiente da pochi anni, non conosco bene le dinamiche culturali e di mercato (ma non solo) che vengono esposte allo spettatore.

    La forza del documentario, a mio parere, sta nell’atribuire un’importanza ad un periodo storico (poco felice per l’espressività del Barolo) di cui tuttavia hanno beneficiato tutti (anche i tradizionalisti): sotto il punto di vista economico, della visibilità e di alcune tecniche in vigna (v. diradamenti).

    Uno svolgimento dei fatti che questo articolo ridimensiona nettamente e se ha ragione Franco Ziliani (al momento nessuno lo ha smentito) viene a cadere il significato di tutto quello che il cortometraggio voleva comunicare.

  16. Sono rimasto profondamente deluso dal dicumentario perchè sempre mi lasciano perplesso gli sprechi: energie risorse…soldi. Ma soprattutto si è sprecata la possibilità di rappresentare di narrare e di mostrare ulteriormente al mondo una “langa” e una cultura certamente già nota: si poteva lavorare sui contenuti anzichè portare l’ennesima cartolina di un cedro o di un “garos” illustremente trascinato con amore.

  17. Ho letto con attenzione tre volte il suo articolo e devo dire grazie per una bella ironia anche un po’ sarcastica che smorza un po’ i toni. Da ex abitante di Barolo ex impiegato all’Enoteca Regionale del Barolo ex maitre e sommelier di sala delle principali realtà enogastronomiche della zona e ora da titolare di una agenzia di rappresentanza a Milano che cerca a fatica di introdurre vini piemontesi ormai di molto inflazionati e anche demoliti dalla cattiva informazione come dice lei, dicevo non posso definire un Barolo migliore di un altro…posso solo dire che reputo Chiara Boschis, Enrico Scavino, Chiarlo, e anche lo stesso Altare dei grandi maestri e con loro anche i vari Fenocchio, Roberto Conterno, Rinaldi…sono espressioni diverse di un territorio, storie famigliari, vicissitudini, prove ed esperimenti che ancora oggi in langa sono presenti e concorrono a dare un grande impulso alla ricerca della qualità nei vini di queste zone. La loro rivoluzione seppur utopistica ha dato comunque una svegliata al restante mondo del vino piemontese, i tradizionalisti hanno comprato botti nuove e hanno investito in una maggiore ‘pulizia’. E adesso la stragrande maggioranza di produttori in langa hanno sia il legno grande e il legno piccolo nuovo e di secondo passaggio di questi non parliamo?

  18. Ogni periodo storico lascia la propria impronta,quanti erano i vignaioli albesi che praticavano il diradamento delle uve prima dell’avvento di questo gruppo?
    Quanti sanno che la capacità media dei contenitori in legno della più grande cantina del tempo della sinistra Tanaro di proprietà dei conti Roero era di 350 litri nel lontano 1700? La memoria storica spesso svanisce dopo due o tre generazioni

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  20. I “Barolo Boys”, caro Franco, non sarebbero andati da nessuna parte se non ci fossero stati fior di giornalisti che ne hanno incoraggiato e premiato il percorso. Certo non quelli come te o, nel mio piccolo, come me, ma quelli che ben conosciamo e che di danni hanno continuato a farne anche dopo, apprezzando e premiando vini che dentro non erano quello che dovevano essere.
    Il film, che come ti avevo già scritto, ho visto in TV (onestamente 15 euro non glieli avrei dati), non mi è sembrato enfatizzasse i Barolo Boys, ma fosse più un tentativo di raccontare una storia, con tutte le sue contraddizioni, certamente senza intenzione critica, solo documentaristica. Mi ha un po’ annoiato, devo ammetterlo, ma questo solo perché continuo a pensare che chi fa il vino debba fare il vino e non debba essere personaggio (cosa che estenderei senza esitazione anche agli chef nel campo gastronomico).
    Perché il personaggio è spesso un’invenzione, mentre Bartolo, Giovanni, Teobaldo, Citrico, Mauro, sono prima di tutto portatori di cultura, distanti anni luce da qualsiasi tentazione lucrativa mascherata da rivoluzione.
    Sappiamo bene come i successi economici abbiano creato in Langa (forse più che in qualsiasi altra zona d’Italia) una smania di grandezza che ha portato molti produttori a far costruire mega cantine progettate da architetti di grido, con il solo scopo di mostrare al mondo una grandezza tecnologica che non trovava corrispondenza nel bicchiere.
    Ma, ripeto, sono stati fortemente aiutati proprio da chi come te e me, racconta il vino e la sua gente. I Barolo Boys passano, invece “loro” sono ancora lì, hanno solo puntato ad altri soggetti, ad altri temi più in voga in questo momento, e senza che abbiano mai riconosciuto i propri errori e le proprie responsabilità…

  21. Domanda è così importante la botte grande? Io adoro tutti i tradizionalisti che lei cita.. Ultimamente sono stato in Barolo ed ho scoperto produttori che usano barrique vecchie per il semplice motivo non hanno abbastanza uva per colmare una Big slavonian barrel; altrimenti devono iniziare a produrre un Vin Jaune nebbiolato… che non sarebbe male… per me anche nei piccoli contenitori se usati bene e con maestria La tradizione si rispetta…. Comunque gran bell’articolo così si fa; se no questi barolo boys cominciano a produrre chambertin/Cannubi 100% barrique nuove super tostate… Fanno diventare Mascarello Rousseau o Rinaldi Roumier.. A presto

  22. Gentile Ziliani,

    Vedo che Lei spara a zero su De Grazia. Ma le vorrei ricordare che una parte del Barolo e oggi l’Etna sono conosciuti in tutto il mondo, anche grazie a Lui.

    La sua azienda sull’Etna è tra le migliori in Sicilia, e se non fosse arrivato lui a portare un pò di innovazione, ancora si berrebbe vino sfuso.

    Quindi si rilassi un pò e cerchi di apprezzare il lavoro delle persone.

    Cordiali Saluti.

    • Antonio, innanzitutto si dia una bella calmata (camomilla doppia per il signore!) lei. Io apprezzo, legga ad esempio il post di oggi su questo blog, il lavoro delle persone, ma mi riservo, anche perché ho una vaga esperienza trentennale in materia, di criticare le cose che, a mio avviso, non vanno bene.
      Si informi, i vini buoni sull’Etna si producevano anche quando De Grazia non aveva scoperto “a Muntagna”, e quando il tipo faceva business spacciando per buoni negli States Barolo che potevano piacere solo a dei palati incolti, totalmente digiuni e ignari di Nebbiolo e di Barolo.
      Baciamo le mani!

      • Ziliani, lei ha tutto il diritto di criticare. Ma si tolga questa presunzione. De Grazia sicuramente non “spacciava” robaccia. Lei piuttosto cambi spacciatore…

        Avrà pure esperienza trentennale, ma non è l’oracolo dei vini buoni!

        Cordialmente!

        • Antonio, lei scade nella cafoneria e nell’insulto. Non devo cambiare “spacciatore” perché non ho nemmeno mai fumato una sola sigaretta in vita mia e tanto meno ho provato una “canna” o peggio e la vista di una siringa mi dà orrore. Quindi questi insulti espressi in forma subdola se li tenga per lei. Secondo. De Grazia vendeva, a mio avviso, Barolo di second’ordine, rispetto ai veri Barolo, che si chiamano Monfortino, Cascina Francia, Monprivato, Vigna Rionda, ecc.
          Non sono l’oracolo di nessuno, ma che io difendessi il Barolo vero, quello tradizionale, mi veniva pubblicamente riconosciuto dallo stesso Bartolo Mascarello, da Baldo Cappellano, gente che, se mi permette, ha ben altra autorità della sua.
          Mi stia bene

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