Franck Cornelissen: “il Padre Pio dell’Etna”?

Cornelissen oggi
Celebrato e raccontato da par suo da Alfonso Stefano Gurrera

Chi meglio di Alfonso Stefano Gurrera, penna unica nel panorama del giornalismo enoico italiano poteva descrivere, con poesia e fantasia e con parole degne di un racconto leggendario, un personaggio mitico come Franck Cornelissen? Nessuno. E allora godetevi questo capolavoro di scrittura…

Qualcuno, esagerando, lo considera il “Padre Pio dell’Etna”. Anche se non porta impressi sul suo corpo i segni della crocifissione e né lo si può considerare l’erede mistico di San Francesco d’Assisi. Eppure il suo successo è molto legato ad un genere particolare di vita ascetica accresciutasi non da eventi eccezionali ma da una diuturna, quotidiana e ininterrotta dedizione. E il simbolo più rappresentativo della combinazione peculiare di tale sua coscienza cosmica, che da ciò ne scaturisce, si intreccia nella combinazione fra uomo, cielo e terra.

Sono alcuni postulati fattisi “pilastri quadro” nella mia filosofia del quotidiano, grazie alla frequentazione di questo personaggio singolarissimo. E la sua storia, la storia di questa “autorità”, considerata un “luminare dell’enologia dell’Etna”, è certo che presto si farà leggenda. Lui, e a molti scrittori, ha ispirato favole, fiabe, storie, racconti e apologhi sul vino. Questa striscia di caratteri letterari è sempre appartenuta alla ricchezza culturale di tanti popoli. E ancor sempre è confluita alla tradizione orale quando non ha ingannato quel mix che sta tra il reale e lo stupefacente. Ovvero, che tali narrazioni, concrete e vissute, siano “degne di essere raccontate”. E con la licenza di aggiungere una spruzzata di fantasia e un pizzico di sapidità. Per “marinare” l’anima dei luoghi in cui la storia si svolge e, per fornirne poi, risposte ai molteplici perché dell’esistenza.

Queste suggestioni, sgorgate repentine dall’iperuranio dei ricordi, ed esalatesi da un suo calice “Di…vino”, mi hanno incoraggiato ad esternare ciò che la mente stava affidando all’archivio delle memorie obliate. Così, e subito, mi è sembrato di ricordare, e percepire ancora, dopo quasi due lustri, la pacata voce, e il riverbero, di quelle prime trenta parole pronunziate per introdurre l’incipit della sua, tanto fantastica e reale, quanto antica e moderna, storia personale: “Sono cresciuto ateo, in casa di atei – esordì – ma qua, sull’Etna, ho scoperto tre cose: che dio esiste, Gesù è figlio di dio e lo spirito santo lo si può trovare in un calice di nerello mascalese”.

Parole uscite dalla bocca del tale personaggio-produttore, all’epoca da poco insediatosi sull’Etna (correva l’anno 2006), e resosi presto popolare per i suoi originali concetti con cui articolava certi singolari, e audaci per quel tempo, linguaggi enologici. Tutti finalizzati a vinificare modernamente, e con nuova filosofia, i nerelli dell’Etna. Fu proprio tale, alla lettera, l’esordio di quell’intervista al punto da poterlo definire un incipit degno di una grande storia mitologica.

Fu qui, alla fine di questa sua prima esternazione, che al povero inesperto, e sottoscritto cronista, che aveva difronte, non rimase che deporre la penna, chiudere il taccuino e aprire cuore, anima e soprattutto orecchie. Per ascoltare “cose degne di essere raccontate”, dalla voce di Frank, così era conosciuto a Solicchiata (una delle sette frazioni del comune di Castiglione di Sicilia, sul versante nord dell’Etna) perché quando chiesi sul posto informazioni stradali per trovare la cantina di Cornelissen, lì nessuno lo conosceva, né sapeva dove abitasse. Eppure quel vigneron belga-americano era titolare, da ben quattro anni, di una delle più importanti aziende dell’Etna. Piccola ma importante azienda, per la qualità e, soprattutto, l’audacia dei suoi vini. Che nascevano da un vigneto di circa un ettaro e mezzo e da una cantina di appena 30 metri quadri ma sufficiente a produrre poche migliaia di bottiglie, tanto era bassa la resa delle sue piante.
Frank 2006 (1)

Poi, in seconda battuta, Cornelissen cambiò modulazione al suo placido linguaggio e, da leggendario e clericale, il suo dire si fece laico e freddamente aconfessionale. E col tono di chi era abituato già da tempo ad interrogare la natura come uno sfrontato giudice e non più come un timido scolaro, iniziò a disquisire sui suoi personali concetti naturalistici: “Tutta l’agricoltura è un arcano, incomprensibile mestiere – continuò – dove l’uomo non può spingere il tempo e nemmeno rallentarlo. Si può solo cogliere l’incantesimo di un attimo in cui le cose sembrano stiano per rivelarci il loro segreto e niente più. E la parte più affascinante sta nel sottomettersi a questi suoi ritmi naturali, sarà poco romantico, spesso è pure crudele, ma sposa una filosofia orientale che bisogna accettare. Se la forzi entri in un altro mondo dove l‘uomo dirige e non segue, ma diventa padrone e schiavo insieme. E dove il terroir umano si sposa e si fonde con la terra vera e diventa parte integrante della vigna”.

Già, “sposare una filosofia orientale” ed applicarla alla natura. Quel suo sapere di un maestro zen, con quella faccia un po’ così, e come il suddetto esempio palesa, pare che l’abbia sempre coltivato. O, almeno, da quando andò ad abbeverarsi alla dottrina di Steiner, ben presto però rinnegata. Lui, infatti, si distingue per l’attenzione che mette a tutto ciò che fa; altrettanto autentico si dimostra nell’esercitare i propri coerenti e genuini sentimenti. E sempre disponibile lo trovi ad accettare ogni capriccio della natura senza mai perder la sua proverbiale e caritatevole pazienza. Il tutto, senza sosta, ben ovattato nell’involucro di una personale, serafica e invidiabile pace interiore.

Questa sua veste non va considerata solo un semplice abito morale. E’ il suo doppio celeste, fatto di “coltura” e “cultura”. E l’io permanente che vi abita, sta al di là degli aspetti, insieme disuguali e identici a lui come diverse e identiche sono una figura e la sua immagine riflessa allo specchio. E sempre, e non a caso, le parole “cultura” e “coltura”, che lui mai si stanca di intrecciare, sfumano l’una nell’altra, “perché – afferma – la coltivazione di sé stessi e del proprio spirito fluiscono dalla medesima parola di dio, che può valere e per l’atto di lavorare la terra e per erudire quel soffio vitale dell’esistenza che noi chiamiamo anima”.
suo vigneto

Questo lungo, razionalista proemio, lungi creare effetto, o dal volersi adeguare ad una prassi cronistica-letteraria, mira solo ad attestarsi un fine: rendere credibile che ciò che si è detto, e si dirà sulla bellezza e la personalissima, stravagante eleganza dei suoi vini, spesso discussa ma senza sosta apprezzata, si possa dire altrettanto di lui.

Specie poi se il tutto lo si lega al suo modo similmente originale di dialogare anche con “l’anima del luogo”. Quel luogo affascinante, unico e già, da alcuni anni, riconosciuto “Patrimonio dell’Umanità”. Luogo in cui, Cornelissen, vive e opera: l’Etna. E con cui si rapporta attraverso un dialogo tacito, riservato, dal tono pacato, quasi segreto. Così Frank impugna il paesaggio e lo decodifica, prende il terroir e ne coglie l’anima, fa un tutt’uno con vigneto, vitigno e acini e lo metamorfa in un nettare ineffabile, da conservare non in botte ma in un album di viscerali sensazioni. Il tutto, in coerenza con le sue “leggendarie” fantasie, tra impenetrabili misteri e censimenti emotivi di un culto laico, come un dispaccio da mettere in bottiglia e disperderlo in mare a futura memoria. Per far volare alta e chiara una voce, e non certo rime elegiache. Voci che esplicitano un semplice, efficace e terreno concetto: “…che tante cose si possono delocalizzare ma il paesaggio dell’Etna e la cultura del suo vino no”.
Frank 2006 (2)

Infatti, quando giunse in Sicilia, Cornelissen aveva già le tre verità in tasca; la prima era quella di fare un “vino di territorio” che si opponesse a quella grande moda australiana d’inizio secolo che percorreva strade barriccate e profumate di sola lignina; la seconda si racchiudeva nella consapevolezza che un grande territorio va coniugato all’insegna dell’equilibrio e questa condizione rappresentava un legame che ne avrebbe sciolti altri. Terzo: l’esigenza di una crescita personale che tenesse a bada la fretta di raggiungere subito sia il successo che la perfezione. Quindi occorreva rassegnarsi alle lente acquisizioni enologiche per decifrare il linguaggio di un vigneto che pur adottando un riconoscibile lessico dialettale rimaneva pur sempre un idioma della natura pronto a decantare rime, voci e segni che, come lava, sarebbero sgorgate dalle viscere del suo vulcano.

Così il resto della sua storia oggi la si può raccontare attraverso la voce dei suoi vini. Cominciando col Magma Rosso, suo portavoce ufficiale: il magma dell’Etna fattosi vino. E’ elegante, fine e profondo, di una grandezza ontologica, cosmica e individuale e atemporale, e transitorio, assieme. Dunque: semplicemente spirituale. A volte il suo colore spiazza. Ma in bocca rimuove ogni riserva e subito si rende simile a quelle due nature inseparabili, come lo sono un sorriso attraversato da un pianto. Nasce dal vaglio di una puntigliosa selezione di nerello mascalese franco di piede del suo vigneto a 950 m. slm , in un’ area caratterizzata da cru tanto particolari, quanto privilegiati, dell’Etna. E viene prodotto solo nelle annate di eccezionale livello. In questo vino ci si ritrova la stenografia delle sue emozioni. E anche un paradosso: «Che tanto successo – chiosa Cornelissen – non ti rende vanitosamente orgoglioso, ma ancor più umile».

A tanta solennità si oppone il Rosso del Contadino. Un “Inno alla gioia”, «il vino della mia crescita mentale». Un nettare arcaico ispirato dalla saggezza dei vecchi contadini etnei. «Lo considero più un concetto, che non un vino: in Austria lo definirebbero un “gemischter satz”, un meltin pot di vitigni etnei (nerello mascalese, nerello cappuccio, minnella nera, “a’ francisa, minnella bianca e altri”) che generano il vino di cui ho bisogno quando devo smaltire l’acido lattico (dei miei muscoli, non del vino) delle fatiche di una lunga, faticosa giornata. Il mio “Magma” rappresenta l’austerità dello “Ŝostakoviĉ” delle mie passioni musicali. E il “Contadino” la Carmen Consoli delle “Parole di burro” ».

Poi c’è il MunJebel Rosso, il vino più rappresentativo della vallata, un nerello mascalese in purezza; una festa nuziale tra austerità, finezza, eleganza e profondità. Il tutto illuminato da una tipica lucentezza mediterranea. Ma che poi, in pacifico contrasto, richiama un carattere nebbiolesco che si fonde alla dolcezza solare dell’Etna. «Sì, è vero, mi ricorda i nebbioli di “Bartolo Mascarello” – confessa Cornelissen. «E come con un classico Barolo è assemblato da particelle di vigneti diversi. Un protocollo che adottiamo quando il fine poggia sulla ricerca di una discreta, e assieme appariscente, eleganza. Anche qui ho un debito di riconoscenza verso la saggezza dei vecchi contadini “da’ muntagna”».

Ma il grande saggio rimane pur sempre colui che va alla ricerca di quel “punto di sella” dove dimora il perfetto equilibrio. E Frank Cornelissen incarna alla perfezione il ruolo di questa figura. Per questo mi permetto di concludere dedicandogli tre versi del “Manifesto” di Wendell Berry: “Approva nella natura quello che non capisci/ e loda questa ignoranza/perché ciò che l’uomo non ha razionalizzato …/…non ha mai distrutto”.

Alfonso Stefano Gurrera
(le foto, gentilmente concesse, sono di Massimiliano Montes

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6 pensieri su “Franck Cornelissen: “il Padre Pio dell’Etna”?

  1. Grazie Isabella, ma il tuo complimento non sarà per me solo una vanità da ostentare orgogliosamente. Però è certo che mi ha fatto molto piacere. Lo considero come una carezza verbale, un’espressione attraverso cui ci sentiamo riconosciuti, vivi, insomma certi che gli altri si accorgono di noi. Ho appena finito di leggere un saggio di Eric Berne, il fondatore della “Analisi transazionale”. Lui sostiene che “tutta la vita si gioca nel cercare e nel ricevere carezze positive, siano esse verbali (come il tuo esempio esprime), non verbali (i sorrisi, e i cenni affettuosi), o fisiche quali gli abbracci, i baci, i gesti, (Franco chiude sempre le sue email con “un caro abbraccio”). Senza di esse – sostiene Berne – le persone avvizziscono, si spengono, si ripiegano in se stesse”. Benedetto allora il vino, e i vigneron come Frank, se così e sempre ci aiuteranno a restar costantemente giovani…

  2. In questo blog, tra l’ironica dialettica di Franco Ziliani e la poetica creatività di Stefano Gurrera, non si può fare a meno di proferir parole. E’ quasi un appuntamento periodico che spinge la mia mente alla riflessione. Gli articoli di Stefano sono come un vestito di seta i cui colori brillano alla luce delle parole. Provo a indossarlo e specchiandomi ritrovo la bellezza della vita, serenità, spumeggiante frivolezza, un puntino d’ingenuità e tanta voglia di quella verità, che solo la Natura ti può dar.
    Iniziare questo pezzo con la foto del Sig. Cornelissen, ritengo sia stata una geniale intuizione di chi ha impaginato l’articolo. Il sorriso sardonico di Frank, anticipa le blasfeme parole che identificano il gradito concittadino nel “Padre Pio dell’Etna” o l’erede mistico di San Francesco d’Assisi. Si parla di vita ascetica, solo perché ci si vuole allontanare dalla caotica quotidianità cui oggi siamo avvezzi. Forse è proprio su questo concetto che dobbiamo soffermarci, per non rischiare di continuare a imbruttirci rendendo questa vita aggrinzita e vuota. Questo è il momento di organizzare la quotidianità inglobando in essa lo spazio per ascoltare musica, leggere un libro, gustare gocce di nettare davanti allo scintillio di un camino acceso e magari ascoltare nel silenzio della Natura, ciò che l’altra parte di noi grida ormai da tempo. Tutto ciò non significa essere asceti ma ritornare a essere NATURA.
    La vera spiritualità sta nella persona che pensa o dice di essere ateo. Colui che cerca, nel frastuono del silenzio, non può vivere tra le ipocrisie della quotidianità e si rifugia in luoghi dove ancora la Natura sprigiona la sua vitalità. Le pendici dda me Muntagna Etna, sono luoghi unici, mistici dove, tra gli anfratti vulcanici si nascondono “I Pircanti”. Ecco perché Frank si è rifugiato tra la nera e calda, lava del nostro Vulcano.
    “Dove l’uomo non può spingere il tempo e nemmeno rallentarlo. Si può solo cogliere l’incantesimo di un attimo in cui le cose sembrano stiano per rivelarci il loro segreto e niente più.
    Ci meravigliamo di queste parole, perché abbiamo perso di vista la nostra vera Essenza, il nostro Essere Natura, eppure i cicli della nostra vita sono cadenzati e trascorrono silenziosi anche senza la nostra accettazione. Noi non governiamo ma siamo governati dalle stagioni della Vita.
    Non trovo esatta l’espressione“sposare una filosofia orientale” solo perché si parla di conoscenza dell’IO, questa è una coscienza universale, non racchiusa dentro confini di Stato o di Religione. L’Essere Umano è UNICO e NESSUNO. La liquidità dell’Anima si espande dentro e attraverso noi come linfa che unisce la terra e l’aria per dar corpo ai tralci che nutriti generano le suadenti gocce che sprigionano queste parole.
    Frank non impugna il paesaggio, è il paesaggio che ha impugnato e continua a impugnare Frank.
    Frank è lo strumento di Dio, uno dei tanti, al fine di far ricordare che Noi siamo parte integrante ed energia di questo sogno chiamato Vita.
    Il Mare, il cielo, gli uccelli, il prato verde, sono sempre stati e sono davanti a noi. Stiamo vivendo un momento topico, soprattutto in occidente, stiamo cominciando a guardare con occhi diversi il nostro mondo, ma soprattutto stiamo cominciando a conoscere la nostra Natura.
    Grazie Frank, perché con il tuo operato e attraverso la poetica descrizione di Stefano hai aperto la scatola dei ricordi emozionali del nostro Essere.
    PS/spero di assaporare presto i tuoi succulenti vini.
    Con affettuosa stima
    Giusi Belluomo

  3. Ho bevuto solo una volta un suo vino, direi circa 6 o 7 anni fa, sapevo di lui, mi aveva colpito molto favorevolmente. Negli anni l’ho un po’ seguito domandandomi come cresceva, cosa pensasse.
    Leggendo ora l’articolo, capisco che la persona, il vignaiolo, i vini, sono interesantissimi.
    Ora sento ammirazione e desiderio di approfondire il mondo Cornelissen.
    Ciao a tutti, complimenti.

  4. Grande Stefano!!
    È ancora più grande , e’ la penna che dalla tua mano scorre!!
    Racconto bellissimo… Mi hai emozionato
    Voglio ringraziarti,perché con la descrizione di quest “uomo della natura” , Franch, con una tale delicatezza e sensibilità’, hai evocato in me ancor di più , la fortuna di essere siciliana!!! Hai risvegliato la rabbia e la voglia di riappropriarmi del mio territorio. Una risorsa ereditata da Dio, da risparmiare e trasmettere ,integra, alle future generazioni . Quest uomo venuto da lontano, innamorato della nostra splendida terra, ha acceso in me la voglia di combattere ,di superare le difficoltà che la vita di ogni giorno ti riserva in questo terra bellissima, che come diceva Sciascia “Sicilia io non posso vivere né’ con te né’ senza di te”. Niente ha valore se non è stato conquistato,non restare ai margini della strada,sperando che le cose che vuoi piovano dal cielo. Ma conquistarle con impegno , e valorizzarle con la fatica che le rende più tue e più meritevoli. Porsi davanti alle difficoltà ,non tormentandosi per esse , ma cosciente di poterle vincere!!!
    Grazie Stefano…
    Con immenso affetto
    Antonella Innorta

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