I “galletti” insegnanti di team-working

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Quando la collaborazione non è solo una bella parola, ma realtà

Voce del verbo collaborare. Partecipare attivamente insieme con altri ad un lavoro per lo più intellettuale, o alla realizzazione di un’impresa, di un’iniziativa; ad una produzione. Chissà perché a noi italiani questa parola, e l’azione che ne consegue, non piace molto. Alle volte siamo convinti di tirare la zappa sui piedi degli altri ma non ci accorgiamo che così facendo la stiamo tirando a noi stessi. E che male che ci facciamo.

Qualche anno fa feci una visita in Alsazia. Di quella striscia di terra lunga 120 km al confine con la Germania, me ne innamorai. Per il paesaggio, tappezzato di vitigni; per i villaggi a graticcio dove era possibile fotografare nidi di cicogne sui tetti spioventi. Per il susseguirsi di case-cantine, una dietro l’altra dislocate nei centri dei piccoli paesini, senza la pretesa di insinuarsi tra gli incontaminati paesaggi di vigneti, dove di capannoni nemmeno l’ombra. Per gli aromi dei suoi bianchi, i Riesling, i Pinot Blanc ed i Gewürztraminer. Inebrianti al naso quanto secchi al palato, mai stucchevoli nella loro eleganza.

Riluce nella mia memoria tutta questa poesia. Così come rimane inciso il ricordo di un diverso approccio riscontrato nel rapporto tra vignaiolo (mi riferisco alle piccole realtà) ed attori satelliti. Un approccio ritrovato poi anche in altre regioni d’oltralpe.
Le cicogne in Alsazia

Mi ricordo di una mattina di mezza estate (suona bene ma il periodo era proprio quello), quando ci intrufolammo nella cantina di un vignaiolo e, inserendoci a tradimento, iniziammo a degustare gli n-vini che lui già aveva predisposto per l’assaggio ad un abbondante ristoratore straniero, come noi in tour enoico. Originati da una proprietà di pochi ettari ai piedi del Grand Cru Steinert. L’opulenza dei suoi vini (nel senso lato del termine, ad ognuno la sua interpretazione) ti sfianca, al punto da indurti al sacrificio di assaggiare una tipologia ed un’annata dietro l’altra. E contrariamente alla comune credenza sui vini bianchi che li vede più belli da giovani, più indietro vai, più percepisci che sono vini che vivono. L’andare a ritroso ti permette di ritrovarne l’essenza e la loro reale manifestazione di bellezza.
Assaggi Riesling, filtrati e non, un Grand Cru dell’annata X/Y. Un Gewürztraminer di quelli con residuo zuccherino ridotto all’osso. Assaggi dell’altro ancora, senza solfiti aggiunti. E ti ricordi che la sua è viticoltura biodinamica. Dal 1981. Per motivi ben specifici che non inseguono alcuna moda, meno che meno quella da “figli dei fiori”. Indovinate di chi sto parlando.

Ma poi ad un certo punto, quando arriva il momento di assaggiare la Selection de Grains Nobles dell’annata che avevi in mente lui ti raccomanda un localino della zona dove poter degustare quel particolare vino e, perché no, mangiare qualcosa. E, nel caso ce ne sia di bisogno, fa lui in persona un colpo di telefono per prenotare e verificare la disponibilità in cantina del tuo desiderio.
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In Italia, a onor del vero, ciò non mi è mai capitato. Ma guarda loro come si spalleggiano. Voce del verbo cooperare? Puoi trovare nei ristoranti delle riserve particolari, delle annate che vanno indietro nel tempo che presumono un certo investimento ma forse non solo questo. Forse ci sta dietro anche una diversa relazione vignaiolo-ristoratore che più incentiva certe scelte da parte dell’uno e dell’altro.

Sempre in quella stessa estate feci visita ad un altro produttore. Ma trovai il cancello chiuso. Trattavasi di ferie. Avranno pur diritto anche loro. Ma non me ne feci una ragione così facilmente. Per cui scrissi subito un’e-mail tentando il miracolo.

Come potevamo saltare una visita ad una cantina così storica? Una famiglia di vignaioli dal 1600. Biodinamica dal 1998. Non conoscere un vignaiolo ad essere stato tra i primi francesi (forse il primo) a qualificarsi come Master of Wine? Indovinate chi è. Purtroppo è saltata. E da quella volta io nei miracoli non credo più.

Gentili come non mai, ci hanno comunque non solo risposto via e-mail ma altresì consigliato un’enoteca in centro a Colmar, La Sommelière (d’accordo un nome lo faccio), dove poter acquistare il loro vino a prezzi di cantina. Guarda questi come collaborano. Ancora una volta.

Siamo andati in città, letteralmente fiondatici nell’enoteca raccomandata (specializzata in vini “naturali”) ed abbiamo fatto man bassa. Ogni nostra curiosità è stata esaurita, quasi come se l’enoteca fosse un’estensione naturale della cantina mancata. E la frustrazione di non aver conosciuto Monsieur Vigneron è stata in parte bilanciata dall’aver potuto pagare lo stesso prezzo che lui ci avrebbe applicato. Il denaro non fa la felicità ma a volte la differenza … la fa, eccome.

Ci sono stati altri casi in cui siamo stati raccomandati dal vignaiolo ciò che lui stesso era solito raccomandare a sé medesimo (ed ai suoi amici) in caso di appetito. Oltre a ciò, dimostratosi disposto a portare quella bottiglia speciale al ristorante nel caso fosse necessario. Un circolo vizioso ma virtuoso. Laddove puoi pagare un quartino di vino sfuso 10 euro, mezzo litro 20 ed un litro 38 (evviva lo sconto) tutto ciò fa la differenza, eccome. A noi italiani quantomeno. Si, perché del prezzo del vino, sfuso incluso, i francesi non paiono lamentarsi più di tanto. E’ come se lo spalmare il costo immobilizzato di una cantina più o meno importante sulla carta dei vini sia fenomeno da loro maggiormente compreso. O non sarà altresì che la qualità media dello sfuso francese è meno “da battaglia” e rende il moltiplicatore del ricarico onesto se considerato in senso relativo e non in valore assoluto?

Non che di tutta un erba se ne possa fare un fascio. Ma, allo stesso modo, l’eccezione conferma la regola. Quindi si, tornando al discorso di prima, in Italia a me non sembra siano in molti i vignaioli che fanno fagotto, dalla loro azienda si recano al ristorante, provano i piatti per capire quale tra questo o quello dei loro vini sarebbe azzeccato in abbinamento, promuovendo prodotti più adatti o determinate riserve ai ristoratori loro clienti, acquisiti o potenziali.
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Interponendosi di tanto in tanto agli intermediari commerciali ed intessendo un rapporto come solo loro potrebbero fare e non di certo una ciurma di agenti plurimandatari.

Una schiera di incravattati (non sempre ma spesso) che del ristorante e della relativa carta dei vini non sono granché informati (ma dei loro vini invece ne sanno fin troppo, rivendicandone un’universalità di accostamento); una schiera che poco si distingue dallo spirito tipico dell’informatore farmacologico. Con la differenza che quest’ultimo a volte salta la coda. Non è colpa loro, ma del sistema in cui viviamo.

Un sistema nel quale è difficile che si intessa un rapporto di reciproca fiducia. Che si crei una sinergia del territorio. Concomitanza di intenti chiamasi. O meglio, chiamerebbe-si. Tra piccole realtà, intendiamoci.
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Se è vero (e di certo lo è) che il vino prima di tutto è del vignaiolo e che tutti, dal consumatore all’enotecaro fino al ristoratore, hanno diritto di comprare il vino direttamente da lui, è ancor più vero che bisognerebbe rafforzare quell’unione di cui sopra (che scontata non è) per accorciare le distanze. Far si che non siano solo i ristoratori nel loro unico giorno libero a prodigarsi nello scoprire, visitare e promuovere le cantine ma al pari dei loro “colleghi” siano anche i vignaioli stessi a promuovere le proprie “creature” diventando dei veri e propri collaboratori. Supportarsi a vicenda insomma.

Chi fa da se, non sempre fa per tre. Un concetto così faticoso? In Italia pare di sì, nel vino e non solo.

In parole povere (ed anche un po’ schiette) tirarsela un po’ di meno nel senso di guardare più in là del proprio naso e anche del proprio orticello … Avvicinandosi l’uno all’altro, demolendo le barriere. Dal pestarsi i piedi allo stringersi le mani. A creare una trade union tra categorie per sopravvivere e convivere sul mercato. A creare una rete di impresa, come i bravi francesi sanno fare. Scopiazzando un po’ da quest’ultimi, perché no, a cui tanta unione par venire così naturale. Che ne dite, ce la faremo?

Maria Isabella Rebecca

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

 

 

3 pensieri su “I “galletti” insegnanti di team-working

  1. Pingback: Ancora una volta i francesi ci fanno le scarpe nel rapporto vignerons-ristoratori | About wine, food & myself

  2. Buongiorno Franco,
    scusami innanzi tutto per l’OT, anche se ora questo post mi sembra il più adatto tra gli ultimi da te inseriti.
    In questi giorni, come ben sappiamo tutti, stanno arrivando notizie poco rassicuranti, in particolare dai nostri vicini francesi, e sinceramente mi stavo chiedendo quale portesse essere il motivo dell’assenza di un tuo post al riguardo. Prima che provveda tu a rimarcarlo, so benissimo che sei liberissimo di parlare degli argomenti di tuo gradimento nel tuo blog, oppure di non parlarne affatto; però mi ricordo che, ancora quest’anno, hai voluto ricordare l’11 settembre….se non ti dispiace, quindi, sarei curioso di conoscere il tuo punto di vista al riguardo. Grazie.

    • non ho scritto nulla perché sono semplicemente esterrefatto e sono consapevole che ogni mia parola sarebbe completamente inutile e vana.
      Quanto é accaduto mi ha colpito nel profondo come essere umano.

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