La Peca: il due stelle Michelin che non fa una piega –

La Peca_sala
Alla Peca, il ristorante vicentino dal 2009 due stelle Michelin, vi sarà difficile trovare una pecca. Come si fa ad essere così perfetti … da lasciare un’impronta? Non a caso “peca”, in dialetto locale, significa proprio questo: un segno, una traccia.

Iniziamo dalle cose che contano: il rapporto umano. La presenza della famiglia all’interno del ristorante vige in modo talmente tangibile, da creare un contatto umano univocamente palpabile. In un’epoca in cui gli chef di spicco sono sempre più impegnati in cooking show ed eventi vari, l’intessersi di un rapporto come avviene alla Peca diventa un bene sempre più raro e prezioso. Pierluigi Portinariil pasticciere sommelier, intervalla la sua persona tra una portata e l’altra con un fare così semplicemente “simpatico” ma professionale al tempo stesso da rasentare la perfezione (quella che citavo prima, appunto). Non calpestando mai i piedi al  giovane sommelier, Matteo Bressan, che interviene nel modo giusto al momento giusto.
La Peca_fiore d'uovo

Cogliendo il nostro smarrimento nello scorrere una carta dei vini così ciclopica da essere sorretta da un leggio (non a caso nel 2009 la Guida de l’Espresso gli riconobbe il premio di “Cantina dell’Anno”), Matteo intuisce le nostre propensioni e ci dirotta alla pagina dei biodinamici (intitolata “i vini fuori dal coro”) distogliendoci dal sentiero tortuoso nel quale stavamo immettendoci. Una linearità di intento da contrappeso all’asimmetria dei bottoni della sua giacca. Un pizzico di originalità bazzica un po’ ovunque.
La Peca_centrotavola

Dalle divise dello staff ai centrotavola uno differenti dall’altro creati da Cinzia Boggian: affiancatasi a Pierluigi nella vita (e non solo) conduce la sala e si occupa degli arredi delle tavole. Tutto il resto è design“Avveniristico ma nello stesso tempo caldo ed accogliente”; un gioco di luci soffuse che non è amico di noi fotografi-gourmet (ho visto in difficoltà anche il giornalista giapponese del tavolo accanto) ma va a braccetto con un’atmosfera … da favola. Che abbraccia il nostro tavolo, quello dell’esperto di settore dagli occhi a mandorla, non da ultimo, quello dei ricchi imprenditori della zona accompagnati dalle loro femmes fatales: l’eterogeneità di una clientela stellata è fenomeno molto interessante.
Fratelli Portinari

Se Pierluigi, Cinzia e l’impeccabile staff vi deliziano con la loro così umana professionalità, Nicola vi conquista da dietro le quinte attraverso le sue univoche realizzazioni. Tra i tre menù di degustazione, “il mare”, “La Terra”  e le “impronte” (un mix estroso dei primi due con qualcosa in più), la scelta è cascata sull’ “incarnazione” dei sapori più forti prendente forma nel menù “La Terra”. Preannunciato da delle entreés vegetariane, tra cui dei mini burger di soia (come amo le contraddizioni), si manifesta in tutta la sua rusticità attraverso @ le lumache verso il letargo @ un fiore d’uovo con chiodini, fonduta di Asiago di Malga, crema di spinaci e tartufo bianco (solo lui merita il viaggio)  dei @ #cannelloni alla bolognese (“#” come scritto sul menù), @ il risotto ai fegatelli e succo di gallina eccetera e del @ cinghialino domestico al succo di aglio nero eccetera. Il cosa rappresenta l'”eccetera” lo troverete navigando all’interno della pagina web, dove ciascuno dei tre menù viene deliziosamente esplicato in ogni suo elemento, dessert incluso.
La Peca_vegan burger

Quello che vi posso dire io è che le @ ruote pazze al succo di cipollotti in zuppa di baccalà, pesto verde e liquirizia gettate lì a tradimento nel bel mezzo di un menù così carnivoro ci stanno alla perfezione. E che il grasso del cinghialino “ve lo dovete mangiare tutto”: da parte qualsiasi mania di schizzinosaggine. Pierluigi hai proprio ragione.
Ruote pazze _La Peca

Un bilanciamento perfetto insomma tra aspetti immateriali, quali il rapporto umano, il calore dell’ambiente ed il contesto nel suo insieme ed aspetti materiali, detti anche cibo e vino (motivo principe di una serata al ristorante). Ogni pietanza è un capolavoro di gusto ed immagine, dando a mio avviso prevalenza al primo, sinonimo di sostanza, piuttosto che alla seconda, emblema della forma. Indicativo in tal senso il risotto ai fegatelli (che la mia nonna chiamava fegatini) presentato in un piattino liscio senza alcun orpello, quasi evidente l’intenzione di non contaminare la tradizione nel piatto con inutili fronzoli. E come abbinamento liquido avrete a disposizione il mondo: sarà solo questione di saper farsi orientare. Ne rimarrete entusiasti.

Queste e nessun’altra (non ce n’è di bisogno) le ragioni per cui a me La Peca, il ristorante dei fratelli Portinari dal 1987, ha lasciato … l’impronta.

Stavolta vale proprio la pena di dirlo: un nome, una certezza.

Maria Isabella Rebecca

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4 pensieri su “La Peca: il due stelle Michelin che non fa una piega –

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