E’ morto Aimé Guibert (Mas de Daumas Gassac), eroe dei vins de terroir

AiméGuibertRicordo di un tenace nemico del “produttivismo industriale”

La notizia, apparsa oggi sui quotidiani francesi, ma anche su Decanter on line, è destinata ad essere significativa soprattutto a chi ha qualche annetto e di vino si occupava già negli anni Ottanta e Novanta.
A 91 anni è morto, a testa alta, così come ha sempre vissuto e operato, Aimé Guibert, fondatore ad Aniane nel dipartimento dell’Hérault, a 35 chilometri da Montpellier, nel Languedoc-Roussillon, di un domaine, il Mas de Daumas Gassac (1978 la prima annata proposta) che, basta leggerne la storia, ha letteralmente rivoluzionato le vicende dei vin du pays in Francia, trasformando un semplice vino privo di Aoc in un grande vin de terroir.
Un premier cru nel Languedoc, come mi piacque titolare, era il 2000, 16 anni fa, un’intervista che feci a Guibert, che avevo già incontrato e che incontrai ancora in Italia, durante un’indimenticabile visita in cantina.

Già imprenditore di successo nel campo del cuoio e del pellame, grande appassionato di vini di pregio, a metà degli anni Settanta Guibert ebbe l’intuizione e la folgorazione di pensare che il terroir della zona dove aveva acquistato una tenuta e dove i produttori già esistenti, soprattutto grandi cantine sociali, producevano vini senza grandi ambizioni, potesse avere caratteristiche tali da esprimere vini di pregio, soprattutto lavorando su varietà che secondo le autorità vinicole francesi non erano consentite, prima tra tutti il Cabernet Sauvignon.

Fortuna volle che Guibert conoscesse e riuscisse a “contagiare” un personaggio come Henri Enjalbert, geografo, professore all’Università di Bordeaux, eminente specialista di geologia viticola, il quale a sua volta convinse un illustre collega ed enologo, Emile Peynaud, a visitare tenuta e vigneti.

Enjalbert aveva scoperto la presenza in zona di una quarantina di ettari “di un suolo profondo, perfettamente drenato, povero come humus e materie vegetali e ricco di ossidi minerali”, un suolo che lo studioso amava paragonare ai migliori terroir borgognoni della Côte d’Or.

Il resto è storia, come la collaborazione con Peynaud, che “firmò” già la prima annata, quella di un semplice vin de pays de l’Herault, privo di A.O.C., (oggi in etichetta leggiamo IGP Pays d’Hérault Haute Vallée de Gassac), diventato celebre e apprezzato in tutti i Paesi del mondo, inserito nelle carte dei ristoranti più importanti e proposto dalle enoteche migliori.

Anche in Italia, paese che Guibert amava molto (così come, mi confessò una volta, adorava il Nebbiolo ed il Barolo), i vini di Daumas Gassac, il rosso a base di vitigni quali Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Pinot Noir, Tannat, Malbec, Petit Verdot, (ma anche piccole quote di varietà rare, anche piemontesi), trovò il suo spazio, grazie all’intuito di Pepi Mongiardino della Moon Import (che ancora oggi lo distribuisce) e fu subito apprezzato non solo per la propria singolarità e l’originalità, ma per il carattere personale, la struttura, la complessità, la capacità di durare nel tempo, la salda struttura tannica ed il corredo aromatico dato dalla collocazione dei vigneti (oggi 50 ettari) circondati dalla garrigue, dalla boscaglia.
Grande il rosso e forse ancora più grande il Mas de Daumas Gassac bianco, soprattutto con qualche anno di affinamento in bottiglia, a base di uve Petit Manseng, Viognier, Chenin, Chardonnay, oltre ad una quota intorno al 15% di varietà rare, vini dotati di una forza, di una magia, di una ricchezza impensabili per la zona.
etichettaMasGassacGrande vignaiolo Guibert, affiancato da una moglie, Véronique Guibert de la Vaissiere, di grande spessore culturale, etnologa e studiosa dei miti, ma anche grande uomo, come si dimostrò in due vicende, nelle dichiarazioni rilasciate in quel piccolo capolavoro che è il documentario Mondovino di Jonathan Nossiter, quando parlò con estrema chiarezza contro la globalizzazione ed i globalizzatori del vino. E poi ponendosi come punto di riferimento per la battaglia dei vignerons locali contro l’arrivo ad Aniane, con un progetto produttivo che era la negazione stessa dell’idea di vin de terroir che Guibert aveva sempre impersonato, della famiglia di produttori californiani Mondavi.

Con inflessibile coerenza, coraggio, dignità, Guibert, i suoi eredi ed i suoi collaboratori, hanno sempre impersonato e difeso la causa di un vino del Languedoc, o meglio dell’Hérault e della Haute Vallée de Gassac, che millesimo dopo millesimo, con le caratteristiche consentite dall’andamento dell’annata, unico, originale e inimitabile, un vino frutto di una concezione antica, un vino naturale ante litteram, con rese molto basse, selezioni massali e mai clonali, lontano anni luce da ogni idea di “produttivismo industriale”, di standardizzazione e appiattimento.

Un domaine unico, con 50 varietà in coltivazione, di cui una buona metà sconosciute e salvaguardate per il loro valore culturale, dove, ne sono certo, i vini, anche dopo la scomparsa di Aimé Guibert, continueranno ad essere fedele espressione della terra dove nascono, di quell’angolo di mondo che il genio e la tenacia di un grande uomo hanno saputo introdurre, con fantasia, intelligenza, rispetto, nella mappa dei grandi vini che fanno la differenza. Quelli che basta assaggiarli una volta e ti segnano con la loro verità.

Riposa in pace Aimé, che la terra, che così fedelmente hai onorato, ti sia leggera…

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