Barolo Monvigliero 1999 Comm.G.B.Burlotto


… ma ce la farò ancora, mi chiedevo intorno a novembre, quando finalmente sono faticosamente arrivato alla determinazione di dover e poter uscire dal tunnel buio in cui mi ero cacciato, a degustare e riuscire a capire e raccontare i vini (ammesso che l’abbia davvero fatto) come una volta?

La preoccupazione non era da poco. Non era dettata solo da aspetti, come definirli?, pratici o materiali, visto che io campo (o dovrei campare..) del mio strano lavoro di cronista del vino free lance. E a 60 anni è difficile che io possa riciclarmi e occuparmi di giardini o di elettronica, era anche mossa da una inquietudine e perplessità di carattere etico.

Dopo circa sei mesi di pressoché totale (ogni tanto un bicchiere, ma non mi comunicava niente, anzi io ero indisposto all’ascolto…) astinenza da vino e, peggio ancora, dalla scrittura, preso com’ero dalle mie angosce esistenziali, poteva anche accadere che non sapessi scrivere più e che non riuscissi più ad assaggiare, come voglio io, come ero solito fare, i vini. E che quindi, per quella forma di rispetto che ho sempre avuto per i miei lettori, per onestà dovessi essere costretto ad appendere… il blog al chiodo..

Cosa ho fatto dunque? Ho deciso che dovevo subito provare a confrontarmi con il vino cui ho dedicato in assoluto più attenzioni e più amore. Il vino che nel cor mi sta, quello che più di ogni altro (con la sola eccezione di grandi Champagne e Bourgogne) mi regala emozioni e mi fa venire voglia, ad ogni grande occasione d’incontro con lui, di provare a raccontarlo. Con umiltà, perché lui è un Re, un signore, e io… domine non sum dignus

Inutile dirlo, chi mi legge da tempo l’avrà capito, che sto parlando di Monsù Barolo, il vino, a mio avviso, che più di ogni altro sa trasmettere nel bicchiere la verità e la voce delle terre, tanto cangianti e diverse tra loro, in cui nasce.

Così, dopo mesi che non ci mettevo piede, sono tornato in una delle mie due cantine, quella dove i Barolo, beninteso, quelli che piacciono a me, sono copiosamente presenti, e di svariate annate a ritroso nel tempo, ho tolto un po’ di polvere, come avevo intanto cercato di fare anche nel mio cervello…, e ho scelto quattro bottiglie da portare a casa, da lasciare qualche giorno in piedi, perché eventuali depositi si…depositassero…

I vini, li elenco in ordine di bevuta erano vini e vigne e vignaioli che ben conosco: Sarmassa 1998 di Brezza, l’adorato Monprivato, 2004, di Mauro (ultimo dei Mohicani) Mascarello, Riserva Vignolo 1999 di Cavallotto (ancora in attesa…) ed il vino di cui vi parlerò oggi, stappato a Natale e poi finito, per gustare il “fond d’la buta” tre o quattro giorni dopo. Un Barolo, annata 1999, che amo particolarmente, il Monvigliero (grand crus di Verduno) di Comm. G.B.Burlotto.
Man mano che li assaggiavo, ma che dico, gustati, spremuti sino all’ultima goccia, quei Barolo hanno compiuto il miracolo di farmi tornare in me, di farmi nuovamente sentire battere, enoicamente parlando, il cuore, di trasmettermi (così mi è parso di percepire..) un toccante messaggio: “sei sempre in grado di capirci Franco, raccontaci ancora…”.

Spero che queste “voci di dentro” abbiano ragione, ma una cosa è certa, ovvero che il Barolo, grazie a questi meravigliosi campioni, portabandiera della migliore e più consapevole tradizione, ça vans dire, è sempre grande. Se si ha la pazienza di aspettarlo senza costringerlo a correre, senza forzargli la mano, senza fargli fare sprint che, passista e fondista com’è, non sono nella sua natura…

Cosa sia il Monvigliero è presto detto: non solo il cru, io lo chiamo così, la parola Menzione geografica tipica mi fa venire al solo evocarla l’orticaria…, numero uno, il Grand Cru di quel posto meraviglioso, spesso stupidamente sottostimato, che è Verduno. Patria del Verduno Pelaverga, vino che adoro. Verduno è anche, e soprattutto, e mi stupisce che un autentico Grande del vino albese com’è stato Renato Ratti non l’abbia inserito nella sua insuperata Carta del Barolo, terra di uno dei 5-10 più grandi, IMHO, vigneti della zona di produzione del Barolo tutta. Ben superiore, ad esempio, a svariati cru di La Morra, decisamente sopravvalutati.

Non vi racconterò nulla del vigneto, invitandovi a trovare tutte le notizie in tre miei articoli che ho dedicato a questa vigna unica. Uno, del lontano 2003, cronaca di una verticale che ancora oggi mi fa venire i brividi, gli altri due apparsi il primo su questo blog, il secondo su un bellissimo portale del food che, malheureusement, ad un certo punto ha deciso di non dare più spazio al vino…

Vi dico solo che questo vino, prodotto con la testardaggine, la coscienza, la consapevolezza, il senso di responsabilità di una famiglia splendida come i Burlotto-Alessandria, che onora davvero la propria terra, è davvero meraviglioso ad ogni assaggio. Non è il vino che conquista le attenzioni dei wine writer con la fretta addosso, quelli che oggi esaltano, come fa “Giacomino”, la “drinkability” del Barolo 2013… E’ un vino per palati fini – ammesso che il mio lo sia – adatto a persone che il Barolo davvero conoscono e sanno apprezzare e ne sanno cogliere l’anima.

Un Barolo, parlo della mia stupenda bottiglia di 1999, dal colore rubino intenso, che colpisce per la sua profondità e brillantezza, e che subito ti si propone al naso inconfondibilmente carnoso, selvatico, terroso, fitto di sfumature, denso, caldo, avvolgente, che ti porta letteralmente, attraverso il bicchiere, dentro al vino. Un naso decisamente autunnale, ma senza alcun segno di stanchezza, pimpante, giovanissimo, danzante, dove si rincorrono nuances di prugna, sottobosco, liquirizia, cuoio, funghi secchi, grafite, rabarbaro, cannella, rosa passita, carne (selvaggina) e l’immancabile, è una sorta di “timbro” del Monvigliero, rosmarino.

La bocca, a conferma che il 1999 è una grandissima annata barolesca, classica, è ampia, polputa, con tannini ben sottolineati, saldi ma non aggressivi: si fanno sentire, perché ci sono, e non potrebbero non esserci, e basta. E quale ampiezza, ampia struttura, persistenza lunghissima, con una mirabile tessitura e una fantastica piacevolezza e bevibilità. Fino al finale, netto, incisivo, con acidità perfettamente bilanciata, dove il tannino si fa quasi “cioccolatoso” ed il gusto che rimane evoca funghi e tartufo.

Il fond d’la buta, tre giorni dopo, mi restituiva poi un vino ancora più buono, dalla consistenza quasi amplificata e dalla nitidezza, aromatica e al gusto, da lasciare senza parole…

Che dire se non che è il Barolo è tornato (nelle mie corde) a farmi cantare il cuore? Spero di essere decentemente tornato anch’io?…

8 pensieri su “Barolo Monvigliero 1999 Comm.G.B.Burlotto

  1. La tua “pausa”, piena di silenzi e di silenzio, ha spaventato e mortificato molti. Lo spavento sta nella paura che viene, a ognuno, nel capire che a qualcuno sta succedendo qualcosa di inatteso e drammatico; e ognuno capisce che potrebbe succedergli, inaspettatamente …
    Ma visto che sei tornato e che stai celebrando con la recensione di un vino straordinario, mi fa piacere raccontare che ne ho avute in dono dodici bottiglie, nei lontani anni ottanta.
    Avevo avuto un papà barolista e sciampagnista (non sciampista neh!) e assaggiato (il vino non mi coinvolgeva più di tanto) dei Barolo di lungo corso, sempre – portata dal papà – frequentando vigne, cantine, produttori.
    Poi è finito quel felice periodo in cui sono stata figlia di gente perbene; sono entrata in un mondo ricco e brillante, ho frequentato un sacco di gente, e tra costoro il compagno di una mia amica – ricchissimo, ma anche coltissimo: scrittore e uomo di gusti raffinati. Lei era (è, anzi sarebbe se fosse in sé: perché nella vita accadono cose tremende) piemontese, ottima cuoca e conoscitrice dei vini della sua terra, il cui gusto aveva ‘insegnato’ e trasmesso al suo compagno.
    Un giorno, solo in cambio d’amicizia (e forse con la speranza di qualche attenzione in più) mi hanno regalato quelle dodici bottiglie di ‘sto Barolo con quel nome un po’ così.
    Per anni ne ho riservata una al pranzo natalizio (allora era una circostanza importante), con il rimpianto di non poterla condividere con mio padre, che aveva i titoli e l’esperienza per apprezzarla come si deve.
    Io quel Barolo – da ignorante di vino, quale sono – l’ho solo (come si dice oggi) percepito: ne ho intuita la grandezza e la profondità e quando ho visto il tuo post mi è venuta in mente quella sublime dozzina, gli amici scomparsi, il mio papà, i miei anni verdi su per quelle colline nella bruma di autunni così ricchi di fermenti e speranze che li potresti celebrare come una bella estate. Il vino è questo, per me. Grazie per avermelo ricordato.

    • grazie a tutti, a Roberto 1 e Roberto 2, a Gianni di Milano.
      Alla cara Silvano dico che mi vuole (immeritatamente) troppo bene (come io ne voglio a lei, mia saggia consigliera anche nei momenti di più procellosa tempesta) e che non non penso, qualche eccezione esclusa, sia vero quello che lei afferma, ovvero che “La tua “pausa”, piena di silenzi e di silenzio, ha spaventato e mortificato molti”.
      Questo é accaduto ad alcuni amici, veri, come lei, per molti il mio silenzio é stato come musica, altri erano felici che io stessi male, taluni si saranno anche augurati che mi togliessi definitivamente dai coglioni… Poi ci sono stati alcuni falsi amici, parlo anche di produttori di vino, che mi hanno offeso e mortificato con il loro silenzio, la loro latitanza, il non telefonare, per mesi, sebbene fossero a conoscenza delle mie condizioni e di come stessi veramente male.
      Non sarò squallido come loro: siccome sono produttori di ottimi vini, di cui ho scritto spesso, tornerò a scrivere, se li troverò ancora buoni, dei loro vini, come nulla fosse accaduto.
      Scriverò dei loro vini, del loro lavoro in vigna e cantina, ma per me, umanamente parlando, non esistono più…
      Ti abbraccio

      • Buongiorno Franco, e di nuovo bentornato anche da qui.
        Giusto per “alleggerire” un po’ l’atmosfera, anche se mi sembra già più serena, permettimi di fare una considerazione scherzosa…: nel periodo di astinenza (dal vino) hai perso forse l’occasione di cimentarti come degustatore….di acque minerali e di aprire un blog dedicato…! 😀

  2. Non potevi ricominciare l’avventura in modo migliore. Grande Monvigliero ’99 quello di Fabio Alessandria, come tutti i grandi Barolo attraversa il tempo con disinvoltura, lasciando una scia di piacere sempre più emozionante e complessa.
    Tranquillo Franco, la tua scrittura non ha perso nulla, anzi, emerge una nuova voglia di comunicare, genuina e come sempre coinvolgente.

  3. Buongiorno, Ziliani sono sempre Gianni di Milano anchio amante dei Barolo (veri) in particolare quelli di Castiglione F. specie di Mascarello M. e Cavallotto.Ho avuto modo di bere quei vini di quelle annate escluso Burlotto (di cui conservo gelosamente i Monvigliero 2006 e 2010).Di cavallotto i Vignolo 1999-2000-2004 bevuti tempo addietro e per me sono immensa espressione della collina, quindi di grande carattere e personalità. Al contrario ho bevuto e ribevuto il Barolo Monprivato 2004 e tutta la linea di Barolo di quella annata, non capisco cosa può essere successo, tutti sotto tono! Non le performance favolose di cui sono abituato dai Dolcetto,Barbera d’alba e compagniabella dei Mascarello. Scrivo per un suo parere. Grazie. Apresto

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