Monsupello, non solo bollicine, anche ottimi vini fermi

Uno Chardonnay 2015 esemplare

Siamo così abituati a parlare (e scrivere) bene delle bollicine metodo classico, il Nature ovviamente, ma anche gli altri, del Monsupello, la bella azienda vinicola proprietà della famiglia Boatti posta a Torricella Verzate, nel cuore dell’Oltrepò Pavese, che rischiamo di dimenticarci che l’azienda, con il fondamentale contributo dell’enologo, cantiniere, deus ex machina Marco Bertelegni, produce anche ottimi vini fermi.

Molto buoni, ma, accidenti, troppi! Nel corso di una recente visita, fatta in compagnia dell’amico Patrizio Chiesa, alias Guida Guidando con gusto, ho cercato di far notare al buon Pierangelo e alla sua scatenata (stavo per scrivere simpaticamente squinternata…) sorella Laura, che 32 referenze sarebbero un po’ troppe.

Al che loro, colti nel vivo dalla mia osservazione, che non voleva avere nulla di provocatorio, che voleva semplicemente essere oggettiva, perché 30 e più vini (e Bertelegni credo che silenziosamente annuisse mentre parlavo) rappresentano una dispersione di energie e non siano di certo di aiuto nel delineare l’immagina, la riconoscibilità e la cosiddetta brand reputation che genera (oggi faccio un po’ il figo parlando inglese….) il sentiment positivo verso l’azienda stessa, loro, i Boatti, cosa hanno fatto?

Si sono messi a stappare, bottiglia dopo bottiglia, dalla più semplice alla più ambiziosa, da quella giovane appena imbottigliata a qualche buta con diversi annetti (portati baldanzosamente, come fa la grande sciura Carla Boatti) invitandomi a dir loro a quale vino, secondo me, avrebbero dovuto rinunciare.
Morale, non hanno stappato tutte le 32 referenze, ma molte sì, dai Germogli bianco 2016 imbottigliato lo scorso novembre sino ad un grande Podere La Borla 2010, e l’unico vino che non mi ha entusiasmato, anzi ha lasciato perplessi me ed il Chiesa è stato un Sauvignon.

Mi ha invece colpito e non me lo aspettavo proprio, il loro Chardonnay 2015. Ora mi aspetto che qualcuno mi dica: ma come, proprio da te, che sei un fanatico sostenitore dei vitigni autoctoni viene un elogio dello Chardonnay fermo non destinato a base spumante?

Ebbene sì, perché a parte il fatto che non esiste, almeno io non la conosco, un’uva a bacca bianca originaria di questa terra, la mia predilezione delle uve italiche non mi porta certo fino al punto di non riconoscere una felice espressione di uve internazionali in terra oltrepadana.
Ero persuaso e lo sono tuttora, che pur con tutte le differenze possibili ed immaginabili rispetto non solo ai vini di Madre Germania (o anche dell’Austria) ma delle migliori espressioni del Riesling, renano, ça va sans dire, in Alto Adige – Süd Tirol, o di qualche exploit in terra di Langa (penso al fenomenale, il migliore di tutti quelli di Langa, del Riesling Herzu di Ettore Germano, viticoltore in quel di Serralunga d’Alba) l’Oltrepò Pavese su questo difficile e aristocratico vitigno sappia esprimere vini di grande personalità. E che abbia ulteriori possibilità di crescita.

E quindi, pur venendo più conquistato, intellettualmente e dal punto di vista sensoriale, del Riesling di Monsupello, da un’annata 2010 che assaggiato oggi regala tesori di mineralità, un naso finissimo e salato, una grande vena acida, energia da vendere, un rimbalzo tra pietra, sale, agrumi, rosmarino che è veramente stupendo, e riservandomi di tornare a parlare presto del Monsupello, per il suo Podere La Borla Oltrepò Pavese Rosso, non posso che raccontare come lo Chardonnay 2015 abbia veramente stupito me e anche il Chiesa, che durante l’assaggio continuava a dire “ma che buono!”.
Niente barrique e solo acciaio per questo vino che nasce da uve poste nella prima fascia collinare dei comuni di Torricella Verzate e Oliva Gessi. Vigne, di una dozzina d’anni di età, ben esposte a Sud, su terreno argilloso, allevate a Guyot con 4000 ceppi ettaro.

Normale vinificazione in bianco, pressatura soffice dell’uva intera, separazione del mosto fiore, ovvero il 50% di sgrondo liquido di pressatura dal mosto di seconda pressatura, fermentazione e affinamento in acciaio. Eppure il vino, assaggiato in cantina e riassaggiato e sottoposto alla prova “a tavola”, ha una sua innegabile complessità e personalità che va oltre ad una semplice interpretazione in chiave di vino varietale e basta.

I terroir di cui Monsupello dispone riescono a caratterizzare anche un vino al quale i provinciali rimprovereranno subito un grosso limite (a loro dire) ovvero non aver conosciuto l’abbraccio, spesso mortale, della barrique.
Eppure, anche se affinato solamente in acciaio, il vino colpisce e convince, con il suo colore paglierino intenso quasi dorato, solare e luminoso, di grande brillantezza, per il suo esser secco, teso, nervoso nonostante i profumi siano caldi e fruttati, con mela, agrumi (cedro e pompelmo in particolare) in evidenza, sfumature che richiamano ananas e fiori bianchi. E poi sale e pietra.

Convincente e godibile, largo, succoso, eppure verticale, con una spina acida che lo innerva, al gusto, pieno, ricco di sapore, composto, con una persistenza lunga e un bilanciamento perfetto tra tutte le componenti.

Un gran bel vino, che vi consiglio di provare su creme di verdura, una bella zuppa di cipolle, melanzane al forno, oltre che su preparazioni di pesce, anche le più impegnative.

Anche questo, oggi, è quell’Oltrepò Pavese del vino che ha fretta e volontà ferma di recuperare terreno, di affermare, finalmente, un’immagine vincente…

Attenzione!

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