La mia Italia in rosa 2017: un caldo abbraccio rosato ai wine lover! – parte 1

Qui sotto, al termine della mia lunga cronaca (parte prima) troverete il comunicato ufficiale che giustamente celebra il clamoroso successo dell’edizione 2017, quella del decennale, della prima e insuperata rassegna dedicata ai vini rosati italiani, Italia in rosa, che si è svolta da venerdì a domenica sera in una delle aree chiave dei rosati (e chiaretti) italiani, ovvero la sponda bresciana del Lago di Garda, e precisamente l’area della Doc Valtènesi, e la sua capitale, Moniga del Garda.

A Italia in rosa ho partecipato, come spettatore interessato, come antico e convinto consumatore di rosati, come giornalista italiano che da più tempo di qualsiasi altro scrive di rosati, nelle giornate di sabato e domenica. E ho fatto precedere il mio arrivo a Moniga, posto come sempre bellissimo (ma anche la vicina Manerba non scherza: a proposito, vi consiglio caldamente un pranzo o una cena in uno dei migliori ristoranti italiani, Il Capriccio, di Giuliana e Francesca Tassi, ed il delizioso Hotel Belvedere, dove ho soggiornato con piena soddisfazione), da un articolo, questo, dove ho chiaramente spiegato con quale particolare “sentiment” abbia deciso di tornare alla rassegna rosatista gardesana.
Da questa esperienza, ampiamente, anzi totalmente positiva, torno con la consapevolezza di non dovermi rimangiare una sola virgola di quanto ho espresso con qualche asperità zilianesca. Ho incontrato la persona che ho soprannominato “il parolaio”, ci siamo dati civilmente la mano anche davanti ad alcuni testimoni, abbiamo parlato e, sebbene reciprocamente un po’ tirati, abbiamo persino scherzato. Io sono rimasto della mia idea su di lui e su come si sia comportato con me, e lui, probabilmente, non lo riconoscerà mai, ha capito non di avere sbagliato (il parolaio ufficialmente è immune da errori) ma che forse sarebbe stato interesse della manifestazione di cui è stato tra gli organizzatori se si fosse sforzato di avere un diverso rapporto con me. E di avvalersi, con intelligenza, della mia consolidata e riconosciuta expertise sui rosati.
In Italia nessun altro giornalista, oltre a me, e ai colleghi Massimo Di Cintio e Angelo Peretti, conosce, frequenta, beve rosati, ama i rosati (e chiaretti) quanto me. E credo, senza presunzione, che nessuno abbia contatti con l’universo dei rosé, ovvero con la Francia, quanto me. Ci tengo a ricordare questa solare evidenza non solo a Moniga del Garda, ma anche a Lecce, dove nel prossimo fine settimana si terrà un’altra rassegna rosatista, cui hanno pensato bene non fossi degno di essere invitato (e magari prima di giovedì, giorno in cui tornerò nuovamente a Londra, proverò ad esporre alcune ipotesi su questo singolare comportamento) e in ogni altra località enoica italica dove pensino di poter organizzare qualcosa di serio sui rosati, fermi o con le bollicine, tagliandomi fuori.

Detto questo, prima di illustrare le determinazioni cui sono arrivato, devo riconoscere che questa edizione di Italia in rosa è stata davvero un successo. Che ha avuto come simbolo l’immagine suggestiva del Castello di Moniga, le cui mura la sera veniva suggestivamente illuminate con luci rosa, con intorno tantissimi giovani, che spesso formavano bellissime coppie dove era la donna la vera esperta di vini e non il maschietto. Sono mancate all’appello molte aziende significative dell’ampio e variegato panorama produttivo dei rosati italiane. Aziende che il sottoscritto non farà alcuna fatica a far tornare ad Italia in rosa in occasione dell’edizione 2018.


A proposito: bellissima l’area che ospita la manifestazione, ma se il prossimo anno altri cinquanta produttori di rosati italiani decidessero di partecipare, dove li si potrebbe ospitare? Esiste una strategia, un piano, nel caso di questa non improbabile eventualità? Ho paura di no…

C’è stata una intelligente sinergia con un’associazione di produttori di rosati salentini, associazione che non ha l’esclusiva, visto che ne esiste anche un’altra altrettanto valida, del rappresentare il mondo vinicolo rosa del Salento, produttori che hanno mandato i loro vini, ma non hanno pensato bene di salire fino al Garda (li informo che esistono comodi ed economici voli da Brindisi a Bergamo e da Brindisi a Verona…) restandosene a casa. Non sfuggirà loro un’evidenza, ovvero che un conto è presentarli di persona, raccontando storia dell’azienda, territorio, ecc. E un conto affidarne la presentazione ai pur bravissimi sommelier dell’Onav, che non hanno mancato di farsi notare per la loro professionalità. Non sono A.I.S., ma tanto di cappello.

Mancavano tanti vini e aziende importanti, ho detto. Soprattutto l’Abruzzo, l’universo variegato e sfavillante del Montepulciano Cerasuolo, non era rappresentato in maniera soddisfacente, per l’Alto Adige c’era un solo Lagrein Kretzer, anche se era quello, insuperabile, di Muri Gries. L’Etna, questa meravigliosa area da vini ogni anno più stupefacente, anche in rosa, non era rappresentata (diciamo che due anni fa c’erano due o produttori di riferimento che quest’anno non c’erano… Chi li aveva convinti a venire? Mah, provate ad immaginare…), in maniera sufficientemente rappresentativa. Anche se l’incontro con la splendida copia di proprietari di Fattorie Romeo del Castello, i cui interessi in campo artistico ed editoriale mi hanno conquistato, è stata di grande valore. E anche l’incontro con l’Etna Rosato di Tenute Bosco è stato rivelatorio. E non solo perché la ragazza presente allo stand era “bedda assai”, ma perché il vino mi ha convinto per il suo nerbo, la sua mineralità, la sua energia.

Poi ci sono svariati altri vini che mi hanno colpito, alcuni molto positivamente, ad esempio una grande sorpresa, uno dei migliori in assoluto, è stato il sorprendente Maremma Toscana Doc San Michele n°3 di Poggio l’Apparita 2016, un Sangiovese in purezza di grande eleganza, freschezza, sapidità. Come pure il Toscana rosato Millaria 2016 di Montenero, coda lunga, viva, sapida, nervosa.
Ci sono poi state alcune delusioni, oppure assaggi che mi hanno confermato che al mondo dei rosati o Rosé con bollicine si stanno avvicinando anche aziende che li producono portati dalla moda (che per me ormai è un trend stabile) usando uve inadatte, pensandoli spesso come caramellosi sciroppi di frutta, e ottenendo vini insipidi, inutili e inespressivi, alcune conferme/evidenze.

In primis, e dedicherò loro una prossima analisi, che ci sono aree storicamente vocate al rosato che si confermano sempre tali, ovvero Garda, area Bardolino sponda veronese (ottimo il Bardolino Chiaretto 2016 di Tenuta La Cà) oppure area Valtènesi sponda bresciana (mai stati così buoni tanti Chiaretto bresà base Groppello, con quote di Marzemino, Sangiovese e Barbera, come con l’annata 2016…

I vertici? Come sempre Le Chiusure e poi La Basia, super oggi il 2015 di Giacomo Tincani, ma anche il Rosa Green di Pasini San Giovanni, e poi Antica Corte ai Ronchi, Cà Majol, L’Ulif, due sorprendenti new entry: Le Gaine e Montonale (Rosa di Notte) e poi applausi per il Riviera del Garda Bresciano Chiaretto “Rosa dei Frati” di Cà dei Frati, per il Rosanoire, base Pinot nero della Cantrina, per il Valtènesi Chiaretto Preafète di Podere ai Folli. Continua a non entusiasmarmi più di tanto il celebre Rosamara della Costaripa del vecchio amico Mattia Vezzola.

Dopo il Garda l’Abruzzo, per quest’anno “non pervenuto”, poi le Puglie. Scelgo l’antica dizione perché ci sono grandissime differenze nei rosati pugliesi, non solo dettate dall’uso di uve diverse tra loro, il Negroamaro e un pizzico di Malvasia Nera nell’adorato Salento, l’Uva di Troia e il Bombino nero nel nord, il Primitivo (uva non proprio adattissima) per il Tarantino, meglio quelli dell’area di Gioia del Colle, ma perché si tratta di zone diverse per epoche di maturazione, origine ed età dei terreni, tradizioni vitivinicole.

Resto dell’idea, in base ai svariati assaggi fatti prima di Italia in rosa, chez moi, che il 2016 abbia dato risultati migliori nel Nord Puglia che in Salento, anche se poi vi invito a riprovare, cosa che ho fatto puntualmente, il mio rosato salentino di gran lunga preferito, da illo tempore, ovvero il Mjere di Michele Calò. Oppure l’ottimo, già convinzione maturata da assaggio/bevuta casalinga, del 2016 e del 2015, dell’Alezio rosato Li Cuti della Cantina Coppola di Gallipoli. Molto più equilibrato del buono, ma non più irresistibile, una volta era migliore, classico Girofle di Garofano Vigne e Vigneti, che già degustato due settimane fa a Londra non mi aveva entusiasmato. E mi era parso ben distante dai ben diversi elegantissimi Côtes de Provence e Bandol scoperti in occasione di una bella degustazione organizzata da Decanter nella capitale inglese. Dove i casi della vita vogliono che io sbarchi giovedì, il giorno delle elezioni politiche, per questo tasting

E poi ottimi, ma non è una novità, i Colline Novaresi Nebbiolo 100% di Antichi Vigneti di Cantalupo e di Vigneti Valle Roncati. Espressioni finissime e tese dello splendore e della grandezza del più grande vitigno italiano, il Nebbiolo.

Ora resterebbe da dire a quali conclusioni, dopo questa edizione di Italia in rosa, io sia arrivato e cosa abbia deciso di fare. Se sarà possibile in collaborazione con il team di Italia in rosa. Altrimenti all by myself.

Ma poiché ho già allungato il “brodo” oltre misura, rimando questa parte, credo importante, della mia cronaca sull’ottimo Italia in rosa 2017, a domani….

Il comunicato stampa conclusivo di Italia in rosa 2017

Italia in Rosa da primato: 8000 visitatori all’edizione del decennale

“L’esercito del rosé c’è e nel weekend della Festa della Repubblica, tra venerdì 2 e domenica 4 giugno, ha invaso Moniga del Garda per la decima edizione di Italia in Rosa: un pubblico composto soprattutto da giovani, da winelover esigenti ma anche da appassionati curiosi di conoscere le sfumature spesso ancora sconosciute del grande e variegato mondo dei rosé, che ancora una volta ha trovato nella rassegna gardesana una delle sue vetrine più esaustive e prestigiose. Gli organizzatori hanno stimato un passaggio di oltre 8000 persone, delle quali più di 4000 hanno acquistato il tagliando con sacca e calice per degustare gli oltre 200 vini presentati quest’anno in manifestazione da più di 140 cantine provenienti da tutta Italia. Un successo senza precedenti, favorito da un clima estivo oltre che dal fascino del castello trecentesco di Moniga, che per l’occasione è stato illuminato di rosa nelle ore notturne creando un effetto fortemente suggestivo.

“E’ un risultato che va davvero al di là di ogni aspettativa – afferma il presidente di Italia in Rosa Luigi Alberti-. Lo straordinario trend di crescita che ha accompagnato la manifestazione fin dal primo anno ha ormai raggiunto livelli che impongono una riflessione per il futuro: per questo siamo già al lavoro sull’edizione 2018 con l’obbiettivo di qualificare ulteriormente la formula organizzativa, orientandola verso una proposta sempre più mirata all’approfondimento tecnico, alle degustazioni guidate, agli incontri con esperti del settore come emerso dalla richiesta del pubblico”.

Fra gli elementi di particolare rilievo emersi nel corso della tre giorni anche l’asse con la Puglia rappresentata a Moniga dall’associazione deGusto Salento: un’alleanza che questa settimana, dall’8 al 10 giugno, porterà i produttori della Valtènesi a Lecce per l’appuntamento di Roséxpo, nel quale il Consorzio sarà ospite con un gruppo di 15 aziende per presentare il Chiaretto con degustazioni a tutto campo ed una masterclass dedicata.

“Vogliamo fare rete, con i territori che come noi possono vantare una storicità nella produzione di rosé – ha detto il presidente del Consorzio Valtènesi Alessandro Luzzago -. Ma queste sinergie non possono prescindere dalla consapevolezza che per noi la priorità è soprattutto quella di essere forti sul nostro territorio: per questo Italia in Rosa continuerà a giocare un ruolo centrale e strategico nella nostra politica promozionale”.

Attenzione!

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