La barzelletta dell’estate: Gianni Gagliardo pensa di fare business con le sue vecchie annate!

E io sono stato nominato direttore del Corriere della Sera e del New York Times…

Affaticato dal caldo torrido e africano (che immagino piacerà molto a “papa” Francesco), una calura peggiore quasi della Boldrini e di Renzi (ma non posso dimenticare anche il super barzellettiere di Arcore ed il giullare genovese pentastellato), devo ringraziare il collega Emanuele Scarci, che nella sua rubrica Aziende in campo, pubblicata sul sito Internet del Sole 24 ore mi ha regalato, con un’autentica freddura, la barzelletta dell’estate, un raggelante momento di freschezza. Anche se oggi, lunedì 21, il momento più tropicale sembra essere passato. Ma restano, purtroppo, quelli che al clima africano sono abituati…
Il momentaneo rinfresco e merito dell’allegria è stato un articolo di Scarci di qualche giorno fa, intitolato “Dopo la costruzione dell’archivio del Barolo ora si passa alla vendita”.

Oggetto dell’articolo un’operazione tentata da una azienda vinicola, una come tante, senza nessun particolare pregio, diciamolo subito, con sede nella località meno esaltante e meno vocata dell’universo Barolo, ovvero La Morra. Parlo dell’azienda Gianni Gagliardo, nota, se così si può dire, soprattutto per le antiche colleganze con personaggi vari del démi monde e della fauna (si noti che lo scrive uno che è anticomunista, anti-renziano, anti-PD, e non ha nessuna indulgenza verso la sinistra) legata a Forza Italia, Berlusconi e feccia centro (destrista) varia. E sottolineo questo aspetto con il massimo disprezzo, perché io, di destra sociale, posso dialogare e andare d’accordo con un comunista, ma di quelli veri, che hanno cultura e ideologia marxista, e hanno letto e maturato nel tempo questa convinzione. Ma con i forzaitalioti, che fanno rima con pidioti, parlare è solo tempo perso…
Del gagliardo, si fa per dire, Gagliardo e dei suoi vini, mi ero già occupato, illo tempore, all’epoca eroica di Wine Report e del “franco tiratore”, stigmatizzando in un articolo, poi ripubblicato nell’edizione on line del sito destrorso Ideazione (leggete qui) la scelta becera e servile dell’allora Governatore della Regione Piemonte, il forzaitaliota Enzo Ghigo, grande amico di Carlin Petrini (tout se tient) di donare al presidente francese Chirac, in visita a Torino, non un Barolo d’indiscussa fiammeggiante grandezza, ma un magnum di un normalissimo Barolo 1995 (annata di medio livello) invece di un grande cru di un millesimo leggendario come il 1961, il 1970 o il 1978, e un Barolo mediocre, prodotto dal collega di partito Gagliardo.

Uno cui ho poi dedicato un paio di altri articoli, come questo e questo. Un produttore di vini perfetti per accompagnare insulsi menu tricolori berlusconiani come questo.

Il Presidente di una cosa inutile, presuntuosa, arrogante, come l’Accademia del Barolo, da me salutata con questo articolo, che ambirebbe a rappresentare una sorta di “crème de la crème” barolesca, avente come missione la divulgazione della conoscenza del Barolo nel Mondo”, ma che a parte un paio di produttori realmente importanti, comprende note aziende che grandi furono o vennero erroneamente considerate tali: Azelia, Michele Chiarlo, Poderi Luigi Einaudi, Poderi Gianni Gagliardo, Franco Martinetti, Monfalletto – Cordero di Montezemolo, Pio Cesare, Prunotto, Luciano Sandrone, Paolo Scavino e Vietti”.
Tornando a noi, cosa ha raccontato Scarci nel suo articolo? Che “la cantina Poderi di Gianni Gagliardo ha accumulato nella wine library 10mila bottiglie di particolare pregio, dal valore indicativo, intorno ai 2 milioni. E ora ha avviato una vendita controllata di vecchie etichette. “Piccoli numeri per ristoranti certo – sostiene Gianni Gagliardo che è anche presidente dell’Accademia del Barolo e ideatore dell’Asta – senza trascurare investitori e collezionisti. Non è consuetudine tra i produttori, ma c’è un’interessante richiesta mondiale. Abbiamo fatto due test a New York e dal prossimo autunno avvieremo un’iniziativa più strutturata, che punta agli Usa ma anche al Giappone”.  Gagliardo assicura che il valore nominale delle bottiglie cresce del 6-8% l’anno per le vecchie bottiglie. Una sorta di obbligazione garantita.

Scarci ci racconta poi come nacque la geniale idea della “wine library” (già il fatto di chiamarla in inglese mi fa prudere le mani…): “Inizialmente abbiamo fatto alcuni test che abbiamo chiamato 10anni –  spiega Stefano Gagliardo, figlio di Gianni – un piccolo stock di bottiglie del 2005 vendute nel 2015 e un’annata 2006 venduta nel 2016 con una contro-etichetta di garanzia per testimoniare che si trattava di un prodotto uscito nella nostra cantina-archivio e non dall’open market, il cui iter è spesso incerto e non garantito”. E  “secondo il produttore piemontese la risposta è stata al di sopra delle aspettative. “Una ricompensa per la lunga attesa che somma ai dieci anni d’archivio, un minimo di 38 mesi di invecchiamento per un Barolo classico e di 62 mesi per un Barolo Riserva, secondo disciplinare”.
Si parla quindi, con un chiaro intento non culturale, ma puramente speculativo (come se invece che Barolo provassero a piazzare diamanti, lingotti d’oro, titoli bancari più o meno tossici), di “bottiglie da investimento”, con una “biblioteca di La Morra” che “custodisce migliaia di bottiglie di Barolo pregiato, “grazie a una selezione – ricorda Stefano Gagliardo – che a seconda degli anni e delle etichette varia tra il 10 e 15% della produzione annuale sulla base del potenziale di invecchiamento, a questo capitale vanno aggiunti gli investimenti per una cantina speciale, un caveau moderno e sotterraneo in cui le bottiglie riposano in totale sicurezza.

Un’operazione che permette di garantire la qualità ai collezionisti e prolungare ulteriormente la vita del vino”. Di contro, una bottiglia più anziana, di un’annata spesso difficile da trovare sul mercato, acquista valore anche del 6-8% l’anno. Ad esempio un Barolo posto sul mercato a circa 50 euro nel 2005 a distanza di 15 anni potrebbe raggiungere i 120 euro”.

Ma è il resto dell’articolo (stiamo parlando ancora di un articolo o di una specie di redazionale pubblicitario?) a fare ridere, perché i Gagliardo ci raccontano la loro idea del consumatore non di Tavernello, ma di Barolo: “In genere si tratta di consumo in privato con la famiglia e gli amici. Diversamente da quanto di possa pensare la clientela è abbastanza giovane: mezz’età, ma anche trentenni che voglio distinguersi da ciò che hanno acquistato per la cantina padri e nonni. Il Barolo per molti è una scoperta recente e quindi sono molto presenti le generazioni che si stanno avvicinando al bere di qualità e che amano sperimentare.”

E ovviamente, perché pecunia non olet, è l’importante è fare business, vendere, incassare, che importa se chi acquista non capisce un tubo della storia, della grandezza, dell’identità tutta speciale del Barolo, “l’acquirente è globale, anche di paesi emergenti, dove ci sono giovani con un crescente potere d’acquisto, “ma con una peculiarità, rispetto a chi acquista i rossi francesi: sono molti di più quelli che comprano per bere rispetto a quelli che considerano il vino un investimento speculativo. Sono persone che partecipano alle grandi aste internazionali sui mercati inglese, americano, di Hong Kong, ma che apprezzano molto avere un nuovo canale diretto per intenditori”

In conclusione, una clientela perfetta per i vini di Gianni Gagliardo, non certo gente, anche se dotata di soldi, potere d’acquisto, e suprema “sboronaggine”, in grado di capire la grandezza del Barolo vero, dei Barolo come quelli di Giuseppe Mascarello, Bartolo Mascarello, Bruno Giacosa, Beppe Rinaldi, Cappellano, Elio Grasso, Cavallotto, Comm. G.B. Burlotto, Fenocchio, Giacomo Conterno, Brezza, Sobrero, Castello di Verduno, Brovia, Massolino (cito i primi che mi vengono in mente e che più mi stanno nel cuore).

E poi, scusate, quando penso a Gagliardo ai suoi vini così banali e conformisti, tutti annunci e niente arrosto, tutte promesse che non si mantengono, mi viene in mente il suo amico, il puttaniere di Arcore, il Berlusca (quello che, accidenti a noi poveri italiani, rischia seriamente di vincere le prossime elezioni politiche: in larga parte per colpa di quell’egolatra scemo di Rignano) e mi immagino a berli mentre per default parte lo stolido inno di Forza Italia.

O, peggio ancora, Meno male che Silvio c’é… Ma siamo matti?

Non è indubbiamente molto meglio, bevendo Barolo veri, pensare di ascoltare Il domani appartiene a noi,

oppure, alzando idealmente il bicchiere alla memoria e al ricordo indelebile di “compagni”, di uomini di quella vera Sinistra che non c’è più, che noi di destra combattevamo ma in fondo rispettavamo perché le riconoscevamo valori ideali, cultura, fedeltà e impegno ad una visione del mondo, a mio avviso sbagliata, ma sempre una visione, compagni e uomini liberi come Bartolo Mascarello, come Baldo Cappellano, grandi scrittori di Langa, gente di sinistra, come Beppe Fenoglio, il cantore della “Malora”, Cesare Pavese, Giovanni Arpino e venendo a tempi più vicini a noi, il grande Nico Orengo autore di un piccolo capolavoro come Di viole e liquirizia, di cui scrivevo così nel 2005, e poi ancora qui, intonare sommessamente musiche e inni figli di altra sensibilità?

Parlo dell’Internazionale, del solenne e maestoso inno di quella che fu l’orribile e grandiosa Unione Sovietica e persino, e so bene che qualcuno storcerà la bocca e gli darà del “fascista”, dimenticando che è stato capo del KGB lo stupendo inno della Santa Madre Russia del novello Zar Vladimir Putin. Queste sì che sono musiche vere da grande Barolo!

Attenzione!

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