Sciaranera e Nawàri: i gemelli diversi

Due Pinot dell’Etna, due modi di leggere e declinare il binomio vino-terroir

Poiché immagino che vi siate rotti le scatole di leggere un Vino al vino in versione monomaniacale, con l’Ego del sottoscritto e le mie vicende personali e le mie paturnie e incazzature a dominare la scena, ho pensato bene di farvi un regalo. Innanzitutto tacere e poi dare la parola alla penna preziosa, all’intelligenza che splende del mio caro amico, prima che bravissimo collaboratore, Alfonso Stefano Gurrera da Catania.

Che dirvi se non che leggendo questo articolo mi è venuta un gran voglia di fare bagagli e burattini e partire per la città di Vincenzo Bellini e Candido Cannavò per gustare questo Pinot nero etneo? Buona lettura!

Se leggi Pinot dell’Etna e ti crei aspettative che richiamino la Borgogna, hai sbagliato approccio. Sei leggi Pinot e pensi all’ermeneutica, sei sulla strada giusta. Difficile da credere, ma per molti francesi la parola “pinònuar”, è un suono che richiama l’ermeneutica, la disciplina che ha per oggetto l’interpretazione di passi oscuri o controversi in tanti segmenti della filosofia, dell’arte, della musica. E allora, perché non capire i francesi e riconoscere all’ermeneutica una sua attitudine anche per la scienza e quindi per l’enologia?

E sì, anche in enologia, e in viticoltura, ci sono passi indecifrabili, molti dei quali scritti, per l’appunto, dalla capricciosissima penna di questo binomio univoco che in tutto il mondo chiamano Pinot nero ma che sull’Etna qualcuno ha pensato, per tale vino, a due voci onomatopeiche: che, in verità, non riproducono suoni ma chiari significati di un carattere, o di una natura: il “Nawàri”, da cui il primo nasce, deriva dall’arabo e vuol dire zingaro. Zingaro come la natura di un pinot errante che si adatta ad ogni territorio e da questo ne sa cogliere, per mascherare i suoi capricci, ogni più nascosto segreto. “Sciaranera”, il secondo, neonato, sta per “pietra di nuove lave”.

Due fratelli che, nonostante le diverse età, sono stati battezzati come “i gemelli diversi”. E la attuano, questa dissimulazione ai capricci, alle sue proverbiali, ostiche e capricciose, bizzarrie. Ostiche come lo sono, per gli esecutori,  certe partiture composte dal più grande violinista della storia della musica: Niccolò Paganini. E che, non a caso, si chiamano anch’esse “Capricci”.

Ma il Pinot, diciamocelo, non è solo “capricci” e stravaganze. Spesso, questo vitigno, si distingue anche e per il suo amorevole conformismo. Non è raro che i vignerons borgognoni lo dipingano come uno strumento dotato di un raffinatissimo linguaggio per definire la propria terra e la propria tradizione. Ma non sono gli unici al mondo ad usare in questo modo, tale pennello. Sull’Etna ad esempio, il team enologico della Duca di Salaparuta, celebre casa produttrice siciliana, ha pensato ad un vino che sapesse evidenziare con la massima chiarezza le sottili differenze, non di due diversi e distanti territori di versanti diversi, ma di due parcelle di terreno quasi attigue.

Ad ascoltare la storia di chi, questi due vini, li ha prima pensati e poi creati, si riscuote la percezione che per loro sia stato quasi uno spasso. Lo si capisce, dagli sguardi, dalla tonalità della voce, e dai sorrisi dolci, quasi femminili, che hanno accompagnato le parole agglutinanti di Giuseppe Spagnuolo, uno degli enologi del team scientifico della Duca di Salaparuta. Un racconto che intreccia la storia di una gestazione mirata a generare caratteri, personalità e tipicità di un “vino diverso”, meglio dire di una personalità differente da quella austera, ferma, solenne del Nawàri.

Si è cercata la leggerezza, l’allegria, la prontezza della sua bevibilità, di un più facile approccio, di un parco aromatico più netto, più dotato di nuance fruttate e accenni speziati e non esenti lievi accenni floreali e tannini più avvolgenti, più morbidi, e che con servano e non tradiscono le caratteristiche di quel suolo vulcanico fatto di sapidità, di mineralità, di lunghezza. A differenza del Nawàri che ha un tannino più evidente, si presenta più severo ma non tradisce le sue origini e racconta ancor meglio sia un esempio di versatilità sia la sua fedele tipicità del Pinot nero.

I migliori abbinamenti? Sarebbe il caso di lasciar perdere quelle baggianate di accostarlo ad un “risotto ai funghi porcini”, ad un “pollo alla diavola” o al “Tataki di tonno” o ancora al “Maiale all’agrodolce”. Meglio un calice goduto in poltrona, magari ascoltando in cuffia, se non avete un “Mc Intosh”, il sax di Stan Getz quando suona “The Windows of the world”, finestre sul mondo, o ancora “What the world needs now” quello di cui il mondo ha più bisogno. Tra nettari così e paziente…tolleranza. Per dominare quei capricci che, a ben pensarci, il Pinot, a volte, sa occultare molto bene…

Alfonso Stefano Gurrera

Attenzione!

Non dimenticate di leggere anche

Lemillebolleblog

http://www.lemillebolleblog.it/

e Franco Ziliani blog

http://www.francoziliani.blog/

4 pensieri su “Sciaranera e Nawàri: i gemelli diversi

  1. Interessante Franco, ma nn pensi che si dovrebbero fare vini dell’Etna e nn vini sull’Etna? Spesso si parla di Territorio da valorizzare e sull’Etna indubbiamente c’é un grande territorio che per fortuna si completa dei suoi vitigni autoctoni… comunque la sfida del Pinot nero capisco che possa affascinare ogni produttore artigiano ed appassionato!!! Buona Domenica

    • totalmente d’accordo con te, Gabriele, soprattutto dopo aver degustato in settimana un Etna bianco 2016, di un produttore il cui 2014 mi aveva incantato due anni fa, tanto che ne avevo scritto, che se non avessi letto in etichetta la dizione Etna bianco avrei pensato fosse stato prodotto altrove.
      Nessuna traccia di mineralità, frutta matura a dominare a naso e in bocca, acidità contenuta e “sapientemente” arrotondata, dolcino, piacione, senza nerbo.
      Non faccio per ora il nome di questo produttore, visto che il suo Etna Rosso 2012 mi é piaciuto ed altrettanto il “base” 2014, di cui conto di scrivere presto, ma se la corsa all’Etna porta a produrre vini così banali, beh, allora dovrò spostarmi altrove e non sulla Muntagna, per trovare enoici incantamenti…
      Resta il fatto che i Pinot nero dell’Etna che ho sinora assaggiato, ricordo quello splendido di Al-Cantara – e devo riconoscere che l’intuizione di Giacomo Tachis a questo proposito fu veramente geniale, anche se non sono un fan, assolutamente, dell’opera di “miscelatore” di Tachis, la definizione era sua… – li ho trovati emozionanti.

  2. Sabato a pranzo ero in una ottima trattoria dei Nebrodi e quando sullo scaffale ho visto lo Sciaranera non ho esitato. La temperatura era torrida (anche 39 C) e ho chiesto secchiello ed acqua fredda di fonte. Fantastico, da berne a volontà.
    Comunque, con qualunque produttore dell’Etna ci si soffermi a chiacchierare, prima o poi il Pinot Nero salta fuori sempre, e gli occhi brillano. L’importante, secondo me, è che non nascano velleità di imbastardimento del disciplinare attuale dell’Etna Rosso.

    • ottimo commento, che mi fa venire voglia di commissionare un articolo al mio inviato speciale a Catania, Stefanuzzo Gurrera, uomo che l’Etna conosce come le tasche sue 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *