Vogliamo dire qualcosa di politicamente scorretto sui vini naturali?

Una testimonianza su cui riflettere: sempre che la legge Fiano ce lo consenta..

Cari lettori, sapete meglio di me che quando ci si azzarda a scrivere di “vini naturali” , biologici, biodinamici, oppure, peggio ancora, di “orange wines”, si rischia di più che andare senza a sminare un campo minato senza attrezzature oppure a cercare Abu-Bakr Al Baghdadi nel suo covo (ma dove ca..o sta?) con il pretesto di fargli un’intervista o fargli assaggiare l’ultima annata di Ornellaia. O presentandosi come americani, arrivati da lui per vendergli (ma non lo fanno già?) qualche ultimo modello di arma o di bombetta nucleare…
Io da tempo, non per paura di Abu-Bakr Al Baghdadi, che non ha tempo da perdere con me, che pure quelli come gli islamici, fanatici o meno (la penso come Oriana Fallaci a proposito o come l’ottimo Luttwak) li tratterebbe a colpi di bazooka o carro armato, e che se proprio volesse farlo mi manderebbe un qualsiasi pirla sotto casa, o magari uno di quei sinistri ex Lotta Continua, che nella lotta islamica vedono in qualche modo una continuazione della guerra dichiarata dalle Brigate rosse contro lo Stato, ho rinunciato a trattare di vini bio.

Ne lascio il monopolio a qualche blog vinoso che del movimento dei vini naturali si è dichiarato interprete naturale e portavoce, tanto che qualche produttrice di vini bio un po’ fanatica mi ha fatto capire che preferisce che non scriva, bene, dei suoi vini, perché poi agli occhi di quel blog e di una torma di assatanati enologicamente e politicamente corretti che lo seguono con l’anello al naso, rischierebbe di apparire un’amica o una “collaboratrice” del pericoloso estremista a nome Ziliani, e mi limito ad osservare un po’ da lontano, sforzandomi di discernere il grano dal loglio, il buono, che pure c’è, e la fuffa, tanta, che sotto il cappello “vini naturali” è cresciuta, si sviluppa e si ramifica. Perché il fenomeno, da viticolo e vinicolo che era, e poi culturale, comportamentale, etico, si è in larga parte trasformato in fenomeno commerciale. E, come il cialtrone Trump insegna, business is business…

In pillole sono arrivato alla, qualunquistica, conclusione, che, in realtà, ci sono vini buoni, vini veri, vini che esprimono storie, un terroir, che regalano emozioni, che ti fanno venire voglia di berli e tornare a berli e di scoprire dove sono stati prodotti, conoscere chi li crea (non dico li produce, è terminologia che evoca l’industria) e camminarne le vigne. E vini artificiali, anonimi, riproducibili tecnicamente, come avrebbe detto il grande Walter Benjamin.
Un autore che bisogna leggere, rileggere, meditare, per capire meglio dove stia andando il mondo, ed il destino tragico di questo straordinario scrittore e pensatore. E i “vini naturali” non si trovano solo nella prima categoria, ma spesso, noiosamente, con grande disprezzo per il consumatore, anche nella seconda. E ora che l’ho detto, linciatemi pure… Oppure denuciatemi al geniale iper democratico (e naturalmente antifascista) Emanuele Fiano, relatore di una legge, recante il suo nome, che al confonto Ridolini, Charlie Chaplin, Buster Keaton, Totò e Coluche, sono dei dilettanti allo sbaraglio…

Ho deciso di rompere questo silenzio solo questa mattina, quando un grande uomo del vino, che avrò il piacere di incontrare martedì sera quando ceneremo insieme e discorreremo non solo di vino, ma di arte, letteratura, musica e varia umanità (non dico chi sia e in quale zona operi, ma avrete facilmente capito che non si tratta di un tondinaro della zona spumantistica bresciana, dove la cultura è concetto piuttosto ignoto…), scrivendomi per metterci d’accordo per il nostro incontro, mi ha regalato questo racconto di un’esperienza al ristorante. Dove un sommelier, ovviamente invasato, immagino in stile Luca Gardini, e pazzo dei “vini naturali”, soprattutto che non riesci a bere nemmeno se ti trovassi nel deserto e tu morissi di sete, gli ha proposto…
Beh leggete lo stupendo racconto del mio interlocutore, che non è un provocatore come me, ma un uomo del vino noto in tutto il mondo, la cui azienda, ricordaè biologica da un ventina d’anni e biodinamica da una decina”…
Meditate gente, meditate…

“Caro Franco, Come forse sai la mia azienda è biologica da un ventina d’anni e biodinamica da una decina. Questo vuol dire che ogni volta che mi riconoscono nei ristoranti sentono il dovere di rifilarmi “vini naturali”. Ieri sera, un sommelier somaro, mi ha torturato con un Bordeaux blanc di una decina d’anni, tra l’aceto e il ricino; un uvaggio bianco friulano 2013 ossidato a morte (arancione), maturato a lungo sulle bucce (?); un Merlot toscano 2010 che per due ore ha solo puzzato di letame. Vini cortissimi, sbilanciati, difettosi, acidi, amari, sgradevoli. Un abominio.

Ora, lasciamo perdere il sommelier somaro, che di ognuna di queste porcherie mi diceva che fosse il suo vino preferito: poer nano, non avrà mai assaggiato un vino decente.

Ma è possibile che orde intere di sedicenti intenditori adorino queste schifezze? Sì, va bene, il vino seriale industriale fa schifo anche lui, però dalla fabbrica al letame ci sarà pure una via di mezzo? Io sono esterrefatto.

Ti dirò che mi tiravo dietro strali già vent’anni fa quando i critici si stracciavano le vesti per i vini di Valentini, e io dicevo che nove bottiglie su dieci erano difettose: ma almeno i vini di Valentini, sotto le puzze e le bollicine, sono deliziosi. Questi “vini naturali” invece fanno solo schifo.

Aziende agricole come la mia sono la dimostrazione che si può fare bio questo o bio quello senza fare vini difettosi. Ma, ti giuro, negli Stati Uniti e in Francia mi rinfacciano che i nostri vini non sono abbastanza “naturali”. Siccome i nostri protocolli sono da estremisti (come me), devo dedurre che ci mancano… i difetti.
Quando ci beviamo una bottiglia di vino “innaturale” insieme?”

Attenzione!

Non dimenticate di leggere anche

Lemillebolleblog http://www.lemillebolleblog.it/

e Franco Ziliani blog http://www.francoziliani.blog/

6 pensieri su “Vogliamo dire qualcosa di politicamente scorretto sui vini naturali?

  1. La mia enoriflessione si basa sulla sempre più difficile possibilità di trovare, come scrivi tu “vini buoni, vini veri, vini che esprimono storie, un terroir, che regalano emozioni, che ti fanno venire voglia di berli e tornare a berli e di scoprire dove sono stati prodotti, conoscere chi li crea, e camminarne le vigne”. Personalmente ho fatto un corso da sommelier e ora mi sento più preparata a riconoscere la qualità. Vi permetto segnalarvi questo sito Internet di prodotti artigianali, fra cui vini, tutti certificati, Made in masseria. Complimenti per il tuo blog

  2. mi scusi,Ziliani, è proprio sicuro che vino bianco macerativo od orange sia sinonimo di vino naturale? anche perché a me i vini di Skerk piacciono…

  3. che noia!

    ma è davvero sicuro che qualcuno la legga sino in fondo?

    o si accontenta dei clic, dei contatti?

    è una cosa folle

    per dire due cose due in soggettiva su un qualunque argomento, fa un panegirico,

    tutta la mia solidarietà

    • Scusi, sor Josi,ma gliel’ha prescritto il suo medico di leggermi? Sconta una condanna ai lavori socialmente utili che la costringe a sorbirsi i miei “panegirici” come li chiama?
      Credo di no e allora perché non si accomoda altrove e va in visita ad un Paese/ blog a sua scelta?
      E ci vada suvvia,ci vada a quel Paese! E ci resti, mi raccomando 😃

  4. Ahahah. Il commento del suo amico mi ha ricordato quella volta che mi hanno fatto assaggiare i vini Armeni: autentici, da viti a piede franco, raspi in fermentazione, affinamento in anfore di terracotta, … Vini per veri intenditori, fatti come si facevano nell’antichità… Una sfilza di porcate inaudite per quel che mi riguarda (ma magari sono stato sfortunato e tutte le bottiglie provate erano difettate). Lei li ha mai assaggiati Ziliani?

    Viva i vini naturali e quelli innaturali! Ancora meglio se prodotti in Francia e Italia (non importati dall’Armenia)

  5. Ma ti sei accorto di quanti “biologico” o “organic” ci sono in circolazione; ti sei accorto di come e quanto viene declinato l’aggettivo “naturale”, che alla fine è diventato innaturale e retorico?
    Ho smesso di stupirmi (ma sto mentendo) per la banalità e il modo pecoreccio in cui nel mondo del vino (dei vini) si usano le parole. Eppure è il mondo, tra quelli che ho incontrato e frequentato, con il più alto potenziale d’incantamento.
    Ho spesso messo in relazione vini e libri; poi ho visto banalizzare questa relazione con mostre, feste, o festival in cui la relazione suddetta diventava mettere a fianco “bottiglia e libretto”. Allora un po’ ho intuito – mi è sembrato almeno – che in questa corsa al qui e subito, si guarda un po’ in giro e si afferra la paroletta che pare funzionare, dimenticando che non è la parola che funziona, ma ciò che essa significa (che dovrebbe significare). E fare un vino non permette scorciatoie, nemmeno concettuali. Questo vale massimamente per chi segue le (non) regole della biodinamica. Più che parole e manifesti conta la continuità – umile, testarda, precisa – del lavoro; anno dopo anno, stagione dopo stagione. E tanta scontentezza, tanta insoddisfazione, perché si insegue qualcosa che luccica e ammicca, magari ci si avvicina, ma poi c’è quello zic che sfugge, qualcosa che volevamo che fosse ma non è del tutto. Be’ io non sono né vengo da quel mondo lì, ma sono, e sono soprattutto stata, in alcuni suoi privilegiati dintorni.
    Posso dire che le definizioni a parole appiccicate un po’ così o cosà serviranno a vendere a qualche grullo. Forse è per questo che il mondo del vino, quello delle istituzioni che hanno i soldi per realizzare progetti, non fa niente per far crescere la conoscenza della vite e del vino. Perché si pensa che con due parole si può incrementare il fatturato, basta usarle bene; e per usarle bene c’è sempre qualcuno sottomano. Peccato, perché in realtà della vite e del vino si parla in modo superficiale, in un paese chiamato anche Enotria, dove le vigne hanno legami profondi con la cultura, l’arte, le tradizioni, il paesaggio. Si lavora in superficie, per correre dietro ai numeri; si spende questa relazione a parole, mentre invece andrebbe coltivata, studiata e cercata, perché bisognerebbe guardare più in profondità, e se si facesse ne avrebbero tutti giovamento e vantaggi.
    Mi sono, nel frattempo, un po’ persa e sono andata fuori tema; ma “naturali” mi ha tirato dentro. Forse perché incomincio a sentire, un po’ troppo di frequente, appiccicare questo aggettivo a un vino per dargli uno “status” che non sarà mai quello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *