Domanda ingenua: ma nelle aziende vinicole italiane controllano le e-mail?

Un dubbio: il mondo del vino italiano conosce ancora la buona educazione?

Una breve riflessione flash che non è legata ad un solo episodio che mi è accaduto in questi giorni ma che ho lentamente maturato in questa fase finale di un 2017 di cui non posso assolutamente lamentarmi (se lo paragono con il catastrofico 2016) e che mi ha ricondotto, dopo la lunga assenza forzata dello scorso anno, in quel mondo del vino di cui faccio parte dal 1984, quel mondo che catullianamente amo e odio, che sento mio e altrettanto estraneo e dal quale forse è bene che esca. In silenzio, anche se mi verrebbe voglia di farlo togliendomi macigni dalle scarpe (magari un giorno scriverò una mia piccola cronaca di 30 anni di mondo del vino con gli occhi di un cronista franco tiratore…) e sbattendo la porta…

Lasciando spazio, magari anche su quelli che sinora sono stati i miei due blog, chissà (ne riparleremo) ad energie e idee più fresche. Ad entusiasmi magari ingenui ma vivi, ad aperture mentali non contaminate da troppa esperienza, delusioni, scazzi, disillusioni, scoramenti, giramenti di… e la mia insana idea, che dura da troppo tempo, di ergermi a Don Chisciotte in lotta contro un mondo che non potrò mai sconfiggere.

Nella pratica del cronista del vino ha uno spazio regolare e normale, si tratta di un normale rapporto tra produttore e chi comunica con il consumatore finale, ed è a sua volta un consumatore, la pratica della visita in azienda. Tantissimi miei colleghi, che siano giornalisti oppure semplici wine blogger, comunicatori, collaboratori di riviste poco conta, dedicano parte del loro tempo a visitare aziende per conoscere il produttore, il suo pensiero, i vigneti, la cantina e, cosa normale, assaggiare i vini.

Ogni visita degna di questo nome si realizza mediante una pratica ancora più ordinaria: il contatto tra il produttore di vino e il cronista del vino o viceversa. O il primo invita il secondo o il secondo chiede al primo di potergli fare visita in cantina, spiegando chi è, che fa, per chi scrive. E precisando, cosa purtroppo necessaria, visti squali e farabutti che si aggirano, spacciandosi per “giornalisti” e speculando da squallidi cialtroni, che la visita e gli eventuali articoli sono totalmente “a gratis”. Ovvero che il produttore non dovrà sborsare un centesimo.

Peccato che ce ne siano invece che accettino, per quieto vivere, perché non si sa mai, perché alcuni fanno vini talmente banali che se non pagano perché se ne scriva (bene) non se li filerebbe nessuno, di “pagare il pizzo”, invece di mandare il richiedente soldi simpaticamente affanculo.

Quante centinaia di volte sono stato invitato a fare visita ad un produttore o ho chiesto io di farlo? Ho perso il conto, tante sono state queste occasioni di dialogo e conoscenza in trent’anni e più di onorata attività. E la scambio di esperienza è sempre stato di reciproca soddisfazione, uno scambio alla pari, vista che ognuna delle due parti ha bisogno dell’altra ed è giocoforza dialoghi con l’altra.

Una volta, tanto tempo fa, il contatto era epistolare, via lettera, oppure via telefono, poi si passò allo scambio di fax e oggi, per comodità, rapidità, praticità, avviene via mail. A volte la richiesta di visita ad un produttore fa seguito ad una proposta di visita che il produttore ha fatto. Via mail oppure, come accade, in occasioni di degustazioni pubbliche, banchi d’assaggio, presentazioni, ecc.

E’ una sorta di rituale classico, di balletto collaudato, di minuetto, di gioco delle parti assolutamente normale, che prevede, visto che, difficile crederlo ma è così, si tratta di lavoro, rispetto e riconoscimento reciproco, buona educazione e spirito collaborativo.

Nella stragrande maggioranza dei casi, se ci si organizza per tempo, se si contatta il produttore non due ore prima ma almeno con diversi giorni di anticipo, si porta a casa il risultato e si combinano appuntamenti e visite in cantina con relative degustazioni. Con le e-mail, che ormai tantissimi di noi ricevono su smartphone e tablet, è possibile non dico una risposta in tempo reale, ma quasi.

Questo ammesso e non concesso che visto che ci si dota di un indirizzo di posta elettronica, che lo si mette in evidenza su siti Internet aziendali e biglietti da visita, le e-mail giornalmente le si controlli e si provveda, come bon ton e buon senso richiedono, a rispondere.

Posso però dire che in svariati casi, non molti, ma non sono ormai mosche bianche, a diversi produttori non bastano 24-36 ore per rispondere. E questo, guarda caso, accade in zone vinicole dove le richieste di visite da parte di un giornalista, magari non sconosciuto o addirittura di una qualche autorevolezza, non dico debbano essere accolte con risposta immediata, rullo di tamburi e distese di tappeti rossi, ma quanto meno con attenzione, rispetto e sollecitudine.

Quattro le domande, per concludere questa mia geremiade (come sei vecchio Ziliani, diranno i soliti arroganti 30-40 enni puntualmente sinistri o ammiratori di Renzi!):
a) questi produttori che praticano non vendemmie tardive ma risposte tarde(ive) si comporterebbero così se il richiedente visita fosse a) un guidaiolo; un wine writer estero; uno di quei guru del vino, italici, che se la tirano manco fossero Jancis Robinson o Jens Priewe?
b) I produttori di vino italiano sono ancora interessati a dialogare e collaborare con la stampa (su carta e su Web) italiana?
c) I produttori di vino, molti produttori di vino, sanno che sarebbe prassi normale controllare le mail ogni giorno e rispondere?
d) E infine, i produttori di vino italiani conoscono concetti come rispetto, buona educazione e, in qualche caso, riconoscenza?
A tutte queste domande del tutto retoriche io rispondo con un gigantesco e sonoro NO. Ma allora, perché perdere ancora tempo, fatica ed energie, ad occuparsi di un mondo del genere? La naturale conseguenza di queste riflessioni in un mio prossimo articolo che pubblicherò tra domenica e lunedì.

Attenzione!

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