Accademia del Barolo: il Consorzio, obtorto collo promette di occuparsene

Vogliamo scommettere che alla fine non se ne farà nulla?

Riprendo e completo il discorso, già ampiamente avviato da un precedente articolo, questo, su un mondo del Barolo che sembra sostare in stand by in modalità moraviana. Un mondo dove le cose (parliamo del business) vanno bene e quindi sulle questioni etiche, identitarie, relative alla tutela dell’anima del vino e alla sua identità, che un tempo animavano questo mondo, o quantomeno le coscienze più vigili, l’indifferenza impera.

Ecco perché chiudevo il mio articolo esprimendo amara sorpresa nello scoprire che le questioni di principio che io, barolista non produttore di Barolo, trovo tali, importanti, sostanziali, questioni che Uomini come Bartolo Mascarello, Baldo Cappellano, Giovanni  Conterno non avrebbero ignorato e sulle quali avrebbero preso posizione e si sarebbero impuntati, lasciano invece indifferenti la maggior parte del corpo produttivo barolesco.

Quasi un mese fa, lo scorso 9 novembre, ho pubblicato questo articolo, a commento di una recente sentenza del Tribunale di Venezia cheha accolto le richieste del Consorzio della Valpolicella. Secondo la sentenza 2283/2017 del tribunale «una denominazione del vino e il suo territorio, compreso il suo nome, sono patrimonio comune di tutti i produttori, aderenti o meno al consorzio che tutela quella denominazione. Nessun produttore, o nessuna associazione di produttore, dunque, anche in buona fede, può utilizzare quei valori condivisi in maniera diversa».

Come osservavo “Il Tribunale di Venezia è stato molto chiaro, e le 13 cantine storiche delle Famiglie dell’Amarone d’Arte o Amarone families come si definiscono sul loro sito Internet, ovvero l’Associazione nata nel giugno del 2009 dall’unione di dieci storiche cantine della Valpolicella e oggi composta da 13 soci (Allegrini, Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Torre d’Orti, Venturini e Zenato) saranno costrette a «rimuovere dalla denominazione sociale qualsiasi riferimento totale o parziale alla Docg Amarone della Valpolicella, ivi inclusa la parola Amarone». Pertanto, concludevo: si tratta di una sentenza esemplare, che “rimette al centro il valore assoluto della denominazione”.

Naturale che alla luce del pronunciamento della Magistratura veneziana a me che il Barolo considero non solo il più grande vino del mondo (con lo Champagne) e che al re dei vini base Nebbiolo ho dedicato centinaia di articoli, prese di posizione, commenti (Bartolo Mascarello, può testimoniarlo sua figlia Maria Teresa, un giorno mi disse “ha fatto più lei per la causa del Barolo tradizionale di tutta Slow Food”, venisse da pensare alla fantomatica Accademia del Barolo creata cinque anni fa e costituita da 11 produttori: Azelia, Michele Chiarlo, Poderi Luigi Einaudi, Poderi Gianni Gagliardo, Franco Martinetti, Monfalletto – Cordero di Montezemolo, Pio Cesare, Prunotto, Luciano Sandrone, Paolo Scavino e Vietti. Ha sede nel Castello di Barolo e la sua missione è la divulgazione della conoscenza del Barolo nel Mondo”.

Nella mia ingenuità ho pensato: ma se la Magistratura dice chiaramente, nel caso delle Famiglie dell’Amarone, che la denominazione, compreso il suo nome, è patrimonio di tutti i produttori e nessun produttore quindi, e nessuna associazione di produttori, anche in buona fede, può utilizzare quei valori condivisi in maniera diversa, analoga logica varrà anche per l’Accademia de Barolo. O no?

E pertanto, sempre con beata ingenuità, e conoscendo i miei polli, ho rivolto una lettera aperta al Presidente del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani Orlando Pecchenino, nonché a tutti i componenti del Consiglio del Consorzio, ovvero i consiglieri (alcuni dei quali conosco da molti anni e con cui ho sempre avuto eccellenti rapporti, vero Enzo, Enrico, Marina, Mario, Aldo?), ovvero: Cesare Benvenuto, Paolo Boffa, Giovanni Bracco, Enzo Brezza, Luca Casavecchia, Nicola Chionetti, Mario Cordero, Mauro Daniele, Savio Daniele, Enrico Dellapiana, Marina Marcarino, Angelo Negro, Dino Negro, Pietro Ratti, Gianluca Roggero, Lorenzo Seghesio, Ezio Taliano, Aldo Vacca e Roberto Vezza, nonché ai componenti del Collegio Sindacale, ovvero il Presidente Antonino Dogliani ed i membri effettivi Mario Viazzi, Terenzio Ravotto, Alessandro Colla e Alessandra Mangeri.

In questa lettera aperta rivolgevo a tutti costoro i seguenti banalissimi interrogativi:

In che data il Consorzio di cui siete illustri rappresentanti si è rivolto alle autorità per denunciare l’esistenza di un’Accademia del Barolo che utilizza nella sua ragione sociale un nome che è patrimonio collettivo ed esclusivo di tutti i produttori di Barolo?

A che punto è la procedura di accoglimento o respingimento della richiesta consortile?

Nel caso, credo impossibile, il Consorzio Barolo Barbaresco, ecc non abbia ancora presentato detta denuncia, alla luce della sentenza veneziana sul tema Famiglie dell’Amarone, codesto Consorzio preceduto dal dottor Orlando Pecchenino cosa intende fare?

Quando intende portare all’attenzione dei soci la sentenza del Tribunale di Venezia e quindi la possibilità di procedere, con analoga procedura, presentando ricorso contro l’utilizzo da parte dell’Accademia di un termine che è patrimonio esclusivo della denominazione Barolo e dei suoi protagonisti?

Come potete immaginare, a dispetto delle più elementari norme di buona educazione, incuranti del fatto che a rivolgere le domande fosse una persona che forse per la causa del Barolo ha fatto non poco (magari più di diversi di loro), che sia prassi corretta rispondere ad un giornalista non sconosciuto e magari, se è un franco tiratore, conviene non farlo incazzare, da parte del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani  e di nessuno dei suoi componenti, né tantomeno da parte del direttore, silenzio totale.

Ho unicamente saputo, per vie traverse, da parte di un barolista amico, attualmente non membro del Cda, che se volessi fargli un tiro mancino proporrei come eccellente nuovo Presidente (beh, meglio di Pecchenino può farlo chiunque…), che il Consorzio, così gli aveva detto il direttore, avrebbe presto affrontato la questione in una riunione del Cda.

Morale, ho lasciato passare quella data, atteso inutilmente dieci giorni e poi preso da un vivace frullamento di… prima di mettere in pratica quello che avevo promesso in finale di articolo, ovvero “non esiterò, lo prometto solennemente, a presentare un esposto alla Procura della Repubblica competente contro il diritto dei componenti dell’Accademia di definirsi Accademia del Barolo e contro un eventuale silenzio o altro del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe Dogliani”, esitando se chiamare il Presidente del Consorzio, con il quale ho un feeling uguale a zero, o meglio, a meno dieci, o se il Direttore, ho deciso di procedere.

Dapprima,  non ho mai avuto l’onore di parlargli e ignoro che faccia abbia (giusto così, io di Barolo non mi sono mai occupato) mi sono procurato il numero di cellulare di Andrea Ferrero, questo il suo nome e poi l’ho chiamato.

Non avendo memorizzando il mio numero e non potendo quindi evitare di farlo, lui ha risposto e ho potuto parlargli chiedendogli lumi, una risposta agli interrogativi rimasti senza risposta. Con molta flemma, come se la cosa non avesse importanza o gli toccasse occuparsi di qualcosa che al Consorzio non interessa granché, mi ha risposto che il Consorzio si sta occupando della cosa, che non ha atteso la sentenza del Tribunale di Venezia per muoversi, che la sentenza ha solo ridato vita alla questione che il Consorzio si era già posto da tempo, ma che il Consorzio non vuole agire sulla falsariga di quanto è successo in Valpolicella, che vuole seguire una strategia diversa.

Andrea Ferrero mi ha assicurato “stiamo valutando come trovare un accordo che non sia fratricida con l’Accademia del Barolo, tenuto conto che il problema dell’uso del termine Barolo non riguarda solo l’Accademia, ma riguarda la Strada del Barolo e grandi vini di Langa, la squadra e le attività associative dei Barolo Boys (squadra e associazione nati nel 1996) a Monforte d’Alba”.

Faccio notare che sia Barolo boys che la Strada del Barolo portano il segno di marchio registrato e che il problema teoricamente si porrebbe anche per l’Unione dei Comuni Colline di Langa e del Barolo. Ma se per la Strada e per l’Unione l’uso della parola Barolo è inevitabile e ha un riferimento geografico, e non crea alcuni tipo di problema o non configura un utilizzo anomalo, nel caso dell’Accademia del Barolo ed eventualmente dei Barolo boys, nome che configura storicamente la corrente dei barolisti innovatori e modernisti, quelli che ho come ho scritto, tentarono di uccidere il Barolo, fortunatamente non riuscendoci, quelli che andarono per suonare e finirono tristemente suonati, e sono stati celebrati in un film con tanto di presentazioni persino a New York, è diversa.

Nel caso dell’Accademia ci troviamo di fronte ad un gruppo di produttori, aderenti al Consorzio che, come nel caso delle Famiglie dell’Amarone, fanno in qualche modo pensare di rappresentare un’ipotetica aristocrazia barolesca, una crème de la crème. Il che non corrisponde al vero. Anzi.

Vista la situazione, visti gli interessi in ballo (per andare contro gli interessi dei Pio Cesare, Prunotto (alias Antinori), Gianni Gagliardo (con le sue varie colleganze politiche), Michele Chiarlo, Poderi Luigi Einaudi, per tacere degli altri, e visto il disinteresse dimostrato da larghissima parte dei produttori nei riguardi di un uso privato della loro denominazione, sono pronto a scommettere che non se ne farà nulla.

Per quanto il sottoscritto, barolista rompicoglioni in servizio permanente effettivo, possa rinnovare l’invito ad agire, sollecitare risposte, mantenere viva la questione, sono pronto a scommettere che questo Consorzio, adducendo le scuse del caso, lascerà pacificamente che gli accademici continuino a presentarsi, presuntuosamente, come Accademia del Barolo.

In questo Consorzio di eroi, di capitani coraggiosi, di punti di riferimento indiscutibili, di personaggi disponibili a rischiare l’impopolarità pur di difendere sacrosante questioni di principio, non ne vedo traccia.  Parafrasando Manzoni, se il coraggio uno non l’ha, non se lo può dare. O inventare.
Questo è il Consorzio, il mondo del Barolo, oggi, ahinoi…

Attenzione!

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3 pensieri su “Accademia del Barolo: il Consorzio, obtorto collo promette di occuparsene

    • Consorzio? Perché, esiste ancora un Consorzio, un Consorzio serio e autorevole, che si occupi, seriamente, di Barolo, Barbaresco e degli altri vini di Langa? È a chi fa comodo, chi ne ha guidato lo svuotamento progressivo?

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