Ancora bottiglie super pesanti nel 2017: un caso di Dismorfofobia peniena?

Questo pomeriggio ho ricevuto via corriere tre bottiglie da un enologo, che opera come consulente presso alcune cantine ed è a sua volta piccolo produttore in proprio.

Mi aveva scritto che ci teneva molto a farmi assaggiare alcuni suoi vini ed io, come spesso accade in questi casi, ho accettato di assaggiarli. Patti chiari, amicizia lunga: se mi piacciono ne scrivo, se non mi piacciono amici come prima. Un gioco delle parti corretto, normale, che non impegna o compromette nessuno.

Sono sempre molto curioso quando mi arrivano vini di aziende che non conosco e tendo ad essere psicologicamente ben disposto e spero ardentemente di trovarmi davanti a prodotti in grado di sorprendermi. E poiché il giornalista ha sempre la passione per lo “scoop”, di essere il primo a scriverne.

Quando oggi ho aperto il collo, ben imballato nel polistirolo e ho visto le tre bottiglie, l’entusiasmo mi è subito scemato. Non per le etichette, belle, non per le tipologie dei vini, che corrispondevano a quanto mi era stato promesso e che rappresentano, ognuno, lo spirito della regione e della zona vinicola di cui sono espressione. Mi sono cascate le braccia, e anche… altro, non appena mi sono accorto che due delle tre bottiglie erano di quelle che non posso vedere e che mi causano, ogni volta che ne entro in contatto, una solenne incazzatura.

Erano difatti, bottiglie di quelle pesanti, anzi pesantissime, di quelle che al sommelier quando ne versa il contenuto viene immediatamente l’epicondilite (gomito da tennista), quelle che calate su un cranio anche vuote sono più devastanti di una clava ai tempi di Wilma e che messe su una bilancia, come ho fatto io oggi, segnano, in coppia, 3,8 chilogrammi.

Ma che senso ha oggi, a fine 2017, se mai l’ha avuto, negli anni precedenti, presentarsi sul mercato con bottiglioni volgari dallo “stile” grossolano e volgare come questi? E’ davvero premiante o piuttosto non dà invece una cattiva immagine di sé, e serve davvero, come mi sono sentito rispondere da un produttore cui rimproveravo la scelta di un contenitore tanto esagerato, “per farsi riconoscere e notare sullo scaffale”?

Non dovrebbe essere il vino, piuttosto che il contenitore, a fare la nobilitate dell’azienda e del vignaiolo che lo produce? Usare bottiglie pesanti non è uno spreco, sciocco, di materia prima, che comporta maggiori difficoltà e costi nel trasporto e nel riciclo del vetro?

Ho elaborato due possibili spiegazioni, di stampo psicologico, per tentare di spiegare come mai ancora oggi siano in circolazione bottigliacce simili.

Nel caso a scegliere di adottarle sia una produttrice, potrebbe trattarsi di un caso di “invidia del pene”. La consapevolezza di una differenza che viene avvertita come carenza. Ma nel caso sia un produttore uomo a scegliere bottiglie maxi non si tratterà invece di un caso di Dismorfofobia peniena, ovvero di sindrome del pene piccolo?

Eppure lo sanno anche i cani che non è vero che “size matter”

Attenzione!

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