Mario Soldati dieci anni dopo

A SEGUITO DEL RECLAMO DELL’AUTORE DELLA FOTO GRAZIANO VILLA, PERVENUTO IN DATA 4 MAGGIO 2012, HO PROVVEDUTO AD ELIMINARE, COME PREVISTO DAL DISCLAIMER PUBBLICATO NELLA HOME PAGE DI VINO AL VINO, LA FOTOGRAFIA CHE AVEVO INCAUTAMENTE PUBBLICATO E MI SCUSO PER L’ERRORE FATTO.

Non ci sarebbe nulla da aggiungere, tanto eloquente, chiara, espressiva, è questa magnifica foto (autore G. Villa) della maturità, dell’era della saggezza conquistata, della sintesi, di Mario Soldati, regista, sceneggiatore, romanziere, saggista, giornalista, intellettuale a tutto tondo tra i più limpidi e cristallini del nostro Novecento.
Anzi, a dirlo con le splendide parole di Natalia Ginzburg, “fra gli scrittori del Novecento italiano, l’unico che abbia amato esprimere, costantemente e sempre, la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia; il piacere di vivere è quello del turista che visita i luoghi del mondo assaporandone le piacevolezze e le offerte ma trascurandone o rifuggendone gli aspetti vili, o malati, o crudeli; la gioia di vivere non rifugge nulla e nessuno: contempla l’universo e lo esplora in ogni sua miseria e lo assolve”.
L’unica cosa che è giusto aggiungere, di fronte a questa espressione così attenta, serena, profonda, che tutto fa capire ed esprime, è che proprio dieci anni fa, il 19 giugno del 1999, Mario Soldati, abbandonava questa terra, dove ha lasciato, con qualsiasi cosa abbia fatto, un segno indelebile.
Vino al vino si chiama non casualmente questo blog, con un voluto riferimento al libro, il più bel libro sul vino mai scritto in Italia, che Soldati scrisse nel corso di un viaggio nell’Italia del vino d’antan che, a rileggerlo oggi, rimanendo ammirati dalla magnifica scrittura, da uno stile inimitabile, arguto e lieve, sembra scritto un secolo, non solo quarant’anni fa.
E’ proprio grazie all’esempio, adamantino e splendente, di uomini come Mario Soldati, alla strada tracciata da persone di cultura come lui prestate alla cultura materiale del cibo e del vino, che ho scelto di diventare giornalista del vino, e di raccontarne grandezze e miserie, luci ed ombre, anche servendomi di Internet e di questo blog, che al suo magistero, alla sua grandezza si ispira…  
 

29 pensieri su “Mario Soldati dieci anni dopo

  1. Non di solo guide si vive, ma per chi appassionato di vino è e Vino al vino non possiede, d’obbligo la corsa in libreria per l’acquisto.
    Sig. Ziliani, ha davvero scelto bene!

  2. Bravo Franco!!! Ricordare Mario Soldati è proporre a chi lo ha amato, letto, studiato l’obbligo di testimoniarlo perpetuando con onestà intellettuale e con leggerezza d’animo il racconto del nostro esistere di, comunque, figli di contadini. E’ invece un doveroso stimolo per chi non lo conosce, ahilui, a goderne l’ingegno,il cuore, la lirica che si fa racconto. E tanto più oggi che in questo nostro mondo enogastronomico sembrano smarriti il senso della testimonianza e la gioia dell’esperienza. Osservali i nostri “comunicatori”. Sono così seriosi, spesso boriosi, così supponenti che davvero c’è da chiedersi se siano ancora consapevoli di quale fortunata sorte è loro toccata: poter vivere di ciò che per quasi tutti gli altri è un godimento spesso a caro prezzo. Ma se si è così distanti dalla gioia come si può raccontare la gioia? Se non si è sereni, come si può serenamente testimoniare? E se non si è curiosi come si può profittevolmente esplorare? Ecco ripensando a Soldati mi viene nostalgia di quel narrare per il desiderio di farlo che tanto animava le pagine, le sceneggiature, le passeggiate di questo immenso intellettuale. E se ci fosse la possibilità di esprimere un desiderio oggi ti dico che per disintossicarmi dalla cupezza contemporanea vorrei avere la grazia di camminare le vigne con Mario Soldati e Gino Veronelli. Per imparare di nuovo a raccontare la terra.

  3. Grazie Franco, per avercelo ricordato. Sono pagine davvero memorabili. Pagine che più si rileggono e più parlano al cuore degli appassionati. Tra quelle righe c’è un’ Italia che non c’è più – del vino e non solo. Ahimè!
    Un saluto.
    M.Grazia

  4. “Le lavandaie. Le lavandaie coi grandi cappelli di paglia e la testa fasciata, come le contadine della Lomellina: ma più rigidamente, più ritualmente delle contadine”
    Mario Soldati, Le rane dell’Oltrepò pavese da Un prato di papaveri.
    Un pavese, non più giovane, non può non commuoversi.

  5. Di Mario Soldati ricordo soprattutto “Le lettere da Capri”, che mi hanno fatto conoscere ante litteram le ambiguità dell’amore. Difficile dirne altro (e poi perché?!). Conservo gelosamente la copia stazzonata che mi son fatta dedicare – decenni dopo – quando è approdato in Mondadori per il suo ultimo libro di racconti.
    A Tellaro, annunciava il suo passaggio con un fischietto perentorio, e non tutti capivano.
    Lui e Piero Chiara: due uomini che portavano il cappello, testimoni di un’Italia che sembrava dover divenire. Invece.

  6. @ilconsumatore.
    Se non trova Vino al Vino (tre volumi) e vuole farsi una idea della grandezza di Soldati può “accontentarsi”, almeno come primo approccio, di “Da leccarsi i baffi”, Ed. DeriveApprodi Roma (io ho l’edizione del 2005) che contiene molti capitoli di Vino al Vino.
    Se sbaglio, Franco, correggimi.

  7. Io l’ho conosciuto ed era giugno, fine giugno. C’era una distanza di tempi, ovvia, che si chiama anagrafe. Ma eravamo nello stesso luogo, che lui s’era scelto e nel quale io mi ero trovata, come capita a tutti quelli che nascono, in un posto. Quel giorno, in quel posto, eravamo a vedere qualcosa di antico, scoperto, ritrovato. Prezioso. Un dipinto. A scoprirlo era stato un prete di campagna, con la sensibilità che hanno certi preti, anche se sono di campagna. Il prete non c’è più, neppure il posto, perché il prete se n’è andato nel suo Altrove e il posto è stato chiuso. Pericolante. Certi luoghi hanno un’anima, che ha un nome e un cognome, e finiscono, certi luoghi, quando il nome e il cognome entrano nel Libro dell’Altrove. Il dipinto dev’essere al sicuro, così si è detto. Un Sicuro invisibile a noi. Chissà dov’è. Quel giorno, il prete, lui e io ascoltavamo una spiegazione, perché le cose preziose vanno spiegate, avendo uno storia. Ricordo che, uscendo dalla chiesa, il sole ventoso di giugno ci fece chinare il capo per un attimo e poi guardammo tutti verso la collina di fronte, una collina di vigneti fra i vigneti. Come se fosse arrivato un suono o un richiamo, un segnale. Mi piace ricordare quel momento, che non si ripeterà. Era giugno.
    Briscola

  8. @Sig. Luciano, ringrazio per il suggerimento. Vedo che da per scontato che la mia cultura abbia lacune o che non conosca Soldati. La cultura di tutti può avere lacune, ma nel mio caso non è Soldati.

  9. @unconsumatore
    perchè questa risposta piccata? Intendevo solo suggerire la lettura di un libro più svelto e più accessibile.
    Pensavo di usarle una gentilezza. In ogni caso, perchè non trova il coraggio di dirci qualcosa in più di Lei, invece di continuare ad interpretare il comodo ruolo, autoattribuitosi, del consumatore medio, che le permette di giudicare e di criticare. Se vuole essere coerente non deve però mostrarsi offeso se qualcuno la tratta, parlando di vino ovviamente, come tale.

  10. @sig.luciano, dalle prime mie parole che stanno sopra mi pare evidente che se consigliavo agli appassionati di correre in libreria a comprare VIno al vino è perchè l’ho già letto. E vuol dire che talvolta chi scrive su questo blog legge frettolosamente. “Il coraggio di dirci di più?” Qual è il fine? Lei sa di me quanto io so di Lei.

  11. …però. Senza nulla togliere alla grandezza del personaggio, non bisogna dimenticare che con Soldati è nata e si è diffusa una visione del mondo della terra che ha molto di poetico, di spirituale, direi quasi di sovrannaturale, ma che fa fatica ad impegnarsi negli aspetti pratici, nella concretezza del lavoro e soprattutto nell’essenza stessa della pratica agricola, nei suoi aspetti tecnici e scientifici.
    Sì, con Soldati viene “istituzionalizzata” l’idea che esista una Natura benevola che con le sue regole ed i suoi ritmi può offrire all’uomo il meglio per la sua esistenza. Ed ecco quindi che la perfezione e quindi la salvezza si può raggiungere solo assecondando quella Natura, riscoprendo le abitudini, le tradizioni, le conoscenze, la sapienza dell’antico mondo contadino.

    Da qui si manifesta non solo il rifiuto di analizzare, studiare, discutere la dimensione scientifica e tecnologica dell’agricoltura, ma anche l’idea che la conoscenza scientifica e l’intervento tecnologico rappresentino una forzatura, una violazione di un ordine che, appunto, la Natura ha già reso perfetto nel corso di milioni di anni.
    L’idea del biologico e del biodinamico (che pur nascono in ambiti diversi) si collocano perfettamente in questa concezione. L’idea che sia questa l’unica strada per la tutela e la sostenibilità ambientale è perfettamente consequenziale.

    Non è così. La realtà è tutt’altro. E quell’idea di Natura è del tutto sbagliata. Darwin ce l’ha già fatto capire da tempo.

    • meno ideologia, meno scientismi, meno ragionamento freddo e più poesia e passione, più capacità di produrre vini che abbiano un’anima e ci regalino emozioni. Solo così il vino, italiano e non, potrà salvarsi e la lezione di grandi poeti del vino come Mario Soldati e di libri capolavoro come Vino al Vino sarà fondamentale

  12. Ahi, ahi. Sparare subito le accuse di “ideologia” e “scientismo” mi sembra un po’ avventato, oltre che poco rispettoso. Ma non importa. Resta il fatto che tra tutti quelli che si occupano di vino, c’è anche una minoranza che il vino lo fa. Magari, se ogni tanto stiamo a sentire anche quelli…
    Ora vado, ma più avanti sulla questione ci torno. Si può, vero?

    • certo che può “bacilllus”, mica deve chiedere il permesso in carta da bollo, ma altrettanto posso io, senza che lei arrivi a definirmi, esagerando,”poco rispettoso”, diffidare dall’eccesso di ideologia e di scientismo, non parlavo di lei che non penso di conoscere, che condizionano, a mio modesto parere, svariati produttori, anche quelli, che io rispetto molto e spesso stimo tantissimo, che producono vini naturali, biologici o biodinamici.
      Quanto all’ascoltare chi produce vino, beh, lei con me sfonda una porta spalancata,visto che io i produttori, quelli seri, ai cialtroni non dedico tempo e attenzione, li ascolto e faccio tesoro di quello che dicono

  13. Ecco, provo, se possibile, a tornare sul tema che avevo proposto nel mio primo intervento. Lo faccio riprendendo i suoi interventi, Ziliani, che mi pare contengano più di qualche motivo di perplessità. In quelle sue righe, infatti, a fronte di argomentazioni poste senza alcun livore ed alcuna passionalità, c’è stata chiaramente una reazione emotiva, limitata solamente ad etichettare come “ideologica” e “scientista” la mia posizione, mentre ci si è ben guardati dall’entrare nella sostanza della questione.
    Ovvero. Qual’è la reale essenza della pratica agricola e della produzione degli alimenti (vino compreso)? La “qualità” di un prodotto alimentare è in funzione di una tradizione storica, di una misteriosa sapienza, di una “magia” o è il risultato di una più o meno straordinaria concomitanza di fattori di cui magari se ne conosce l’identità solo in minima parte? Che ruolo ha la Natura (in quella che è la sua accezione comune) nel determinare questi risultati? Oppure tutto può essere ricondotto alla capacità dell’uomo di analizzare, discriminare, selezionare, forzare processi, fenomeni, entità che l’universo ha creato a prescindere da una finalità?
    E poi, cos’è veramente, questa Natura? Si tratta di un’entità ben definita, organica, funzionale, causale, oppure è semplicemente un artificio creato dalla mente dell’uomo?

    Se non ci si cala con umiltà in questi ambiti della conoscenza e della visione del mondo, Ziliani, non si può arrivare ad una conclusione nel giudicare certe “filosofie” formulate dall’uomo. Che possono essere appunto quelle del biologico, del biodinamico o, nel caso particolare, dei vini “naturali” (qualunque cosa voglia dire questa espressione).

    Ma mi dica, Ziliani, dove trae origine la sua diffidenza? Essa si manifesta per qualche motivo solo nei confronti dei soggetti che nella sua esperienza lei ha identificato come “scientisti”, oppure esiste un’avversione già nei confronti della scienza e della tecnologia come tali a prescindere dalle loro implicazioni pratiche specifiche?
    Ovvero. Lei crede veramente, per dire, nella validità di pratiche esoteriche come la “dinamizzazione”, o l’utilizzo del “cornoletame”, oppure nell’attenzione nei confronti delle “fasi lunari”, che non hanno mai e poi mai avuto dimostrazione scientifica?

    Ma forse non sarà mica che per lei, (e ciò sarebbe ancora più grave), il concetto di “scienza” sia antitetico a quello di “passione”? Non staremo mica scherzando, no?

  14. Ma per ora lasciamo pure stare il dettaglio tecnologico (o pseudo-tecnologico) che, come appare evidente da tempo, per un certo “parlar di vino” risulta non solo ostico, ma decisamente avulso dal contesto del dibattito. Tanto più, quindi, lasciamo stare la dimensione scientifica del rapporto tra l’uomo e la natura, aspetto che da sempre trova pesanti opposizioni ideologiche sotto le più svariate forme.
    Tornando alla questione filosofica che scaturisce dal ricordo di Soldati, mi chiedo in quali casi, storicamente, si sia potuto assistere ad una evoluzione della condizione dell’uomo adottando concezioni di vita che si rifacessero al passato. Forse mi sbaglio, ma non è mai successo che intere società o sistemi economici più o meno estesi abbiano manifestato processi evolutivi adottando mentalità e culture passatiste, ovvero affidandosi ad idee che trovavano giustificazione nel passato, ma che nel presente non avevano ragione di esistere perché diversi erano i contesti.
    Da quella che era la società rurale anche nel solo primo dopoguerra ad oggi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Sono cambiate le esigenze, sono cambiate le dimensioni (oggi nel mondo siamo molti di più), è cambiata la circolazione delle idee. E contemporaneamente si è enormemente evoluta la nostra conoscenza dell’Universo. Oggi siamo più consapevoli di quello che siamo, di come siamo fatti, di come possiamo migliore noi e l’ambiente in cui viviamo.
    Chi rifiuta questa nostra condizione e questo stato della nostra conoscenza, vuole mettere la testa sotto la sabbia perché non è dotato della curiosità per il nuovo, perché cerca soluzioni semplicistiche (quelle che appunto vengono dal passato) evitando accuratamente di affrontare le difficoltà per quelle che sono. In questi atteggiamenti c’è soprattutto una clamorosa mancanza di idee.

    Nel mondo della produzione vinicola nostrana, in particolare, la tendenza è chiara ormai da tempo: siccome mancano le pulsioni verso l’innovazione, si cerca di distaccarsi dall’omologazione adottandone un’altra. Cos’è, infatti, il bio se non un altro ammasso nel quale gettare il cervello (a spese della collettività, tra l’altro)?

    C’è poco da fare. Il mondo enoico nazionale (e quello agroalimentare in generale) ha bisogno di una scossa per svegliarsi dal torpore. C’è bisogno di riprendere con forza un percorso di innovazione per difendere l’enorme, preziosissimo patrimonio che la nostra terra e la nostra virtù ci hanno fino ad ora donato. C’è bisogno di evolvere perché gli altri non stanno fermi e prima o poi ci travolgeranno.

    • bacillus, può tradurre in italiano comprensibile a tutti, a me per primo, quello che ha scritto, di modo che si possa eventualmente replicare e aprire un dibattito su quanto sostiene? Le ricordo che il post era su Mario Soldati dieci anni dopo, non sui massimi sistemi…

  15. Ma davvero? Il mio linguaggio è incomprensibile, forse troppo retorico, pomposo? E davvero stavo parlando dei massimi sistemi? Eppure, nella mia condizione di contadino, mi illudevo di essere protagonista di un pragmatismo che, ahimè, sembra essere piuttosto raro.

    Ero perfettamente in tema. Forse non si era capito. Lo ripeto. La mia chiara intenzione era quella di contrapporre all’eredità intellettuale di Soldati, (che di fatto rappresenta l’humus sul quale si è sviluppata la cultura dominante), un modo diverso di guardare ed interpretare il nostro mondo.

    Sono un enotecnico, ho lavorato diversi anni in aziende vitivinicole piccole, medie, grandi, ora porto avanti una piccola azienda vitivinicola di mia proprietà. Il vino lo faccio e pure lo bevo. Stamattina, alle sei, ero in campagna a sfoltire un po’ di foglie sul Merlot. E mentre ero lì pensavo a quanto è distante il mondo di Soldati da quello vero, reale, concreto. Altro che “massimi sistemi”. Forbici in mano e piedi nell’erba bagnata dalla rugiada. E poi c’è tutto il resto: crisi del settore, politiche di sviluppo rurale folli ed incomprensibili, mercato dominato da tendenze modaiole ed autodistruttive, consumatore appassionato ma disorientato, mal informato, preso in giro. No, non sto dicendo che è colpa sua. Ma ci rifletta, Ziliani.

    Quanto agli argomenti ed alle idee che posso addurre a sostegno della mia posizione, mi rendo conto che l’è dura. Ho letto della sua “verticale” di Chateau d’Yquem. Esperienza, fantastica, la invidio da morire. Complimenti sinceri. Qui in studio, alle mie spalle, conservo gelosamente il vuoto di una degustazione tra colleghi di un Yquem ’85. Era il 1995 e ricordo ancora l’incredibile ricchezza di aromi di quel vino, l’espressione complessa ma allo stesso tempo equilibrata e raffinatissima, la lunghissima persistenza in bocca, quasi a voler rivendicare per il più lungo tempo possibile la propria incontestabile grandezza. Emozione stupenda. Perché “frutto della vita e del lavoro dell’uomo”.
    Per questo, quando leggo che quel vino è il risultato di “una sapienza artigianale prima che scientifica, per rischiare e portare a casa risultati che appartengono al mondo della magia, dell’alchimia, della meraviglia”, metto mano alla fondina della pistola…

    Per ora mi fermo qui. Vi lascio al vostro mondo. La prossima settimana si inizia: e sarà di nuovo sudore, fatica, preoccupazione, incazzature e poca soddisfazione. Ma tant’è. 😉

    • così sì che si fa capire e mi piace bacillus! un po’ meno quando racconta della sua sfoltitura alle foglie di Merlot (avrei preferito un’altra uva, magari Sangiovese, Nebbiolo, oppure Aglianico…). Ora il suo discorso é chiaro e facilmente intelleggibile. Così interessante che, impegni e super lavoro vendemmiale permettendo, la invito a tornare a farsi vivo qui e commentare e raccontare la sua fatica, che é quella di tantissimi altri vignaioli italiani. E se vuole la prossima volta, invece di ricorrere ad un freddo nickname, si faccia riconoscere e si presenti con il proprio nome. C’est plus facile: est c’è mieux…

  16. Gentile Bacillus,
    sono pienamente d’accordo con lei. Conosco e amo quella fatica, quelle difficoltà e anche qualla competenza. Ed è in nome della competenza che le chiedo: ma la gioia della sfogliatura all’alba, della vendemmia, oppure della svinatura o del primo travaso o della prima bottiglia stappata, quella folle volontà di analisi e di perfezione davvero non la arricchiscono dentro (per il portafoglio aspettiamo magari 10 anni)?
    Un abbraccio.

  17. Bellissima, quella con Vianello e Tognazzi…!
    Grazie Mario Crosta. Hai ragione quando dici che non si vive solo di ricordi, ma quanto fa piacere ogni tanto tornare indietro nel tempo, anche se allora non ero ancora nato…

  18. Se avete un po’ di tempo e andate a vedere su You Tube anche altri spezzoni con Mario Soldati, anche con Gianni Brera, per esempio, o quello con il cacciatore atteso dentro la trattoria (molti sono bruciati con il vecchio archivio RAI tanti anni fa, purtroppo), penso che vi verra’ un groppo al cuore. Ho vissuto quei tempi quando ero bambino e devo dire che erano proprio cosi e Mario Soldati ce li fotografava con tanta semplicita’, quella che poi rimane nelle menti dei bambini.

    Mi fa molto, ma molto piacere di constatare che siamo in tanti a parlarne (grazie a Franco che ce ne ha data l’occasione), perche’ dovremmo tutti far tesoro proprio di quel tipo di giornalismo invece di farci irretire dalle sirene odierne, percio’ il fatto che siamo in tanti e’ per me una fonte di vera speranza per un miglioramento del mondo del vino che parta proprio da questa ritrovata umilta’.

  19. buongiorno Ziliani; complimenti per il suo Blog. Volevo dirle di scegliere all’interno dell’archivio fotografico del sito del comitato Mario Soldati, una foto di Soldati che fa parte del materiale familiare oppure da quello di Vino al Vino; sono tutte foto che appartengono alla famiglia, e saremmo onorati di poter dare un piccolo contributo al bel lavoro che sta facendo: scelga la foto, m’incii una mail con il numero della foto scelta; ed io gliela farò avere in alta risoluzione come allegato alla mail di risposta.
    Un saluto cordiale

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