Barbaresco Santo Stefano: c’è anche quello del Castello di Neive!

Nel mondo degli appassionati di vino, ed in particolare dei Nebbiolo di Langa, quando si parla di Santo Stefano si pensa immediatamente all’interpretazione, maiuscola, che di questo grande vigneto, situato nel comune di Neive, ora riconducibile alla sottozona, pardon, alla menzione geografica aggiuntiva Albesani, dà da tempo un autentico Maestro del Nebbiolo, a wine giant, come Bruno Giacosa.
Adoro letteralmente i Santo Stefano di Bruno (ricordo un 1988 da brividi), ma devo dire che sul Santo Stefano, visto che sono proprietari del vigneto e vendono parte delle uve a Bruno, dicono altrettanto bene la loro, con autorità, personalità e classe, anche i fratelli Stupino, alias Castello di Neive, una splendida tenuta di 60 ettari posti nel celebre borgo del Barbaresco, di cui 26 vitati.
Da quel vigneto di otto ettari e mezzo, di cui 6,69 coltivati a Nebbiolo da Barbaresco, loro proprietà dal lontano 1964, quando il padre Giacomo acquistò la tenuta ed il Castello, un vigneto che deve la sua particolarità, come si legge nell’Atlante delle vigne di Langa edito da Slow Food, ad una “combinazione di tre fattori come la giusta altitudine (200-300 metri), la splendida esposizione interamente a sud e la tipologia del terreno”, a base di marna calcarea, ottengono 15-20 mila bottiglie di Barbaresco nelle annate regolari, cui se ne aggiungono da 7 a 15 mila destinate alla versione riserva.

Vini, di stampo classico, di straordinario valore, come ho avuto modo di toccare con mano (naso e palato) recentemente, durante un’emozionante verticale di vecchie annate (a ritroso sino al 1982 e 1979) in gran parte della versione riserva del vino, di cui ho scritto in un ampio articolo, che potete leggere qui, pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers.
Un grandissimo vino, uno dei miei Barbaresco preferiti e uno dei vini, di questa denominazione sempre più interessante, di assoluto riferimento.

0 pensieri su “Barbaresco Santo Stefano: c’è anche quello del Castello di Neive!

  1. A Piacere Barbaresco l’omonimo vino di Castello di Neive è stato tra quelli che ho apprezzato di più.
    Detto ciò, volevo sottolineare un fatto e lanciare una domanda un po’ provocatoria, e un po’ no (insomma veltroniana). La cosa che più mi ha stupito a quella manifestazione, complice anche la tipologia di vino in questione, è stata il vedere delle differenze di prezzo anche del 400% tra bottiglie della stessa annata, cru magari diversi, ma soprattutto di produttori diversi. Odorandoli, gustandoli ma anche solo guardandoli ho spesso trovato che i vini venduti a prezzi “onesti” (15-35 euro) erano più buoni e con più carattere/personalità di quelli venduti a 50-80 euro. Oppure la differenza non era di così forte impatto per giustificare (a me) la grande differenza di prezzo.
    Allora domando: visto e considerato che parte delle uve di Castello di Neive sono vendute a Giacosa e che i barbaresco di questa azienda sono ottimi e venduti sui 20 euro circa, ha senso pagare molto di più (80-100 euro?) per avere un Santo Stefano Giacosa?
    Riformulata meglio: la differenza di prezzo importante, corrisponde a un’effettiva importante differenza qualitativa tra i due vini? E ragionando per numeri (lo so è un obbrobrio, perdonatemi), il barbaresco di Giacosa è davvero ben quattro volte migliore di quello di Castello di Neive?

  2. Simone, i costi di produzione di un Barbaresco possono divergere da azienda ad azienda esattamente come quelli di un’automobile. Dipendono da tanti fattori. Poi, una volta che si e’ stabilito che puo’ essere un onesto (non contrafatto, in regola con il disciplinare) Barbaresco anche quello che a produrlo costa 2 euro al litro, sfuso, esattamente come quello che ne costa 4 (oltre non costa, non ti preoccupare), vedi gia’ da solo che siamo 1 a 2 per quanto riguarda i costi di produzione. Poi ogni cantina stabilisce il prezzo di vendita. Ci sono quelli che vogliono svuotare le cantine ogni anno entro l’inizio dell’estate e devono percio’ fare dei prezzi piu’ bassi. Altre che hanno spazi a disposizione a non finire, possono tesaurizzare per tre o quattro anni e quindi puntano a fare dei prezzi molto piu’ alti ed eventualmente a ridurli ogni anno. Altre ancora vogliono promuovere il loro prodotto e destinano quote notevoli della produzione ad essere distribuite gratis tra riviste, giornalisti, vip, importatori stranieri, enoteche all’estero e dunque il costo dell’operazione ricade tutto sul poco che rimane da vendere. Ci sono troppe variabili, Simone. In ogni caso e’ evidente che il costo di produzione in genere puo’ anche avere qualche relazione con la qualita’, ma il prezzo certamente no. Ci sono vini a prezzo decente che sono migliori di certi vini griffati e costosi. Anche qui, pero’, come sai bene, de gustibus non disputandum est. Cio’ che e’ migliore per me puo’ non esserlo per te.
    A proposito di questo vino, ne sono rimasto talmente ben impressionato che ho scritto un articolo in polacco su Rynki Alkoholowe in cui (tra altri quattro) lo consiglio ai polacchi.

    • Mario e ci sono anche Barbaresco che unicamente per merito della loro griffe e dell’aura di mito di cui pensano di essere circondati i loro artefici, arrivano a costare anche sei volte tanto un ottimo Barbaresco prodotto da comuni mortali. Mi spieghi perché mai un consumatore dotato di intelletto dovrebbe mai preferire questi prodotti molto ma molto più costosi?

  3. Franco, lo sai benissimo che il bello del vino e’ la scoperta di qualcosa di veramente emozionante. Ogni ostacolo alla scoperta, anche il prezzo eccessivo, non fa parte certamente del bello. Non e’ solo questione di intelletto, ma anche di disponibilita’. Io non avrei mai assaggiato il tartufo quand’ero uno studente squattrinato se la mamma del prof. Luigi Cabutto non me lo avesse affettato abbondantemente alla sua maniera in quella trattoria che non c’e’ piu’ a Gallo d’Alba. Santa donna. E il Barbaresco 1978 cru Gallina di Neive dell’allora parroco, Don Giuseppe Cogno che Dio lo benedica e ce ne mandi tanti di preti così, ma a prezzi da contadino? Guarda, non ti faccio l’elenco completo delle brave persone che hanno segnato così profondamente la mia vita facendomi amare il mondo anche da semplice studente, poi semplice operaio, in casa d’affitto a Milano, e che sono gia’ andate a vivere in paradiso, ma lo sai anche tu quante sono e non solo per me ma anche per te, in Langa specialmente ma non solo.
    Ma il prezzo finale dipende dalle strategie di ogni singola cantina. Possiamo anche non condividerle, ma non e’ nostra. E come ogni azienda, le scelte giuste o sbagliate hanno un loro bilancio. Per me i prodotti sei volte tanto non sono alla mia portata, che se li bevano pure i re fra di loro(peccato!). Ma c’e’ chi punta proprio a vendere solo ai re pensando che alla loro tavola possono conquistare qualche ricco borghese che li comprera’ altrove. Rispondera’ delle sue scelte ai propri figli e nipoti, non a me o a te o a Simone, che abbiamo l’intelletto ma anche la gran voglia di scoprire qualcosa che non dissangui il nostro portafoglio. Il vino e’ un piacere. ma se il portafoglio piange, che piacere e’?

  4. D’accordissimo sulle varie voci di costo che incidono sul prezzo finale di qualunque prodotto.
    Però facevo riferimento al paragone di un buon (per me) Barbaresco che ha un prezzo basso, con un credo ancora più buon Barbaresco che però ha un prezzo ben superiore. Dunque ciò che mi domandavo è se effettivamente tali grandi differenze di prezzo coincidano poi con effettive grandi differenze qualitative. Nello specifico (e anche beceramente), il Santo Stefano di Giacosa ha una qualità tre volte superiore al Santo Stefano di Castello di Neive, come all’incirca indica la differenza di prezzo?
    Oppure in realtà il consumatore paga in termini di prezzo uno scarto di qualità non così ampio?
    Mi è venuta in mente questa domanda dopo che un enotecario, riguardo un pinot nero alto-atesino, mi ha detto “la riserva costa 10 euro in più -40% in più- ma in realtà è poco più buona del base”

  5. non trascuriamo anche un altro fattore che incide sul prezzo di una bottiglia di vino. L’immagine ed il prestigio del produttore. Questo prestigio, questa immagine è un valore che va ricompensato, viene da una storia, da una costanza qualitativa, da un’immagine costruita in decenni. Il piacere immateriale di avere, possedere, offrire qualcosa di esclusivo, di elitario viene appagato anche con questa caratteristica, che ovviamente nulla a che vedere con l’aspetto strettamente qualitativo del prodotto. E’ un di più che si fa pagare caro. Poi sta a ciascuno di noi fare le valutazioni del caso. Se si guarda con attenzione questo è un fenomeno che è presente in tutti i settori. La scarpa di Ferragamo contro la calzatura anomima, il foulard di Hermes verso un fazzoletto senza marchio. Per riprendere la cruda domanda di Simone, la nuova Ferrari Sa aperta presentata al Salone di Parigi vale 40 Panda?

  6. Tra Ferrari e Panda c’è un abisso che non riguarda la sola qualità intrinseca del prodotto: seppur siano entrambi veicoli con l’obiettivo di spostare qualcuno e/o qualcosa da un punto a un altro, parliamo di prodotti proprio diversi! Io, non a caso, parlavo di due vini che sulla carta possono essere molto simili (entrambi vini Barbaresco, entrambi sottozona Santo Stefano). Lo so benissimo che si paga la marca e tutto il valore, prestigio, caratteristiche e la capacità di parlare di noi stessi, che questa ha. Però, tralasciando l’occasione pranzo di famiglia-di lavoro-con amici che in realtà veri amici non sono, dove ho bisogno di fare lo sborone e quindi spendo ben più soldi nella speranza che qualcuno di vino ne capisca e apprezzi la mia spesa. Io parlo dell’essenzialità del prodotto vino, ovvero di un prodotto che mi deve piacere e di cui non devo assolutamente fare sfoggio.
    In tal caso, a me, cosa può fregare di pagare e tanto di più tali valori che una marca (ok meno marketing, un uomo o un’azienda) si porta con sé, quando posso avere alta qualità a prezzi convenienti?
    Se poi mi dite “no in realtà c’è una grande differenza di qualità tra i due prodotti che, in parte, potrebbe anche giustificare la differenza di prezzo” allora il tutto cambia!

  7. Assolutamente d’accordo con lei. L’idea di un bene, sono d’accordo con lei.
    E ‘vero! Credo che questo sia un concetto molto diverso. Pienamente d’accordo con lei.

  8. Il produttore non e’ un benefattore. Fa il vino per guadagnarci. Se il suo vino costa 4 ma riesce a venderlo comunque a 40, e ogni anno la sua qualita’ ed il suo prestigio e’ tale che puo’ svuotare le proprie cantine dalle eccedenze senza problemi, perche’ c’e’ la fila di chi gli compra il vino a 40, perche’ dovrebbe venderlo a 20? Avra’ un guadagno maggiore e riuscira’ ad investire in nuovi vigneti, vicini o lontani, e a fare altri vini buoni e di prestigio.
    Poi c’e’ un altro tipo di produttore, anche questo non benefattore: quello che fa il vino per sopravvivere decentemente e si accontenta di cio’ che ha. Allora gli costera’ 4 ma lo vendera’ a 20 e tanto gli basta, senza rifornire gratis il papa, il re e la corte.
    Io penso che ogni produttore ha la sua politica e non mi permetto di criticargliela.
    Invece sul fatto delle differenze qualitative devo dire che il prezzo di vendita non contraddistingue quasi mai il livello qualitativo. Ci sono vini che costano carissimi e non valgono certi altri vini che sono migliori e costano molto meno.

  9. Beh, la questione del prezzo é sempre spinosa ed aperta a mille varianti ed a mille …portafogli, ma un’osservazione “oggettiva” e che se mettete in fila le ultime venti annate di Castello di Neive e di Giacosa, Santo Stefano contro Santo Stefano la differenza organolettica che giustifica buona parte della differenza di prezzo c’é. Se poi guardate le aste internazionali i prezzi che comanda Giacosa sono di gran lunga superiori a quelli di altri Barbaresco, incluso il pur ottimo Castello di Neive. Come a dire che il prezzo di venti Panda usate e a fine della loro “corsa” arriva e non arriva al prezzo di un Ferrari vintage. L’appassionato informato e con un po´di tempo e buona volontá troverá sempre Barbaresco di buona e di ottima fattura a prezzi piu´che ragionevoli. Se poi oltre alla bontá del vino vuoi anche godere di riflesso del prestigio del nome, la garanzia di serbevolezza e di aumento di valore nel tempo, allora si cerca qualcosa in piu´che poco ha a che fare con la sola bontá e qualitá del vino. A questo aggiungi che incappi nel meccanismo della domanda e dell’offerta e quindi……….

  10. “L’appassionato informato e con un po´di tempo e buona volontá troverá sempre Barbaresco di buona e di ottima fattura a prezzi piu´che ragionevoli”.
    Verissimo, Merolli!
    Anche perche’ e’ il Barbaresco il mio campione del cuore, il vino che mi e’ sempre piaciuto di piu’, fin dall’annata 1952. A seguire, magari di un’unghia, comunque sempre a ruota, il cugino piu’ blasonato, il Barolo, fin dall’annata 1947. E adesso attendo la roncolata di Franco, che vorrebbe piuttosto ivertire l’ordine (ma lui e’ ancora giovane, crescera’…), anche se ci unisce il primato langarolo su tutto il resto del mondo.

  11. @ Mario Crosta,non vuole essere una roncolata ma,visto
    che quella di Franco tarda ad arrivare,mi permetto io,
    dalle mie parti c’è un detto,guai se tutti i passeri
    conoscessero il miglio,perhè non ce ne sarebbe per tutti
    E’domenica,cerchi di essere clemente,in caso di risposta

  12. Lino e Franco, mi pare pero’ che sulla supremazia di re Nebbiolo ci siamo tutti e tre, o sbaglio? E allora anche Gattinara, Ghemme, Boca, Sassella, Inferno, eccetera, sono tanti i gioielli di famiglia, eppure si continua ad ogni edizione delle guide a vedere che c’e’ chi gode se ci sono meno vini da Nebbiolo premiati, da vigne e cantine di storia antica, e che esalta invece come grandi vini delle pure invenzioni della moderna tecnica enologica d’assalto ancora tutte da verificare. Com’e’ capitato per il fenomeno Supertuscan, ma non solo, o con quelli barricati. Bastava la parola magica ed erano podiati immediatamente. E ne nascono ancora ogni giorno di “pensate” ben sostenute da campagne pubblicitarie e non da qualita’ accertata e durevole. Non so voi, ma io concordo con Philippine de Rotschild che in Polonia venne a dirci che per essere veramente considerato grande un vino di una cantina deve avere almeno duecento anni di storia (detto da lei, il cui indiscutibilmente ottimo Chateau ne ha ancora qualcuno meno…).

  13. @ Mario,il mi pare,sul Nebbiolo è decisamente di troppo.
    Ho sempre sostenuto e,continuo tutt’ora a dire,che se
    l’avessero i Francesi,avrebbe ben altra considerazione
    e valutazione,la Sua definizione il Re,più che calzante.

  14. I Francesi l’hanno sperimentato sicuramente anche da loro, lino, stai tranquillo. Anche i californiani, gli uruguagi e gli argentini, mi risulta. Il fatto e’ che un vino non e’ soltanto una bevanda alcolica che si puo’ fare qui o la’ come cavolo ci pare e piace, ma e’ sempre l’ambasciatore di un territorio, di una cultura, di una civilta’ e il suo vitigno si trova bene in un posto e male in un altro, inutile forzarlo. E’ esattamente quello che non capiscono i teorici della caberlottizzazione mondiale, che e’ un appiattimento terribile per il nostro re della tavola, in quanto riduce il vino al rango di mero liquido da pasto, mentre invece nella bottiglia c’e’ anche il vino, ma soprattutto il sogno. I cru di questo vigneto benedetto da Dio che e’ il Santo Stefano di Neive sono un sogno indimenticabile…

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