Beppe Severgnini auspica un nome comune per le bollicine italiane e Maurizio Zanella (Franciacorta) gli risponde

Lo confesso, é stata Offelé fà el to mestée, un’espressione dialettale milanese non irriguardosa, ma simpatica, un bonario invito a non uscire dall’orticello di casa e ad occuparsi solo delle cose che si conoscono, la prima reazione che ho avuto qualche giorno fa, leggendo nella rubrica Italians, il seguitissimo forum che conduce sul sito del Corriere della Sera, l’uscita – leggete qui –  del giornalista cremasco Beppe Severgnini, secondo il quale “Ferrari, Berlucchi, Ca’ del Bosco & C. devono trovarsi in fretta un sostantivo comune”.
Ho, devo avere il massimo rispetto per il coetaneo (lui è di dicembre, io di settembre) inviato del Corriere, interista come me, che ho avuto il piacere di conoscere, tanti anni fa, in redazione al Giornale a Milano, quando entrambi, molto più giovani, cominciammo a collaborare alle pagine della Grande Milano Costume dirette da quel raffinato cronista che è Giampaolo Martelli.
Eppure devo dire che Severgnini con questo suo candido suggerimento, espresso con un filo di ingenuità e magari con la convinzione di dire qualcosa di importante, è purtroppo incorso nel più classico degli errori cui indulgono molti giornalisti, anche i più importanti.
In altre parole farsi attrarre dalle sirene della “tuttologia”, parlare, e sentenziare, di cose che non si conoscono, con la pretesa di dire cose sensate, invece di solenni banalità. Questo perché, anche se espresso da un giornalista importante, il suggerimento di Severgnini, improvvisamente folgorato sulla via della Champagne, non aggiunge nulla a quanto è stato detto, nel nostro piccolo orticello del mondo del vino, e delle bollicine metodo classico in particolare, negli ultimi vent’anni, perché il conduttore di Italians ha “scoperto”… l’acqua calda.
E ha proposto una “soluzione” che è stata a suo tempo tentata, con la creazione di un nome di fantasia, Talento, che avrebbe dovuto accogliere come una “casa comune” i metodo classico delle diverse zone italiane, ma che è poi clamorosamente naufragata.
Anche se qualcuno, riesumando cadaveri e illudendosi di poterli riportare in vita, pensa che possa essere riproposta nel 2010, e magari ottenere quel successo che era mancato oltre dieci anni fa.
Capisco che con l’entusiasmo del neofita Severgnini, pensando di aver trovato la “soluzione” che noi comuni mortali addetti ai lavori del mondo del vino non abbiamo ancora individuato in tanti anni, lamentando che le bollicine nobili italiane “hanno un problema di denominazione che, secondo me, ne limita il successo internazionale” suggerisca che debbano darsi una denominazione comune.
Questo perché, scrive, “non possono chiamarsi «champagne», un’indicazione d’origine geografica. Non devono chiamarsi «brut» (brutto!) né «champenoise», che sa di vorrei-ma-non-posso; Non hanno convenienza a definirsi «spumanti», nome associato a vini dolci di bassa qualità/basso prezzo; Non s’illudano di chiamarsi «metodo classico», una denominazione goffa e vaga (s’adatta a qualsiasi prodotto, dal lamierino alle scarpe)”. Osservando, intelligentemente questa volta, che “uno dei motivi dell’enorme successo del Prosecco, in Italia e all’estero, è questo: buon rapporto qualità/ prezzo, prodotto svelto/fascia media, nome originale, divertente e inequivocabile”, Severgnini ha colto un elemento innegabile, che il segreto del Prosecco è legato, anche, ad un nome fortunato, facile da pronunciare e da memorizzare, che suona bene in ogni lingua.
Un nome che individua un prodotto ben definibile, e non una pluralità di prodotti, di denominazioni, dalla storia, dal successo commerciale, dalla popolarità variabile, che sarebbe del tutto vano pensare di mettere insieme, in un indistinto calderone, con un ipotetico nome che li accomuni (e non certo l’orribile “Talento”), solo con la prospettiva, vaga, di avere maggiore “successo internazionale”.

Beppe Severgnini

A Severgnini, come a tanti osservatori del resto, sfugge, che la bellezza, la croce e delizia, il limite, certo, del variegato mondo del “metodo classico” italiano, è proprio dato, a differenza da quello che accade in Spagna, dove con Cava hanno azzeccato un nome comune per il vino proveniente praticamente da una sola area, il Penedès , e da quello che accade in Francia, dove area della Champagne a parte per gli altri mousseux (Alsace, Jura, Bordeaux, Bourgogne, Limoux, Loire, Die) hanno trovato il nome comune di Crémant, dalla varietà di situazioni, assolutamente non riconducibili ad una sola.
Perché sono molto più le differenze che le similitudini tra un Franciacorta Docg, un Trento Doc, un Oltrepò Pavese Doc, un Alta Langa Doc, un Alto Adige Doc e la galassia degli altri metodo classico minori, alcuni anche buoni e rispettabilissimi, e metterli insieme, in un calderone dal nome seppure simpatico e appealing non avrebbe alcun senso.
E ancora di più aggiungerci magari, in un pasticciatissimo embrassons nous nel nome delle bollicine a 360 gradi, una serie di “spumanti” prodotti con il diversissimo metodo charmat.
Severgnini poi, quando scrive “se ognuno vorrà andare per il mondo col nome proprio, considerata la qualità del prodotto, avrà le sue soddisfazioni. Ma concorrenza allo champagne non la faremo mai”, compie un altro clamoroso errore di valutazione, ovvero sopravvalutare le forze, la consistenza della squadra del metodo classico italiano, che oggi, nella più ottimistica delle valutazioni statistiche conta su 21-22 milioni di bottiglie, larga parte delle quali piaccia o meno sono e continueranno ad essere vendute sul territorio italiano.
Anche ipotizzando una impossibile “union sacrée” tra tutti i protagonisti del metodo classico italiano, di bottiglie da destinare all’export, da provare a piazzare, con soddisfazione, nei Paesi tradizionali grandi consumatori di “sparkling wines”, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Svizzera in primis, e magari Francia, Belgio, Giappone, Paesi dell’Est e Paesi scandinavi, ne rimarrebbero poche.
E sarebbero comunque bottiglie per cui trovare una politica di prezzi tale da renderle competitive nei confronti dello Champagne, del Cava, degli sparkling wines inglesi e del Nuovo Mondo, non sarebbe un’impresa facile… Non abbiamo milionate e milionate di bollicine… “talentuose” da piazzare sui mercati mondiali (e questo anche nel caso dovesse crescere e magari raddoppiare l’attuale produzione).
Molto meglio dunque, pur non rinunciando a piccole puntate, ben calibrate e mirate, su singoli mercati esteri (lo sapevate che nel cuore dell’Europa, in un Paese a cultura europea come la Polonia, grazie ad un’appassionata ambasciatrice, il Franciacorta si sta facendo conoscere e acquista sempre maggiore notorietà?) puntare su una maggiore conoscenza e diffusione, con il rispettivo nome delle singole denominazioni, senza inutili e improbabili confusioni, sul mercato italiano.
Che è ancora in larga parte da conquistare alla causa delle bollicine nobili, da considerare non solo un prodotto da stappare nelle grandi occasioni di festa, ma da bere a tutto pasto. Magari evitando di abbinarlo, come purtroppo ancora talvolta accade, ai dolci e ai dessert. Per i quali c’è un preciso prodotto, il Moscato d’Asti o l’Asti, assolutamente più adatto…
Che sia il caso, invece di inseguire improbabili chimere e avventure commerciali in giro per il mondo, di concentrare gli sforzi per fare conoscere e apprezzare i vari metodo classico italiani a denominazione d’origine in Italia, lo dimostra la risposta, impeccabile, che il Presidente del Consorzio tutela Franciacorta, Maurizio Zanella, ha prontamente dato a Severgnini, con un “avviso a pagamento” pubblicato sabato 18 sul Corriere della Sera, risposta che contiene molte interessanti e garbate considerazioni.

Maurizio Zanella presidente Consorzio tutela Franciacorta

Partendo dal ringraziamento per avere, con il suo articolo, “evidenziato un problema su cui da molti anni si discute nel nostro “petit monde”, Zanella ha confermato a Severgnini che “ le sue “4” considerazioni circa la necessità di trovare un nome, o per meglio dire una Denominazione alle bollicine italiane, sono sacrosante ma non sempre condivise al di fuori del nostro territorio.
È proprio per questo motivo che i produttori della Franciacorta nel 1995 decisero unanimemente di voltare pagina, sfruttando la Denominazione della zona di origine e chiamando al maschile il vino frutto dei loro sacrifici: il Franciacorta”.
Zanella ha poi ricordato, con un pizzico di comprensibile orgoglio campanilistico, che dal 1995 “ad oggi i fatti ci hanno dato ragione: siamo passati da due milioni a dieci milioni di bottiglie vendute, la zona si é arricchita di più produttori, da 40 le cantine sono diventate 104, garantendo al consumatore una tavolozza di varietà incredibile, ognuna con nuance diverse”.
E poi, prosegue, “Abbiamo volutamente modificato il Disciplinare di produzione rendendolo più severo al mondo (la produzione di uva per ettaro più restrittiva, 100 quintali, e i tempi di maturazione minimi più lunghi, 18 mesi) e non ce ne vogliano i cugini della Champagne». Gigioneggiando appena, Zanella ha proseguito affermando che “come lei ha giustamente osservato il consumatore non è “tonto” ed ha premiato la zona che ha più investito e continua a farlo sulla qualità vera e reale, pronta e felice ad accogliere gli appassionati, confermando tutto ciò con la magia del suo territorio, le sue bellezze ed il rigore produttivo dei suoi viticoltori”.

Un solo grosso limite nell’azione dei produttori franciacortini il presidente del Consorzio ammette: “Abbiamo una sola lacuna, quella di non essere riusciti a comunicare ad un mondo più vasto quanto sopra, altrimenti lei non ci avrebbe dimenticato!”.
Con l’auspicio, però, di lavorare per colmare al più presto questo limite, e a farlo “il più velocemente possibile affinché, nel mondo, i cittadini italiani possano finalmente essere orgogliosi di degustare un grande Franciacorta, senza il minimo timore reverenziale nei confronti di chicchessia”.
Circa l’esigenza di arrivare a “trovarsi in fretta un sostantivo comune” e al “problema di denominazione” di cui soffrirebbero, secondo Severgnini, le “bollicine” italiane, nessun accenno da parte di Zanella, a dimostrazione che per i produttori franciacortini il problema non si pone, non esiste, non è all’ordine del giorno delle questioni, più importanti, da affrontare.
Una risposta franca e schietta, da parte del presidente del Consorzio franciacortino, al giornalista del Corriere della Sera, ma anche a chi, in Italia, per di più facendo i costi senza l’oste, blatera di un’ipotetica doppia modalità di comunicazione del Franciacorta, che potrebbe continuare a presentarsi semplicemente così ai consumatori italiani e poi potrebbe prendere anche la qualifica di “Talento” Franciacorta per proporsi sui mercati esteri.
Cosa assolutamente impossibile ai sensi del disciplinare del Franciacorta Docg che non contempla questa ipotesi. E, peggio ancora, ai sensi dello stesso decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale relativo alla regolamentazione dell’utilizzo della menzione “Talento” nella designazione e presentazione degli Spumanti metodo classico italiani VSQPRD”, per il quale il Consorzio Franciacorta “aveva espressamente richiesto al Ministero per le Politiche agricole di prevedere l’esclusione dell’applicazione della menzione “Talento” per il Franciacorta Docg”.
Richiesta accolta, “in considerazione del Regolamento dell’Unione europea, che riconosce al Franciacorta il valore intrinseco della denominazione legata indissolubilmente al metodo ed al territorio, e della rinomanza acquisita a livello nazionale ed internazionale, dal Ministero stesso”. Decreto che, basta leggerlo, qui ad esempio, parla chiaro quando dice “la menzione «Talento» di cui all’art. 1 non è utilizzabile per la designazione e presentazione delle partite del V.S.Q.D.O.P. «Franciacorta» “.
Forse, questo decreto, sarebbe bene che se lo leggesse non solo Severgnini, ma che se lo rileggessero, visto che dimostrano di non conoscerlo, alcuni personaggi in Trentino, prima di andare a raccontare barzellette, in giro per convegni

0 pensieri su “Beppe Severgnini auspica un nome comune per le bollicine italiane e Maurizio Zanella (Franciacorta) gli risponde

  1. Abbiamo ancora poca cultura in fatto di vini a rifermentazione in bottiglia. Fino a ieri li stappavamo col “botto”, li versavamo afferrando la bottiglia per il collo, li abbinavamo ai dolci, insomma non li trattavamo come “vini”, differenziati per vitigno, zona d’origine, terroir come sappiamo invece fare finalmente per quelli tranquilli rossi, bianchi e rosati. Vogliamo tornare indietro e trattarli soltanto come bevande, anziche’ come vini, trovandogli come “sostantivo” comune una parola che contraddistingue solo il metodo di vinificazione?
    Prosecco invece e’ il nome del vitigno: di versioni tranquille ce ne sono poche migliaia di bottiglie, mentre tutto il resto, oltre il 99%, fa le bollicine a diversi livelli di pressione (frizzante e spumante).

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  3. Direi che la fermezza di Zanella è sentire comune qui in Franciacorta. In un mondo che va sempre più verso l’omologazione e la “semplificazione” dei vini, unicamente perché ad accumunarli vi è un metodo(come in questo caso), trovo corretto che si dia valore ad un vino(oltre al valore qualitativo, s’intende!) sulla base di quell’unico elemento imprescindibile e non replicabile altrove, che si chiama territorio, come contenitore della cultura, della storia e della volontà di una comunità di uomini.
    In Italia dobbiamo “sglobalizzare”, almeno per capire il valore delle nostre infinite diversità.

  4. Oh intendiamoci, non che io voglia mischiare il sacro col profano, però tra tante bollicine italiane c’è anche un fenomeno come l’Asti, unico nome, breve e con sonorità più che ammiccanti anche per gli stranieri, che di pezzi ne vende, sia pure tra luci (poche) e ombre (troppe) quasi 70 milioni di bottiglie. Per la maggior parte è vinificato col metodo charmat (martinotti), è vero, ma ci sono anche griffe che hanno imposto, con qualche successo, Asti ottenuto con il metodo classico della fermentazione in bottiglia, che una volta, prima delle proteste con annessa crisi di nervi dei cugini francesi che però davanti agli Champagne Usa se ne stanno ben zitti e comunque non sono così agguerriti come con les italiens, si chiamava champenois. Un nome unico per i “vini della gioia” italiani? Un pia illusione anche per il Beppe S. Realizzata, tuttavia, per l’Asti che, almeno in questo, ha trovato un’unità.

  5. Franco, sullo stesso argomento ti segnalo:

    http://www.vinix.it/myDocDetail.php?ID=4455&lang=ita&keepThis=true&TB_iframe=true&height=650&width=850

    riprendo anche qui il mio commento postato su quella pagina:

    chissà perchè quando un giornalista è bollito, e si trova davanti un foglio bianco, prima o poi comincia a sproloquiare di vini, senza avere la minima idea dell’argomento.
    e di solito lo sproloquio è direttamente proporzionale alla presunzione del soggetto.
    si vede che severgnini era geloso di vespa…

    come dire, offelè…

    ciao Maurizio

    • ottimo commento il tuo Maurizio! Mi ha fatto piacere averti incontrato ieri sera in quella terra che per definire i suoi eccellenti metodo classico non si sogna affatto di inventarsi un nome di fantasia…

  6. Franco
    ci riprovo, spiegandomi un po’ meglio
    la domanda era se un denominazione comune aumenterebbe o meno la notorietà delle bollicine italiane per farle vendere di piu’ e meglio.

    I fatti riportati nell’articolo sono:
    – che il problema se lo sono posto, visto che la denominazione comune é stata introdotta, ma che non ha avuto granché successo
    – che il consorzio franciacorta preferisce non avvalersi della denominazione Talento.

    Se ne puo’ anche dedurre che il problema esiste, ma é stato gestito male.

    Le tue considerazioni le condivido tutte o quasi, ma sono opinioni sul perché non sarebbe giusto farlo, non se funzionerebbe o meno dal punto di vista commerciale, quantomeno sul territorio nazionale.

    saluti

    • posta così la domanda é intrigante: un’ipotetica, denominazione comune, dal nome magicamente azzeccato come hanno fatto gli spagnoli con Cava, “aumenterebbe o meno la notorietà delle bollicine italiane per farle vendere di piu’ e meglio”?
      Questo é un assunto tutto da verificare. Secondo i “riesumatori di cadaveri” che ripropongono il Talento sì’, a mio avviso la cosa potrebbe avere un senso se ci fossero 100 milioni di bottiglie di metodo classico italiani di varie zone da piazzare all’estero, in quel caso un nome comune che aiutasse il consumatore ad identificarle potrebbe avere un senso. Questa massa critica non esiste, larghissima parte dei metodo classico italiani si vendono in casa nostra. Allora inutile trovare per loro una “casa comune”: che il consumatore si abitui a conoscerli e chiamarli con il loro nome, Franciacorta, Trento Doc, Alta Langa, ecc. E che le zone di produttrici, ed i loro consorzi, si diano maggiormente da fare per farli conoscere ad un numero ancora più ampio di consumatori e appassionati.

  7. Scusate, ma non avete mai sentito parlare della DOC Cannonau di Sardegna? A nessuno di voi e’ mai venuto in mente che che comprende tutta l’isola da nord a sud e da est ad ovest? In questa DOC estesa come una grande piovra ci sono vini fatti con uve provenienti sia dalle sabbie antistanti la riviera, sia dagli altipiani e dalle alture dell’interno, sia dalle falde delle montagne barbaricine. Suoli, climi e territori tanto diversi e che danno vini completamente differenti nelle caratteristiche organolettiche, nella durata, negli abbinamenti gastronomici, nei prezzi. Asino chi l’ha formulata, quella DOC. Il denominatore comune, quel “Sardegna”, mi sa che ha battuto di poco il secondo classificato… “minestrone”!
    Ecco, lo stesso si vorrebbe proporre per i vini rifermentati in bottiglia o in grandi tini, con la scusa che in comune hanno le bollicine. Ha fatto bene, poco sopra, il buon filippo a ricordarci che c’e’ anche un bell’Asti con piu’ di 70 milioni di bottiglie a far festa, che lo possono bere un po’ anche i nostri bambini per quanto e’ leggero, che va d’amore e d’accordo con i pasticcini cremosi, la ricotta col miele, e che facciamo, lo mettiamo nello stesso calderone del Trento che strizza l’occhiolino alle ostriche, agli scamponi, alle aragoste? Mi sa che la scusa del “sostantivo” comune e’ come la solita proposta che ci fanno certi camerieri: bianco o rosso? Che incivilta’…

  8. Sono passati 30 anni, ma me lo ricordero’ sempre. Sul Lago di Corbara (sul Tevere, ma lontano dal mare) c’era un ristorante che ci ha proposto una spigola di due chili per due persone, che avevano comprato la mattina al mercato di Civitavecchia. Il tempo di prepararla e di servirla spinata in tavola (di solito me lo spino io, ma ha tanto insistito quel maitre…) e abbiamo dissertato su quale vino. Io avevo un’idea precisa, perche’ volevo un vino bianco locale, ero venuto apposta da 2500 km di distanza per assaggiare quei vini locali. Niente da fare. Secondo il maitre ci voleva uno spumante sardo vinificato ed imbottigliato in trentino (non faccio il nome per non fare pubblicita’, ma in molti l’hanno capito di sicuro). Curioso, vero? Quante regioni fin qui sono state coinvolte? 4. Me la ricordo ancora adesso, dopo 30 anni… che abbuffataaa!!! Non so quante volte in vita mia ho mangiato e bevuto meglio. E devo tutto a quell’oste della malora con la fascia nera sul panzone…
    Chi se la sente di proporre ancora un “sostantivo” comune alle bollicine e’ meglio che passi da quelle parti, il parcheggio e’ talmente ampio che si vede da lontano.

  9. Severgnini fa il tuttologo, parla di tutto e non si capisce di cosa si intende, o forse voleva solo far parlare di sè.
    Se si intende di vino come si intende di calcio … (se non sbaglio tifa inter eh?) 😀
    maremma…

  10. Sul fatto che sia un profondo conoscitore di calcio e di vino non ci piove, oltretutto e’ simpaticissimo. E poi il sasso che ha buttato nello stagno, la ricerca di un “sostantivo comune”, e’ un “pallino” che hanno avuto in tanti, anzi che ha coinvolto anche me, a suo tempo, quando ci fu il concorso per trovare il nome a quello che poi divento’… Talento. Allora sembrava una bella idea anche a me, non mi ricordo che nome proposi ma era senz’altro piu’ bello. Ma allora non conoscevo i vini da rifermentazione in bottiglia come li conosco oggi. E sono in tanti a non conoscerli bene, a non riuscire a cogliere le differenze e non parlo solo delle sfumature. Il fatto che ci sia la crisi e che ci sia meno gente a frequentare i corsi di degustazione e’ davvero negativo in questo senso, speriamo che il momento venga superato presto. Beppe, non ci sto neanche se li chiamassimo… “triplete”, tanto per capirci!

    • Mario, non condivido il tuo entusiasmo per Severgnini. Ho scritto che capisce di calcio perché tifa per la nostra Beneamata. Quanto al capirci di vino, con quel pezzullo e quella proposta ingenua, secondo me ha dimostrato di non capirne granché…

  11. Ma qui non si tratta solo di distinguere tra rifermentazione in bottiglia e lavorazione in autoclave, è che io non voglio assolutamente confondere sotto lo stesso nome un Franciacorta ed un Trento: sono profondamente diversi sotto ogni punto di vista sensoriale.
    Poi DIMENTICHIAMOCI di fare concorrenza allo Champagne, ma solo per il nome, mica per altro, dobbiamo puntare su altri aspetti.
    maremma…

  12. CavoloVerde Athos, concordo al 100% con te. Il problema e’ che allora il concorso cercava un nome comune per i vini rifermentati in bottiglia e non per tutti i vini che sviluppano bollicine. Tutto lì.

  13. Severgnini è simpatico.(punto)
    Sono andata a leggermi la risposta piccatissima a Elena@ che gli scriveva così garbatamente, ma – ahimé – troppo precisamente e me l’ha fatto scendere a livello calzerotto.
    Un giornalista non dovrebbe scrivere di vino solo perché oggi a Milano “se non c’hai una vigna non sei nessuno” (relata refero), esponendosi a figurine così così e, SOPRATTUTTO, diventando complice della disinformazione imperante.
    Moralismi? Forse, ma quando ce vo’…

  14. Ora è più chiaro il perchè dell’articolo di Severgnini. Ha intervistato (vedasi Corriere Magazine di domani) scarlett johansson tra le vigne di Moet & Chandon.

    • ma che bella pensata! Chissà se gli verrà mai voglia di intervistare qualche attrice italiana, altrettanto brava e bella, tra le vigne di qualche azienda della Franciacorta o del Trentino o dell’Oltrepò Pavese…

  15. Salve a tutti.
    Sono Giovanni e scrivo dalla provincia di Bergamo. seguendo lo scritto di Beppe Severgnini sono capitato per caso nel blog di vino al vino ed ho letto il contro-articolo di Ziliani.
    Non conosco assolutamente niente di vino: per me Ferrari, Cà del Bosco, Berlucchi ecc. non marche e basta.
    Non sono assolutamente d’accordo con le affermazioni di Ziliani, invece, per quanto riguarda il contenuto “organizzativo” e “manageriale” dell’articolo e la recente questione delle dimissioni di Profumo da Unicredit ne sono un chiaro e lampante segnale.
    L’Italia è famosa per la Fiat, per Armani, per la Ferrari(auto) e per il Ferrari (vino) o per il Berlucchi, ma è in realtà un sottobosco fatto di migliaia di piccole e medie aziendeche in realtà la manda avanti. Piccole e medie imprese che, normalmente, si combattono l’una contro l’altra anzichè coalizzarsi.
    In una banca europea delle dimensioni di Unicredit, nessun “sindaco” o nessuna “corporazione” avrebbe fatto lo sgambetto all’A.D.
    Solo in Italia non riusciamo a mettere sotto lo stesso ombrello due ditte concorrenti per sfondare all’estero, salvo poi piangere miseria quando l’estero arriva in Italia forte delle sue società e del suo management.
    L’Italia delle mille botteghe stile “sciura maria” si è dovuta piegare all’arrivo di Promodes e di Carrefour, perchè Esselunga e Iper guai a mettersi insieme… Infatti poi Auchan a fatto il resto.
    Certo, caro sig. Ziliani, Lei mi dirà: cosa vuoi saperne tu, del vino, che magari ti occupi di condomini o altro.
    Quando lavoravo a Brescia, le imprese proprietarie di cave si sono coalizzate ed hanno fondato l’ABCI (Associazione Bresciana Cavatori di Inerti) che ha modellato il mercato a propria immagine, non hanno aspettato che il mercato decidesse i prezzi di sabbia, inerti o altro.
    Nella vicina provincia di Bergamo, invece, i cavatori applicano alla lettera ciò che dice il Vangelo: “non sappai la destra ciò che fa la sinistra”. Ed infatti tutti piangono miseria.
    Queste sono decisioni che l’Italia deve assumere, se vuole competere con l’Europa o, peggio ancora, con i cosiddetti mercati emergenti.
    Nei banchi dei supermercati sono arrivati i vini australiani (!) o californiani (!!).
    Aspettiamo il vino cinese, che poi sì che ci verrà da ridere…
    Bravo a Severgnini, che da bravo e vero giornalista vede oltre l’orizzonte del lago di Garda o delle colline del Franciacorta.
    Salve a tutti.

  16. Signor Giovanni, le sue sono opinioni, non certo verità. Cito Messori: “Lo storico lo sa bene: l’Italia non è, per istinto e storia, nazionale; e nemmeno regionale o provinciale. L’Italia è municipale e proprio il campanilismo, per molti, è tra i suoi limiti da contrastare. E’ una condanna che non condivido: il policentrismo fu giudicato negativo, da superare con la forza, solo a partire dalla Rivoluzione Francese e poi dal Primo e dal Secondo Impero, seguiti in questo dalla Terza Repubblica, che imposero, tutti, il centralismo dei prefetti. Il policentrismo fu combattuto sia dalle democrazie di ispirazione francese (ma non da quelle anglosassoni) sia dai totalitarismi , neri o rossi che fossero. Io invece, per quanto conta, ho sempre pensato che il nostro storico decentramento (anche nel vino e sopratutto nelle aziende) – l’Italia delle cento città – non sia un problema da superare ma una ricchezza da coltivare”. Alla faccia dei Profumo, dei Giavazzi, dei Monti e di tutti quelli che la pensano come loro negando l’identità italiana svendendola ai primi americani che passano.

  17. @Giovanni, condivido alcune considerazioni come quella sulle cave di Brescia e Bergamo: infatti nel campo enologico è un po la stessa cosa avvenuta con il Franciacorta ed i cucini di sponda bergamasca del Valcalepio (ma lo conosce qualcuno più a sud di Treviglio?). Però Severgnini arriva fresco fresco su un argomento di cui si dibatte da molto tempo, faccia molta attenzione perchè lo Champagne non raggruppa tutti i vini bianchi francesi ma solo quelli di una determinata regione, ce ne sono altri mille.

    maremma…

  18. Athos CavoloVerde, bravo, e’ proprio questo il bandolo della matassa: “lo Champagne non raggruppa tutti i vini bianchi francesi ma solo quelli di una determinata regione, ce ne sono altri mille”. I cugini d’oltralpe NON hanno un “sostantivo comune” per tutte le loro bollicine, percio’ non si capisce a quale scopo dovremmo averlo noi.

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