Dolcetto d’Alba 2008 Giuseppe Rinaldi: con vini così nessuna crisi è possibile…

Non riesco davvero a credere e la cosa mi addolora tantissimo, che nei manifesti che hanno reso pubblica la protesta e la forte preoccupazione di tanti vignaioli piemontesi, in larga parte conferitori di uve a cantine sociali che non hanno certo brillato per qualità, criteri manageriali di gestione e capacità di stare davvero sul mercato, si sia potuto leggere, testualmente, “che la crisi economica farà sparire Barbera e Dolcetto dalle colline piemontesi”.
E che “le botti sono piene e i prezzi al minimo, 20 centesimi al chilo per l’uva” e quindi raccogliere e coltivare quelle che sono le varietà simbolo della quotidianità e non della leggenda del vino piemontese stia diventando non solo poco redditizio, ma quasi inutile.
Penso poi al Dolcetto in particolare e mi accorgo che la protesta, seppure estesa anche alle aree di Ovada e di Acqui, che del Dolcetto, di particolari tipi di Dolcetto sono tuttora capisaldi, riguarda soprattutto l’astigiano ed il Monferrato dove non si può dire che il Dolcetto, nonostante l’esistenza di una Doc Dolcetto d’Asti e di una Monferrato Dolcetto (ma c’è pure una Doc dolcettosa nei Colli Tortonesi), abbia espresso negli anni vini di forte significato capaci di raccontare e simboleggiare un territorio, ma non riesco a consolarmi più di tanto.

Questo perché sono ben consapevole che anche le Doc dedicate al Dolcetto territorialmente più significative, Dolcetto di Dogliani e Dolcetto di Diano d’Alba, oltre che la più grande, Dolcetto d’Alba (quelle Langhe e Langhe Monregalesi sono molto più piccole) non godono di grandissima salute.
E può pertanto capitare di leggere, come nell’ottimo blog Vino di Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili, qui, preoccupate considerazioni su come vadano, commercialmente parlando e dal punto di vista dell’attenzione del consumatore, su quello che resta “uno dei rossi più gustosi della nostra penisola”, i più profondi e complessi dei quali “non sfigurano affatto nel paragone con i migliori cru del Beaujolais: intensamente ma non banalmente fruttati, arricchiti di intriganti sfumature speziate, hanno tannini delicati e un delizioso retrogusto di mandorla. I più semplici sono snelli, poco alcolici, di immediata bevibilità”.
Ma allora, perché mai, come si chiede l’amico Fabio Rizzari, “l’intera tipologia soffre pesantissimamente la crisi, e rischia addirittura di sparire nel giro di poche vendemmie”?
Come lui non sono un esperto di marketing e resto stupefatto di fronte “alla bizzarra e tragica contraddizione di un vino perfetto per la tavola che rischia l’estinzione, da un lato, e di qualche robusto rosso del Sud che invade (in modo pienamente legittimo, ci mancherebbe) i Wine Bar e che si impone magari come “vino da aperitivo”.
E non penso nemmeno che la “colpa” del Dolcetto, oltre quella di avere un nome fuorviante, che continua a far pensare a tantissime persone, non necessariamente esperte, che si tratti di un vino… dolce, mentre dolci sono solo le uve quando sono pienamente mature e colme di succo, sia la mancanza di massa critica, con “decine di piccoli vignaioli, che immettono sul mercato poche migliaia di pezzi ogni anno”.
Fior di cantine sociali e di imbottigliatori, anche nell’area di Dogliani e della Doc Dolcetto d’Alba forniscono al mercato quantitativi di vino rilevanti. Eppure, nelle stesse zone di produzione, dove una volta il Dolcetto rappresentava più di qualsiasi altro vino il vino della quotidianità, quello da portare e consumare a tavola, da bere mangiando, capita, anche nei wine bar, ad Alba ad esempio, di vederti offrire a bicchiere un Nero d’Avola o un Morellino di Scansano piuttosto che un ben polputo, succulento, profumatissimo Dolcetto…

Io continuo a credere nel Dolcetto piemontese e continuo a consumarlo, gustarlo a tavola, accompagnarlo a preparazioni semplici e gustose della cucina casalinga su cui questo umile vino, che è sempre stato, salvo rare eccezioni (non fatemi fare nomi, chi mi conosce sa a quali “Dolcetto” o piuttosto derivazioni e deformazioni del tema Dolcetto alludo…) dalla parte del consumatore, facile da capirsi, immediato, franco, schietto e non costoso, persuaso, come l’amico Rizzari, che ci si trovi di fronte ad un “nuovo stile dei Dolcetto, equilibrato, capace di evitare i due estremi della sovraestrazione e della diluizione”, che “merita attenzioni ben maggiori da parte del buon bevitore”.
Così, anche per unire la pratica alle teoria e dimostrare non solo a parole, ma anche nei fatti, che sono e ho intenzione di rimanere un Dolcetto fan, e che mi piace berlo, qualche sera fa, complice la discesa delle temperature che invita a tornare a stappare rossi, mi sono aperto una bottiglia di uno dei Dolcetto che più amo, un vino esemplare, che mi rifiuto di credere, buono e schietto com’è, che possa soffrire in qualche modo dell’effetto crisi.
Merito del vino, varietale al punto giusto, ma con forte gout de terroir, del terroir di provenienza, che è quello della zona del Barolo nel comune di Barolo, e merito del produttore, un nome, una leggenda, una garanzia, ovvero Beppe “Citrico” Rinaldi, ma su quella pizzaiola di fettine di manzo e pomodoro fresco impreziosite da tocchetti di Fontina valdostana di quella vera (ancora l’ultima fornitura del mio indimenticabile amico Gianni Bortolotti) perbacco come mi sono goduto e come non avrei sostituito con altri vini quel franco, schietto, succoso Dolcetto d’Alba 2008 targato Giuseppe Rinaldi!
Un vino, godibilissimo come tutti quelli che Beppe produce, dai supremi due Barolo, il Brunate Le Coste ed il Cannubi S. Lorenzo – Ravera, alla straripante Barbera d’Alba, all’aristocratica Freisa, al Langhe Nebbiolo (tutto Nebbiolo beninteso, senza l’aggiunta imbastardente, consentita dal disciplinare, di un 15% di uve “foreste”) che mi ha riconciliato in pieno con il piacere, che non avevo mai dimenticato, di un vero Dolcetto.
Colore rubino violaceo squillante e luminoso, leggermente denso e di “peso” nel bicchiere, naso inconfondibilmente dolcettoso e langhetto, con viola, sottobosco, terra bagnata, ciliegia e prugna, ma anche nebbioleggianti accenni di liquirizia, cuoio, tabacco, e sfumature minerali a rincorrersi, a rendere vivace, freschissimo, pieno di energia, ancora leggermente vinoso il quadro aromatico.
Ma poi che festa, che grande piacevolezza di beva, quale golosa immediatezza e franca semplicità, sin dal primo sorso “calato”, come direbbero in terra pugliese, sul palato, giusta rotondità ben polputa e succosa del frutto, maturo al punto giusto, grande pienezza di sapore, una leggera piacevolissima vena amara sul finale che richiama la mandorla, nerbo, un’acidità ben calibrata che bilancia, rilancia, ravviva, dà nerbo e spinta alla materia.
Un gusto assolutamente… dolcettoso, un timbro salato, nervoso, terroso, che fa tanto Langa, quella terra meravigliosa, dove anche l’umile Dolcetto, questo onorato servitore del vino piemontese, che merita un destino migliore, maggiore considerazioni da chi ama veramente i vini autentici, sa essere grande…

0 pensieri su “Dolcetto d’Alba 2008 Giuseppe Rinaldi: con vini così nessuna crisi è possibile…

  1. non sarà il problema principale, pero’ questo tipo di vini sono quasi impossibili da trovare all’estero.
    le enoteche preferiscono le etichette di prestigio (nella piu’ grande enoteca di parigi esiste un solo dolcetto, a 24 euro).
    forse sul canale internet si potrebbe fare di piu’, visto che, anche qui, i vini sono presenti solo in enoteche italiane o anglosassoni, con costi di spedizione a volte grotteschi (un sito propone 58 euro per sei bottiglie).

  2. Piantiamola di dare la colpa al marketing se prezzi e (di conseguenza) valori percepiti di vini e uve sballano e creano situazioni drammatiche.
    Non diamo la colpa al marketing e voltamo la testa verso i comportamenti malati – sì, malati – di speculatori ignoranti e menefreghisti.
    Il marketing non c’entra, anzi è il contrario di tutto ciò. La parola chiave, ancora una volta, è “conoscenza”, anche nell’ambito del marketing. Perché chi usa consapevolmente gli strumenti che servono per andare e stare sul mercato, non spreme marchi e territori, denominazioni di successo e fama internazionale, per arricchirsi fregandosene del futuro (proprio e comune).
    Lasciandosi alle spalle le rovine; poi naturalmente un Beppe Rinaldi – un mito e mica per dire! – tira dritto, con tutto il bagaglio culturale, con l’esperienza e l’amore vero e sentito (soprattutto nei suoi vini) per la terra (e non solo quella coltivata da lui). Gli altri, i numerosi piccoli – che magari hanno una vignolina che curano affettuosamente – che curano la campagna, una delle più belle campagne vitate italiane, si vedono spogliare…
    La malattia è sempre la stessa e i risultati pure.

    Ma certo Beppe – che ho avuto modo di conoscere grazie alla benevolenza di mia figlia Margherita – è al di là (per sua e nostra fortuna), ben al di là di queste considerazioni amare e un po’ rabbiose.

    E il dolcetto di Beppe parla molto bene.

  3. Trovo davvero singolare i timori riguardanti il Dolcetto, trattandosi di uno dei vini dal migliore rapporto-qualità prezzo dell’intera penisola. Evidentemnte non si tratta di un vino alla moda.
    Di Beppe Rinaldi amo anche la succosa Barbera e, come ben scritto nel post, l’aristocratica Freisa.
    Tra i dolcetto, trovo squisiti anche quello di Bartolo e Maria Teresa Mascarello e di Cascina delle Rose.
    Un saluto
    (che piacere rileggere i commenti di Franco sui vini che ama).

  4. Sig. Franco, a proposito di Dolcetto riporto quanto scriveva 35 anni fa Renato Ratti nel suo libro “Guida ai Vini del Piemonte”.
    “Il vino Dolcetto non ha storia: la sua storia è quella della viticoltura delle Langhe. Il vino Dolcetto non ha alcun personaggio illustre come padrino: è vino unico; è il vino che da sempre ha accompagnato e accompagna l’uomo delle Langhe.
    E’ il grande vino di tutti i giorni, di tutti i pasti, da tutto pasto.
    L’eccezionalità consiste nel fatto di essere (come in effetti è) allo stesso tempo adatto alla mensa nobilissima e di alta classe come a quella più umile….
    E’ il vino che più sta a cuore di chi di vino se ne intende.”

  5. Non c’è bisogno di arrivare a Parigi, vini del genere sono impossibili da reperire anche in vaste porzioni d’Italia, specialmente lontano dai grandi centri.
    Città come la mia, Grosseto, sono in mano alla GDO politicizzata e incompetente e ai venditori di souvenir enogastronomici, con il risultato che ci si concentra sui produttori locali, chiudendo enormemente gli orizzonti della nostra conoscenza.
    E meno male che c’è internet(anche se dover ordinare ogni volta 3/4 cartoni ingolfa presto le nostre piccole cantine). Forse il futuro sta nei GAS(Gruppi di acquisto solidale)

  6. Povero Beppe, solo e abbandonato nel suo urlo di dolore…c’e’ la Marta, pero’ adesso femmina Rinalda di degnissima nota e i loro vini parlano per tutti, ma bastera’? Io intanto faccio scorta e pensandoci mi apro una Barbera 2008, ormai e’ perfetta.

  7. Nonchè il dolcetto non sia un vino più o meno piacevole,più o meno impegnativo, c’è chi la reso difficile da bere e da capire, ma ce ne sono veramente una infinità tutti piacevoli tutti discreti……e allora il calo….è ovvio. Troppi

  8. Caro Beppe, so che ci leggi.

    Probabilmente questo pezzo lo avrai gia’ letto anni fa: Il Barolo di Giuseppe Rinaldi visto da Wojciech Bonkowski http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=805

    Ma ho fatto una fatica della madonna per tradurlo, perche’ dovevo spesso applicare al manoscritto del nostro amico Wojciech il metodo dei numerini sopra le parole (come si fa per capire certe frasi della Divina Commedia).

    Goditelo, come noi ci godiamo il tuo Dolcetto.

    Con le olive, eh? Mi raccomando!

  9. Mi sembra bello e condivisibile il commento di Maurizio Fava, profondo conoscitore dei vini piemontesi (e non solo): “I nostri vecchi, quando si entrava in casa, presentavano all’ospite un bicchiere di Dolcetto (e non di nebbiolo o barbera) in segno di orgogliosa ospitalità. Perchè il Dolcetto rappresenta, come ebbi modo di scrivere in epoche non sospette, l’autentico “esame di laurea” di un enologo in Piemonte (mentre la Barbera è un gioco da ragazzi, al confronto). La finestra di maturazione dell’uva dolcetto è infatti molto stretta: un giorno di anticipo o di ritardo nella vendemmia comporta danni e imperfezioni: pochi profumi, durezza, oppure frutto troppo maturo, marmellatoso, e alcolicità eccessive”.

  10. Purtroppo i viticoltori conferitori alle cantine sociali del Monferrato sono stati molto miopi negli ultimi 10 anni. Già alcuni fa tutta la Barbera del Monferrato, invenduta nelle cantine, fu acquistata a 50cent. al litro dall’Armata Rossa.
    Oggi c’è sovraproduzione ed i medesimi che hanno rifiutato 2 anni fa i contributi per diradare, adesso chiedono di aumentare le rese per ettaro!
    Come si fa a ragionare con la testa nel sacco?
    Ma io torno sempre a ripetere: l’assessore ed i direttori dei consorzi che tipo di programmazione fanno, hanno fatto, non hanno saputo fare, per arrivare a questi pessimi risultati?

  11. oh bella. tra assessore e direttori dei consorzi, mi sembra che la filiera sia un po’ monca. che manchi qualche altro soggetto… diciamo quelli che, col potere del voto politico amministrativo e del voto nei consorzi medesimi, dovrebbero indirizzare sia gli assessorati che le politiche consortili… vi viene in mente qualcosa?
    e gli amministratori delle coop e delle associazioni di categoria, che controllano anche consorzi e camere di commercio? todos caballeros?

  12. Intendevo dire che se il vertice non ha idee, “distoglie lo sguardo” e non sa “tenere a bada” la base, i risultati saranno sempre questi.
    Anche in Sicilia si verificano gli stessi problemi da 10 anni e forse più.
    Se il/un ministro che cambia ogni 2 anni non ha modo di “focalizzare” i problemi di tutte le regioni o vuole risolvere solo quelli della sua, sono gli assessori che durano in carica circa 5 anni che devono farsi carico del problema.
    Che poi non lo facciano perchè non ne sono capaci o sono “male influenzati” è un altro discorso.
    In conclusione: volendo e sapendo fare i problemi si risolvono, evidentemente ci sono altre “priorità”.

  13. Salve signor Ziliani,
    Ho letto questo con grande interesse.Sono un piccolo importatore di vini piemontesi (Brezza,Punset e Tenuta Olim Bauda)nella zona di Chicago. Ho cominciato quattro anni fa e io penso che i dolcetto ben fatti hanno un grande potenziale sul mercato americano. E veramente dei vini piu bevibile nel mondo. Sto cominciando con la terza annata di Dolcetto D’Alba San Lorenzo di Enzo Brezza con tanto successo. grazie, Joe Miretti

  14. Non posso che essere contento dell’attenzione che viene dedicata al Dolcetto. Nell’Ovadese, dove si trova la mia azienda, quello è il vitigno principe e a lui sono riservate le porzioni migliori di terra. A differenza delle altre zone del Piemonte, che (bontà loro) fanno Nebbiolo. Perchè faccio questa introduzione? Perchè qui non ci sono vini che tirano, quindi o riparte l’attenzione e la giusta considerazione verso questo vitigno oppure l’Ovadese diventa un bosco. Non è marketing, è la fredda realtà. E ancora peggio qui sta crescendo il potere degli imbottigliatori (quelli che scrivono dolcetto sull’etichetta, che lo comprano solo se costa sino a xx) che stanno lavorando con la GDO grazie al Dolcetto comprato a quattro soldi dalle cantine sociali che lo hanno sapientemente sfilato di mano ai (sempre meno) piccoli produttori. Va avanti così da 10 anni, ma le cantine sociali non chiudono. Pensare che erano nate per fare massa ed affrontare in modo organizzato il mercato, “costruire una distribuzione”. E io tutte le volte che mi presento e dico che produco Dolcetto e magari mi azzardo sino a dire “di Ovada” spesso non riesco nemmeno a farlo assaggiare quel vino. Un vero peccato, secondo me, che ci sia questo atteggiamento verso un vitigno che sa regalare davvero dei bei vini, affatto banali per essere bevuti e ribevuti.
    Io continuo, come me pochi altri, sperando nell’attenzione degli appassionati e degli addetti ai lavori, con la ferma volontà di migliorare giorno dopo giorno.

    Cordiali saluti
    Tomaso

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