I veri gusti degli americani, al di là delle leggende

Quando si parla dei gusti degli americani, di un “gusto internazionale” che proprio nel mercato americano trova la sua massima espressione, occorre fare attenzione. Perché è vero che ci sono tanti americani che prendono per oro colato e si bevono, letteralmente, quello che viene suggerito loro dalla stampa più conservativa, dai vari Parker, Wine Spectator (aggiungerei anche Wine Enthusiast, che non brilla certo per originalità) e si sdilinquiscono per marmellate al gusto di legno, mega fruttoni, vini potenti, concentrati, senza finezza.
Ma poi c’è anche un’altra America, dai gusti molto più raffinati di quel che si penserebbe, dal palato quasi “europeo”, che ricerca e ama i vini di territorio, che è capace di apprezzare doti come equilibrio, eleganza, piacevolezza, capacità del vino di abbinarsi correttamente ad un cibo e di esaltarlo, che diffida o non prende certo come vaticini e indicazioni da prendere alla lettera i 95/100 elargiti da questo o quel wine guru e ha senso critico, usa il proprio naso ed il proprio palato per scegliere. Sicuramente, poi, c’è un’altra America, diffusa e profonda, che continua a bere vino, ma sembra trascurare completamente sia le indicazioni della stampa specializzata istituzionale, quello che ha sancito in passato il prestigio dei Super Tuscan e dei Brunello di Montalcino diciamo più “spericolati”, dei Barolo stile bordolese, sia i raffinati consigli di siti Internet alternativi e wine blog indipendenti, e quando beve sembra prediligere la quantità alla qualità, e per la quale, soprattutto in tempo di crisi, l’elemento prezzo è fondamentale.
Un’America molto tradizionalista, conservatrice, pigra, che non si avventura scegliendo vitigni autoctoni sconosciuti, che non prova vie nuove con gli Aglianico piuttosto che con l’Albariño spagnolo, con i vini della Loira piuttosto che i Riesling tedeschi, e quando sceglie i vini va sul sicuro, sui soliti vitigni, e sceglie marchi consolidati che non si sa come esercitano un forte appeal e costituiscono una garanzia.
Insomma, penso che bisogna sempre più fare piazza pulita dei luoghi comuni relativi a quello che negli States i consumatori sono soliti bere, perché un conto è quello che bevono happy few, oppure quello che una parte della stampa afferma essere le predilezioni degli appassionati, un conto, invece, sono i vini che fanno “mercato” e che realmente vengono acquistati, stappati e bevuti.
Così negli Stati Uniti, come ci racconta W. Blake Gray sul suo ottimo blog The Gray Market Report, quando si va a vedere, come accade in un articolo di Wine and Vinesleggete qui – quali siano gli Americans’ 20 favorite wine brands over $20, ovvero i vini compresi nella fascia che compone la grossa fetta del mercato, si scopre, come annota Gray, che non ci sono Champagne né Bordeaux, né vini dell’Australia o della Nuova Zelanda, niente vini di celebri maxi aziende californiane tipo Constellation o Jackson Family Estates, o vini che provengano da altri Stati che non siano la California – e Gray scrive “This is just a reminder for the aggressive Californaphobes I encounter all the time — 18 of the top 20 brands in the US are from here. Hate California wines and you hate America” – ed in California nessun vino che provenga dalle titolatissime Napa Valley o Sonoma County.
Ci sono, invece, il Pinot grigio di Santa Margherita, di cui Gray scrive “It tastes like nothing, and the logical conclusion is that’s what many Americans are looking for” (non sa di niente, e la conclusione logica è che è proprio quello che molti americani stanno cercando…”) e poi parecchi Chardonnay e Cabernet Sauvignon non di grandi ambizioni, un vino proprietà della famiglia Disney e vini che non portano di certo Parker e Wine Spectator ad elargire 95/100…
Questa è la realtà del mercato, questi i veri orientamenti di quell’America profonda che fa il mercato del vino, che piaccia oppure no…

0 pensieri su “I veri gusti degli americani, al di là delle leggende

  1. Altrimenti sarebbe come dire che gli americani sono tutti uguali e tutti immobili. Probabilmente (anzi, certamente) il mercato del vino in quel paese è fatto di segmenti diversi che corrispondono a ‘clusters’ di quella società molto composita; segmenti e gruppi le cui opinioni e i cui gusti non saranno certo immobili.

    Sono anni (ma è solo un esempio) che cresce un movimento -partito dagli organic farmers- che è riuscito a coinvolgere famiglie opinion leader. Un movimento in cui si parla molto anche del vino. E’ un esempio marginale, ma è un movimento in grande crescita…

    Mi chiedo se esiste una ricerca, un’analisi scientifica a questi propositi.

  2. Io sono molto fiducioso. Penso che il futuro non può essere fatto di ignoranti e il Presidente Obama ne è l’esempio.
    Penso che una futura guida vini Macchi, Pignataro, Ziliani potrebbe essere un valido termometro per gli appassionati di “veri” vini italiani in tutto il mondo. Abbiamo già anche i rispettivi reporter sud – centro – nord Italia.

  3. Credo che ci sia un equivoco.
    I vini sopra i 20 euro negli USA non rappresentano affatto la “fascia che compone la grossa fetta del mercato”. Dai dati annuali che fornisce lo stesso articolo di Wine and Vines per i *vini nazionali*, si tratta solo del 3% (138 milioni su un totale di 4,3 miliardi di dollari). E’ probabile che la percentuale relativa ai *vini importati* sia più alta (nell’articolo manca il dato relativo al totale, quindi la percentuale non si può calcolare), ma anche se per assurdo fosse il 100%, usando i numeri dell’articolo si arriverebbe come totale generale (nazionali + importati) al 4%, dato il peso enorme dei vini nazionali sotto i 20 euro.

    Peraltro, da uno dei commenti all’intervento di Gray sul suo blog, risulta che la fonte dei dati di Wine and Vines non copre tutto il mercato del vino negli USA, ma solo una parte (si parla addirittura del 40%), cioè le più grandi catene di drugstore e foodstore. Questo potrebbe falsare l’immagine della composizione del mercato a danno dei vini sopra i 20 euro, però ancora una volta i 4,1-4,2 miliardi di vini nazionali sotto i 20 euro sono impossibili da battere.

    Un dettaglio: possibile che il Pinot Grigio di Santa Margherita negli USA costi più di 20 dollari (pari al cambio odierno a 15,70 euro), collocandosi nella fascia dei “premium wines”? Questo mi ricorda quel tale che aveva proposto di risolvere la crisi della Fiat “rietichettando” come Ferrari le Fiat 500…

  4. @ Franco
    No, sono i vini sopra i 20 dollari:
    “(…) the highest priced domestic table wines, those at $20 or more per bottle” (prime righe dell’articolo di Wine and Vines).

  5. Franco:

    Blake è corretto quando scrive che i vini che scrivere su riviste non sono i vini che bevono gli americani. La questione ha a che fare con la quantità. Per ogni piccolo ristorante o wine bar a Chicago, New York o Los Angeles che vende vino da produttori artigianali, ci sono centinaia di ristoranti che non hanno la possibilità di acquisire la maggior parte di questi vini.

    Così i clienti devono accontentarsi di ciò che è a loro disposizione e che vedono gli stessi nomi più e più volte. Questo è ciò che le società che possiedono le cantine e il mercato di questi vini realizzare. Beringer, Sonoma Cutrer e pochi altri grandi produttori hanno il quantitativo di essere rappresentati nei ristoranti più tanti e mercati rispetto ai piccoli produttori.

    E ‘come molte aziende. Persone acquistare quello che sanno e ciò che conosci. Questo non è necessariamente correlato alla qualità, solo la quantità e mentre questo può essere vero in altri paesi, la situazione negli Stati Uniti è molto diverso che altrove.

    Spero solo che i produttori in Italia non credo che gli americani come un solo tipo di vino, perché non lo facciamo. Sempre più gli stili di vino stanno diventando popolari, ma quando si confrontano le loro vendite alle aziende di grandi dimensioni, i numeri non confrontare molto bene.

  6. @gp, confermo il prezzo di vendita del Pinot Grigio Santa Margherita, due anni fa in una delle maggiori enoteche di Manhattan costava $21.00 mentre sullo scaffale accanto il Pinot Grigio di Livio Felluga, stessa annata, costava solamente $17.00. Questo dimostra la potenza dell’importatore e del distributore, guarda caso il solo altro vino “estero” é la Riserva Ducale di Ruffino, importata dalla Constellation.

  7. Trovate che la situazione in Italia sia molto diversa(a parte il prezzo del Pinot Grigio)?
    In molte zone d’Italia gran parte degli acquisti di vino in bottiglia sono effettuati presso la GDO, con indubbie ricadute in termini di omologazione dei prodotti e del gusto. Allo stesso modo tantissimi ristoranti di medio-basso livello presentano carte dei vini fatte col ciclostile(Banfi, Ruffino, Frescobaldi, Santa Margherita etc etc etc).
    Naturalmente esistono anche enoteche che promuovono la qualità e ristoranti con carte dei vini ammirevoli(raramente per i ricarichi), ma non mi sembra proprio che siano la regola, almeno dalle mie parti.

  8. Genzano. Pizzeria. Anno 1980. 20 compagni della FILCEA ad una tavola lunga e festosa. Vino bianco sulla pizza? Vada! Ma ne abbiamo ormai fino alle orecchie degli ottimi Frascati, Marino, Colli Lanuvini, Colli Albani bevuti fino a quel momento per tutta la durata del corso sindacale di Ariccia (che poi e’ a Genzano…). Ci propongono un Pinot Grigio 1978 Santa Margherita, 3.000 lire alla bottiglia sulla tavola, in secchiello con acqua e ghiaccio e tovagliolo. Fu la prima volta che tutti, dico tutti, si gustarono il primo bicchiere con curiosita’ (nessuno lo conosceva) e schioccarono la lingua con volutta’. Applausi di complimento a chi l’aveva proposto. Fu in quell’epoca che inizio’ una favola che poi divenne una moda, quella del Pinot Grigio, cioe’ di un buon bianco fresco, dal gusto per molti nuovo, non caro nel prezzo, ma a milioni e milioni di bottiglie disponibili praticamente in tutto il mondo, cioe’ in quantita’ “francesi” rispetto ad un livello qualitativo non eccelso, ma sicuramente apprezzabile. Certo che Livio Felluga fa un autentico gioiello (tra l’altro e’ quello che preferisco in assoluto), e ce n’e’ a decine di Pinot Grigio meglio del Pinot Grigio Santa Margherita, ma quante migliaia di bottiglie ciascuno e a che prezzo e a quale tenore alcoolico?
    Se vogliamo parlare di perle, di vini Formula 1, allora non parliamo di questo vino. Ma se parliamo di trattorie, ristoranti, pizzerie, GDO e “sete” di bianco fresco, rinfrescante, adatto ad accompagnare una vasta gamma di pietanze, disponibile un po’ dovunque e peccato che e’ ancora poco, beh… allora siamo onesti, dai!

  9. Sushi-bar alla moda di S.Pietroburgo:
    2 porzioni di pesce crudo l’equivalente di 90€, 1 bottiglia di S.Margherita , unico vino bianco fermo in carta, 85€.
    Evidentemente sono molto bravi a vendere il fumo….

  10. @ paolo

    E’ vero che nei paesi dell’Est ci sono posti in cui riescono a vendere il vino tra 16 e 20 volte il prezzo cui l’acquistano franco cantina, ma la cosa piu’ assurda e’ che ti costringono pure a trattare delle ore di notte finio all’alba per farsi pure rilasciare sconti d’acquisto anche soltanto di 1 centesimo e poi ti chiedono campioni su campioni, discutono se riesci a fargli avere un residuo zuccherino di qualche grammo piu’ alto, insomma ti prendono in giro per mesi prima di fare un ordine. E guardi pero’ che non capita solo con questo Pinot Grigio, ma anche con i Valpolicella, con i Chianti, con tutti…

  11. Ci sono, Franco, ci sono. Al Marriott a Varsavia uno ha pagato 2.500 euro una bottiglia di Chateau Petrus cinque anni fa, con tutta la sala che gli ha visto tirar fuori di tasca una mazza di biglietti di banca da far paura. Ci sono dei ricchi che per far vedere quanto sono ricchi ai loro ospiti a cena non ordinano un vino leggendo la carta, ma chiedono al sommelier qual’e’ che hanno di piu’ caro e poi gli dicono di portare proprio quello!

  12. Allora vado avanti. Abbiamo visto un normalissimo Valpolicella a Gdynia in vendita in trattoria a 60 euro. Alla cantina costava 3,5 euro. Devo portarti altri esempi o questi fatti da paolo e da me ti bastano? L’Est e’ pieno di bottiglie normali vendute a prezzi spropositati. E di bottiglioni di vino “Venezia” imbottigliato lassu’ con tanto di gondola in etichetta e sito web in lingua italiana…. o di “spumanti” fatti con l’acqua, il mosto concentrrato rinvenuto e il gas sintetico aggtiunto come si faceva al seltz.

  13. Caro Franco, abbiamo seguito con interesse la discussione; nei prossimi mesi avremo modo di tornare ancora a parlare di Pinot Grigio e magari anche di degustarlo. Solo una precisazione: il Pinot Grigio Santa Margherita è da sempre solo Valdadige e Alto Adige Doc, e non delle Venezie.
    Lorenzo Biscontin
    Direttore Marketing Santa Margherita

  14. Sciùr Franco, non c’era altro in carta, gli altri vini costavano di più!
    Siccome ero in compagnia di una bionda di m.1.85, ho sorvolato e poi ho messo mano alla VISA…

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