Richiesta di distillazione di crisi e cambio del disciplinare del Cirò Doc: due facce della stessa medaglia?

Sommessa domanda: c’è forse un nesso tra l’avvenuta, contestatissima e a mio avviso assurda (concordo in toto con quello che a proposito ha scritto, anche qui, l’amico Luciano Pignataro), modifica del disciplinare di produzione del più noto vino Doc calabrese, il Cirò, contro cui si battono produttori, un apposito comitato che ha presentato ricorso contro questa scelta di omologare il vino, larga parte della stampa specializzata – si legga qui il recente intervento di Gian Luca Mazzella sul suo blog, e la recentissima, sorprendente, ma non troppo, richiesta di ricorrere alla “distillazione di crisi per i vini doc calabresi” avanzata in una interrogazione – leggete qui – al ministro delle Politiche agricole e forestali dal cirotano d’origine parlamentare del Partito Democratico Nicodemo Oliverio, capogruppo in Commissione Agricoltura alla Camera?

Esiste un qualche collegamento tra la richiesta, andata a buon fine in circostanze assolutamente misteriose, di imbastardire un vino che più calabrese non si potrebbe, il Cirò fedele espressione del Gaglioppo locale, con una quota di vitigni “internazionali e omologanti: eufemisticamente denominati vitigni complementari o migliorativi” e l’intervento, che rispecchia una prassi ed un sistema di pensiero antico, anzi polveroso, di andare a battere cassa e chiedere i contributi pubblici laddove non si è capaci di stare sul mercato, di vendere, di ottenere il consenso dei consumatori, di un importante politico locale che non ho modo di sapere se sia pronunciato e abbia detto la sua sulla modifica ampelografica del Cirò? Mi chiedo se non siano due facce della stessa medaglia la scelta, disperata, di provare a rendere più appealing determinati vini con la pensata “geniale”, benedetta anche da qualche noto enologo consulente presente a Cirò – vedere qui il filmato – che parla della “necessità di utilizzare uve di vitigni diversi dal Gaglioppo deriva dall’esigenza di migliorare il colore del vino in modo da renderlo più accattivante per l’attuale consumatore”, e la richiesta di intervento pubblico, redatta nel consueto social-politichese, “prendere atto della grave situazione della vitivinicoltura calabrese, individuare strumenti per ristrutturare il comparto enologico, verificare la possibilità di rimodulare le risorse alla luce di una ricognizione dell’impiego delle disponibilità attraverso gli strumenti normativi ed aprire la distillazione di crisi per i vini doc calabresi, come richiesto da altre Regioni alla luce di un progetto di ristrutturazione del comparto regionale”.
Il tutto perché, “durante la vendemmia 2009 per mancanza di richiesta di acquisto sia da parte del micro-mercato locale che da parte delle cantine, le uve anche se in quantità non rilevanti (circa 5.000 quintali) sono rimaste abbandonate in vigneto, nel giugno successivo i dati ufficiali hanno riferito di una giacenza di oltre 50.000 ettolitri, per le Doc Cirò e Melissa”.
Mi chiedo se invece di andare ora tardivamente a “piangere”, ovviamente con scopi nobili, “per evitare, al momento del raccolto, l’abbandono delle uve alla vite per mancanza di richiesta di acquisto è urgente intervenire con adeguate misure per non danneggiare l’economia locale calabrese”, non fosse possibile, precedentemente, operare in maniera profondamente diversa per evitare che si producessero “gravi danni all’importante immagine territoriale costruita nel corso degli anni intorno alle denominazioni di origine vitivinicole”.
E noto, dopo aver letto qui e aver invitato voi a fare altrettanto, il testo del disciplinare ora modificato, così anacronistico e arrivato così fuori tempo massimo, e decisamente fuori moda, una “stranissima” coincidenza.
Noto che ad opporsi al cambio del disciplinare è ad esempio la più nota, e la migliore, delle aziende vinicole calabresi, Librandi, che, guarda caso, non fa parte del Consorzio vini Cirò e Melissa, un’azienda che si guarda bene dal chiedere il ricorso alla distillazione di soccorso per i suoi vini, perché ha dimostrato da anni di saper stare e bene sul mercato locale, quello italiano e quelli internazionali, e perché i suoi vini li vende e non le restano sul gobbo, invenduti, in cantina.

Mentre ad avere chiesto l’apertura al Cabernet e al Merlot, sono aziende che con il mercato non hanno un rapporto così virtuoso. E magari oggi benedicono come la manna dal cielo l’intervento del parlamentare locale che va a battere cassa a Roma perché c’è la crisi, perché c’è dell’invenduto in cantina, perché c’è “mancanza di richiesta di acquisto sia da parte del micro-mercato locale che da parte delle cantine”.
Storia già vista, logiche antiche: non penseranno seriamente di poter “ristrutturare il comparto enologico”, come dicono, con queste “soluzioni”?

0 pensieri su “Richiesta di distillazione di crisi e cambio del disciplinare del Cirò Doc: due facce della stessa medaglia?

  1. Questa Italia del vino che si ritrae, che ha scelto ovunque vie facili pensando di centrare prima gli obiettivi è un po’ malinconica. Forse è lo stesso specchio di un paese che non sa ragionare sui tempi lunghi
    Vale per il Cirò, per il Brunello, per l’Amarone: alla fine nessuno crede davvero in quello che fa e cerca di lasciarsi una porta aperta senza mai entrare nella casa.
    La politica del valzer…

  2. Caro Franco complimenti per il tuo pezzo, così coma li ho rivolti a Gian Luca, più si pone l’attenzione sull’argomento più escono degli aspetti grotteschi come ebbi modo di scrivere sul mio blog. Un’altra curiosità ad esempio che ho riguarda le vendemmie verdi e i finanziamenti di cui si godono in merito e su chi poi ha effettivamente buttato a terra l’uva.

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  4. Caro Luciano Pignataro@, questa è l’Italia dei lifting tardivi, della maionese sul pomodoro un po’ fracico, dei grandi fratelli…insomma l’italietta da cui credevamo (oh sciocchi) di essere usciti, per conquistare il mondo globalizzato.
    E’ l’Italia delle belle parole, dove, mentre si chiede di rendere “più internazionale” un vino, si parla di territorio; dove ci sono produttori che esecrano l’aumento di produzione e poi scopri che loro hanno fatto moltiplicazioni che neanche gesùcristo…
    Finché ci spiaciccheremo contro il mercato che va da un’altra parte e si troverà il modo di gridare allo scandalo e alla sorpresa.

  5. Sarebbe ora di dire basta. E’ mai possibile che perchè qualcuno non vende il vino allora se lo deve accollare il contribuente con la distillazione? Lo sapete che i contributi alla distillazione sono stati di 400 milioni di euro l’anno in europa, e non hanno mai e poi mai contribuito alla eliminazione delle eccedenze o al sostegno del prezzo all’origine. Lo dice uno studio indipendente commissionato dalla stessa UE.
    Se un vino non ha mercato, se un azienda non ha mercato, è bene che smetta di farlo, punto e basta. Ormai è provato che i sussidi producono solo danni e non risolvono i problemi strutturali.
    Semmai si devono aiutare le persone, tutte quelle che essenodo in crisi, devono trovare una via dignitosa fuori da una produzione invendibile e non voluta dal mercato, se non a prezzi ridicoli e non remunerativi.

  6. Ma questa proposta relativa al Ciro’ mi sa che fa il paio con quella dei piemontesi che, dopo aver aumentato le rese per ettaro della DOC Piemonte (un altro bel minestrone con dentro di tutto, come quella di cui ho gia’ scritto relativa alla Sardegna) adesso piangono che vogliono i contributi per distillarlo perche’ ce n’e’ troppo. E ne seguiranno altre, vedrete. Purtroppo i francesi e i tedeschi non si prendono piu’ le cisterne delle nostre eccedenze per fortificare i propri vini e certi Consorzi anziche’ perseguire l’obiettivo di migliorare la qualita’ (come fanno invece i virtuosi) preferiscono inseguire voti, da serbatoi elettorali qual sono diventati. Tante cantine serie si sono tolte dai loro Consorzi in questi ultimi anni, non c’e’ solo Librandi e non c’e’ solo la Calabria, puntando al marchio aziendale e mandando a quel paese l’altrui imbecillita’.

  7. a me sembra che la “distillazione di crisi” sia solo un sistema per recepire denaro, tanto più in una situazione di crisi. Credo che sappiano benissimo che non è una soluzione ad alcun problema.
    La distillazione di crisi viene richiesta praticamente ogni anno, basta andarsi a scorrere le G.U. per verificare che distillazione e calamità naturali sono due voci costanti e ben distribuite sul territorio nazionale.

  8. Distinto Ziliani, a parte la distillazione (richiesta quest’anno anche altrove; nell’astigiano chiedono 20 milioni di contributo e distillazione) i produttori del nutrito ma ‘malefico’ consorzio, non potrebbero tagliare il gaglioppo con il cabernet come fa Librandi da anni per un suo noto e pregevole IGT Val di Neto? E’ forse proibito dalla legge? Librandi è certamente stato un miglior imprenditore quando anni fa tramite Severino Garofano ha applicato il ‘trucco cabernet’ (usato in precedenza e in seguito po’ ovunque) per rendere più ‘abbordabile’ il difficile gaglioppo, non mi sorprende che ora sia rimasto l’unico ‘duro e puro’ del Cirò come ce lo ha donato la storia, e come il mercato vorrebbe cancellare.

    • Buffa, non capisco proprio cosa stia dicendo. Librandi e l’allora enologo consulente Severino Garofano non applicarono alcun “trucco cabernet” quando diedero vita all’IGT Val di Neto Gravello. Uscirono dalla Doc Cirò per questo vino dove accanto al Gaglioppo vollero utilizzare anche una quota di uva internazionale. E continuarono, e continuano tuttora, a produrre Cirò Doc a base Gaglioppo, come prevedeva il disciplinare che i “sapientoni” hanno voluto cambiare. C’é un’enorme differenza tra il lavorare all’interno di una IGT, che ti consente libertà ampelografica ed il modificare il disciplinare, come hanno voluto a Cirò (ma chi, si possono conoscere i nomi?), di fatto facendo della Doc Cirò una sorta di IGT…
      Quanto al fatto che “il mercato” voglia cancellare il Cirò “come ce lo ha donato la storia”, questa la reputo una vera e propria invenzione…

  9. Ziliani, non scrive anche lei che i promotori di questo cambio di disciplinare siano le cantine che non hanno un rapporto così virtuoso con il mercato? A me sembra naturale pensare che costoro ritengano questo cambio utile a migliorare le loro vendite (nn vedo altri possibili motivi) da cui la mia affermazione circa il mercato nemico del Cirò “come ce lo ha donato la storia”. Tra l’altro mi chiedo (da ignorante in materia di regolamenti, e contrario al cambio) il motivo per cui i promotori del cambio non si siano rivolti alla IGV Val Di Neto, tutto qua.

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