Tre nuove Docg per il Veneto: Malanotte, ma la notte, ma la notte… no!

Arrivati al 2010, in piena temperie da riforma della legge 164/92 e nell’ottica più europea sancita dalla riforma OCM vino, era lecito credere che non sentissimo più parlare di Doc e Docg arrivate per meriti “politici”, non perché determinati vini abbiano particolari pregi e meriti qualitativi, ma perché fortemente raccomandate e sostenute dal potere politico.
Invece, come si può leggere, qui, sul sito Internet dell’Assoenologi, nella recente riunione del Comitato Nazionale Vini, per la Regione Veneto, che sino a pochi mesi fa poteva contare sulla presenza al Ministero delle Politiche Agricole di un ministro assolutamente imparziale e non certo filo veneto come il “propagandista del Prosecco”, al secolo Luca Zaia, “sono state approvate ben 7 richieste: il riconoscimento di 3 nuove DOCG, di una DOC e la modifica dei disciplinari di 3 DOC esistenti”.

Luca Zaia

Quali sono i vini veneti per i quali l’attuale Ministro delle Politiche Agricole, Giancarlo Galan, ancora una volta un veneto, si è potuto dichiarare, su Agricoltura italiana on line, la rivista telematica del Ministero, “molto orgoglioso che una terra feconda come il Veneto si possa arricchire di sette nuovi vini di eccellenza. Ancora una volta si dimostra la profonda vocazione enologica di questa regione, che contribuisce in modo significativo a tenere alto il prestigio del nostro made in Italy”?
Sono, in provincia di Padova, la Doc e ora DOCG “Colli Euganei Fiori d’Arancio”, che riguarda la produzione di vini di particolare pregio, nelle tipologie spumante, tranquillo e passito, derivate tutte dal vitigno “Moscato giallo”, caratteristico della nella fascia collinare dei Colli Euganei, e due Doc, diventate ora Docg, per la zona del Veneto orientale.
Stiamo parlando della DOCG “Piave Malanotte” o “Malanotte del Piave” che interessa l’omonima zona intorno al comprensorio opitergino, relativa ad un vino di particolare pregio derivante dal vitigno autoctono Raboso e della DOCG “Lison”, denominazione storica estrapolata dalla DOC “Lison-Pramaggiore”, che insiste nell’area del portogruarese ai confini orientali del Veneto.
Immagino il vostro stupore: Lison e Piave Malanotte Docg come il Barbaresco, il Barolo, il Brunello di Montalcino, il Vino Nobile di Montepulciano, il Taurasi, il Franciacorta?

Giancarlo Galan Ministro delle Politiche Agricole

Ma certo! Stupore a parte per l’individuazione di cosa significhi “comprensorio opitergino”, per il quale sono ricorso a Wikipedia scoprendo che si tratta di un’area intorno ad Oderzo in provincia di Treviso e respinto il sospetto che con queste nuove Docg si siano volute premiare le aree elettorali rispettivamente del nuovo ministro, che è di origine padovana, e del suo predecessore, Luca Zaia nativo della zona di Conegliano nella Marca Trevigiana, (larga parte dell’area del Piave Doc è in provincia di Treviso, con una parte anche in provincia di Venezia), pur con tutto il rispetto per queste produzioni vinicole mi chiedo: ma meritavano veramente lo status di Docg?
E perché si vedranno aggiungere una G, per quali meriti speciali legati a qualità, notorietà, prestigio fuori dai limiti provinciali o regionali?
Alzi la mano chi di voi aveva mai sentito nominare, prima dell’annuncio del suo passaggio a Docg, la Doc Piave Malanotte o Malanotte del Piave, che, come sono andato a leggermi qui, confessando la mia ignoranza in materia, “rappresenta l’eccellenza della produzione della Doc, riconosciuta dal titolo di “Superiore” attribuita a questa raffinata declinazione del Raboso Piave.
Il suo nome, voluto per svincolarlo da quello del vitigno d’origine, omaggia la sua stessa storia, ricordando l’omonima famiglia che per duecento anni ha profondamente innovato la viticoltura delle terre del Piave.
E’ un vino robusto, intenso e decisamente più “morbido” del Raboso Piave, dal quale differisce per l’appassimento cui è sottoposta una misura variabile tra il 15 e il 30% delle uve che lo compongono (sempre di Raboso), con un procedimento volto a smussare i caratteri più intensi e meno “internazionali” di questo straordinario autoctono trevigiano.
I tre anni  di affinamento, di cui uno in legno, prescritti dal Disciplinare di produzione (uno dei più lunghi invecchiamenti stabiliti dalla legge italiana)”.  Eppure, nonostante la sua recente storia – leggete qui – come tipologia a sé per la Doc Piave, e la sua recentissima creazione, questo vino, evidentemente con dei potentissimi “santi in Paradiso”, ovviamente in virtù di una qualità strepitosa e di una classicità di cui noi miopi e distratti giornalisti del vino non ci siamo mai accorti, ha bruciato le tappe ed è in breve tempo diventato Docg.
Questo nonostante si tratti di un vino non ancora sul mercato, visto che, come si legge qui, “la prima vendemmia (2008) sarà disponibile al consumo alla fine del 2011”. Roba da rimanere basiti.

Franco Manzato

Un vero mistero. Ma che non appare più tale quando si legge il proclama che l’assessore regionale all’Agricoltura Franco Manzato, noto, ad esempio, per aver sproloquiato di 3000 anni di storia dell’Amaroneleggete qui – secondo il quale questo passaggio, quello allo status di Docg per il Piave Malanotte, il Colli Euganei Fiori d’Arancio, ed il Lison, “è fondamentale per ridisegnare la piramide dell’enologia del Veneto orientale e caratterizzare uno dei punti di forza di quella padovana in modo da esaltarne le prospettive di mercato e fornire ai produttori e ai consumatori, anche internazionali, nuove opportunità in un mercato dove le particolarità del territorio stanno trovando un nuovo spazio a fianco dei vini ottenuti dai cosiddetti “vitigni internazionali”.
Una operazione, secondo Manzato, che “nasce dalla base produttiva e punta a qualificare e valorizzare l’enologia regionale e il suo territorio, nel complesso e a partire dai suoi vertici qualitativi.
Il Veneto potrà contare su dieci Docg, vere avanguardie sul mercato mondiale: Amarone della Valpolicella; Recioto della Valpolicella; Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene, Prosecco Superiore Asolo, Recioto di Soave; Recioto di Gambellara, Soave Superiore, Bardolino Superiore, Malanotte e Lison.
A fianco delle Doc storiche si collocherà infine la nuova “Venezia”, che può far leva su un nome straordinario per valorizzare vini di alto pregio che rischierebbero l’anonimato se identificati solo dal vitigno”.
Nuova Doc, va ricordato, che “comprende l’intero territorio delle province di Treviso e di Venezia ed è riservata a Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet franc, Chardonnay, Pinot grigio, Rosso (Merlot per almeno il 50%); Bianco (Verduzzo e Glera per almeno il 50%; solo in versione spumante e frizzante) e Rosato (da Raboso veronese per almeno il 70%; anche in versione spumante e frizzante)”.
Inutile ricordare, come leggo aver fatto anche la Coldiretti, commentando questa moltiplicazione di Docg venete, “che le Denominazioni d’origine controllata e garantita rappresentano il top della qualità vitivinicola, ma soprattutto identificano i territori – quello che in Francia si chiama terroir – che presentano spiccate caratteristiche pedoclimatiche inimitabili”.
Con una simile spinta politica e un filo rosso, pardon verde Padania, che va dalla Regione Veneto sino al Ministero delle Politiche Agricole, poco conta che nel caso delle tre nuove Docg parlare di “top della qualità vitivinicola”, di “terroir dalle caratteristiche pedoclimatiche inimitabili”, sia davvero arduo, come pure di vini dalla riconosciuta notorietà e prestigio al di fuori dei confini provinciali e regionali, e di una “classicità” di espressione.

Con la loro ottica smaccatamente, anzi, spudoratamente filo veneta questi ci proverebbero a spacciare per grandi anche le cose più mediocri o banali, purché nate nella terra del leone alato.
Passi per il Colli Euganei fior d’arancio, che è un’espressione molto particolare del Moscato, e passi anche per la Doc e ora Docg Lison, che potrebbe valorizzare, forse, la produzione di vini a base di Tocai friulano.
Ma nel caso del terzo vino, il Piave Malanotte, come non pensare a Renzo Arbore e alla banda di Quelli della notte, e intonare, tra il serio ed il faceto, ma la notte, ma la notte, ma la notte no?

p.s. scritto l’articolo e programmata la pubblicazione, ho scoperto di non essere il solo a pensarla così. Anche Alessandro Carlassare, sul blog dei Saggi bevitori, trova sospetta, con la presenza di politici veneti al vertice del Ministero delle Politiche Agricole, la pioggia di Docg venete. Leggete qui

0 pensieri su “Tre nuove Docg per il Veneto: Malanotte, ma la notte, ma la notte… no!

  1. Adesso ci sarà una corsa all’accaparramento di tali preziose bottiglie da parte dei sommeliers di ogniddove…sai che figo avere un Malanotte docg in carta 🙂

    Penso all’agognata docg per l’Aglianico del Vulture…

    E alla ca…ta dello stravolgimento del Cirò…

    Sono questi vini meno vocati?

  2. Confesso anch’io la mia ignoranza, mai sentite queste denominazioni,ma come dicono i vecchi saggi non è mai troppo tradi per imparare. Qunato al resto, oltre alla bassa manovra politica, a mio parere rimarrà ben poco, e ritornerà presto la notte su queste fulgide stelle dell’enologia italiana, pardon, padana.

  3. Da veneto mi chiedo: ma se tutto il vino prodotto in regione passa a docg, cosa dovremo inventarci poi per sottolineare le vere eccellenze ?
    Ma perché invece non utilizzare strumenti di differenziazione più intelligenti come le zonazioni delle doc esistenti o l’introduzione delle denominazioni comunali ?
    Ah, già costa soldi e fatica e poi le aziende che fanno numeri ne verrebbero danneggiate …

  4. Per fortuna chè questa Malanotte diventa DOCG, questo me l’ha fatta conoscere ! Non avevo mai sentito parlare di questa DOC (euuh scusa DOCG ormai).

  5. “le Denominazioni d’origine controllata e garantita soprattutto identificano i territori – quello che in Francia si chiama terroir – che presentano spiccate caratteristiche pedoclimatiche inimitabili”
    Beh,sul fatto che il Veneto orientale abbia un clima molto particolare e inimitabile c’è poco da dire,è un dato di fatto.
    Quindi è forse il caso che nel mondo del vino ci si metta un pò d’accordo….la docg si dà per la qualità o per il clima?
    A me sembra che le 20000000008815151155 leggi e leggine facciano solo un gran fumo….e nel fumo ognuno fa quello che vuole…..

    @Angelo
    lo stravolgimento del Cirò???Incazzarsi con chi lo ha voluto…..che non è di queste parti.

    p.s. attendo da decenni indignazioni varie quando i politici di altri territori portano l’acqua al loro mulino e si dimenticano che nei confini del vostro stato,purtroppo,ci siamo pure noi….

  6. Proprio quando le DOC e DOCG andrebbero ridotte al massimo a una ventina di denominazioni per l’Italia…

    Continuiamo così, a rendere la vita più facile per cileni, australiani, ecc..

    Suicidio DOCG

  7. La DOC del Cacchione poi l’hanno approvata o no? Ricordo una polemica in proposito di Paolo Marchi…

    Comunque, sinceramente, volendo difendere, promuovere e premiare le particolarita’ organolettiche di vini locali ci sono le sottodenominazioni. La Val D’Aosta e’ un esempio in proposito. La DOC e’ unica per tutta la valle (per tutta la regione) e poi le varie sottodenominazioni distinguono dei vini effettivamente diversi fra loro. Il problema sorge semmai quando alcuni dei vini di una DOC diventano DOCG, per esempio il Malanotte che esce dallo DOC Piave e diventa DOCG per conto suo. Se il disciplinare pero’ e’ fatto bene, lo tutela e lo difende dalle enologie fantasiose mantenendone il rapporto con il territorio e la sua cultura, io sarei molto d’accordo a svuotare le DOC dei vini migliori e farli diventare DOCG.

  8. Franco, la denominazione di origine garantita ha una diversita’ da quella non garantita. Ma stiamo parlando soltanto di garanzia dell’origine di un vino, non della sua qualita’. E ci sono purtroppo dei disciplinari DOCG nati zoppi e diventati sbilenchi, anzi alcuni vorrebbero addirittura essere piu’ storpi. Guarda il Chianti. E’ DOCG, ma sotto la stessa “garanzia d’origine” ci trovi dei signori vini, dei vini anche eccellenti, ma anche una massa di ciofeche da far paura, che sembrano fatti tutti da un’unico enorme tino con dentro di tutto e l’unica differenza ce l’hanno nell’etichetta e nel prezzo, piu’ vicino a quello dell’acqua (che e’ peraltro piu’ buona…). Altri invece sono fatti bene e sono in miglioramento, guarda il Barbaresco. Se confronti un disciplinare DOCG fatto bene con uno DOC qualsiasi, sono certo che le differenze le sponsorizzeresti benissimo anche tu, vorresti sicuramente anche tu che un buon vino si tolga da una massa dove c’e’ di tutto e si collochi dove c’e’ maggior garanzia. Che pero’ e’ solo di origine, non di qualita’. Sulla qualita’ si dovrebbero prima ripassare tutte le DOCG con l’occhio di chi finora e’ stato escluso dalla loro elaborazione cioe’ i rappresentanti dei consumatori (stampa, associazioni, istituti enologici) e solo allora potremo bagnare il naso ai cugini d’oltralpe ed ai tedeschi, che hanno una migliore regolamentazione.

  9. Tanto per completezza di informazione,
    Malanotte è il nome di un Borgo del Comune di Tezze di Piave.
    http://www.borgomalanotte.it/
    e probabilmente di uno dei primi vini a base Raboso messo in bottiglia (dalla contigua Cantina Sociale).
    La Docg invece penso sia un favore ad alcuni produttori della zona che applicano al Raboso tecniche di appassimento tipiche di altre aree del Veneto (tanto per dire Valpolicella) e che danno al vino così ottenuto caratteristiche assolutamente aliene al territorio di appartenenza.

    • un amico americano mi fa notare l’effetto involontariamente sgradevole della Docg Malanotte. Che a Miami e dintorni farà inevitabilmente pensare alla Mala noche, una gang della mala nemica di Horatio Caine negli episodi di C.S.I. Miami…

  10. La prossima uscita dei fantastici ministri verdi sarà questa:

    PADANIA IGT. Possibile in tutti i territori a nord del Rubicone. Esclusione delle uve rosse e di tutte le bianche ad eccezione della Durella, che va vinificata quando è ancora verde in modo da avere nerbo prossimo all’acciaio (cielodurismo enologico). E’ possibile aggiungere acqua del Sacro Fiume Po in percentuale non superiore al 15%.

    Da un divertentissimo articolo di wine surf:
    http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=748

  11. @Cimbro: visto che Lei mi pare piuttosto ferrato sull’argomento, e ammesso che sono nesciente sulle peculiarità pedoclimatiche del Veneto orientale, può darci due notizie in merito alle peculiarità anche di questi vini? Sa non vorrei che andasse a finire come la storiella del Torchiato di Fregona, maledetto dai sommelier ai concorsi e praticamente introvabile… 🙂

    Sul Cirò lanciavo una riflessione nuda e cruda in tal senso: a pensare che varietà come il Raboso possa trovare addirittura un ministro sulla strada della sua valorizzazione mentre un vino dalla storia millenaria nemmeno un consigliere comunale mi fa riflettere, è forse questo il federalismo di cui tanto abbiamo necessità?

  12. è da ieri che rileggo questo articolo e i vari commenti e credimi che la voglia di commentare è tanta, visto che casa mia dista 15 minuti dal borgo malanotte e che anche io produco raboso piave. certo non è ne doc ne docg, semplicemente igt marca trevigiana. che dire? io credo che il raboso, quello vero, sia ben diverso da quello che sarà il nuovo docg: un vino semplice ma austero s efatto bene, acido e tannico come l’uva da cui deriva, che niente ha a che fare con appassimenti naturali e/o forzati. l’amarone tira, tirerà anche la nuova docg del raboso, facendo contenti i tanti produttori che l’hanno voluta. io nel mio piccolo continuerò con il raboso che viene fatto nella bellussera, colorato e acidino, come un raboso dovrebbe essere.

  13. Il prof. Cargnello la benedira’, dunque, Carolina. Quando siamo stati da Walter Nardin me ne ha fatti assaggiare una sfilza e si vedevano tutti gli sforzi, annata dopo annata, per “domare la giumenta”, come chiamava lui il raboso. Ma soprattutto in vigna, con quel sistema di allevamento tutto suo, che e’ tipico, tanto che gli Austriaci da lontano, nella nebbia non sapevano se erano delle viti o se erano dei soldati col fucile puntato contro di loro… peccato che non so come inserire qui delle foto, perche’ sarebbe davvero un bel servizio per chi ci legge.

  14. signor mario, conosco molto bene walter e anche i suoi vini, come gli altri “rabosisti”; da anni si cerca di domare l’austero per creare un qualcosa di ruffiano, che possa piacere a tutti. detta tra noi anche a me “faceva voglia farlo”, però il mio papà giustamente mi ha fatto un’osservazione :”il raboso è così, acido, tannico, poco alcoolico, coloratissimo. domarlo non ha senso, come non ha senso zuccherarlo. ha senso farlo assaggiare, spiegarlo, spiegare da dove deriva e dove può andare se uno ci crede davvero. e in questo devi esser brava tu a farlo amare”. è una sfida, e sapere che il nostro raboso igt marca trevigiana inizia ad essere presente in molti ristoranti d’italia fa piacere, come fa piacere sapere che la gente ne rimane piacevolmente stupita se d’estate viene servito fresco da frigo, o se ora viene servito temperatura ambiente.
    ci sono molte strade che portano al successo, io mi sono scelta la più difficile forse,ma quella in cui credo fermamente.
    spiace anche a me che non si possano inserire foto delle bellussere, sistema di allevamento che piano piano sta sparendo per i nuovi sistemi di allevamento, perchè davvero sembrano dei soldatini… e sa, si sta bene d’ estate sotto le bellussere a mangiare… 🙂 se ripassa per la zona mi contatti, sarò ben lieta di accompagnarla in una passeggiata tra gli alberi di vite del piave.

  15. “tra gli alberi di vite del piave”, davvero bella questa descrizione, carolina. Lei e’ enologa e fa davvero benissimo a seguire il consiglio di Lorenzo Gatti mantenendo una personalita’ di famiglia nel vino, anzi in quel gran bel vino che e’ il vostro Raboso. Per fortuna che c’e’ gente come lei, come suo padre, che fanno ancora il Raboso così. E’ che stanno scomparendo purtroppo sia le abitudini di andare al circolo a giocarsi un’ombra a carte o a bocce, sia gli uomini capaci di fare il bersagliere e non tutti riescono ancora ad apprezzarlo come si conviene. Io sì, glielo giuro, sono un tipo da Barbacarlo, da Grasparossa di Castelvetro, da Freisa. Ma occorre pensare anche agli altri, i cui gusti si adeguano ad una cucina di tutti i giorni che non e’ piu’ quella della nonna, purtroppo. Non lo chiami “qualcosa di ruffiano”, la prego, perche’ non e’ così. E’ che se non si salvano il metodo di coltivazione, la cultura tipica del posto, le ricette del casolare e non si persegue eroicamente “la scelta piu’ difficile” per spiegarlo come fa lei, il Raboso puo’ scomparire a vantaggio di vitigni che danno vini molto piu’ redditizi e facili da piazzare. E per far questo occorrerebbe un’unita’ tra i produttori che invece non c’e’, perche’ ogni azienda ha una sua filosofia e delle proprie esigenze, quindi molti tendono ad adattarsi al mercato mentre pochi si attengono orgogliosamente alla stretta tradizione. Non e’ solo nel vino che cio’ avviene, come lei ben sa, e non ha niente di ruffiano. Muta anche l’atteggiamento nei confronti del dialetto, della religione, dell’educazione, cambiano le persone e non ci si puo’ isolare da esse. Comunque una bella foto delle bellussere l’ho vista sul suo sito, che d’ora in poi seguiro’ con maggior attenzione.

  16. signor Mario, per “ruffiano” intendevo dire “che possa piacere ai più”. sicuramente un raboso più amaroneggiante sarà molto più gradito che il raboso secco ed acido, ancora di più il raboso acidino e dolce. concordo con lei sul fatto di preservare le tradizioni, come concordo con lei che ogni azienda hai i suoi obbiettivi e le sue esigenze di mercato. spero che ci si possa vedere un giorno!!

    • io mi chiedo solo perché si debba produrre un Raboso.. “stile Amarone”…
      c’é già tanto di quell’Amarone della Valpolicella da vendere, molto più di quello che ragionevolmente i vari mercati sono pronti ad assorbire… Perché produrre un altro vino veneto – e non dimentichiamoci il Valpolicella ripasso – amaroneggiante? Mah!

  17. Franco, guarda che con Carolina non stavamo parlando del Raboso “stile Amarone” (o “stile Grandarella”) che anche a me al solo sentirne parlare mi si ghiacciano, anzi mi si congelano addirittura le vene. Quello sì che e’ una DOCG ancora assolutamente vuota, “inventata” di sana pianta prima ancora che ci sia uno, anche uno solo, dei suoi vini sul mercato!!!
    Stavamo parlando del Raboso dai tannini piu’ maturi, come quelli di cui all’articolo sui vini assaggiati da Walter Nardin qualche anno fa: http://www.acquabuona.it/enpassant/annocinque/raboso.shtml

  18. Comunque se mi e’ consentita un’altra parola, lo sai anche tu, caro Franco, che le mie preferenze vanno piuttosto ai vini “bersaglieri” (anche per ragioni famigliari), qualcuno dei quali perfino un po’ vivace e che sono tutti comunque belli vispi, tipo il Barbacarlo che hai descritto bene tu in questo memorabile articolo http://www.winereport.com/winenews/scheda.asp?IDCategoria=15&IDNews=1174
    Rabbrividisco all’idea che con la DOCG Malanotte sia stato estratto dalla DOC Piave un vino che ancora nessuno ha potuto assaggiare in enoteca o in osteria perche’ e’ ancora in elaborazione, invece di estrarre un vino che esiste da prima ancora delle guerre d’indipendenza, quel Raboso con le caratteristiche organolettiche piu’ vicine a quelle della buccia d’uva ancora selvatica, non domata, un vino rosso pieno con una genuina voglia di esplodere in tutte le sue espressioni gusto-olfattive, che fanno a spintoni una con l’altra per conquistarsi il primo approccio, monelle come i bambini quando suona la campanella e corrono tutti insieme gioiosamente fuori dalla scuola. Tanta vitalita’ e freschezza, un collare di bella schiuma rossa nel bicchiere, vino brioso, rinfrescante, di corpo sostenuto, che e’ sempre stato storicamente associato e non a caso alle allegre grandi bisbocce dei nostri Alpini. E’ per questo che i Gatti mi piacciono e che ci onora davvero la presenza dell’enologa Carolina in questo dibattito.

  19. onorata io di poter discutere di un argomento e di un vino che mi sta a cuore,come l’identità della mia terra.
    oggi mentre travasavo il merlot mi sono chiesta se davvero a qualcuno interessa preservare il patrimonio grande dei vini e vitigni che abbiamo o se tutto è sempre e comunque rivolto all’avere più introiti e più medaglie prese.
    mi sono risposta che è possibile guadagnare il giusto anche con i vini che stanno scomparendo (vedi l’azienda di Emilio Bulfon).

  20. Ho letto con stupore tutte queste mail,noto che in giro c’è tanta ignoranza ideologica,tecnica,di stile e pratica riguardo il vino e di chi lo produce con tanta passione ed è aperto alla modernità pur rimanendo tenacemente afferrato alla tradizione di produrre Raboso. Meglio che parlate di altro e non di vino.

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