Vino-cultura f(F)lorida: quando l’America può insegnarci qualcosa. Ma si può chiamarlo… “vino”?

Davvero molto interessante e stimolante questa riflessione sul tema vino che mi è stata inviata – e che sono ben lieto di pubblicare – da un lettore di questo blog, Simone Revelli, appassionato di vino e assiduo conoscitore e frequentatore degli Stati Uniti.
E’ una storia, molto americana e “pazza” il giusto su una particolare modalità della “american way to wine”, del modo di intendere – e produrre – vino in quel grande Paese.
Non potendolo fare con l’uva, viste le condizioni microclimatiche non favorevoli, fare il vino, con la stessa i identica passione, con… Che cosa sia lo scoprirete leggendo questo bell’articolo.
Una domanda è assolutamente inevitabile: ma si può ancora chiamarlo.. “vino”? Buona lettura.

Una storia vinicola contraddittoria
Molti storcono il naso quando si parla dell’America a proposito di vini. Un paese per molti versi ammirato e per altri temuto, per alcuni idolatrato oppure odiato, quando si parla di argomenti vinosi suscita altezzosa indifferenza nella maggioranza degli interlocutori. Può sembrare strano, trattandosi di uno dei primi mercati mondiali e il quarto in termini di produzione.
Si dice che i vini made in USA sono troppo alcolici, rotondi quasi caramellati, zavorrati dal legno (quello americano, per giunta, che sa di cocco. Mica quello francese), adatti ad un pubblico con abitudini diverse. Gli anglosassoni il vino lo bevono anche da solo, come un drink che sia birra o gin & tonic e lo prediligono muscoloso nella sua struttura alcolica.
In Italia e in Francia da sempre (e non si sa fino a quando) il vino si accosta al cibo quindi alla tavola e si preferiscono maggiormente le sue doti di abbinabilità. In più, c’è l’aggravante del mercato, che in America detta regole ancor più stringenti che altrove.
Il mercato spinge per l’aumento dei volumi, le economie di scala, l’aumento dei margini di profitto, la conquista di quote sempre maggiori di consumatori e ove possibile l’influenza, attraverso quella scienza geniale e perversa che è il marketing, sui gusti dei consumatori stessi. Va da sé che proprio l’America ha contribuito, con la diffusione di guide e riviste, ad una certa omologazione del gusto operata da seguitissimi ed influenti opinion leader le cui recensioni ovvero opinioni hanno per molti anni condizionato il mercato, allo stesso modo con cui l’opinione di un investitore importante può condizionare l’andamento della borsa.
Il “gusto americano” si è imposto anche da questa parte dell’oceano ed ha a lungo determinato, per semplici leggi di mercato, un fenomeno di emulazione (o “inseguimento”, per dirla con Porter – Porter, M. (1985), Competitive Advantage: creating and sustaining superior Performance, Free Press, New York, 1985) in molti produttori talmente evidente da generare, per reazione, anche un meccanismo di rifiuto, che ha portato alcuni a rinnegare perfino l’uso stesso della barrique (!). Tutto vero.
Del resto è proprio il suddetto meccanismo di reazione che conduce ancora oggi molti appassionati a guardare i vini USA con sospetto, quando non con aperta ostilità.
In realtà molte cose sono cambiate anche in America negli ultimi anni e un numero sempre crescente di produttori, non solo nella vocata California ma anche in Oregon, Washington e altri stati, stanno cominciando a fare sul serio con prodotti davvero interessanti.
A maggiore testimonianza di questo “vento nuovo” si fa largo un piccolo movimento di produttori che presentano i propri vini con la dizione non-oaked o unoaked in etichetta, per indicare che quel vino non ha visto legno durante la vinificazione/affinamento ma solo acciaio.
Si vuole così testimoniare la ricerca dell’aroma varietale più autentico in opposizione alla presunta azione uniformante della barrique. Certo, anche questo è un atteggiamento estremo figlio di una reazione: non esiste un elemento che sia a priori negativo nella vinificazione (a parte l’aggiunta di veleni, che però in teoria è illegale), occorre semmai saper dosare con criterio l’uso eventuale delle botti a seconda del prodotto che la natura e l’annata rendono disponibile.
Una cosa che invece non è cambiata è il prezzo dei vini, che continua ad essere generalmente molto alto in rapporto alla qualità. C’è però almeno una cosa in cui l’America ha primeggiato nel mondo, aprendo una strada poi seguita da tutti, nessuno escluso: la propensione verso il cliente.
Fino a qualche anno fa chiunque provasse, senza essere un introdotto, a varcare la soglia di quei santuari che erano le aziende vinicole, nella maggioranza dei casi veniva sdegnosamente respinto come un rozzo calpestatore di aiuole sacrificali. Non esisteva la “visita delle aziende”, la degustazione, la passeggiata nelle cantine, a parte rari casi (per esempio nello Champagne).
Che poi questa abitudine abbia degenerato con trenini, pullman e turisti con i cestini da viaggio che prendono d’assalto le griffe vinicole nelle loro gite della domenica, è un altro discorso. E’ certo, però, che senza questa cultura di avvicinamento al cliente, molti appassionati di oggi non sarebbero tali.
E il vino, inteso come elemento di cultura del genere umano, sarebbe rimasto confinato agli ambienti d’elezione che da sempre sono le classi più ricche e quelle agricole (che tuttavia bevevano vini sensibilmente peggiori delle prime).
E’ il mercato che in ultima analisi ha determinato, sebbene in modi talvolta discutibili, una svolta nell’accesso a questo prodotto pieno di sfaccettature che è il vino.

L’azienda del vino impossibile
Nel solco di questo insegnamento che tutti hanno tratto dall’America, c’è una storia che vale la pena di essere raccontata e viene da una zona apparentemente aliena dalla coltura della vite (e infatti la vite non vi cresce) come la Florida meridionale.
Questa parte degli Stati Uniti è considerata dagli stessi americani una sorta di “Cuba del nord”. Da queste parti l’inverno praticamente non esiste: a dicembre capita facilmente di passeggiare in pantaloncini corti quando non di fare il bagno. D’estate, poi, a parte gli uragani e le piogge tempestose quasi quotidiane (che da soli spaventerebbero qualsiasi vigneron, altro che grandinate), c’è un’umidità pazzesca. Non so se molti conoscono la salubre aria degli spogliatoi delle piscine: questo dà un’idea ben precisa.
L’umidità e il caldo aprono la strada a tanti di quei parassiti che sarebbe impensabile coltivare l’uva. Ma se pure qualche pazzo intendesse provarci, ci penserebbe il terreno alluvionale e acquitrinoso, di cui la Florida è riccamente composta, a fargli cambiare idea. Tuttavia si sa che il vino crea interesse, passioni, attrazione. E che è uno dei migliori modi per rendere profittevole un terreno (anche per questo – in modo non sempre apprezzabile – boschi e frutteti vengono convertiti alla produzione di vino. In Italia nei territori più prestigiosi la produzione di uva è quadruplicata negli ultimi venti anni). E si sa anche che l’America è il luogo migliore in cui un’idea può diventare successo, anche se apparentemente stravagante o incompresa.
Allora, cos’hanno pensato questi americani della Florida, di nome Pete e Denisse? Hanno deciso di fare il vino comunque. Non con l’uva, certo, ma con quello che c’è: la frutta tropicale. Molti obietteranno a ragione che non si tratta tecnicamente di vino ma piuttosto di sidro, o qualcosa di simile. Verissimo, ma che io sappia (e che sappiano anche gli autori di questa idea bizzarra) non esiste un copyright sulla parola “vino”, non in America almeno. E allora questi signori si permettono sfrontatamente, e con intelligente spirito provocatorio, di prendere il nome di (mi sembra di vedere la faccia scandalizzata del lettore) Schnebly Redland’s Winery. Tutto vero, signori: l’hanno fatto. Non potevamo non andare a visitare l’azienda.

La zona del Redland è a sud di Miami ed è una steppa arida e sterminata. Scrutando l’orizzonte lo sguardo si perde lungo la fuligginosa frontiera tra il cielo e la terra, che lungo la pianura sembrano toccarsi. L’area venne raggiunta dalla ferrovia all’inizio del 900. I pionieri di quel periodo avevano sviluppato un particolare modo di lavorare questa terra particolarmente dura; tale lavorazione è denominata “scarifying” (scarnificazione) ed è stato un metodo agricolo rivoluzionario che permise la creazione del cosiddetto “cestino di verdure invernali dell’America” attribuendo alla zona l’appellativo di “capitale mondiale di giardinaggio”.
La Schnebly Redland’s Winery (visita qui il sito Internet) appare da fuori come uno stravagante incrocio tra un’azienda vinicola, un cinema ed una beauty farm. E’ “l’american way of wine”, indubbiamente, il quale svincolato dal peso della tradizione può librarsi verso canoni estetici assolutamente eccentrici senza patire alcun addebito. La prima cosa che si fa appena entrati, prevedibilmente, è pagare. Si può scegliere di pagare per una degustazione, per un tour dell’azienda, per una visita delle cantine, per l’acquisto di gadget come t-shirt o cavatappi, per alcuni snack tra cui patatine e formaggi o semplicemente per una o più bottiglie da portare via o bere in loco. Subito dopo aver assolto le formalità finanziarie anticipate, si procede all’”esperienza”.
Va detto che l’interno dell’azienda è davvero bello e ben organizzato. Oltre ai tavoli per bere le bottiglie comprate autonomamente (modello osteria), c’è un giardino curatissimo con un laghetto e piccole cascate d’acqua, una sala con tavoli di legno sotto gazebo di paglia, oltre al resto dell’azienda (a cui non abbiamo avuto accesso: non avevamo pagato per il tour, essendo arrivati troppo tardi).
Oltre alle attività strettamente legate al vino, è possibile affittare gli spazi interni per feste o banchetti e il sabato sera ci sono spettacoli con musica dal vivo. La produzione ricalca in un certo senso quella dello Champagne: ad un mosto, ottenuto a seconda del frutto per pressatura o per centrifuga, si aggiunge un “liqueur dé tirage” a base di lieviti e zucchero di canna in modo che si inneschi la fermentazione alcolica.
Essa avviene a temperatura controllata e origina un fermentato di tenore alcolico medio-basso (9-11%). Segue l’affinamento che a volte è realizzato in botte di legno, a seconda dei prodotti.
Prodotti in degustazione
I campioni in degustazione sono serviti in modo piuttosto informale (ma non nelle quantità versate nei bicchieri, che sono paragonabili per parsimonia ad una degustazione di Sauternes del 1985) da ragazzotti che, su richiesta, animano l’assaggio anche con un piccolo spettacolo a beneficio di comitive di turisti. Quanto a noi, optiamo per un profilo seriosamente e noiosamente europeo dedicandoci ad appuntare, con pedanteria da vecchio continente, le impressioni che gli assaggi destano ai nostri sensi.
Pur consapevoli che non si tratta di vini in senso stretto, abbiamo scelto un approccio di esame organolettico classico, cercando di fuggire l’umana prevenzione per dedicarci esclusivamente all’analisi sensoriale.
Gli assaggi si susseguono partendo dagli spumanti per poi approdare ai vini secchi fermi e concludere con i vini dolci.

Iniziamo con lo spumante metodo classico Sparkling Lychee (lychee corrisponde al frutto che noi chiamiamo litchi), un vino decisamente aromatico, con nitide sfumature di fiori, di muschio, zucchero di canna. Un perlage fine e abbastanza persistente, anche se piuttosto rarefatto, rende gradevole l’ingresso in bocca. Si confermano le note aromatiche e l’equilibrio si fonda sulle note amabili di un “demi-sec”, ma il finale ammandorlato e poco persistente pregiudica l’armonia complessiva di un vino che tuttavia resta godibile nella sua fresca morbidezza. Da provare con un sapido sauté di vongole e telline, eventualmente arricchito di aromi.
Il secondo spumante che assaggiamo è il prodotto di punta, pomposamente etichettato come Grand Reserve. Il perlage è decisamente più rigoglioso, ma rispetto al precedente paga in termini di finezza. Il colore invece è di una brillantezza splendida. Gli aromi sono più austeri, anche se non si percepisce la complessità che sarebbe lecito attendersi dal prodotto di punta, elevato in barrique. Fin troppo decisa l’impressione di lieviti, la derivazione dal frutto Carambòla conferisce invece una sfumatura dolciastra di cocco, equilibrata dalla pronunciata acidità. Deludente il finale, con aromi di bocca poco nitidi e una generale sensazione di dolce pastosità. Tutto sommato il prezzo di trenta dollari per i due spumanti sembra eccessivo in relazione ad altri prodotti della stessa categoria disponibili sul mercato (per quindici dollari si possono bere onesti spumanti da chardonnay californiano). Passando ai vini fermi, si parte con il Dry Avocado, derivato dall’omonimo frutto. E’ il vino peggiore dell’intera degustazione. Al colore trasparente e all’aspetto fluido segue un naso quasi insostenibile, connotato da un’acidità volatile di tipo acetico e una serie di fastidiosi toni aspri.
Al gusto conferma le sensazioni sgradevoli con una persistenza praticamente inesistente. Per fortuna il campione successivo riaggiusta il tiro.
Si tratta del Carambòla Oak/Islamorada, un vino derivato da questo strano frutto che è la carambòla, o star-fruit a causa della sua sezione a forma di stella. Il vino è affinato in barrique per sei mesi e il contributo del legno si fa percepire ad ogni fase dell’assaggio. Il colore è più saturo, tende al giallo dorato. Il naso è più evoluto con reminiscenze balsamiche oltre alla tipica dolcezza dei frutti tropicali, che è un requisito comune di tutti i prodotti assaggiati. Anche in questo caso il finale è corto e stride con la generale piacevolezza dell’assaggio.
Proseguiamo con la versione ferma del Lychee. Siamo di fronte ad un vino aromatico indiscutibilmente piacevole, quasi ammiccante. I profumi sono molto intensi e ricchi, spaziano dalla frutta matura alle spezie orientali (curry) con una spiccata sfumatura di idrocarburi accanto a fiori essiccati. Anche l’assaggio rende giustizia al vino più decorato della scuderia aziendale, con un ingresso in bocca elegante e una bella progressione giocata su un gradevole equilibrio tra morbidezza e acidità, mentre la sapidità resta appena in sordina.
Anche stavolta, e crediamo sia una caratteristica comune a tutta la linea di prodotti, la persistenza potrebbe essere più spinta. Un vino che i produttori consigliano di abbinare a cotture fritte con spezie asiatiche o piccanti. Noi proveremmo questo vino dalla debole alcolicità con carni bianche e cotture semplici, sicuramente gradita l’aggiunta di spezie mentre eviteremmo la piccantezza che potrebbe turbare la soave profumazione di questo vino. Il prezzo di 19 dollari sembra corretto.

Il successivo vino da Mango si presenta con un colore giallo paglierino e un naso di frutta e tonalità minerali. All’assaggio è un vino corretto, equilibrato nelle sue caratteristiche, con in più una sapidità che lo rende particolare e più austero rispetto agli altri prodotti. Non a caso viene consigliato con crostacei della Florida caramellati con zucchero di canna selvatica, un abbinamento forse un po’ spericolato, ma dall’indubbia suggestione regionale. In alternativa, si potrebbe provare un più italico piatto di paccheri con zucchine e gamberetti.
Il vino Guava è un trasparente rosso rubino con riflessi viola ed ha una buona consistenza glicerica e aromi di frutti rossi e sciroppo. Si avverte già all’olfatto quella che è la caratteristica fruttuosità di questo vino, che algusto tuttavia appare esasperata nella sua densa morbidezza zuccherina, cui non fa da contraltare una sufficiente vena acida. Un vino seduto, burroso. La scarsa alcolicità contribuisce a rendere l’assaggio poco significativo.

Il campione successivo, invece, ci sorprende positivamente. Si tratta del Cat 3 Hurricane ed è l’unico blend dell’azienda. Proviene da 50% di Lychee, 25% Guava 25% Carambòla e staziona tre mesi in botti di legno. Il nome è dedicato al flagello climatico di questa regione, l’uragano, che quando arriva ad un’intensità elevata trascina con sé tutto ciò che trova seminando distruzione e, in qualche caso, morte (il massimo della scala è cinque, ma già il tre – cui allude il nome del vino – origina venti dai 178 ai 208 km/h, alberi abbattuti, distruzione di strutture mobili, danni di una certa rilevanza alle case.
Le basse zone costiere vengono interessate, 3/5 ore prima dell’approssimarsi del centro del ciclone, da inondazioni con acqua fino a 4 metri oltre il normale livello. Richiede l’evacuazione dei residenti delle zone costiere). In retroetichetta si riportano ironicamente i consigli per la consumazione del vino, che si dice perfetto per accompagnare il momento in cui la furia di un uragano cat. 3 sta impazzando.
Più o meno recita “Quando la tua casa si sta distruggendo e le mucche stanno volando, stappa una bottiglia: non risolverà i tuoi problemi, ma almeno saprai affrontarli con più leggerezza (la condivisione con i vicini è facoltativa)”. Il simpatico messaggio richiama un po’ l’anima di questo vino rosato. E’ un vino fresco e leggero, profumato di fiori ed erbe al naso e sapido in bocca, senza cedimenti. Sottilmente amabile ma giustamente fresco e sapido, ha un equilibrio ed una piacevolezza che lo rendono particolarmente adatto alle corroboranti bevute estive in compagnia. Crediamo possa reggere il confronto con vini rosati dal costo anche superiore ai suoi 15 dollari (circa 12 euro al cambio attuale).
L’azienda lo consiglia come abbinamento per carne di pollo con salsa tomatillo chutney affumicata (una salsa al pomodoro profumata e aromatica). Altrimenti si potrebbe tentare un accostamento con filetto di cernia, pomodoro, olive e capperi, ma secondo noi è perfetto bevuto da solo, all’americana insomma, simpaticamente insieme agli amici in riva al mare.
Una valida alternativa a tanti soft drink che spopolano tra i più giovani. A conferma di ciò scegliamo questa bottiglia da bere tra amici in uno dei tavoli del giardino dell’azienda, di fronte alla cascate.
Tra i vini dolci la nostra preferenza va al Lychee Dolce, ottenuto dal frutto di gran lunga più adatto, per aromi e struttura, alla vinificazione. Si confermano i profumi caratteristici del frutto, accanto ad una struttura alcolica più consistente e a una densità più piena, come prevedibile. All’assaggio una buona acidità sostiene la morbidezza rendendo piacevole ed equilibrato il gusto, che paga qualcosa in termini di finezza.
Debolezza, quest’ultima, attribuibile forse a qualche ingenuità nel processo produttivo.
L’altro vino dolce assaggiato, il Denisse’s Boo-Boo Wine, che la scheda assimila ad un Icewine canadese (!) proviene da un errore (un po’ come accaduto per l’Amarone, fatte le dovute e rispettose proporzioni…), è stato cioè vinificato per sbaglio in passato e poi, una volta assaggiato, si è deciso di proporlo con una sua propria etichetta. A nostro avviso, soprattutto in rapporto all’esoso prezzo di trentacinque dollari, può continuare ad essere considerato un errore.

E’ giunto infine il momento di uscire all’aperto, per gustare il nostro rosato negli splendidi giardini dell’azienda, sopra un tavolo di legno provvisto di ombrellone. Il caldo umido tropicale si fa sentire e questa bevanda fresca e profumata è gradita da tutti. Mentre i sorsi si susseguono leggeri e spensierati, dedichiamo un sorriso a questo modo disimpegnato e sbarazzino di concepire il vino, pieno di brio come una giovane donna e gioioso come una spiaggia della Florida. Senza bisogno di uragani.
Prima dell’ultimo bicchiere, riflettiamo su un’apprezzabile provocazione. In tempi di business sfrenato in cui non è difficile (specie nel nuovo mondo) incappare in vini industrializzati fatti in laboratorio, sempre più lontani dal frutto che è la propria origine, Pete e Denisse Schnebly ci propongono il paradosso definitivo: la totale assenza dell’uva. Al nostro orecchio suona come uno sberleffo, un monito rivolto agli speculatori senza scrupoli del nuovo e del vecchio continente”.
Simone Revelli

5 pensieri su “Vino-cultura f(F)lorida: quando l’America può insegnarci qualcosa. Ma si può chiamarlo… “vino”?

  1. Bel post, mi sono proprio divertita, per gli anglosassoni, quindi anche i britannici, il prodotto “wine” può venire anche da altri frutti fermentati a parte l’uva. Nella provincia inglese di possono trovare elderberry wine, plum wine, apple wine. E’ una tradizione farlo in casa, un modo per utilizzare la frutta primaverile e autunnale, visto che l’uva in quelle latitudini un tempo cresceva poco e male.
    Non é quindi una novità e non é solo un’americanata, l’origine viene dal Vecchio Continente.

  2. In Germania e Polonia si fanno degli ottimi “idromele” a base di miele, ma anche dei “fruit wine” dal ribes nero, dalle prugne, dalle ciliegie e in tante altre parti d’Europa e del mondo si fa dell’ottimo “sidro” dalle mele. Ci sono addirittura i club dei fans di questi prodotti. Chi li ha assaggiati, come Simone Revelli, da alcuni di loro sara’ rimasto estasiato. Hai fatto bene ad aprire questa finestra proprio qui, Franco, perche’ sono tutti prodotti di una dolcezza fruttata che va molto d’accordo con gran parte delle cucine dei Paesi freddi. Noi siamo abituati ad un gusto diverso, secco, acidulo, austero ed abbiamo una cucina mediterranea che va d’accordissimo con un vino così. Ma in altri Paesi ci sono vini d’uva che assomigliano molto a questi prodotti e anche una volta da noi c’erano molti vini d’uva che assomigliavano a questi prodotti, tanto che e’ rimasto ancora qualche ottimo Brachetto oppure Lambrusco amabile, Albana amabile eccetera.

  3. POi ci sono (invece) americani giovani, vispissimi, residenti a Miami, ma devoti ai vini francesi (Borgogna).
    Abbiamo cenato insieme l’altra sera a Montalcino e mi confidavano di essere alla ricerca di Brunello che non fossero troppo ‘facili’; in altre parole di Brunello in cui (con cui) andare alla ricerca di “colori” del terroir più intimi e tipici. Tutta un’altra America, insomma.

  4. si sa che in america si usano spesso parole con significati diversi da quello originale.
    invoco però il criterio di reciprocità, e la possibilità di definire certi prodotti con una parola americanissima: BULLSHIT

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