Terre da Cabernet: é il winemaker il protagonista più che il terroir

Ultimamente nel mondo del vino italiano sembrano andare di moda le associazioni tra produttori. Al grido de “l’unione fa la forza” e magari riesce a rendere un po’ meno dura la crisi, che colpisce soprattutto i vini di alta fascia, diversi produttori in giro per l’Italia hanno pensato ad unirsi e a dar vita a gruppi che si propongono come in grado di rappresentare e proporre il meglio della produzione vinicola italiana. Di essere dotati di quei “quarti di nobiltà” che dovrebbero costituire per il consumatore una forma di garanzia che lo spinga a continuare a dar loro fiducia, anche se magari i vini appaiono un po’ troppo cari ed un corretto rapporto qualità prezzo é da cercare con il lanternino.
Ho già scritto, ad esempio qui
, quello che penso della trovata dell’Associazione delle Famiglie dell’Amarone d’arte, i cui membri improvvisamente hanno “scoperto” che non bisognava aumentare in maniera tanto folle la produzione di quella che avrebbe dovuto rimanere una chicca e non la locomotiva della Valpolicella, e mi tocca oggi esprimere altrettante perplessità su un altro esperimento associativo, quello presentato con il nome di “Terre da Cabernet”.
Di cosa si tratti è presto detto, come si legge – qui – sul comunicato stampa disponibile sul blog di una delle aziende che hanno promosso l’idea: “un’associazione che ha l’obiettivo di celebrare uno dei più grandi vitigni di tutti i tempi: il Cabernet”.
Quattro “produttori d’eccellenza”, come si definiscono da soli, quattro “grandi nomi dell’enologia italiana”, che “in un’epoca di spasmodica corsa alla riscoperta di antiche varietà, hanno ritenuto di primaria importanza dare voce ad un grande vitigno che ha contribuito in maniera determinante ad avvicinare i produttori e i consumatori al puro piacere edonistico del vino che ha contraddistinto questi ultimi decenni”.
Dimostrando, anche senza dirlo, di soffrire di quella “nausea da Cabernet” che sull’onda della benemerita riscoperta di tante varietà autoctone ha colpito tanti consumatori italiani, un po’ stanchi di ritrovarsi questa varietà, nobilissima, ça va sans dire, ma un po’ monocorde, in tanti vini italiani, in maniera dichiarata o anche solo… “sotterranea”, i quattro promotori dell’iniziativa, Tasca d’Almerita in Sicilia, Castello del Terriccio in Maremma, Montevetrano in Campania e Tenuta San Leonardo in Trentino, lanciano in qualche modo una riscossa.
Lo fanno ricordando che “quest’antica varietà è riuscita ad adattarsi in modo straordinario in Italia, ambientandosi sui vari terreni del nostro paese” e poi sostenendo, con qualche esagerazione, che “il Cabernet è stato anche uno dei grandi rappresentanti del nostro rinascimento enologico ed ha spinto molti produttori a varcare i confini nazionali imponendosi con autorevolezza in tutto il mondo e divenendo simboli del Made in Italy”.
Ciò che l’operazione Terre da Cabernet si propone “è dunque un viaggio nell’Italia enologica seguendo come filo di Arianna il vitigno Cabernet attraverso le regioni in cui ha saputo esprimere le sue migliori potenzialità: dal Trentino della Tenuta San Leonardo, alla Toscana con il Lupicaia del Castello del Terriccio; dalla Campania con il Montevetrano, alla Sicilia con Tasca d’Almerita. Ad ogni sorso questi quattro Cabernet permettono al “consumatore” di assaporare luoghi, climi e culture enologiche diverse”. Leggendo questa ultima parte del comunicato stampa si rimane un po’ stupiti.
Va benissimo il Trentino, dove il Cabernet (Sauvignon e Franc) è presente almeno dalla fine dell’Ottocento e dove si esprime, ad esempio nel San Leonardo, a livelli indubbiamente alti, ma come definire “regioni in cui ha saputo esprimere le sue migliori potenzialità” le altre zone dove operano le altre tre aziende, ovvero Toscana, Campania e Sicilia?

Passi per la Toscana, dove per gli amanti del genere sono disponibili, soprattutto a Bolgheri e dintorni, Cabernet di grande impegno e di notevole caratura, ma non è una forzatura sostenere che siano proprio la Sicilia della Tenuta Regaleali dei Conti Tasca d’Almerita e la Campania della zona del Salernitano, Località Nido nel comune di San Cipriano Picentino, a circa 20 km dalla città di Salerno, dove ha sede Montevetrano, delle “piccole Bordeaux” italiane?
Una forzatura sicuramente, che trova però spiegazione quando si ragiona quali personaggi, oltre ai proprietari delle aziende ovviamente, abbiano avuto sicuramente un ruolo nel delineare l’operazione “Terre da Cabernet”. Mi riferisco a due notissimi enologi, Riccardo Cotarella consulente di Montevetrano e il toscano Carlo Ferrini consulente di San Leonardo, Castello del Terriccio e Tasca d’Almerita, che non hanno mai nascosto la loro passione per le varietà bordolesi, il Cabernet come pure il Merlot (nel caso di Cotarella l’ultimo “innamoramento” è per il Petit Verdot, che ha fatto piantare anche in Salento…) e per i quali è normalissimo lavorare con il Cabernet in Toscana, Campania e Sicilia.

Carlo Ferrini

Al punto da considerarle, come invece solo marginalmente sono (magari in Toscana c’è il Sangiovese a dominare, ed in Campania l’Aglianico, ed in Sicilia Nero d’Avola e Nerello Mascalese…)… “Terre da Cabernet”…
Spiace dunque non trovarsi d’accordo con chi presentando l’operazione promossa da aziende, è sempre il comunicato stampa a parlare, “che hanno contribuito a preservare tradizione, cultura e paesaggi ma che al tempo stesso hanno saputo innovare portando la “scienza” del vino nella cultura del nostro paese”, scrive “evviva gli “autoctoni”, ma non dimentichiamo che il rilancio dell’enologia italiana è passato, e continua a passare, anche dagli internazionali, come il Cabernet.
Che peraltro ormai vive nelle vigne della nobiltà enoica italiana, da secoli. Cerchiamo di volergli bene! E poi basta con il tifo da stadio. Almeno … sui vitigni!”.
Purtroppo questo tentativo di rilancio del Cabernet rischia di lasciare il tempo che trova e di non riuscire ad entusiasmare più di tanto e convincere – anche a tornare ad acquistare i loro costosi vini – i consumatori.
Nobile l’intento benefico dell’iniziativa, che si traduce in un “preziosissimo cofanetto contenente i quattro Cabernet frutto del lavoro delle quattro aziende fondatrici del progetto” e l’obiettivo di solidarietà: “l’associazione sostiene infatti Wine For Life” ed “il contributo di Terre da Cabernet permetterà di realizzare “Dream”, il programma avviato nel 2002 dalla Comunità di Sant’Egidio per curare donne, uomini e bambini in moltissime regioni africane devastate dal virus hiv/aids”, ma i dubbi restano.
Insomma, quella dell’autoctono sarà pure per certi versi una moda e questa “corsa alla riscoperta di antiche varietà”, potrà anche apparire, come dicono un filino pro domo loro gli ideatori di Terre da Cabernet, “spasmodica”, e magari non abbastanza cosmopolita e persino “provinciale”, ma francamente con il Cabernet abbiamo già dato.
E se proprio Cabernet si deve bere perché mai scegliere un pur rispettabile epigono sardo, toscano o campano piuttosto che gli originali e insuperati vins de Bordeaux?

0 pensieri su “Terre da Cabernet: é il winemaker il protagonista più che il terroir

  1. caro franco, quando si discute di vino siamo davvero sempre daccordo.
    devo stare preoccupato?

    ti aggiungo il mio commento già postato altrove:

    a me sembrano colpi di coda di imprenditori poco avveduti che si trovano di fronte al dilemma: “spianto, sovrinnesto o fallisco?”
    ma perchè prima di piantare centinaia di ettari di internazionali (qualcuno addirittura lo sta ancora facendo) dando retta al superenologo superpagato e a volte super-furbo non hanno fatto una banalissima analisi di mercato sul medio-lungo periodo?
    a volte un piccolo consiglio di un commerciale (sicuramente più onesto e meno costoso di tante laute consulenze dei “guru”) fa risparmiare un sacco di soldi, e magazzini zeppi da smaltire in stock deprimenti…

    http://www.intravino.com/vino/tutti-gli-odori-del-cabernet-sauvignon/

    • sono assolutamente d’accordo con te Maurizio. Lasciamo agli “ingenui” credere che “un vitigno come il cabernet sauvignon è capace di dare vini di terroir in territori vocati”. Vin de terroir a base Cabernet Sauvignon in Sicilia ed in Campania? Ma a chi li vogliamo dare a bere… quei vini?

  2. Non mi pare che l’associazione voglia supportare la causa del cabernet ovunque ad ogni costo. Vuole solo far riflettere che anche il cabernet come e più di altri vitigni più celebrati riesca ad esprimere il terroir da dove proviene.
    Meglio un grande cabernet territoriale che l’ennesimo autoctono acidulo e insignificante portato avanti solo perchè “particolare”. Magazzini pieni immagino ci siano ma a me la gente continua eccome a chiedere cabernet o merlot…

    • una clientela davvero dai gusti molto particolari quella che al ristorante a Firenze, dove l’autore di questo commento lavora, va a chiedere soprattutto vini base Cabernet e Merlot, e non Sangiovese…

  3. “Vin de terroir a base Cabernet Sauvignon in Sicilia ed in Campania?”

    Ecco, Franco, adesso va meglio. In effetti sia in Trentino che in Toscana mi sembra che il Cabernet Sauvignon sia ormai di casa da parecchio tempo e in alcune zone i suoi cloni locali possano considerarsi percio’ autoctoni.

    Sono d’accordo con te che non rappresentano certo il terroir, ma se penso che anche il Cannonau (Grenache o Garnacha) e il Vermentino sono stati importati molto tempo fa in Sardegna, devo ringraziare chi ha avuto il coraggio di portarceli perche’ sono buonissimi, si sono accasati davvero bene. Come il Tannat in Uruguay, il Kekoporto (Portuguiser) in Ungheria, eccetera.

    Ecco, semmai andiamo a criticare l’impiego in regioni calde di vitigni che soffrono il caldo proprio in coincidenza con l’arrostimento del clima, questa e’ la vera assurdita’! Per “fare moda”, per “distinguersi”, per guadagnare facilmente fama (e non solo…) certi enologi dimostrano di non avere alcun rispetto ne’ per la terra ne’ per le aziende (degli altri) e vanno a mettere vitigni inadatti dal nome francese altisonante e che si dimostreranno dei bluff spaventosi qualche anno dopo, quando verra’ la voglia di espiantarli perche’ la gente quei vini dopo un po’ li rifiuta. Prezzi alti e vino concentrato come una marmellata, roba da 14 gradi alcool e oltre, ti sciocca una volta ma poi con il pasto quotidiano non c’entra una minchia e lo lasci sullo scaffale.

    Se proprio si hanno dei dubbi sui vitigni tradizionali locali, ci sono delle facolta’ di enologia che sono in grado di fare delle ricerche sul terreno e sul clima per stabilire quali sono i vitigni piu’ adatti e quelli meno indicati per qualsiasi fazzoletto di terra del nostro Paese. E costano di meno di quegli enologi che oserei chiamare piu’ stregoni o sciamani che altro.

    • Mario a quelli che continuano a credere che il clima molto caldo di larghe parti della Toscana sia l’ideale per uve come il Merlot consiglio la lettura di questa bella inchiesta dove Carlo Macchi dava la parola ad alcuni enologi operanti in Toscana:
      http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=138
      Ma ci saranno invece personaggi toscani, che per altri motivi, continueranno a plaudire alla “cabernettizzazione” e “merlottizzazione” della loro regione e troveranno geniale l’operazione “Terre del Cabernet”…. Contenti loro!

  4. Su ciò che la gente chiede non discuto. Ma se il concetto del rapporto vitigno/ambiente ha un senso per la qualità del vino, lo stesso vitigno non può andare bene a Bordeaux e a Salerno. Sulla adattabilità dei vitigni internazionali si sono dette molte sciocchezze. Lo Chardonnay si può considerare abbastanza adattabile, il Pinot nero per niente, il Cabernet mica tanto e il Merlot meno ancora. E’ sbagliato proprio il concetto di vitigno internazionale: lo sono tutti, e nessuno.

  5. a me piace da pazzi il “uno dei più grandi vitigni di tutti i tempi: il Cabernet”. Fosse scritto in inglese (o in russo? forse meglio in cinese) farebbe ancora più effetto credo. Poi non ho capito, il vitigno dunque è il cabernet sauvignon? e perchè troncarlo? esigenze di marketing, poi magari qualcuno pensa sia un rosè?

  6. Pingback: Terre da Cabernet: é il winemaker il protagonista più che il terroir | Trentinoweb

  7. Franco, stupendo come sempre il pezzo di Winesurf, del resto con un sopraffino come il buon Carlo (interista leninista, ciao socio!) non c’era da dubitarne.

    Posso farti un altro esempio? Stanno vendemmiando nell’ovest polacco il pinot noir di maturazione breve. E’ il giornalista Krzysztof Fedorowicz che ha una sua vigna a provare a fare il vino da questo vitigno in quel luogo. Ma soltanto perche’ e’ ormai appurato scientificamente che il clima in quella zona e’ definitivamente cambiato dopo tre-quattro secoli di era fredda. E ci sono gia’ il pinot bianco e lo zweigelt. All’est, invece, per quel grado e mezzo in meno, di media, della temperatura annua, quei tre vitigni sono assolutamente da scartare, come sa bene Roman Mysliwiec che ha sperimentato piu’ di 101 vitigni. Eppure si tratta di soli 500 km di distanza, addirittura alla stessa latitudine.
    Quando verrai in Polonia devi andare assolutamente a vedere queste due importanti realta’ enologiche (ed altre che sa Wojtek) e poi vedrai che ti si riempira’ il cuore per come lavorano qui. Niente mode. Niente enologi volanti. Scientificita’, congressi, confronti, serieta’.

  8. Non ci vedo niente di strano nell’affermazione di Andrea Gori relativa alle richieste della clientela. Mediamente il visitatore internazionale conosce come rossi “cabernet” e “merlot” se gli si parla di Sangiovese a Firenze pensano si tratti di un pittore rinascimentale…
    Sono sicura comunque che il Gori sia in grado di indirizzarli verso qualcosa di appropriato.
    Non ci vedo niente di male nell’idea dell’evento, liberi loro. Magari 4 soli sono un po’ pochini, nonostante il lustro di produttori ed enologi.
    Quello che però mi fa raggricciare le dita dei piedi é il testo del comunicato stampa, ma chi sono gli autori? Si aggirano per la penisola spargendo a tratti parole roboanti e soporifere, trite e ritrite, che non giovano certo alla loro clientela.

    • ha perfettamente ragione, gentile Nelle Nuvole, nel trovare insopportabile l’auto-incensatorio comunicato stampa pieno, come dice, di parole “roboanti e soporifere, trite e ritrite”. Un comunicato fedele ad un’idea di comunicazione del vino ormai vecchia e superata. Chi l’ha scritto? Mistero, magari qualche zelante sostenitore della validità di questa molto discutibile iniziativa…

  9. Mi associo a Fava@ (non faccio solo questione di vitigni, ma ancora di più di atteggiamenti di fondo che ispirano comportamenti stravaganti, che ho conosciuto solo nell’ambito del vino) mi associo a Fava dunque nel chiedere perché mai, prima di muovere mucchi di soldi per piantare, ma anche per far conoscere associazioni e movimenti, gli uomini (e le donne) del vino non si rifacciano a ricerche affidabili, come fa una qualsiasi impresa che deve capire se i suoi prodotti vanno, a chi vanno, quanto spazio hanno sul mercato e così via.
    Tutti, dico tutti, studiano il mercato, cercano di capire anche quali sono le tendenze a monte ancora delle scelte di un vino o di uno stile e da quali pulsioni sono mosse,
    fuorché i produttori e i loro benedetti consorzi (che dovrebbero muoversi in questo senso, prima ancora del singolo produttore.
    Qualcuno mi sa dare una risposta?

    • Leggo oggi che gli stessi osservatori che ieri invitavano a “volere bene” al Cabernet e a finirla “con il tifo da stadio, almeno … sui vitigni”, oggi, facendosi scudo del pensiero del professor Attilio Scienza, reiterano il loro appoggio all’operazione Terre da Cabernet ricordandoci che “il confronto con il Cabernet è un confronto mondiale, e per l’Italia vuol dire non “rifugiarsi” nell’esclusività dell’autoctono, ma misurarsi con i competitor di tutto il mondo. E i vitigni internazionali di pregio, per l’Italia enoica, sono dei grandi stimoli all’innovazione per la nostra viticoltura”.
      Attenzione amici viticoltori che vi ostinate a lavorare solo con il Nebbiolo, l’Aglianico, il Sangiovese, il Negroamaro, il Nerello Mascalese, il Montepulciano, ostinandovi testardamente a non capire la grandezza dell’uva bordolese, l’accusa di essere dei provinciali, che si rifugiano, per dirla con il Guicciardini, nel “particulare”, preferendo l’uva di casa, le varietà storiche del territorio, è dietro l’angolo! Speriamo che non finiscano, nel nome del mercato internazionale, per mettervi all’indice…

  10. Cari @Fava e @Franco arrivo alle vostre stesse conclusioni ma non sono d’accordo sul discorso di studi di mercato e marketing. Quando si parla di un prodotto della terra un’azienda deve produrre quello “che sente”, quello per cui è vocata, per mentalità e tradizioni.
    Poi, a posteriori, puoi studiare un piano di marketing per promuovere quello che TU hai prodotto, altrimenti manca l’anima, manca l’identità.
    E sempre la solita differenza tra noi ed i Francesi.
    maremma…

  11. con un’enoteca a Siena, sono a contatto con un pubblico molto turistico. Debbo dire che è sempre sbagliato generalizzare, ma direi che il pubblico più emancipato ed appassionato da noi a Siena chiede soprattutto sangiovese in quanto “local grape”. Di fronte a dei cabernet o merlot di Toscana la reazione è spesso “ma ne abbiamo così tanti a casa nostra…”. Viceversa quanto sostenuto da nelle nuvole è verissimo per la fascia più popolare, proprio quella per cui il vino rosso è cabernet o merlot o sirah.

  12. Gentile Athos Cavolo Verde@ sapere che il mercato (ma che brutta parola, tuttavia.. ci vuole) sta scoprendo i vini che si richiamano alle autoctonie, può – da una parte – far capire che i vini ‘internazionali’ magari sono in declino, e – ad altri – suggerire che devono imparare a ‘valorizzare’ i vini del territorio.
    In sostanza, ci vuole – in ogni caso – più consapevolezza (e più cultura, altra parola inutile direbbe un sciur che la sa lunga), il che non vuole dire lavorare secondo ciò che il mercato (o i soliti) chiede, bensì imparare a far conoscere il proprio lavoro (e la propria terra).
    E più il lavoro è sulla terra, nella vigna, veramente, più vale la pena che i consumatori lo conoscano e ne siano consapevoli. Il marketing non serve a camuffare…sennò è un’altra cosa.

  13. @ Athos
    va da se’ che non consiglierei di stravolgere la vocazione di un territorio per soli motivi di marketing, ma per questo è ancor più stupido stravolgere la medesima vocazione CONTRO le logiche di mercato.
    Ma ci sono aziende disposte a spendere milioni di euro per piantare i vitigni che piacciono al consulente di cantina, in barba a considerazioni territoriali (e pazienza, gli esterofili in Italia ci saranno sempre) e senza avere idea di come e quando quegli ettolitri ed ettolitri di vini senz’anima potranno essere venduti (e questo è un po’ pèiù grave, almeno dal punto di vista imprenditoriale)
    Perchè una cosa è certa: i clienti non sono scemi, e in linea di massima hanno due soli parametri per l’acquisto, la QUALITA’ e il PREZZO.
    Ora, sulla prima è evidente che a parità di prezzo tra un originale (bordolese) e una copia (cilena, ungherese, serba o italica che sia) andranno sempre a privilegiare l’originale.
    Sul vil denaro, invece, dubito fortemente che un vino italiano (vero) potrà mai competere vincendo il confronto.
    Per questo, oltre che per sentimento e cuore, l’Italia dovrebbe valorizzare le sue originalità.

  14. Franco, “con il Cabernet è un confronto mondiale” adesso, anzi ieri. Ma se le notizie che ci giungono da Pechino sono valide, domani sara’ un vitigno cinese il mostro sacro che aprira’ le porte di tutti i mercati: il Beichum. Forse ti converrebbe spiegare agli amici viticoltori che non sanno piu’ che cavolo fare che non gli conviene dunque piantare Cabernet o Petit Verdot in Sicilia, in Puglia o in Campania, visto che la moda andra’ orientata da tutti i markettari, pardon marketingari, e dai pennivendoli verso quello che sta diventando il mercato piu’ grande del mondo per il vino…
    Che piantino dunque il Beichum!

  15. @Mario Crosta
    non sono molto convinto che sia il momento migliore per avere certi vitigni in zone di confine come la Polonia….secondo alcune proiezioni del NOAA americano si comincia a far strada la possibilità che il clima stia andando incontro ad una fase fredda.Proprio a proposito della Polonia leggevo questo http://meteolive.leonardo.it/meteolive-notizia-31008-un_gelido_inverno_2010_11_previsto_dagli_scienziati_polacchi.html
    Senza polemica.

  16. Mi ritrovo d’accordo con Maurizio Fava@ che così lucidamente ha -qui sopra – esposto e motivato perché ci vuole, tassativamente e con urgenza, più cultura.

    Imprenditori e vigneron (o, se preferite, contadini)spesso ‘orecchiano’ e sono preda dei messaggi (frequentemente ad usum di qualcuno o di qualche ‘linea’) che vengono lanciati da soggetti che non lavorano nell’interesse del FUTURO, ma che operano in favore di altro. Intendo un ‘Altro’ che è costantemente legato ad aspetti più affaristici che di autentico business.

    E’ una forma tutta italiana di incUltura che che diventa incOltura, corrompendo gli animi, le energie migliori e infine (ma non è di poco conto) la forma stessa del nostro paese.

    Nei confronti di questi fenomeni che dilagano il marketing è uno strumento di CONOSCENZA, UNO degli strumenti: il primo strumento sarebbe quello di leggere un po’ e farsi un’idea di dove stiamo andando; un’idea che vada oltre la punta del nostro naso o quella del pisellino.

  17. Cimbro Veneto,
    ne ho parlato con i viticoltori di ritorno dal loro Convegno annuale a Cracovia pochi giorni fa: la previsione per degli inverni piu’ gelidi non inficia la loro viticoltura, che d’inverno come sai bene trova le piante tutte in letargo. Cio’ che conta e’ l’andamento delle altre tre stagioni. La temperatura media annuale si e’ alzata invece in modo definitivo da una ventina d’anni, il che significa primavere con meno gelate, estati piu’ calde ed autunni piu’ miti. Anche il numero di ore di sole e’ aumentato in modo netto. Posso confermartelo di persona perche’ abito qui da 15 anni e mentre 15 anni fa c’erano poche decine di ettari vitati solo nella zona di Zielona Gora (vicino alla Germania), oggi si viaggia a riempimento dei 500 ettari gia’ ammessi dal trattato di adesione all’Unione Europea e si chiedera’ l’ampliamento a 5.000. Non solo: stanno piantando vitigni anche occidentali della vitis vinifera e non solo incroci con le viti selvatiche, perche’ per la prima volta si e’ certificato che vi sono dei cloni a maturazione precoce adattissimi a questi climi dall’inverno freddo (ma ininfluente, se non che puo’ morire una vite qui e una la’ in qualche filare).
    A quei vignaioli ho suggerito una visita anche in Val d’Aosta, in Alto Adige e in Valtellina, dove noi coltiviamo la vite dall’epoca degli antichi Romani esattamente come avvenne sulle rive della Vistola fino a Casimiro il Grande. Credo infatti che la nostra viticoltura di montagna abbia gli stessi problemi e le stesse caratteristiche della viticoltura in Gran Bretagna, Canada, Svezia, Lituania, Germania settentrionale e Danimarca, ma dall’altra parte del mondo anche in Patagonia e a Mendoza o nelle valli meridionali del Cile, dove si fanno vini nonostante le previsioni degli scienziati americani riguardanti soltanto gli inverni, che sono appunto quasi ininfluenti.
    Secondo loro non si dovrebbe piu’ produrre nemmeno olio di oliva in Toscana, Liguria e nel Veronese soltanto perche’ anche lì il clima e’ al limite? Sai quante piante sono morte in certe annate per le gelate in queste tre regioni? Eppure se guardi alla qualita’ di questi oli extravergini ci sarebbe proprio da non dar retta alle loro catastrofiche previsioni.
    Ti suggerirei comunque di leggere gli articoli che ho scritto o tradotto in questi 10 anni su Enotime per la rubrica Speciale Est Europa nel capitolo Viticoltura estrema. Franco non me ne vorra’ per questo suggerimento: lui ha gia’ una bella stanza con bagno e vista sui vigneti bell’e pronta a Jaslo per quando verra’ qui a rendersi conto di persona.

  18. Se lo scopo dell’associazione è promuovere il Cabernet (Sauvignon e Franc assieme a questo punto) come uno dei più grandi vitigni di tutti i tempi, parte già perdente.
    Dimostrare che in Italia si possono ottenere grandi vini da quest’uva confrontandosi con il resto del mondo: vale a dire essere condannati ben che vada al secondo posto, visto che per quanto buono, mai reggerà il confronto con un vero grande bordolese.
    Non si capisce proprio lo scopo di questa iniziativa, se non a giustificazione di un languire delle vendite.
    Almeno avessero investito in una comunicazione più innovativa del vino.

  19. Qualcuno di voi ha mai visto i vigneti di Regaleali?
    Quanti vini di Bordeaux, e in quante annate reggono il confronto con il Cabernet
    di Regaleali?

    Come, a Sarteano si fanno grandi Chardonnay e i Cabernet di Vallelunga non
    servono a niente?
    Allora a Capezzana i Contini Bonacossi hanno sbagliato tutto.

    Avete un problema con il Cabernet, con il Cabernet italiano o con Carlo Ferrini?

    Francesco

    • nessun problema con il Cabernet italiano e con Carlo Ferrini (semmai qualche problemino ce l’ha lui, in questo periodo…). Che a Sarteano si facciano “grandi Chardonnay” lo apprendo ora da lei, come pure che – ma scherza o dice sul serio? – pochi vini di Bordeaux reggerebbero il “confronto con il Cabernet di Regaleali”… Se lo dice lei…

  20. Dunque,elementi da considerare sono diversi: iniziativa benefica caritatevole e autopromozione aziendale su questo c’è poco da aggiungere. Questo pretesto ed il Cabernet come fil rouge che unisce porta al quadro completo. In un certo senso la presenza dello stesso vitigno in quattro territori diversi , eliminando una variabile, quella riguardante appunto la varietà coltivata, dovrebbe fare risaltare il sapore delle terre di provenienza, peccato che la mano degli enologi in questione, con ogni probabilità, visto che non ho assaggiato i vini in oggetto, non siano di quelle tanto leggere e con ogni probabilità determinano l’obliterazione dell’espressione originaria dei vigneti di origine a favore di gusti omologati ritenuti più graditi, ma i miei, ripeto, sono pregiudizi non avendo assaggiato i vini in oggetto. Speriamo che perlomeno riescano a donare un po’ di soldi in beneficenza.Saluti.

  21. A Bordeaux di vini con l’influenza importante di Cabernet, e parlo dei Cabernet seri e classici non ce n’é quasi piú niente.
    Anche li ci sono quintali e quintali di Merlot in piú nelle Cuvée , e quando rimpiantano, e hanno rimpiantato di brutto immettono Merlot. Basta sentire un Lynch-Bages anni 80, anche di annate minori, e sentirne uno di piú recente produzione.
    Inoltre le percentuali di Merlot nelle Cuvée sono notevolmente piú alte.
    Scusatemi, lo Chardonnay di Franchetti non nasce a Sarteano ma in Sicilia…

    • cosa dire di fronte ad un’affermazione del genere “A Bordeaux di vini con l’influenza importante di Cabernet, e parlo dei Cabernet seri e classici non ce n’é quasi piú niente”? 🙁 Al nostro interlocutore evidentemente piace fare affermazioni molto ad effetto, anche se piuttosto superficiali…

  22. @francesco: la prego, la smetta. Io sono in quasi totale disaccordo con Ziliani su questo argomento, ma non certo con le valutazioni/motivazioni da lei riportate.
    Bordeaux era, è e sarà irraggiungibile per altri millenni.

    Però! Però è anche vero che onestà intellettuale dovrebbe suggerire che il San Leonardo e il Montevetrano sono due grandissimi vini e chi lo nega o lo fa per esser originale (ci capisce ben poco) o è in malafede.
    Sul lupicaia qualche riserva l’avrei, ma stando in Toscana se vi dico “sassicaia” vi viene in mente qualcosa o restate freddi? Regaleali invece non si può proprio sentire.

    Sinceramente io sono ultrastufo delle mode: c’erano i cabernettisti con a ruota i merlottisti; poi i langa boys e quelli che “l’importante che faccia barrique”; subito dopo o usi botte grande o non sei nessuno; lieviti selezionati? “Of course my horse”; pochi anni e arrivano i bio-qualchecosa; poi, non contenti, bisognava essere vinonaturalisti altrimenti….; lieviti selezionati? no-grazie; di seguito: solo autctono, please; addirittura si è arrivati al: “io non vado al vinitaly, ma a villa favorita”, un paio di stagioni e si è inventata un’altra villa…. ma tanto siamo in Veneto e di ville che possono ospitare ce ne sono tante…. quale sarà la prossima moda? Non lo so, ma di sicuro so che sarà passeggera.

    Quello che non passa mai di moda è il vino buono, quello che a prescindere da come e da che uve è fatto, si beve e alla grande: io San Leonardo e Montevetrano li bevo e alla grande, non ricordo una sola bottiglia rimasta anche con solo un sorso sul fondo, sempre tutte “ammazzate” come si dice dalle mie parti.

    Trovo poi umiliante per enotecari e ristoratori doversi sentir dire dai clienti che non bevono un cabernet perchè loro “solo autoctono!”. Ma ci rendiamo conto dell’enormità? Ci rendiamo conto che ci sono migliaia di vini a base cabernet fatti in Italia che sono dignitosissimi così come ce ne sono di dignitosissimi fatti da varietà “tradizionali” (“autoctono” è una parola che proprio non si può sentire).
    Però facciamoci una domanda: non è che un vino è buono solo perchè è fatto con uve tradizionali? A me di cagate pazzesche da uva autoctona pare ce ne siano le cisterne piene.

    • @ chiaro sui quattro vini in oggetto sono d’accordo con lei solo sul San Leonardo, che considero tra i migliori bordolesi italiani. Lupicaia? Clamorosamente sopravvalutato. Sugli altri due Cabernet, quello campano e quello siculo, non mi pronuncio. Io sono cento volte più interessato a ben altri vini, non internazionali, prodotti in Campania e Sicilia. Mai sostenuto che un vino da uve autoctone solo per il fatto di essere prodotto da uve locali e non internazionali sia superiore. Per me é semplicemente più interessante e intrigante e culturalmente valido dell’ennesimo bordolese prodotto in giro per l’Italia. E queste cose le sostengo da sempre, quando larga parte dei miei colleghi giornalisti si sdilinquivano letteralmente per i cosiddetti “vitigni migliorativi” piantati in ogni dove nell’Enotria tellus

  23. Buonasera,
    non discuto sul Lupicaia e sul San Leonardo perché non li conosco abbastanza.
    Ma sul Montevetrano e sopratutto sul Cabernet della famiglia Tasca non si discute.
    É terribbilmente siciliano anzi di Vallelunga che piú non si puó.
    Poi piaccia o non piaccia é un’altra cosa.
    Ricordo un’assaggio fatto con il 2004, ha messo in fila diversi Bordeaux.
    Sul discorso degli autoctoni ci sarebbe da discutere una vita.
    Non dimenticate che se oggi si parla e sopratutto si assaggiano vini da uve chiamate nerello,cerasuolo, frappato, nero d’avola, e cosi via lo si deve sopratutto a persone come il compianto Conte Tasca d’Almerita, Lucio,Alberto e Giuseppe Tasca cosí come la famiglia Rivera, la famiglia Argiolas, i fratelli Librandi, tanti altri che ora dimentico ma non da meno.
    In quanto al lavoro della terra basta andare a Regaleali o nelle vigne di Silvia Imparato per capire tutto, cosí come si va a Margaux per capire.
    Se oggi i puristi dell’autoctono sono in grado di chiedere e ricevere quello che meritano lo devono sopratutto a questi produttori che rischiando tutto, ma veramente tutto sono andati dal polo nord al polo sud facendo conoscere e mettersi alla prova con tutto il mondo e non proclamando solo Italia ma sopratutto Italia del Sud.
    Poi sulla strada asfaltata si viaggia meglio vero?
    no le chiacchiere

  24. La questione non è se i quattro bordolesi italiani promotori dell’iniziativa siano o meno buoni. Ho in cantina tre delle quattro etichette, di varie annate, mi manca il Lupicaia per una mia personale “disaffezione” nei confronti dei toscani. Del Cabernet Regaleali l’unico che mi è rimasto impresso è il 1992, poi più niente.
    Sono fresco di apertura di un Haut-Brion 1990 e sono proprio curioso di testare a breve se il siciliano ha tenuto 18 anni e se un confronto sia possibile (ma non credo).
    Tornando però all’apertura, non è la bontà dei quattro da mettere in discussione, quanto la scelta del tipo di comunicazione e del messaggio che questa iniziativa vuole trasmettere. Poteva funzionare 10 anni fa: nel 2010 è imbarazzante.

  25. Come gia detto, Lupicaia e Regaleali proprio mi interessano poco, frequentati anni fa, non mi colpirono positivamente allora e non mi colpiscono positivamente adesso quando capitano nel bicchiere. Su San Leonardo vedo che siamo d’accordo,; la invito a ritentare con montevetrano, magari qualcosa di datato, potrebbe sorprenderla.
    Io vorrei fare una piccola provocazione: perchè tanti vitigni “autoctoni” vanno sempre più scomparendo se non ad eccezione di pochi produttori che li tengono in vita? Forse che siano di dubbio potenziale? Per esempio, durante l’impero asburgico la val d’Isarco era il serbatoio di vino rosso per la corte austriaca, eppure adesso trovare del san lorenzo o del portoghese è davvero dura (non impossibile): che ci si sia resi conto che quelle sono uve che non danno gran chè nel bicchiere?
    accidenti, il mondo si evolve e quello che non funziona non sopravvive, una tradizione non è detto debba per forza esser salvaguardata se ci si accorge che magari ci sono cose migliori che possono sostituirla.
    E poi una domanda Ziliani: ma la tradizione è statica o dinamica?

    • @ il chiaro. Secondo me la tradizione é ragionevolmente dinamica
      @ Marco De Tomasi. Sottoscrivo in toto quando annota “non è la bontà dei quattro da mettere in discussione, quanto la scelta del tipo di comunicazione e del messaggio che questa iniziativa vuole trasmettere. Poteva funzionare 10 anni fa: nel 2010 è imbarazzante”. E’ una comunicazione vecchia, che pensa di essere innovativa, perché si é servita anche di siti Internet e blog del vino, ma é terribilmente sorpassata

  26. Sinceramente non riesco a capire il motivo per cui sarebbe “umiliante per enotecari e ristoratori doversi sentir dire dai clienti che non bevono un cabernet perchè loro “solo autoctono!”.”
    Sarà anche vero che, come gli hamburger della nota multinazionale americana vengono venduti e mangiati in tutto il mondo, anche vini da uve come il Cabernet o il merlot possono essere ottenuti e bevuti un po’ dappertutto. Ma non credo che questa sia una buona ragione per sentirsi umiliati se un cliente, magari “più emancipato ed appassionato”, preferisce scegliere qualcosa di diverso, non necessariamente migliore in termini di qualità, ma di rappresentatività e riconoscimento di quel territorio certamente sì!
    Forse è anche grazie a questa ricerca di “identità” che vini come Primitivo, Negroamaro e altri sono riusciti a diventare quacosa di più dei semplici vini da taglio…, senza contare tutti i vitigni a diffusione locale in gran parte rimasti abbandonati per decenni e che ora stanno, grazie al cielo, vivendo una nuova giovinezza.
    Ho l’impressione che a volte qualcuno si dimentichi dell’importanza della “biodiversità”, indipendentemente dal valore commerciale di ogni singolo biotipo.
    Penso alla tristezza di dover mangiare, ad esempio, sempre la solita mela golden onnipresente…

  27. Penso alla tristezza di dover mangiare, ad esempio, sempre la solita mela golden onnipresente…

    Questa frase ci dovrebbe far riflettere sul fatto che le multinazionali della chimica vendono lo stesso seme ibrido in tutto il mondo e che la maggior parte dei viticoltori non innesta più, ma spiantano e poi comprano le barbatelle nuove tutti presso lo stesso vivaio.
    Lo sciùr Franco potrebbe indagare sul lavoro di selezione eseguito dai vivai, tanto per capire perchè ci sono molti vini “fotocopia”.

  28. @ Paolo Boldrini: quindi una persona pugliese deve sempre bersi un negramaro o un primitivo o un nero di troia? Accidenti, io vivo in Franciacorta, cosa avrò mai fatto di male per esser condannato a bere quelle gazzose alcoliche che si fanno da queste parti.
    Il problema non è cosa si beve, ma perchè. Qui si vuol sostenere che per essere “più emancipato ed appassionato” si deve bere per forza autoctono e non un vino da uve cosiddette internazionali: ma vi rendete conto dell’enormità?

    Vede Boldrini tra i molti vini buoni e anche ottimi da uve non internazionali ci sono però troppo spesso prodotti che dietro al paravento dell’autoctono nascondono vini indecorosi. E’ la moda di cui parlavo prima, “l’importante è che sia autoctono!” Passerà anche questa e resterà “L’importante è che sia buono!” e dell’uva che c’è dentro chissenefrega.

  29. @il chiaro:
    forse non mi sono espresso con sufficiente chiarezza, può capitare. Cercherò di essere più chiaro (in questo caso non è una battuta…).
    Penso di non dire una castroneria affermando che l’Italia è il Paese, o uno dei Paesi, dove vengono coltivate moltissime varietà della specie “vitis vinifera”. E questo sia per motivi storici che, ritengo, di varietà climatiche.
    A parte l’aspetto, a parer mio fondamentale, già espresso a proposito dell’importanza della biodiversità, voglio riformulare una domanda che in tanti si sono già posti: perché a Bordeaux o nella Borgogna, tanto per fare un esempio, non hanno impiantato Primitivo, Catarratto, Sangiovese o Bellone? Forse perché non è il loro “terroir” migliore? O forse perché le viti là impiantate dai Romani rappresentano anche la storia di quei territori, oltre ad avere il loro ambiente più adatto?
    Forse che i francesi si sono mai lamentati: “uffa, che barba, sempre il solito Chateau Margaux tutti i giorni…!”.
    Oltretutto, lei ha la fortuna di vivere in una bellissima terra, che ho avuto l’occasione di visitare un paio di volte, e non mi sembra che da quelle parti ci siano solo bollicine…
    La Puglia, altra splendida terra, insieme al Veneto è la regione che può contare su innumerevoli varietà di uve: poco tempo fa ho chiesto ad un amico di Bari di riportarmi a Roma, dove vivo, alcune bottiglie di Verdeca e di Bianco D’Alessano, mica di cabernet o di Barolo di Puglia (Franco Ziliani inorridirebbe… 🙂 )! Ma è anche vero che non disdegno di tenere in cantina e di stappare qualche bottiglia di “cabernet d’Atina doc” o di “merlot del Veneto”, per esempio.
    Ha ragione quando dice che “ci sono però troppo spesso prodotti che dietro al paravento dell’autoctono nascondono vini indecorosi”. Ma forse anche dietro agli internazionali cabernet e merlot si nascondono vini quantomeno anonimi, che non aggiungono niente a quanto già altri vini-fotocopia di quelli già possono dire.

  30. @ Paolo Boldrini:
    accidenti, sempre il solito Margaux! Provi a elencarmi una quindicina di doc(g) al cui interno operano almeno una decina di produttori per ognuna di queste che possano stare in parallelo con Margaux (e gevrey, vosne-romanée, cornas, montagne de reims, chablis….). Guardi l’aiuto cominciando io: Barolo, Montalcino….

    Sulla Franciacorta cosa vuole che le dica: fanno le bollicine e si potrebbe chiudere un occhio, ma neanche chiudendoli entrambi mi arrischierei a mettere nella stessa frase le parole “qualità” e “vini fermi” facendo riferimento a questa zona.
    Se invece vogliamo parlare di granoturco e tornerie allora ok.

  31. L’argomento “qualità” dei vini è stato e sarà sempre tra i più discussi e controversi. Non ultimo, anche in questo blog, anche con il recente post sui vini “in saldo” al supermercato.
    La mia intenzione è solo quella di condividere e confrontare la mia idea sul vino con altre persone, non certamente quella di imporre i miei gusti e le mie valutazioni. Questo, perché sono convinto che ogni confronto che non travalica questi limiti finisce per arricchire il bagaglio di ciascun interlocutore.
    Detto ciò, non cerco e non voglio assolutamente fare nessun parallelo con Margaux, Chablis e il resto del mondo. Anche perché, per quanto mi riguarda, mi piace ragionare in termini (anche) pratici, oltre che teorici.
    Mi spiego: mia moglie ed io non abbiamo l’occasione, ma anche l’intenzione, di fare pranzi e cene a base di tagliolini al tartufo, tagliata di manzo, brasato al Barolo o cacciagione tutti i giorni. Questo capita, come credo nella maggior parte delle famiglie, in occasioni particolari o in riunioni con parenti e amici.
    Nei giorni cosiddetti “normali”, non penso proprio di stappare una bottiglia di Barolo, Brunello, Bolgheri o Aglianico per accompagnare magari un piatto di spaghetti alla carbonara o al pomodoro, una zuppa di legumi o una caprese.
    Bevo acqua, allora? Potrei, ma ho sentito dire in giro che contribuisca alla formazione della ruggine… 😉
    Ecco, tra l’altro, uno dei vantaggi dei vini “minori” e da uve locali e autoctone: sono spesso meno impegnativi, riescono ad adattarsi più facilmente alla cucina di tutti i giorni e, non ultimo, in genere non costano molto.
    Se dovessi spendere 6-8 euro per un Barolo al supermercato, preferirei spendere la stessa cifra per un Montepulciano, un Piedirosso, un Canaiolo, un Chiaretto del Garda, un Rossese, sempre rimanendo sui vini rossi, e l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.

    • ben detto Paolo! Beh, una cosa é certa: quelli delle Terre del Cabernet potrebbero anche ringraziare questo blog e voi che siete così copiosamente intervenuti. In fondo abbiamo contribuito a far parlare di questa loro iniziativa ben più di altri che erano stati incaricati di farlo…

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