Il Consorzio del Chianti Classico rimette in gioco i Super Tuscan

Una sorprendente decisione in occasione della Chianti Classico Collection

Avete presente i Super Tuscan, quei vini (sui quali recentemente l’amico e collega wine writer Kyle Phillips si è interrogato – qui – chiedendosi se non abbiano ormai superato il loro magic moment) un tempo molto in voga, imprescindibili secondo alcuni, secondo altri, come Lamberto Frescobaldi, “la punta più avanzata del vino italiano. I più grandi vini possibili” (un giudizio che spiega molte cose…), che larga parte dei consumatori, italiani ed esteri, hanno progressivamente dimostrato di non gradire più di tanto? Preferendo loro, visto che la Toscana è terra di grandi denominazioni storiche come Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Vino Nobile di Montepulciano, vini di taglio ed identità decisamente meno internazionale, dall’inconfondibile profumo, toscano, di Sangiovese e non di Cabernet o Merlot?
Bene, si fa per dire, perché se i consumatori, con una loro libera scelta, hanno dimostrato di volerli mettere fuori gioco, o quantomeno di lasciarli in panchina a scaldarsi, a rimetterli invece in campo, per decisione un po’ sorprendente dell’allenatore o del presidente, ha invece pensato il Consorzio del Chianti Classico, che per statuto pensavo dovesse invece badare a difendere, tutelare, promuovere il vino Docg simbolo di questa storica area di produzione.
In una circolare inviata alle aziende, in preparazione della Chianti Classico Collection, (ovvero la presentazione in anteprima delle nuove annate) che si svolgerà dal 15 al 16 febbraio 2011 come di consueto alla Stazione Leopolda di Firenze (www.stazione-leopolda.com) situata in Viale Fratelli Rosselli, 5 (vicino a Porta al Prato e al Parco delle Cascine) il Consorzio “del gallo nero” informa difatti i produttori che mentre per la prima giornata dedicata alla stampa saranno in degustazione i Chianti Classico, privilegiando le annate da poco immesse o non ancora presenti sul mercato e/o non ufficialmente presentate alla stampa, nel secondo giorno della manifestazione, il 16 febbraio, riservata la mattina alla stampa e dalle 13 in poi anche agli operatori, “sarà possibile presentare, solo il secondo giorno, anche un vino IGT prodotto nel territorio, al costo aggiuntivo di 50€ oltre alla quota di partecipazione”.
Informando poi, ma questo è un dettaglio riservato alla stampa, che “rispetto alle scorse edizioni, per incoraggiare ulteriormente gli incontri tra produttori e gli ospiti della stampa, il secondo giorno della manifestazione sarà chiusa l’area di degustazione con servizio sommelier. I giornalisti, quindi, per degustare avranno come unica opzione quella di recarsi ai banchi dei produttori”.
Confesso di essere rimasto letteralmente basito, come è rimasto stupefatto anche qualche produttore, di fronte a questa sorprendente scelta aperturista nei confronti dei vini Igt, voluta dal Presidente del Consorzio Marco Pallanti e dal Consiglio di amministrazione del Consorzio.
A Firenze, all’anteprima del Chianti Classico, in occasione di una delle più importanti vetrine di questo classico tra i vini classici toscani, verrà data la possibilità di presentare IGT prodotti dalle aziende socie nel territorio del Chianti Classico senza nemmeno chiedere una indispensabile distinzione tra vini prodotti con uve autoctone o meno.
In degustazione quindi, fatti uscire dalla porta dai consumatori, ma fatti rientrare dalla finestra dai vertici del Consorzio del Chianti Classico si vedranno prevedibilmente quindi anche Merlot e Cabernet in purezza o vini dove i vitigni bordolesi prevalgono nettamente sul Sangiovese pur essendo in alcuni casi proposti in mix con questo.
Decisione presa forse in omaggio a quella convinzione, più volte espressa anche pubblicamente da Pallanti, secondo la quale la forza dei terroir chiantigiani è tale da rendere meno varietali e meno bordolesi i vini base Cabernet o Merlot e più toscani? Lasciamo perdere…

Di fronte a questa decisione, assurda, mi viene da rivalutare anche l’operato del, da me tanto discusso, Consorzio del Brunello di Montalcino, che a quanto ne so non è ancora arrivato ad aprire, in occasione del Benvenuto Brunello, la porta ai vari Super Tuscan prodotti (o Igt Toscana) prodotti in quel di Montalcino, limitandosi a consentire ai produttori di presentare in degustazione oltre ai Brunello, base e riserva, e al Rosso di Montalcino (di cui si dice sempre più frequentemente che sia sul punto di cambiare la propria composizione ampelografica) anche i loro Sant’Antimo. Molto spesso esercitazioni, ma nell’alveo di una Doc, sul tema vitigni internazionali.
Allora mi chiedo, perché mai questa assurda decisione del Consorzio del Chianti Classico, quella che si svolge alla Stazione Leopolda non dovrebbe essere la festa, esclusiva, del Chianti Classico, una festa in cui ci si presenta al mondo dei clienti e alla critica con le nuove annate, quasi “gridando” l’amore dei produttori per il territorio, il Sangiovese, la tipicità? E lo si fa, ora, sdoganando anzi cercando di spingere vigorosamente i Super Tuscan? Che peccato, mi sembra che ancora una volta il Chianti si stia vendendo l’anima e perdendo identità e faccia con stravaganti decisioni del genere…

0 pensieri su “Il Consorzio del Chianti Classico rimette in gioco i Super Tuscan

  1. Decisione strana ma per me non scandalosa. Scandaloso sarebbe (è) ritrovarsi tanto, troppo merlot e cabernet non dichiarato nei Chianti Classico. Se mi mettono davanti un cabernet in purezza e me lo dicono io posso decidere se assaggiarlo o meno, ma se mi danno un Chianti Classico”Sangiovese in purezza” dove c’è “cascato” del merlot quello è il vero scandalo. Il trucco è lo scandalo, non il darti informazioni e metterti di fronte in maniera corretta a delle scelte.

    • caro Carlo, sono ovviamente d’accordo con te, visto che in questi anni ci é toccato degustare “Chianti Classico”, così diceva l’etichetta, che forse avevano solo un 20-30% di Sangiovese. Meglio la chiarezza, dire Super Tuscan e non ciurlare nel manico come spesso si é fatto. Resta l’idea che aprire potenzialmente a bordolesi in purezza o mix spurii di bordolesi e Sangiovese in occasione dell’anteprima del Chianti Classico é una decisione molto difficile da capire. Spero che Marco Pallanti, presidente del Consorzio e produttore di rango, voglia intervenire qui e spiegare i motivi di questa strana scelta…

  2. caro Franco, i produttori di chianti classico sono anche (spesso, non sempre) produttori di supertuscans che giacciono tristemente nelle cantine. E’ un modo come un’altro per rimettrli nello spotlight, anche se fa specie vederli proporre durante le celebrazioni del chianti classico. personalmnete penso sempre più spesso che tra le ragioni dei grandi e dei piccoli ci siano ormai sempre meno contatto e che in finale l’ultima soluzione rimasta sia seguire l’esempio di montevertine che, quando uscì dal consorzio, non era ancora quella (piccola) potenza di ora. Comunque ritengo che, se questi supertuscans non cambiano saranno presto superati dall’evoluzione del gusto e non sarà certo la vetrina del chianti classico a riportarli in sella.

  3. grazie per quello che ha scritto Ziliani. Tira un’aria strana qui nel Chianti e nell’assemblea che ci sarà venerdì 3 dicembre potrebbero essere prese altre strane decisioni sul nostro vino…

  4. Tutte quelle vigne di merlot, cabernet, syrah eccetera, piantate su consiglio degli enologi “stregoni” e col miraggio della “moda” sono costate capitali immensi e i vini giacciono invenduti perche’ la gente dopo un po’ di curiosita’ torna ai gusti del vino cui e’ abituata con le pietanze che di solito mangia. Inoltre alcuni Chianti, Chianti Classico e Chianti Classico Riserva sono migliorati davvero negli ultimi anni, tornando all’antico splendore, percio’ sono piu’ appetibili dei Super Tuscan, che erano nati come reazione a un disfacimento e ad un abbandono dell’impero del Chianti per la qualita’.
    Ecco che adesso c’e’ una massa di capitali congelati di cui non si sa che fare e il Consorzio in questo modo sta cercando di dare una mano ai propri produttori. Questa non e’ scandalosa, sono d’accordo con l’interista leninista Carlo Macchi, fanno certamente piu’ paura le “altre strane decisioni” ed e’ su queste che bisognerebbe chieder lumi a Pallanti.

    • attendiamo lumi, se vorrà accenderli e prestare attenzione a quello che scrive una persona che conosce da molti anni, nonché i lettori di questo blog, dal presidente del Consorzio del Chianti Classico

  5. Caro Franco, è già stato detto tutto. La ratio della decisione mi pare chiara, non scandalosa. Ognuno fa il proprio mestiere. Molti produttori di Chianti classico fanno anche supertuscans: non ci trovo nulla di strano che aspirino a venderli e quindi anche a farli assaggiare. Soprattutto se, come è noto, nessuno li compra ed essi “giacciono”. Credo che, se non si è interessati, molto semplicemente si debba fare come disse quella intelligente soubrette interrogata per “vallettopoli”: le richieste di “accomodarsi” sul “divano” del produttore? Basta dire di no.

  6. Io trovo molto piu’ scandaloso per certi versi la decisione di chiudere l’area degustazione il secondo giorno. Non per me personalmente, dato che abito in Chianti e posso benissimo fare una campionatura e poi assaggiare alla cieca in ufficio. Ma per i giornalisti che vengono di piu’ lontano, che perdono cosi’ una opportunita’ per assaggiare vini con calma ed in tranquillita’ — usa cosa e’ confrontare il bicchiere e soltanto lui, ed un altra stare in piedi col produttore e con la gente che ti gira intorno.

    Per quanto riguarda l’apertura ai Supertuscans, credo sia una cosa voluta dai produttori spinti da un disperato bisogno di vendere. Chi vorra’ assaggiarli li assaggera’, e chi no no. Concordo con Carlo che piu’ preoccupanti sono i “vini a denominazione” che sanno di tutt’altro. Se per mantenere questi vini in ambito IGT dobbiamo trovarli alla presentazione, lo accetto come dazio da pagare.

    Kyle

  7. In teoria sono d’accordo con te, Kyle, sulla chiusura dell’area degustazione. Poi faccio mente locale e penso che i giornalisti sono sempre di più, i vini idem, e che non tutti i produttori hanno con la stampa la familiarità e la frequentazione di altri. Magari sono pure convinti (forse a ragione? La domanda è tendenziosa) che ciò “serva”. Normale quindi che dalla base sia venuta una richiesta di maggiore “contatto” e che il Consorzio abbia deciso per “un giorno sì e uno no”. Ci può stare. Certo, per chi non ha tempo o viene da lontano il dimezzamento dei tempi può costituire un problema.

  8. Scusate, ma sinceramente questo acclamato tramonto dei supertuscan io non lo vedo…
    Sarà che sto seguendo da poco tempo il mercato nazionale, ma posso garantirvi che sono proprio i supertuscan a tenere in vita una grossa parte del mercato vitivinicolo italiano all’ESTERO. Senza i “noiosi” suddetti, non ci sarebbe il 30 % delle esportazioni nella sola Toscana.
    La vera difficoltà nasce forse nel nostro mercato interno, per alcuni produttori che non hanno potuto affiancare al loro prodotto bordolese un’altrettanto efficace campagna marketing e si trovano giustamente ora in difficoltà.
    Sarebbe davvero ingiusto per tutti noi sparare a zero sul supertuscan, ricordandoci che il Chianti Classico stesso ha vissuto il suo momento di gloria fino a pochi anni fa e tutt’ora ha una certa immagine di garante di qualità, in particolare all’estero.

    • Goffredo, ma come fa a definire “ingiusto per tutti noi sparare a zero sul supertuscan”? Non é ingiusto, é doveroso, perché sono vini che hanno veicolato un’idea non autentica del vino toscano…. Quanto al fatto che tengano sul mercato estero, mi sembra sorprendente quello che dice. I miei riscontri, negli Stati Uniti e in UK, sono ben altri…

  9. Quindi i vini che si fanno a Bolgheri non sono autentici vini di Toscana? E non lo sono perchè prodotti da vitigni internazionali?
    Sia ben chiaro che la mia non è la difesa estrema e non sarò l’avvocato del diavolo in questione. Ritengo tuttavia di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di un prodotto che ha determinato un passaggio fondamentale nella conoscenza del vino italiano all’estero.
    Per quanto riguarda i dati sul mercato internazionale (soprattutto UK dove lavoro) non vi è alcun dubbio che ci sia stata una frenata e un piccolissimo (minuscolo) spiraglio nei confronti di altre realtà vinicole italiane da parte dei buyer inglesi, ma i supertuscan rispecchiano l’immagine del “miglior vino italiano”. Il che non mi trova assolutamente d’accordo, e nemmeno lei, questo è fuori discussione. Ma ne va preso atto e cercare di usare i supertuscan piuttosto da leva per aprire ad altri territori di maggiore autenticità. E’ un aspetto, quest’ultimo, che mi sta molto a cuore e su cui mi batto da tempo. Questo per chiarire quanto meno la mia posizione.
    Grazie

    • Quello che contesto con forza é l’idea, assolutamente bislacca e del tutto priva di fondamento, secondo la quale “i supertuscan rispecchiano l’immagine del “miglior vino italiano”. Balle! Hanno offerto un’immagine distorta e fuorviante del vino toscano e italiano. Non credo assolutamente che, come sostiene, si possano “usare i supertuscan piuttosto da leva per aprire ad altri territori di maggiore autenticità”. Se usi quel tipo di vino, di stampo internazionale, come leva, come diavolo fai a convincere il prossimo che la vera anima della Toscana viene da vini come i migliori e più autentici Brunello di Montalcino, dai Chianti Classico fatti con solo Sangiovese (ed eventuali piccole percentuali di uve toscane), dai Chianti Rufina e Colli Fiorentini? Se mostri che la Toscana é rappresentata da vini che puoi tranquillamente scambiare con vini del Nuovo Mondo sei spacciato…

  10. infatti non devi dimostrare che l’immagine della Toscana sono i supertuscan, ma far vedere (anzi assaggiare) che la toscana è un territorio multiforme ricco di diversificazioni del terroir, dove il sangiovese è la vera anima comune, da montalcino ai colli fiorentini e i rùfina, da carmignano alla maremma…
    Personalmente trovo molta più difficoltà in italia nell’affrontare simili discorsi che in uk, dove i buyer si dimostrano molto più attenti a questo genere di cose.
    Ecco perchè usarli come leva.
    Ho bisogno di una immagine consolidata per avvicinarmi al mercato, ma dopo averlo fatto ho la libertà di presentare un prodotto del territorio perchè godo della fiducia dell’ascoltatore, grazie al mio supertuscan che “odio”…
    Io non sono un venditore, neanche un buyer. Sono nel mezzo, un appassionato come lei, dott Franco, che si occupa solo di promozione e mi trovo spesso a discutere sull’etica di alcune scelte fatte dai nostri importatori all’estero.
    Siamo dalla stessa parte, alla fine, solo che nel mio lavoro ho necessità di vedere il bicchiere mezzo pieno, sfruttare ogni piccolo successo passato per mostrare una visione più vera del vino italiano.
    Ma non si può, ripeto, ignorare quanto fatto dagli altri, supertuscan in primis, pinot grigio e gavi di gavi, poi…

  11. Caro Franco, la prego non mi dia del “lei”.
    Grande post, poi in questo senso sfonda una porta aperta. A parte che sono un ossesso del Barbaresco.
    La difficoltà del Barbaresco, per come l’ho percepita, è il ruolo da antagonista rispetto al più famoso cugino Barolo.
    Ma risponderò brevemente: è poco conosciuto soltanto perchè i nostri “amici” importatori a conoscerlo poco e a farlo conoscere, ma la ragione principale la offre il mercato stesso: perchè spendere energie di promozione su un prodotto buono, che si aggira mediamente sui 20-30 sterline quando posso ottenere un successo sicuro ed immediato vendendo BAROLO a 50? E da qui anche i Barolo peggiori che esistono, quelli che in Italia neanche si vendono.
    E allora se abbiamo qualche Barbaresco decente in Uk è solo grazie ai grandi importatori inglesi (e non italiani) che cercano di offrire un’ampia gamma di vini italiani di qualità.
    Grande successo l’ha ottenuto in quel senso la Cantina Sociale Produttori del Barbaresco, e pochi pochi atri.
    PEr il resto il Barbaresco si vende solo perchè abbinato alle vendite di Barolo (come nel caso di Giacosa e Gaja o Damilano).
    E’ curioso però, che al business man, il cliente medio del fine restaurant (e quindi il consumatore medio di riferimento) piaccia molto; ma occorre un lavoro immane per promuoverlo, che interessa tutti gli operatori del settore, dall’importatore, al buyer, e soprattutto al restaurant manager ed infine al sommelier.

    • grazie Goffredo per il tuo contributo ed il chiarimento che offri. Da barolista, che adora però il Barbaresco, penso (e ho qualche idea in mente) che si debba fare qualcosa, insieme ai produttori più sensibili e ai loro importatori per provare a fare conoscere di più e promuovere con più forza e convinzione il Barbaresco in UK…

  12. in questo senso dovrebbero lavorare le istituzioni, le associazioni.
    Le singole aziende non possono operare singolarmente, devono unirsi e consorziarsi.
    Pensi che io sto cercando di promuovere il vino del Molise a Londra… mentre gli inglesi ancora non sanno che esistono altre regioni al di sotto di Toscana e Umbria. (oltre a non sapere che esiste il Barbaresco).
    Un lavoraccio impossibile…
    Grazie a lei, per me è un piacere!

  13. goffredo d’andrea, ti ringrazio per l’interpretazione magistrale che hai fornito delle difficolta’ del Barbaresco all’estero, perche’ oltre che da te in UK capita la stessa cosa anche qui da me in Polonia.
    Ma ti darei un pugno sul naso! Ero solo io l’ossesso del Barbaresco qui!
    Scherzi a parte 🙂 , checche’ ne dica Franco, che e’ solo un “barolista” anche se di ascendente Barbaresco (notare la diferenza delle iniziali…), mi fa davvero piacere che adesso siamo finalmente in due!

  14. ahah, caro Mario, c’è da dire comunque che c’è Barolo e Barolo, cosi come Barbaresco e Barbaresco, il che vuol dire che a volte i due sono davvero quasi identificabili… ma qui poi vado in un altro campo… lasciamo stare! 🙂

  15. Sono i vari terroir che comunque sono completamente diversi, pero’, e stanno dall’altra parte di Alba a un bel po’ di km di distanza. Comunque sono diversi anche nella zona del Barolo. Ma hai ragione tu: lasciamo stare, che… questo e’ un thread dedicato al Consorzio del Chianti!

  16. Eppure questa crisi qualcosa doveva insegnare e il generale ritorno a dei vini meno muscolosi, neri come pece e densi come marmellate, come tra l’altro come non vengono naturalmente nel territorio, poteva essere un modo per rivitalizzare la denominazione, legarla al territorio di origine e non disperdere un patrimonio di sentori, profumi, acidità che in California o nel bordolese non possono essere altrettanti.
    Bere un Chianti Classico non palestrato e iniettato di legno sembrava fosse un piacevole generale ritorno, dopo che negli anni passati era più facile trovare dei Classici con dentro di tutto e di più.
    Negli igt o supertuscan venivano messe le uve migliori e lasciato il che c’era alla denominazione, questo a chiarire quanto il Consorzio con gli igt è stato miope nella difesa del prestigio del marchio che rappresenta.
    Sarei favorevole ad una regressione del disciplinare in favore del ripristino di uve sorelle del Sangiovese da sempre e lasciar perdere i migliorativi…
    Ma questa si chiama utopia.

    • hai ragione Andrea, ma io ho persino paura che vogliano addirittura aumentare la quota di uve internazionali che é possibile utilizzare nel Chianti Classico. Così, di fatto, da supertuscanizzare il Chianti Classico più di quanto non sia già stato assurdamente fatto…

  17. Lo temo anche io, questi curano le piaghe con gli sciroppi per la tosse a rischio di farcisi male in primis e a rischio di perdere quelle piccole e medie aziende che mandano in giro il buon nome della denominazione nel mondo.
    C’è una precisa ma lucida follia in questo: soldi, tanti e subito che non fanno guardare al domani e alla vita del territorio depredato da pirati, cemento e orde di scarpe strette in punta all’assalto di ogni diligenza che passa con primi piani televisivi e carta patinata.

  18. Caro Franco, faccio fatica a seguire chi difende questa nuova assurdità partorita dal Consorzio Chianti Classico. Da produttore sia di Chianti Classico che di IGT ritengo che un Consorzio deve promuovere e difendere i propri vini. Non si promuovono nè si difendono se al debutto ufficiale del vino d’annata appunto l’Anteprima (che consiglio a tutti di visitare in quanto è davvero una splendida manifestaione) si concede l’ingresso di vini che sebbene prodotti sul territorio Toscano nulla hanno a che vedere con gli uvaggi autoctoni.
    Questo serve solo a generare confusione in un pubblico fatto da consumatori ancora poco informati.
    Il Consorzio dovrebbe esercitare inoltre quella funzione di garante e controllore per ridurre i fenomeni di mistificazione (frode??) dei propri vini unica vera espressione del nostro territorio.
    Infine questa decisione sarebbe dovuta essere stata approvata dai Consorziati , cosa che non mi risulta .
    Chiudo infine ribadendo che è giusto che ci siano anche gli IGT Toscani (o Super Tuscan per quei pochi fortunati che hanno cavalcato l’onda negli anni giusti), ed è giusto che abbiano i loro spazi ma che questi siano ben distinti e separati da quelli del Chianti Classico.
    Grazie

  19. D’accordo con Franco, l’iniziativa va contro gli interessi stessi dei produttori: annacquare l’efficacia comunicativa del marchio Gallo Nero inserendo prodotti avulsi dalle denominazione, alla lunga genererà confusione e l’effetto contrario a quello voluto. Ovvero, mia sensazione, un calo delle vendite. Sembra così banale, adesso c’è la “moda” dell’autoctono, cosa ci vuole a mettersi sulla scia del trend evidenziando le peculiarità del Chianti Classico, ovvero monovitigno o un blend nostrale che stia dentro i confini di sangiovese-canaiolo-colorino-malvasia nera e dintorni. E basta con questo merlot, rende il sangiovese volgare e anonimo! Ma ci vuole tanto a capirlo?! 🙁

  20. De retour d’un voyage FIJEV en Toscane, de Greve in Chianti à Bolgheri en passant par San Gimignano, j’ai pu vérifier la justesse de ton opinion, Franco. Notre groupe de journalistes internationaux a été beaucoup plus intéressé par les Sangioveses et les Vernaccias que par les Cabernets et les Merlots.
    Au-delà du cépage, il y a aussi le problème du bois et celui de l’extraction. J’espère vivement que les Italiens vont abandonner les monstres liquides (parfois à peine liquides) pour en revenir à des vins buvables, élégants, ceux qui leur ressemblent.
    Amitiés
    Hervé

  21. A prescindere dai gusti di ognuno di noi occorre prendere atto che “Chianti Classico” non è solo un vino ma un territorio intero e se il consorzio ha aperto la manifestazione agli IGT credo che voglia ribadire questo concetto, (che condivido), anche in vista di possibili futuri sviluppi all’interno della denominazione: pare che sia all’ordine del giorno una discussione su un possibile generale riassetto del Chianti Classico alla prossima assemblea dei soci.Saluti

  22. Franco teme giustamente che il Consorzio, per venire incontro a quei produttori che si sono lasciati turlupinare dai facili profeti delle nuove (ma caduche) mode e hanno spiantato colorino e canaiolo per piantare merlot e syrah, raddoppiera’ la dose ufficiale di queste ed altre uve alloctone nel vino Chianti, che cessera’ così di essere tradizionale. Proprio adesso che alcuni produttori invece hanno selezionato meglio i cloni delle uve autoctone, hanno migliorato la conduzione delle vigne e i processi di vinificazione e stanno producendo dei Chianti ottimi, all’altezza della fama che risale nei secoli. Sono questi che andrebbero premiati e non invece quelli che si comportano alla leggera stravolgendo senza criterio la vitivinicoltura territoriale per poi andare a piangere in caso d’insuccesso. Piu’ che il consorzio del gallo nero, lo chiameremo consorzio del coccodrillo bordolese…

  23. io da produttore e da socio del Chianti Classico con questa sciagurata scelta, (dopo quella di aver cambiato il nome da anteprima…..a Chianti Classico collection….siamo in Italia presentiamo un vino Italiano e Toscano usiamo la nostra lingua……..in Francia una cosa del genere non sarebbe mai successa…..comunque..) presa SENZA aver minimamente interpellato i soci, in via anche ufficiosa,…….non saro’ mai d’accordo..!!

    @Cristiano
    quindi tu (da produttore) sei d’accordo ad avere sul tavolo…..insieme al Chianti Classico :
    vini completanmente diversi……ovvvero 100%merlot, 100%cabernet 100%Syrah…..e sai che ce ne sono tanti..in giro per il chianti ?????…no..fammi capire…

  24. Sinceramente non pensavo che la decisione di poter consentire per la prima volta, ai Produttori che lo desiderino, di presentare all’interno della nostra Collection un vino IGT proveniente dal territorio del Chianti Classico potesse stimolare una tale discussione.
    Quando ho avuto l’idea, e voglio subito assumermene la completa paternità anche se successivamente ho avuto l’approvazione del C.d.A., avevo immaginato la “Collection” come una rappresentazione composta da un collage di due quadri diverse che si svolgevano in ciascuno nei due abituali stanzoni della Leopolda:

    – La prima scena si rappresenta in quell’enorme stanza dominata all’ingresso da un gallo enorme e con al centro il chilometrico tavolone delle bottiglie di Chianti Classico che, a mio avviso, può essere interpretata come il “Consorzio che mostra il lavoro dei propri Associati”. In questo luogo è evidente che si debbano assaggiare esclusivamente i vini che si fregiano del Gallo Nero perciò solo Chianti Classico.

    – La seconda scena della mia personale rappresentazione è quella che normalmente si realizza il giorno seguente all’inaugurazione, nella stanza di fianco, dove sono invece i Produttori che si presentano, il più delle volte personalmente dietro al banchino, per far assaggiare il frutto del loro lavoro. A mio vedere in quella seconda scena il Consorzio passa in secondo piano e diviene protagonista il Territorio del Chianti Classico che emerge nel bicchiere per mano dei Produttori.

    Per questo motivo ho pensato che in quel luogo, essendo il Territorio del Chianti Classico in mostra, potesse essere un motivo d’interesse aggiuntivo sia per il Consumatore che per il Giornalista assaggiare anche ciò che non è targato “Chianti Classico” ma che ivi nasce e talvolta originato dalle stesse varietà.
    Credo che siano noti a tutti i nomi dei Grandi Vini a base Sangiovese IGT, buona parte di questi sono quelli che hanno attratto in passato l’attenzione del mondo sul Chianti Classico e che tuttora sono li a dimostrare le enormi potenzialità della zona.
    Questi vini, per ragioni aziendali varie che non mi permetto di analizzare, non vengono targati con il nome della DOCG ma potrebbero benissimo farne parte avendone pieno diritto e chissà se un giorno, consentitemi ancora per un momento di sognare, potrebbero ritornarvi per dimostrare tutti insieme, qualora fosse ancora necessario, che il Chianti Classico è un territorio grandioso e di enormi capacità qualitative.

    E’ vero che tra gli IGT ce ne sono alcuni prodotti con varietà alloctone (Cabernet, Merlot, Sirah, etc.) ma pensavo che potesse essere interessante per Consumatori, e forse anche Giornalisti, assaggiare come queste si sono ambientate nel territorio del Chianti Classico al punto, scusami ancora una volta Franco sarà una mia fissazione, di “chianteggiare”. Certo non tutti i vini e non ovunque perché alcune varietà sono veramente dominanti sull’origine, ma avendo la pazienza di assaggiare, senza pregiudizi, credo che si riescano a trovare.
    Spero di esser stato esaustivo resto comunque a disposizione di chiunque necessiti altri chiarimenti.
    Un cordiale saluto
    Marco Pallanti

    • ringrazio l’amico Marco Pallanti, presidente del Consorzio del Chianti Classico, per questo intervento. Una volta tanto un presidente di Consorzio si comporta con intelligenza e risponde ai rilievi che vengono avanzati rispetto alle sue scelte dal sottoscritto e sopratutto dai lettori di questo blog. Mica come hanno fatto altri, anche in Toscana, che hanno preferito ignorare sdegnosamente quello che qui veniva detto. Chapeau Marco! Ovviamente non sono d’accordo con quanto dici, ma ti ringrazio per esserti, con grande civiltà e senso democratico, espresso qui, accogliendo il mio invito a farlo

  25. C’e’ quella frase, pero’, che fa da tarlo:
    “assaggiare come queste (le varieta’ alloctone, ndc) si sono ambientate nel territorio del Chianti Classico al punto, scusami ancora una volta Franco sarà una mia fissazione, di “chianteggiare”.
    Cosa vuol dire? Che ormai sono chianteggianti e quindi potranno entrare in composizione col sangiovese (chianteggiato secoli prima…) anche al 40%, oppure il disciplinare resta come’e’?

    • Mario, trovo anch’io, come te, “inquietante” quella frase del Presidente Pallanti. Ma so che rispecchia in pieno il suo pensiero. Lui, che é anche produttore di uno dei più blasonati Merlot in purezza prodotti in terra chiantigiana, il Vigna l’Apparita http://www.castellodiama.com/italiano/apparita.php è persuaso che i bordolesi prodotti in Chianti siano meno varietali e diventino più chiantigiani grazie alla forza del terroir…

  26. Non c’e’ solo Pallanti che “è persuaso che i bordolesi prodotti in Chianti siano meno varietali e diventino più chiantigiani grazie alla forza del terroir…”. Ci sono dei terroir davvero molto forti che si sentono dentro il vino in maniera davvero preponderante, non soltanto in Toscana e non soltanto in Italia. Ma l’inquietudine che suscita quella frase non e’ relativa alla qualita’ del vino prodotto nella zona del Chianti con alcune uve alloctone che potrebbero trovarsi addirittura meglio che a casa propria. E’ relativa alla composizione del Chianti classico. Se vogliono fare un altro vino, di ottima qualita’, ma non con le uve tradizionali, ben venga, purche’ lo chiamino diversamente. Il Castello di Ama da alcuni anni gia’ mette le uve alloctone Pinot Nero, Merlot e Cabernet insieme alla tradizionale Malvasia Nera nel 20% ammesso dal disciplinare per il taglio con l’80% di Sangiovese. Ormai e’ fatta, le tradizionali Colorino e Canaiolo le ha sfrattate ma glielo hanno permesso le nuove regole (meglio che non mettono me presidente del consorzio, perche’ le ripristinerei come obbligatorie pena la gogna, i ceppi e la ghigliottina…). Ma dal 20% a passare ben oltre si stravolgerebbe completamente la tradizione di un vino, cioe’ si produrrebbe qualcos’altro e sarebbe giusto chiamarlo in altro modo. Magari poi viene meglio del precedente, perche’ appunto e’… un toscanaccio, chianteggiante per giunta! Pero’ che non si faccia chiamare allo stesso modo. Che metta un’altra mantella. Ecco quello che preferirei mi venisse chiarito meglio da Pallanti.

  27. Sì, a me pare chiaro che si sia lasciata la copertina del Gallo Nero e che dentro i contenuti del “libro” Chianti Classico siano completamente avulsi. Chiaramente la scelta risale all’inserimento degli uvaggi alloctoni, di cui la questione IGT è solo un’appendice. Pallanti la può intendere come modernità, comunque chianteggiante. A me il blend autoctono pare un altro vino, sarebbe giusto chiamarlo in altro modo. E ripristinare un maggior rigore per la denominazione CC, proprio adesso che potrebbe cogliere i frutti commerciali di una rigorosa scelta autoctona, dopo anni di sfavore critico e di mercato negativo per l’autoctono.

  28. poi mi dite chi assaggia un bel merlottone…..di quelli che so io….belli tannici….e dopo magari un delicato,elegante e floreale sangiovese….magari di Lamole…….cosa puo capire….????..i

    • ma dai Michele, non fare così! I grandi wine writer, internazionali ed italiani, presenti all’Anteprima del Chianti Classico, io la chiamo così, Chianti Collection mi fa pensare ad una sfilata di moda (e magari sfilasse la Fiorentini!…) sono perfettamente in grado di cogliere la differenza tra un bel merlottone, di territorio, ça va sans dire, ed un Chianti Sangiovese 100% da vigneti di alta collina…

  29. Senza nulla togliere alle strategie di marketing, a questo punto, la butto lì, farei una netta separazione almeno logistica. Tipo banchi produttori con solo i Chianti Classico e contemporaneo tavolo (in altra zona dell’ampio spazio della Leopolda) con i sommelliers per gli altri vini. Se non altro il messaggio sarebbe chiaro e univoco e non si precluderebbe la possibilità, per chi vuole, di presentare/assaggiare anche gli IGT. Può essere una soluzione?

  30. Approfitto della presenza di Pallanti tra i lettori per inserire qualche modesta desiderata sulla manifestazione alla Leopolda.
    Sarebbe bellissimo poter avere una suddivisione dei produttori non per ordine alfabetico ma per zone di produzione, anche semplicemente dividendo per Comuni (distinguendo anche Lamole e Panzano). Poter confrontare direttamentei vari Chianti Classico divisi per aree darebbe molta chiarezza e comunicherebbe una vera attenzione per territori e terroir molto diversi tra di loro.
    Gli IGT, ripeto, secondo me stanno bene a parte. Di più, li distinguerei nettamente a seconda dei blend, dividendoli in merlot 100%, cabernet 100%, sangiovese 100%, blend vari, etc…
    Se tecnicamente pensate che non è possibile per il 2011, provate a pensarci per il 2012…

  31. “IL VINO RICEVE DAL SANGIOVETO LA DOSE PRINCIPALE DEL SUO PROFUMO ( A CUI IO MIRO PARTICOLARMENTE) E UNA CERTA VIGORIA DI SENSAZIONE, DAL CANAJUOLO L’AMABILITà CHE TEMPERA LA DUREZZA DEL PRIMO, SENZA TOGLIERGLI NULLA DEL SUO PROFUMO PEE ESSERNE PUR ESSO DOTATO, LA MALVAGIA DELLA QUALE SI POTREBBE FARE A MENO NEI VINI DESTINATI ALL’INVECCHIAMENTO, TENDE A DILUIRE IL PRODOTTO DELLE DUE PRIME UVE, NE ACCRESCE IL SAPORE, E LO RENDE PIU’ LEGGERO E PIU’ PRONTAMENTE ADOPERABILE ALL’USO DELLA TAVOLA QUOTIDIANA.

    7/10 DI UVE DI SANGIOVETO, 2/10 DI CANAIOLO, E 1/10 DI TREBBIANO E MALVASIA.”

    BETTINO RICASOLI 1872 DOPO ANNI DI TEST ED ESPERIMENTI ANCHE CON ALTRE UVE, FRANCESI COMPRESE.

  32. Mi permetto di segnalare in questa discussione i miei post sull’argomento riassetto denominazione:
    http://paolocianferoni.caparsa.it/post/2010/11/20/Il-Chianti-Classico-rischio-di-nuovo-assetto-al-ribasso.aspx
    e partecipazione IGT alla Chianti classico Collection:
    http://paolocianferoni.caparsa.it/post/2010/11/29/Chianti-Classico-Collection-2010-1112-Febbraio-2011-ma-che-ci-azzeccano-gli-IGT.aspx
    Inoltre vorrei segnalare come ieri sera, in una riunione dei “Viticoltori di Castellina in Chianti”, sia emersa la convinzione che il miglior riassetto è:
    – la rivalutazione delle Riserva (purtroppo sacrificate negli ultimi anni)
    – NO a una denominazione di ricaduta
    – Si alla menzione comunale (Tipo: Chianti Classico di Radda in Chianti), che offrirebbe garanzie al consumatore alla stregua della dizione “integralmente prodotto nella zona di origine” (come sapete la dizione “prodotto e imbottigliato all’origine” non vale più nulla…)

    • Che bello sarebbe Paolo se il vecchio progetto di menzione comunale, per cui si era tanto speso in passato un grande uomo del vino chiantigiano come Silvano Formigli, tornasse ad essere preso, questa volta seriamente, in considerazione!

  33. Eh, si, sarebbe bello. Iniziare a riconoscere la differenza dei territori sarebbe bello! Io credo che il Chianti Classico debba andare al rialzo e lasciare tutte le altre denominazioni di ricaduta per i vini di primo prezzo. E i grandi imbottigliatori indirizzarsi anche loro su questo. Questa è l’unica strategia sensata per una previsione al medio/lungo termine. Non si può continuare a usare la Denominazione Chianti Classico e trovarvi vini svenduti (alla coop 2,40 una bottiglia!). Tutte le azioni per favorire questo sono apprezzabili, come anche la rivalutazione della Riserva: anni fa la si poteva avere dopo approvazione e imbottigliare dopo tre anni, poi diminuita a due anni e tre mesi di affinamento, poi diminuita a due anni senza bisogno di approvazione…. secondo me il sangiovese vuole tempo e invece questo tempo si è voluto diminuire in nome del profitto veloce.

  34. D’accordo con Paolo, ovviamente. Le Riserve e i Cru in genere sono il traino per tutto il resto e ce ne sono già molte di fantastiche, basta valorizzarle e farle diventare un esempio per tutto il territorio. Non è facile, particolarmente se si chiedono investimenti, in un momento in cui invece si vorrebbe fare liquidità. Ma è l’unica strada per dare dignità al marchio, qualità qualità qualità, ruotando il più possibile interno al sangiovese coltivato con intransigenza e curato in cantina con zero artifici. In soldoni è questo che fa la differenza tra vendere e non vendere, se la vogliamo mettere solo sull’aspetto economico. E’ beffardo che il miglior esempio di valorizzazione del sangiovese, del territorio e della qualità (e conseguenze successo di mercato) sia un produttore fuori denominazione, Martino Manetti. Ma è da lì che si deve prendere esempio. Il mercato premia Borgogna, premia Bordeaux, premia le Langhe, premia la coerenza e la tradizione. Intransigenza, rigore, qualità, rispetto. Che non vuol dire barrique e vitigni internazionali ma sangiovese e autoctoni con botte grande e tempi medio-lunghi di affinamento. Che il Chianti ritrovi tutto questo, dove è stato perduto. Non è mai troppo tardi per correggere la strada…

    Segnalo anche il contributo di Mazzella, di oggi:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/01/masochismo-del-chianti-classico/79739/comment-page-1/#comment-1177172

  35. Pingback: La Finestra di Stefania » Florence Wine Event: i protagonisti del 2010

  36. Firmo convintamente per tutti e tre i punti della sensata proposta di Paolo Cianferoni. Rilancerebbero alla grande il Chianti. Franco, tu credi che Pallanti le prendera’ in seria considerazione?

  37. Sono riuscito a leggere solo ora questo interessante articolo ed il collegato articolo “cera una volta il gusto americano”, perché impegnato a prepararmi adeguatamente per una emozionante degustazione “quadrata” tenutasi ieri a Lodi con protagonista il Barolo … fortunatamente il consorzio tutela Barolo e Barbaresco (ho sentito per pochi fondamentali voti) non ha ritenuto sufficientemente largheggianti i vitigni alloctoni, consentendoci di godere dello splendore del Nebbiolo in purezza … Speriamo sia di insegnamento anche per altri.
    PS: la degustazione l’ho chiamata “quadrata” perché si concentrava su un produttore (G. Fenocchio), un unico stile di vinificazione (tradizionalista), 3 vigne (Bussìa, Cannubi, Villero) analizzate in 3 annate (2005, 2001, 1999) e pertanto sia una mini verticale che una mini orizzontale e non sapevo come chiamarla.

  38. Sottoscrivo in pieno le parole di Paolo Cianferoni.
    Ma ai piani alti di Sant’Andrea in Percussina avranno altro da fare e altri da ascoltare.
    Altri numeri, altre idee.
    Paolo Cianferoni il vino lo fa per vocazione e amore del territorio in cui si trova.
    La sua forza e la sua debolezza per i tempi appena passati e futuri.

  39. Non mi scandalizza che il consorzio permetta di far degustare anche gli igt prodotti sul territorio,(molti sono di solo sangiovese ma igt per motivi “storici”,visto che una volta il sangiovese al 100% non poteva essere chianti classico);se mai è mancata negli ultimi 20 anni una visione di territorio:si è lasciata diluire l’identità permettendo il 20% di qualunque varietà (troppo se sono var. bordolesi),e si sono lasciati i vini “nuovi”fuori dalla denominazione.per me il Chianti Classico oggi produce vini diversi: perchè non creare più denominazioni aggiuntive? chiamare chianti classico “classico” quello con solo Sgiovese e altri autoctoni, “nuovo” quello bordolesizzato. Inoltre potremmo avere un “pinot nero” chianti classico,un “cabernet” cc, e altri. così si fa chiarezza e si valorizza il territorio in tutte le sue sfaccettature, dando spazio alle diverse espressioni.

    • caro Roberto, grazie per il suo intervento. Prendo atto, ma non sono d’accordo. E non sarebbero d’accordo sopratutto i consumatori, italiani ed internazionali, che di fronte ad un ipotetico Chianti Classico “classico” (ma usare classico due volte non é possibile ed é assurdo) tutto Sangiovese, ad un Chianti Classico “moderno” con aggiunta anche di altre uve, e ad un Pinot nero, Merlot, Cabernet, Syrah Chianti Classico vi chiederebbero se per caso non siete andati fuori di testa nel Chianti…
      Quanto all’Anteprima di febbraio, io lascerei spazio solo alle Igt, tipo il vostro Sangioveto, poi Pergole Torte, Flaccianello, Fontalloro, ecc. che sono interamente a base di Sangiovese. Che sono potenzialmente dei Chianti Classico, ma son rimasti fuori dalla Docg anche ora che per legge é “finalmente” consentito produrre un Chianti Classico esclusivamente con il Sangiovese…
      un cordialissimo saluto

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  42. Pienamente d’accordo con 2 delle proposte del Cianferoni: quella riguardante le menzioni comunali purchè, si consenta, come dice Braganti, di riconoscere anche Lamole e Panzano tra queste, a proposito peccato che Castellina “alta”in questo modo esca ingiustamente penalizzata che invece meriterebbe una menzione più specifica.
    Anche per la dizione Riserva come non essere d’accordo?
    E arriviamo all’ultima proposta, quella riguardante la denominazione di ricaduta. Credo che la cosa vada inquadrata correttamente, come ho cercato di fare sul blog di Paolo Cianferoni: il link è sul suo commento precedente. Posso aggiungere solo che se un giorno si volessero estromettere i vitigni alloctoni bisogna preparare adeguatamente il terreno per trovare un contenitore adeguato, istituendo appunto una denominazione di ricaduta . L’attuale situazione che vede una denominazione di prestigio come quella del Chianti Classico con un 30% di superficie vitata (che attualmente è solo IGT e che vale zero sul mercato dello sfuso) è un invito ad usare questa produzione come un polmone produttivo che all’occorrenza va a finire inesorabilmente a saturare i carichi di Chianti Classico va evitato.(o no, vi chiedo ?) Il Chianti Classico è un territorio non è solo un vino, vero ? L’istituzione di una denominazione di ricaduta permetterebbe il controllo di un altrimenti “buco nero” nella denominazione: sapete che attualmente sul mercato c’è più vino imbottigliato IGT Toscana di quanto risulta prodotto (circa 50% in più), da statistiche ufficiali ? Infine, domando perchè non portare a 2 anni di invecchiamento il Chianti Classico d’annata ?
    Saluti

  43. essendo il chianti classico un territorio che produce vini diversi per me un’idea sensata di denominazione è un’idea laica, che accoglie le diversità. Il chianti nasce tradizionalmente da 130 varietà diverse, in percentuali diverse a seconda delle zone e delle aziende. il problema non è limitare, ma chiarire. per me è un bene che oggi in chianti classico si producono anche vini eccellenti da varietà non tradizionali;non va bene invece che si possa inserire in un vino cc così tanto vino da varietà estranee.ma i buoi sono scappati dal chianti da molto tempo, inutile chiudere la stalla ora.la difesa di una supposta tipicità in maniera rigida ha poco senso:oggi è cambiato il clima,i terreni(dopo decenni di agricoltura aggressiva),e ci sono solo vaghe tracce della passata cultura chiantigiana.e la denominazione riacquisterà un senso solo se insieme ad un recupero della chiarezza-cc solo da uve autoctone-si apre e accoglie nella loro diversità anche le espressioni nuove.allora cc varietali.poi nel tempo si vedrà quello che veramente funziona.

  44. Questa è la situazione attuale, con una base sangiovese (che io renderei obbligatoria almeno al 90%, giusto in tema di compromeessi. Allargare ancora ad altri vitigni lo trovo per adesso autolesionista per tutti i soci del consorzio, darebbe un’immagine confusa. E nella confusione il cliente scappa. Più avanti non saprei, ma per ora è sicuramente un andare a cercare una strada tortuosa quando ce n’è una facile da percorrere…
    La De.co. è una grande idea, ma temo che sia mal digerita dalle zone meno vocate… Come del testo non sarebbe ben digerita una classificazione in cru di prima, seconda, terza classe, probabilmente anche prematura e un po’ rigida, ma restituirebbe chiarezza in un’area dove convivono territori/produttori emblematici ed altri francamente mediocri.

  45. caro Franco, oggi c’è stata la riunione presso il consorzio,per fortuna al momento è stata scongiurata la nascita di una nuova DOC “di ricaduta” del cc e modifica del disciplinare; sono intervenuto per dire no a queste due proposte senza senso, avallato da tutti i soci presenti alla riunione; nel contempo ho fatto presente lo scandalo di presentare gli IGT alla collection; il presidente mi ha risposto, con grande sorpresa di tutti, che lui aveva proposto questa novità!!!!!!DIMENTICANDOSI che è il PRESIDENTE DEL CONSORZIO DI “TUTELA DEL CHIANTI CLASSICO” e quindi che dovrebbe tutelare il BUON NOME DI QUESTA DENOMINAZIONE, la sua risposta purtroppo è stata: I MIGLIORI SANGIOVESE IN PUREZZA PORTATI ALLE STELLE DALLE PIù IMPORTANTI RIVISTE DI VINO, SONO DEGLI IGT!!!!!!
    Sarebbe molto meglio che si pensasse a rafforzare e tutelare quello che abbiamo “CHE E’ TANTO” invece di contribuire ulteriormente ad AFFOSSARE questa denominazione (proponendo nuovi scenari sterili)

    • Saverio, godiamoci il bel risultato che voi produttori avete portato a casa e dimentichiamo quella che é stata forse una piccola forzatura dei vertici del Consorzio. Si stappa Chianti Classico stasera, di quelli solo con Sangiovese (ed eventuali uve storiche del territorio) e senza uve franciose…

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