Castello Romitorio si fa pubblicità su Radio Tre. Ma perché non dire che produce Brunello?


D’accordo, in una di quelle lotterie (a volte si “vince” e molto più spesso si “perde”) che sono i grandi concorsi enologici internazionali, hanno stabilito che il suo vino – leggete qui – era “il miglior vino rosso al mondo”, un vino “eletto vincitore da centinaia di degustatori di tutto il mondo, su oltre 10 mila vini in assaggio” ma caspita come si prende sul serio, con un pizzico di egocentrismo di troppo, Sandro Chia!
Non si spiegherebbe altrimenti la scelta del pittore e scultore, tra i fondatori della “transavanguardia”, o “neo-espressionismo”, produttore di vino rosso nella sua tenuta posta in un celeberrimo borgo toscano, di fare degli spot pubblicitari radiofonici, trasmessi dalla super colta Rai Tre, accennando all’azienda (a memoria lo spot dice “qui al Castello Romitorio mettiamo l’arte in bottiglia”) ma senza dirci di chi tipologia di vino si tratti (eppure è celeberrima), né tantomeno dove sia il villaggio dove ha sede questo Castello dall’artistica produzione.

Scelta molto singolare la sua. Cosa temeva il grande artista, di finire a fare involontariamente “pubblicità” anche agli altri produttori, e non solo al suo Castello, se avesse deciso, in maniera meno autoreferenziale ed egocentrica, di ricordare che il suo vino non è un Valcalepio o l’ultimo dei Super Tuscan, bensì un Brunello e che per fare visita alla sua azienda bisogna recarsi a Montalcino e non a Canicattì?
Acciperbacco, possibile che sia un uomo di cultura, e non l’ultimo dei parvenu del vino, a non capire che anche in una comunicazione pubblicitaria snella (durerà 10 secondi) come questa gli elementi fondamentali, irrinunciabili da spendere sono i valori del territorio rappresentati da due nomi che dovrebbero essere, anzi sono, una garanzia ed un caposaldo, ovvero Brunello e Montalcino?

18 pensieri su “Castello Romitorio si fa pubblicità su Radio Tre. Ma perché non dire che produce Brunello?

  1. Mi sono accorta di questa campagna già da diversi giorni (tant’è che avevo postato un commento proprio su vino al vino), e l’ascolto ogni giorno – più volte -.
    Come sempre, un messaggio pubblicitario crea dei sedimenti in chi lo ascolta o lo guarda, mano a mano che esso si ripete; è un fenomeno particolare, che induce a modularne frequenza e intensità…
    Dopo una quindicina di ‘ascolti’ devo dire che la domanda “perché non nominare il Brunello”, diventa piuttosto “perché non nominare Montalcino?”.
    Io penso però che solo un vino con marchio di consumo (come quello di Farinetti o come il Tavernello) possa permettersi di nominarsi senza banalizzarsi. Un Barolo, un Brunello o qualsiasi altro grande (con o senza virgolette) vino NON può permetterselo, soprattutto un vino con bellissime etichette come quello di cui stiamo parlando.
    Però nessuno conosce la voce di Chia – che pure è un grande artista (a me piacciono soprattutto i suoi disegni) – salvo conoscenti e amici; qui siamo in Rai in un prime time della rete, a ridosso del GR3. Sarebbe stato interessante che la voce avesse almeno detto “Montalcino”, così un ascoltatore interessato avrebbe saputo DOVE andare a cercare.
    Invece l’impressione che me ne viene è un po’ come se la voce (di Chia), che suona un po’ esitante (tra gli altri spot piuttosto gridati), fosse presa da una sorta di timidezza. a mio modo di vedere un’occasione persa per Montalcino, che deve trovare un guizzo per farsi riconoscere.
    Nello spot invece, l’ultima parola che si memorizza è LUCE (“sarà la vostra luce”, se non ho inteso male), LUCE, che è, appunto, un vino di Frescobaldi piuttosto noto.
    Il che, dal grande Jerry Della Femina, sarebbe stato considerato un autogol

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  3. Avevo notato anch’io la stessa cosa. Conoscendo Chia – uomo, oltre che artista, indubbiamente vispo – dubito che sia una sua scelta. Più probabile che sia un infortunio dell’agenzia pubblicitaria e del management, altrimenti è poco spiegabile. E soprattutto la mancata menzione del vino o della località toglie davvero allo spot il 90%, e forwe più, della sua potenziale efficacia. Avrà mica bisogno di qualche consiglio da Farinetti (nessuno si risenta, è solo una battuta…)?

  4. Leggo il suo commento al nostro “messaggio radiofonico” e mi accorgo che c’e’ bisogno di un commento al suo commento. Da questo botta e risposta spero se ne esca tutti un po’ piu’ benevoli e colti. Come lei ha notato, in me esistono due anime, l’una artistica, l’altra e’ l’anima del vignaiolo. Ho spesso dichiarato che il mio intento “culturale” e’ coniugare le due anime, in altre parole, il mio scopo e’di fare del vignaiolo un artista. Mi rendo conto che questo discorsetto corrobora il suo “ caspita come si prende sul serio!”. E’ vero, prendo sul serio cio’ che faccio, non ho scelta, ma non mi ritengo né serioso né noioso. Al Castello Romitorio nessuno e’ noioso né ha modo di annoiarsi. Siamo un gruppetto di collaboratori che fanno cio’ che amano ed affrontano le sfide della competizione con buon umore e spirito creativo. L’ultimo nostro “divertimento culturale” e’ stato quello strano messaggio pubblicitario radiofonico. Un messaggio per il messaggio, quasi senza oggetto. Si tratta di un messaggio privo di quelle connotazioni che inducono esplicitamente all’acquisto, ma che proprio per questo attraggono l’attenzione, un’attenzione problematica, ironica, culturale. Per tenermi al riparo da ulteriori accuse di seriosita’ ho evitato ogni citazione riferita alle moderne teorie della comunicazione. Tuttavia ritengo non giovi a nessuno banalizzare cio’ che avviene nel mondo del vino, mondo a suo modo affascinante e che noi vogliamo rendere ancora piu’ affascinante. Dire che ricevere un premio in una sede universalmente prestigiosa e’ vincere una lotteria, a mio parere, e’, oltre che ingiusto, una maniera un po’ comica di prendersi soverchiamente sul serio, più sul serio delle cose serie.

    • Signor Chia, grazie per la risposta e per il chiarimento relativo al significato del vostro “messaggio per il messaggio”. Una sola precisazione: quando ho parlato di “lotteria” non intendevo mettere in dubbio la serietà del contesto in cui il suo vino é stato premiato. Per me questi concorsi internazionali sono sempre delle vere e proprie lotterie, dove si può venire premiati come essere “bastonati”. Concorsi dall’esito totalmente imprevedibile, che possono premiare sia vini che veramente lo meritano che altri la cui qualità lascia a desiderare…

  5. Trovo molto interessante, anzi mi incuriosisce parecchio, l’argomento relativo alle “moderne teorie della comunicazione”.
    Chissà se prima o poi se ne discuterà più approfonditamente in un topic dedicato…

    • argomento interessante Paolo, anche se non riesco a pensare ad una comunicazione autoreferenziale, che non si limiti a comunicare se stessa, ma faccia capire, più prosaicamente, di che vino e di quale territorio si tratti. Lo spot d’autore di Sandro Chia a mio avviso non l’ha fatto… Ecco il perché del mio rilievo al grande artista

  6. io non ho la cultura di Chia e non ho capito molto dalla sua spiegazione dell’impostazione dello spot.
    Ho sempre pensato che le pubblicità di un prodotto, soprattutto quando per farle si spendono dei soldi come credo abbia fatto Chia, si facessero per venderlo meglio, forse mi sbagliavo. E’ arte anche questa in fondo, no?

  7. Mi sento di contestare ciò che scrive Maria@, qui sopra; la pubblicità NON è arte, anche quando è un gioco intelligente.

    Anche se (quando) non ha come obiettivo quello di ‘vendere’, la pubblicità ha sempre quello di ‘far notare’ un prodotto oppure sottolinearne la ‘supremazia’ rispetto agli altri.

    Non a caso gli spazi destinati alla pubblicità sono definiti ‘commerciali’ e le relative tariffe sono modulate sulle audiences.

    Il soggetto è comunque un prodotto, anche quando si tratta di un’idea, e nella mente del committente c’è sempre il fatturato, anche quando l’idea di fatturare è mediata dall’idea di presentarsi in modo particolare, magari unico.

    E mi associo a Boldrini@: sarebbe davvero stimolante aprire una discussione sulla comunicazione…
    A proposito di pubblicità, comincerei con una massima (Jerry della Femina) “niente è così efficace quanto una splendida campagna pubblicitaria per far fuori un prodotto mediocre”. (Perché, spiegava Jerry, se la campagna funziona, la gente prova il prodotto).

  8. Un’osservazione. Fra i tanti messaggi pubblicitari che non bucano l’orecchio, questo l’ho notato. E mi e’ venuto voglia di cercare su internet e leggere tutto il carteggio. Quando offriro’ il vino avro’ di che parlarne con i commensali. Grazie
    Roberta Salvadori

    • mi consente un consiglio Roberta? Offra ai suoi commensali qualcosa di meglio, qualcosa che esprima davvero lo spirito e l’anima della terra di Montalcino. E che non abbia timore o ritrosie nel dichiararsi, anche in uno spot pubblicitario, espressione di quel terroir. Ottimi Brunello e Rosso di Montalcino, figli del Sangiovese, e porterà sulla tavola vini di cui non bisognerà parlare tanto, perché “parlano” (basta saperli ascoltare) da soli…

  9. e’ chiaro che un effetto c’e’ stato, qualcuno si e’ stizzito, altri l’hanno notato e ne parlano, alcuni hanno preso fischi per fiaschi (luce per voce). piccola nota personale ad istruzione dei sospettosi: montalcino ed il brunello sono pubblicizzati spesso e bene nella maniera che conta, al di fuori ed al di sopra della commercializzazione prezzolata, ovvero in articoli, notiziari, rassegne di ” cultura generale”. La mia filastrocca radiofonica, parodia della pubblicita’, messaggio ironico, criptico, anticommerciale, se volete, e’ di per se’ cosa innocua e spiritosa, in tempi cupi di gente che rumina e s’indigna per tutto.
    e’ natale, pensiamo a chi e’ meno privilegiato di noi, offriamo loro almeno il conforto di un buon bicchiere, il vino che vi pare, ma che sia fatto col cuore!

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    • Oh Tesi, ma lo sapevi che il vero significato dello strano spot radiofonico del Castello Romitorio prova oggi a spiegarlo un sito di news (più advertising che news in verità) che ci dice che “non è il classico spot commerciale”, e poi “ non risponde ai canoni del “chi sono – cosa faccio – cosa vendo”? E poi, loro che hanno capito, ci “bacchettano” affermando che “non si è pensato che, forse, più che una pubblicità di un prodotto, si tratta di una promozione della cultura del vino. Un messaggio che vuol trasmettere sobrietà, eleganza, raffinatezza. E che vuol far passare l’idea che il vino è qualcosa di più che “roba da bere”, ma un coinvolgimento di tutti i sensi, la mente e l’anima. Un messaggio diverso, “eterodosso” e, insieme, ironico. Finalmente”. Meno male che ci sono gli “esegeti” che loro sì, che sono intelligenti e colti, che hanno capito che va bene così, che non serve per un produttore di Brunello, dire che produce Brunello in quel di Montalcino…

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