Ecco perché di “spumante italiano” non voglio sentire parlare!

spumante italiano? No, grazie!

Acciperbacco come si vede che non è più il “propagandista del Prosecco”, pardon, Luca Zaia, il ministro delle Politiche Agricole!
Lasciato il Ministero per andare ad occuparsi, come governatore, della Regione Veneto, Zaia ci ha letteralmente lasciati orfani delle sue iniziative di governance agricola all’insegna della propaganda e dello spettacolo.
Da quando Galan (ancora un veneto) è diventato ministro al posto suo, niente più sponsorizzazioni ministeriali di fast food e niente amenità varie. Eppure, soprattutto ora che si avvicinano il Natale e i festeggiamenti di fine anno, anche se lo sappiamo impegnato in faccende molto più serie, nella ricostruzione dopo la terribile alluvione che ha colpito parte del Veneto, l’immaginifico Zaia ci manca.
Ci manca soprattutto quella sua indimenticabile campagna del “brindo italiano” che un anno fa di questi giorni si riprometteva di spezzare enoicamente le reni allo Champagne.
E così anche il sito Internet che lo scorso anno si era prontamente allineato alle direttive di Zaia, quest’anno non ci propone alcun proclama altisonante di “guerra” allo Champagne. Qualcosa sui brindisi di fine anno l’ha ancora detto, ma sono solo le riflessioni, di buon senso e bonarie, di un simpatico collega bergamasco , Roberto Vitali, che sul tema annota:
“Mi spiace scrivere “bollicine” e non una parola che dovrebbe corrispondere per l’Italia a quello che è lo “Champagne” per la Francia e il “Cava” per la Spagna. Sì, perché i produttori italiani del metodo Classico non si sono ancora riuniti sotto un’unica bandiera. Va avanti lentamente la denominazione “Talento” – che sinceramente non mi dispiace – così come il Franciacorta Docg va per la sua strada.
Parliamo di microbi di produzione (nemmeno 25 milioni di bottiglie tutto il metodo Classico italiano, contro i 300 milioni di pezzi dello Champagne), eppure non c’è accordo per un’immagine unitaria.
Tanti produttori di bollicine hanno solo la bandiera del loro nome e del loro Consorzio”.
Bene, rispetto il punto di vista di Vitali, ma temo che gli sfugga il vero nocciolo del problema, ovvero che quel suo rammarico non ha ragion d’essere perché quello che si auspica è impossibile.

Per il semplice fatto che mentre la Francia delle bollicine metodo classico si identifica pressoché totalmente (Crémant a parte) con lo Champagne, e la Spagna con il Cava, in Italia non esiste un solo metodo classico, ma svariati di altrettante rispettabili zone di produzione e denominazioni d’origine diverse, Franciacorta Docg, Alta Langa Docg, Oltrepò Pavese Docg, Trento Doc, per citare le più note, che non possono essere riconducibili ad un elemento e tanto meno ad un nome comune.
Per me non è una sfortuna o un problema che ai produttori dei migliori metodo classico italiani resti “solo la bandiera del loro nome e del loro Consorzio” per qualificarsi agli occhi dei consumatori, per farsi conoscere, per sottolineare le loro peculiarità.
Ecco perché, non credendo al “miraggio” di un improbabile nome comune, e avendo pregiudicato l’ipotetico potenziale uso del termine “spumante italiano” per definire i metodo classico italiani di diverse zone, credo, come ho scritto qui, che sia improponibile oggi usare i termini “spumante italiano” e “spumanti italiani” (un termine assolutamente vago e generico, utilizzando il quale si fa disinformazione e non informazione nei confronti del consumatore).
E così ho lanciato, credendo di poter contribuire a fare cultura sui metodo classico a denominazione d’origine, il mio nuovo blog, Lemillebolleblog, su cui vi aspetto, per sapere cosa ne pensate. Prosit!

11 pensieri su “Ecco perché di “spumante italiano” non voglio sentire parlare!

  1. Champagne è un nome geografico come Franciacorta e come Cava, concettualmente sono pari, non per dimensioni… “spumante” in francese è mousseaux (e oltre allo Champagne ce ne sono altri, come il Crémant de Bourgogne, quello d’Alsace, la Blanquette de Limoux…)e il metodo classico si chiama champenoise, termine che a noi è stato vietato per consentire loro di giocarsi l’assonanza formidabile tra territorio e metodo, che indica primogenitura. Dire spumante è come dire mousseux, entrambe indicano una categoria di vini e sono parole del tutto neutre dal punto di vista della qualità del prodotto e della sua origine, dire spumante italiano è come dire vino italiano, cioè tutto, dal più buono allo spumantello che si vince al tiro a segno (ricordo infantile, mi sa che oggi i cadeaux sono cambiati). Poi si può avversare una parola per gusto personale, io ad esempio avverso “bollicine”. De gustibus…

  2. Leggo questo blog con interesse, anche se non ho mai commentato, ma questa quando l’ho vista mi ha fatto pensare subito a mr Ziliani e a questo post. Come lo vedete un Brunello di Montalcino a 9,89Euro? (bottiglia da 750mL, eticchetta non pervenuta)

  3. Territorialità e spumante italiano.
    Talvolta faccio fatica ad accettare il presupposto legame territoriale dei M.C. italiani a base chardò, pinò. Spesso gli stessi critici che tuonano contro i cabernet fuori zona poi lisciano il pelo degli spumantisti che, in realtà, hanno un parco viticolo recente acquistato da vivaisti della champagne o della borgogna.
    Vigneti giovani che non si può dire che si siano coevoluti con l’ambiente e quindi si possano definire autoctonizzati (mi si conceda il neologismo).
    Forse è presto per parlare di territori italiani spumantistici, per questa tipologia di vini la Champagne rimane ancora il faro su cui dirigere la prua e aspettare che il tempo faccia invecchiare le nostre viti e insegni ai nostri produttori come inventare una tradizione.
    La nostra rimane ancora una copia che sta studiando per emanciparsi.
    Forse bisognerebbe guardare con attenzione chi cerca di spumantizzare vitigni autoctoni.
    Dal punto di vista commerciale non sono convinto che all’estero ci giovi presentarci con una pletora di doc e docg spumantistiche. In realtà anche in italia c’è un mucchio di confusione.
    luigi

    • Luigi, io “tuono”, come dice lei, “contro i cabernet fuori zona”, ma non mi sento di criticare, né tantomeno di “lisciare il pelo” come sostiene, contro i produttori di metodo classico delle varie zone di produzione italiane. Di grazia, con che uve dovrebbero elaborare le loro cuvée se non con le uve che storicamente, Chardonnay, Pinot nero, e un pizzico di Pinot bianco in Franciacorta e Alto Adige, si sono mostrate adatte ad esprimere “méthode champenoise” di qualità?
      Quanto ai territori, a mio avviso sono già ben delineati, e credo che un 24-36 mesi sui lieviti proveniente dalla Franciacorta sia ben diverso da un omologo prodotto in Trentino, Alto Adige, Alta Langa o Oltrepò Pavese… Non é una ricchezza, questa?

  4. Non mi riferivo a lei quando parlavo di tuoni e di pelliccie.
    Però mi deve dare atto che escludendo la coevoluzione fra pianta e territorio di fatto si neghi un concetto stesso del terroir.
    Non dimentichiamo che le piante e la biologia sono elementi cogenti della immagine che il vino da del territorio e della annata.
    Il complesso e intimo legame degli apparati radicali con i consorzi microbici del terreno (che sono estremamente variabili e sessili), il rapporto fra la chioma e il sole e infine il rapporto che il vegetale sviluppa con la mano che lo lavora.
    Visto che ama i concetti massimalisti, per me non c’è terroir spumantistico in italia (ancora ca va sans dire, bisogna ancora aspettare).
    Ci sono territori potenzialmente vocati con andamenti climatici e profili delle temperature diversi che danno uve con caratteristiche fisico chimiche diverse che danno vini più o meno freschi.
    Ci sono anche ottimi artigiani che vinificano il tutto con grande abilità ma non c’è terroir.
    luigi

  5. Il problema dello sradicamento territoriale della propagazione clonale e l’ormai scarsa selezione massale in vigna, stanno a mio avviso avvicinando le colture viticole a quelle cerealicole con uno scollamento fra biologia vegetale e enologia.
    I cloni di nebiolo selezionati a rauscedo e poi impiantati a Ghemme danno un Ghemme o una fotocopia più o meno sbiadita?
    bisogna tornare ad una visione olistica del vino (e della vita)
    luigi

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