Oscar Farinetti risponde: ecco la filosofia di Già e del suo spot

Si potranno dire molte cose (svariate le ho dette io, altre le hanno dette e le diranno ancora i lettori di questo blog) di Oscar “mercante di utopie” Farinetti, il geniale inventore di Eataly, ma non certo che sia un uomo che si sottrae al confronto.
Attaccato (solo da me, e da pochi altri come Angelo Peretti: non ho visto molti altri colleghi giornalisti e wine blogger arrischiarsi a criticare il ricco e super potente di turno. Come diceva Ennio Flaiano “gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore”…) Farinetti non si nasconde affatto, e con la sicurezza di sé e la grinta che lo contraddistinguono mi ha prontamente risposto.
Di seguito la sua replica al mio post su quello che continuo a considerare un clamoroso errore.
Un solo consiglio (non ne ha bisogno e ha già tanti consiglieri, che magari talvolta lo consigliano male o lo inducono a fare qualche clamoroso errore) mi sento di dare ad Oscar: evita, per favore, di buttarla sulla politica, sull’antifascismo (il regime del duce e la guerra civile sono storia di oltre 60 anni fa), sulla mozione degli affetti, sul solito, che palle! “anti-berlusconismo”…
A me, e ai lettori di questo blog (molti dei quali mi seguono pur non avendo affatto le mie idee politiche, cosa che mi ricordavano sorridendo due grandi vignaioli sicuramente e coerentemente di sinistra come Bartolo Mascarello e Teobaldo Cappellano, che mi onoravano della loro amicizia) queste cose interessano ben poco.
Interessa, invece, che Oscar Farinetti, il proprietario di Borgogno, della Fontanafredda, e di svariate altre aziende vinicole (in toto o in quota parte) dimostri, con i fatti, di essere non solo un abilissimo commerciante, ma un vero vignaiolo, miliardario, ma legato alla terra. Legame stretto su cui questo spot scombiccherato (altro che “molto bello”!) fa venire qualche dubbio. Non sarebbe meglio fugarlo, Oscar?

Oscar Farinetti risponde
“Weilà Franco. Ammappete che energia che hai tirato fuori nel commentare GIÀ. Ma grazie! Ce l’hai messa tutta per massacrarlo e massacrarmi. Ma si coglie la malcelata simpatia (ricambiata) che provi per me. Traspare anche la gioia di aver trovato finalmente l’occasione di parlare un po’ male di me, della serie “così la smetteranno di dire che pure io mi accodo ai complimenti”. Guarda che di difetti in me ne puoi trovare fin che vuoi. E se vuoi ti aiuto pure.
Ma su GIÀ sei tu che hai toppato. GIÀ è un vino vero, figlio della sua terra. Una terra che da sempre, come tu ci ricordi, dona un grande barolo. Ma anche dolcetto e barbera da bere giovani e freschi. Non solo, una terra dove le famiglie di coltivatori avevano e ancora oggi alcune hanno l’abitudine di farsi un vinello giovane da bere in casa.
Serralunga è anche questo, non solo barolo. E meno male, visto i tempi grigi del barolo che viene ormai svenduto (non certo da noi) a 3 euro al litro sfuso e a prezzi ridicoli in bottiglia. Sul barolo abbiamo fatto la nostra parte con una forte campagna a 5 euro al bicchiere che ha avuto un clamoroso successo, con il risultato di avvicinare molte nuove persone a questo vino meraviglioso. Poi abbiamo lanciato la nuova linea Mirafiore con un barolo riserva 04, solo botte grande e piena tradizione che ci sta  dando grosse soddisfazioni.

Ma non c’è solo il barolo e soprattutto vi e una richiesta crescente di vini più facili, leggeri, non molto costosi ma nello stesso tempo di qualità.
Dall’altra parte l’agricoltura del dolcetto e del barbera, compresa la zona di Serralunga, è in ginocchio con prezzi delle uve a molto meno di 1 euro al kg, sottocosto per i contadini.
GIÀ nasce per rispondere con i fatti, con il lavoro a questo scenario. Qui si parla di distillare, ti rendi conto? Si fanno convegni, si discute sui blog, intanto la buona agricoltura va in malora.
GIÀ invece è un fatto. GIÀ è vero. GIÀ è lavoro. GIÀ è 4 anni di ricerca. GIÀ è tradizione. GIÀ è pulizia. E poi è buonissimo, assaggialo. Tu hai un buon palato. Vedrai che ti piacerà. Se, come spero, avrà successo, GIÀ farà la sua parte per risolvere il problema del prezzo delle uve, perché potremo pagare dolcetto e barbera a più di un euro.
Lo spot piace, secondo me è molto bello. Felice, che ha fatto il partigiano con mio papà ed è un uomo vero, dice la verità.
Per quanto riguarda la botte hai ragione, se dovessi rifarlo non la metterei più. Ma non è stato fatto per mistificare. Non l’ho chiesta. Quando l’ho vista non mi è venuto in mente ciò che giustamente tu mi fai notare.
Bé, sul fatto che mi dai del traditore non commento. Non me la prendo, tanto so bene che non lo pensi e tra le righe si capisce pure.
Sul Berlusconi di sinistra invece penso che lo pensi e come te altri. Qualche volta purtroppo lo penso pure io e in quei casi mi sono profondamente antipatico.
Poi mi consolo pensando che vivo felicemente con la stessa donna da 32 anni, non sono mai andato ad escort, i miei festini sono a base di barolo, amici e, da dopodomani, anche GIÀ.
Non ho nessuna intenzione di diventare il capo del Paese, né la capacità, non penso di essere meglio di Cavour, conosco molte persone più brave di me, sono profondamente antifascista e infine odio chi mi lecca il culo.
Quindi tu mi sei simpatico e ti stimo, perfino quando dici cazzate (o meglio, scusa, cose che non condivido) come quelle che hai scritto su GIÀ. Vedi che in qualcosa sono diverso da lui? Oscar”.

0 pensieri su “Oscar Farinetti risponde: ecco la filosofia di Già e del suo spot

  1. mi pare di cogliere delle verita’ in quello che dice Farinetti, sopratutto sul fatto che da molte parti si discute e ci si accapiglia (il vero sport italiano, 180 commenti su Semplicemente Uva e La Terra Trema), mentre l’agricoltura va in malora a causa della droga delle sovvenzioni UE, del dirigismo fatto per alimentare una burocrazia che ha il solo scopo di perpetuare se stessa, della mancanza e pochezza di idee di agricoltori e di tutti coloro che, a vario titolo (e spesso non si capisce a quale titolo) hanno influenza sulle scelte fatte in agricoltura.
    Ben vengano quindi imprenditori che hanno idee chiare e possibilita e capacita di realizzarle. Dubito fortemente che l’obiettivo di Farinetti sia quello di indebolire il Barolo e zone di valore come Serralunga d’Alba.
    Non ho assaggiato il Gia’, sicuramente lo faro’, dopo tutto questo parlare (all publicity is good publicity). Se sara un successo lo dira il mercato, come e’ giusto, e non togliera nulla ai grandi vini della tradizione.

    • beh, sicuramente una cosa Farinetti l’ha ottenuta, anche da questi post: una bella pubblicità (a costo zero questa volta) per il nuovo vino di Fontanafredda… Oscar, come minimo mi “devi” una buta giusta, ma di Borgogno… 🙂

  2. Bello spot, Farinetti. Del resto, perché non sfruttare l’assist involontario di Franco Ziliani? Poi, pazienza se ha saltato a pié pari qualche aspetto scomodo: come da manuale, un bell’attacco a Berlusconi e abbiamo la coscienza a posto.

  3. Caro Ziliani le tue son parole sante. Lo spot di GIA’ é uno spot piemontese, pensato da un piemontese per i piemontesi. Poteva fare molto di meglio il Farinetti!

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  6. Ho il massimo rispetto per chi sa costruire attivitá imprenditoriali, soprattutto in un paese come l’Ialia, soprattutto in un settore come quello della agricoltura… Notevole quello che ha fatto e saputo fare Farinetti. Ma che sia il salvatore di Langa o del cibo italiano, non credo proprio! Sono i piccoli agricoltori piú o meno famosi che lo fanno ogni giorno spaccandosi le mani e la schiena. E qui toppato Ziliani non ha per niente ed ha il mio totale appoggio. Niente ci sarebbe da dire sull’intervista a questo simpatico e vero uomo di Langa come é Felice; né sul fare un vino facile sia da bere e non impegnativo all’acquisto. Tuttavia non vedo Farinetti come Cappuccetto Rosso (solo il colore semmai) e non siamo nelle magico mondo del Mulino Bianco…

    Trovo il sillogismo tra il “vinot” dei vecchi e questo prodotto costruito (per ammissione de alcolizzato da una “filtrazione” – che e’ in pratica sa tanto di osmosi inversa anche se non si puó usare tale termine) proveniente da questa importante cantina, per dimensioni almeno, per lo meno fastidioso. Quel vino sará sicuramente ben fatto, ma non viene fuori da il lavoro di un contadino che si fa il vino semplice come si faceva una volta (tra di noi quelli ci sono eccome se si cerca in Piemonte e fuori) con la fermentazione spontanea che si arresta con la malo che non va perché fa freddo o perché manca il malico. Sono due vini molto diversi ma vengono venduti come la stessa “forma pensiero”. No.

    Quel vino é bensí il frutto di una scelta ben precisa, e legittima, di fare un vino beverino utilizzando le eccedenze di offerta presenti oggi sul mercato da parte sia della cantina (che ha le vigne piantate ormai attaccate all’asfalto… magari piantarle dove appropriato? piantare due boschi per evitare frane no?) e dello sfuso facilmente trovabile (le cause sono diverse e non andiamo adesso a scavare). Tecnologie per renderlo addomesticate sono per espressa ammissione state usate. Va benone ma e’ come vendere il salame o il formaggio fatto da una multinazionale con materia prima di massa e finito con lavorazioni industriali come il salame o il formaggio artigianale che faceva mio nonno. É come se vi dessi l’invernizzina e poi dico che quella é la formagella che fa il casaro lassu’ in in montagna..

    La spiegazione che nel farlo sta “aiutando” i poveri viticoltori di Langa che le cantine le hanno piene sa da proclama, chiedo scusa per l’accostamento, alla Che Guevara, alla Franco o da socialismo a senso unico: vi salvo io vi aiuto io voi ma per cortesia state li fermi e a a novanta gradi… grazie. Non si sta dando un aiuto disinteressato alla filiera (a meno che per filiera non si intenda l’insieme delle attivitá di Farinetti); ben altre sarebbero le azioni in questione. E quando ha a che fare con partite in acquisto dai piccoli agricoltori tira e lo stesso con distributori di mercanzie varie per Eataly, quindi anche lui e’ come tutti gli altri.

    Nulla da eccepire sul resto: la sostanza c’e’, puó piacere o meno. É un bravo e forte commerciante, intelligente, potente; ma che si presenti come l’agricoltore di Langa che fa le bottiglie come una volta, che si travesta da Bartolo o da Teobaldo no per cortesia; sotto il giaccone da lavoro si intravede l’ermellino.

  7. Sono giorni duri per il vino italiano, la crisi inizia ad essere una cosa concreta e molti pensano di uscire semplificando invece di elevare la qualità del proprio lavoro artigianale.
    Discorso lungo, ma il mio pensiero è ben riassunto da quel che scrive Paolo Bernardi
    La risposta di Oscar Farinetti è tipica di un simpatico figlio di ‘ndrocchia come si dice a Napoli. Dietro il baffo simpatico che fa un po’ Moretti e un po’ Fazzuoli del Tavernello c’è un bravissimo imprenditore.
    Non si contesta la bravura di Farinetti, neanche che abbia fatto questo vino che ho provato perché inviato dall’ottimo ufficio stampa e che va benissimo in una scampagnata
    Qui Franco contesta l’identificazione di questo vino con il territorio di Langa contribuendo ad assestare un duro colpo all’immagine costruita con fatica nel corso dei decenni.
    vero che prima si beveva facile, ma era dolcetto, non un vino de-alcolizzato.
    Ed io sono d’accordo, perché non bisogna semplicare sempre tutto pensando che la scorciatoia sia anche sempre una via di uscita.

  8. Intanto vedo da cio’ che scrive che dev’essere davvero piacevole ed interessante dialogare con Farinetti (che non conosco). Col suo modo di rispondere non solo non si tira indietro, ma va al sodo e con una buona dose di simpatia.
    Avrei un appunto da riproporgli. E’ veramente un abilissimo commerciante, lo si vede da tutto cio’ che ha saputo fare e di persone così capaci abbiamo tanto bisogno, ma appunto per questo dovrebbe capire che quello spot ha bisogno certamente di una piccola, ma importante modifica che un vero vignaiolo legato alla terra apporterebbe senza attendere un minuto di piu’.
    Lui stesso ammette che “Per quanto riguarda la botte hai ragione, se dovessi rifarlo non la metterei più. Ma non è stato fatto per mistificare. Non l’ho chiesta. Quando l’ho vista non mi è venuto in mente ciò che giustamente tu mi fai notare”.
    Da cliente dell’agenzia pubblicitaria puo’ prendere in mano il telefono e chiedere di togliere subito quel frammento ingannevole, sostituendolo con qualche bella inquadratura delle tecnologie veramente applicate (ce le hanno sicuramente dopo aver girato per giorni e giorni in cantina), quelle che conservano freschezza al prodotto e dunque costituiscono proprio la componente principale e qualificante del GiA’.
    Tra l’altro anche la spiegazione alla stampa di una modifica del genere costituirebbe un’occasione irripetibile (un assist, direbbe Marco Arturi) per tornare sull’argomento con una dimostrazione che sarebbe ancora piu’ gradita dal grande pubblico, specialmente oggi: un manager che riconosce una pecca rilevatagli dalla critica e la toglie immediatamente di mezzo. Dove ne trovi oggi di gente così? Ci farebbe davvero un figurone e raccoglierebbe consensi anche dove non se li aspetterebbe.
    Gli auguro sinceramente di riuscire a farlo, senza accampare scuse o promettere “se dovessi rifarlo” chissa’ quando. Partire col piede giusto e’ sempre meglio. Altrimenti s’inciampa per strada…

  9. L’avevo letto, perche’ oltre a te vado spesso a consultare anche gli altri due interisti…
    Ma, come hai ben letto dai miei interventi nella precedente discussione sul tuo blog (“Questa volta Farinetti ha proprio toppato! L’allucinante spot tv di Già”), io non sono contrario alle novita’. Pero’ convengo con Lucianone che dice 1) e’ giusto non identificare la Langa con questo vino, 2) la risposta all’invenduto e alle eccedenze non va confusa con l’offerta di qualcosa a minor costo degli altri paesi produttori del mondo… vendendo un po’ di immagini di tradizione come spot.
    Luciano mette un ottimo titolo al suo ragionamento: “Federico Fazzuoli: il successo di Oscar Farinetti invita a riflettere. Dal Tavernello a Già”.
    Farinetti, quando leggera’ quel titolo, se e’ quel che appare riflettera’ davvero ancora una volta. E mi sembra anche questo uno degli scopi delle due discussioni che tu hai postato (che non sono, come ha domandato il caro Arturi, degli assist involontari).

  10. Mah, penso anch’io che Oscar stavolta abbia toppato e l’ho scritto (prego aggiungermi alla lista, Franco). Non per aver fatto questo vino, che ha un senso, ma per aver utilizzato la DOC Langhe (cosa di cui continuo a dubitare la legittimità per un vino dealcolizzato) e il marchio di Fontanafredda per un prodotto che poteva tranquillamente usare il solo nome di fantasia. E’ vero che queste due cose aiuteranno a vendere il vino, ma non mi pare che giovino al territorio e tanto meno al marchio: si potrebbe dire che questo è un problema della proprietà ma non è così, perchè Fontanafredda è un patrimonio del Piemonte. Io non mi immagino un famoso Chateau bordolese che mette in commercio con il suo marchio un vino dealcolizzato. Riprendere il marchio Mirafiore e fare il GIA’ mi sembrano scelte che vanno nella direzione opposta. Non è che dobbiamo per forza copiare i francesi, ma se i loro grand crus costano dieci volte più del Barolo di Fontanafredda un motivo c’é, e non è la qualità del vino. Sulla qualità del GIA’ non posso esprimermi finchè non lo provo, ma come ho già scritto il vinòt era fatto con acqua, zucchero e vinacce esauste, sono certo che il già è più buono di quella vinapola, il cui unico scopo era calmare sete e fame.

    • Maurizio, scusa se non ti ho riportato nell’elenco (breve) dei giornalisti che hanno a loro volta avuto da dire sull’operazione Già. A te che sei un esperto anche di legislazione vinicola giro questo interrogativo:
      C’è una cosa ancora che deve chiarire Farinetti, oltre al fatto che sia “buono, pulito e giusto” produrre un vino “con una operazione di dealcolizzazione fisica con filtri molecolari”. Se, come scrive Sergio Miravalle, in questo articolo già citato http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=262&ID_articolo=118&ID_sezione=585&sezione= “le uve arrivano da Langa e Monferrato”, come diavolo fa il Già a chiamarsi Langhe Rosso? Diamine, come fa? O non c’entrano le uve del Monferrato, e Miravalle ha riportato un’informazione inesatta, oppure non ci siamo proprio, anche da un punto di vista puramente legislativo…

  11. Sono sempre più convnto, a parte tutte le “pecche” venute fuori da questo spot, che non intacchi neanche un millimetro l’immagine di Serralunga o della Langa, l’hanno capito persino i parcarri di queste tortuose strade, ed anche i produttori. Certo, (forse) punzecchiandoli, qualcuno si fa vivo e ci sta, e Ziliani fai benissimo, ma nella realtà (non viruale) le cose sono un po’ diverse. Il Già non fa paura a nessuno, nemmno a questa bellissima terra. Sono ben altri i “problemi”. Boscareto Resort insegna. E qui, silenzio tombale.

  12. sono più esperto di produzione che di legislazione ma indubbiamente è come dici tu. In effetti non capisco proprio perchè, volendo usare una DOC, e ammesso che sia consentito per un vino dealcolizzato, non abbiano usato la DOC Piemonte, che consentirebbe legalmente di prendere le uve in tutta la regione e, come DOC di ricaduta, avrebbe anche più senso per un prodotto del genere. Ma non sono tra i consiglieri di Farinetti.

  13. Ieri ero all’Ipercoop di Bari ed ho visto in vendita il Già a 9,50 euro e subito ne ho dato notizia via sms a Franco, che non mi ha risposto 😉 .
    Era in vendita in più punti dell’ipermercato e dagli scaffali ne mancavano già alcune bottiglie. Indice che qualcuno forse lo aveva comprato…forse in Puglia se ne fregano se Serralunga sia o meno un territorio principalmente conosciuto per il barolo.
    In ogni caso, poi, ho fatto un raffronto con i prezzi di altri vini sugli scaffali ed ho notato come il Già non sia per niente un vino economico, da supermercato. Ancor meno è assimilabile ad altri vini che tutti dicono di usare solo per cucinare mentre in realtà se lo bevono a tavola (altrimenti determinati volumi di vendita non si giustificano).
    Quindi, dal punto di vista della ricaduta d’immagine sul territorio non penso sia svilente, anzi.
    Ben peggio fanno quei Produttori che vendono barolo e barbaresco a pochi euro. Due vini dalla nobiltà acclarata e riconosciuta, svenduti come puttane da marciapiede !
    .
    Sulla dealcolizzazione ho già detto nell’altro post di Franco, ci si concentra su questa pratica quando i magheggiamenti possibili e leciti in cantina sono tanti e tali da far rabbrividire. Però non fanno rumore, non producono post,tantomeno cotanta pubblica indignazione.
    .
    Infine plaudo sinceramente e senza riserve all’ennesima presa di posizione pubblicamente antifascista di Farinetti. Non succede mai troppo spesso ed ogni volta che capita son contento.
    .
    Ciao

  14. @ Gily
    A proposito della Doc Langhe: purtroppo una “Doc canaglia” che consente una gradazione minima di 11° (per il Langhe Rosso) e soprattutto non fissa alcun limite temporale minimo per l’immissione in commercio si presta a essere usata così: per fare uscire i primi di dicembre un vino del 2010, in piena filosofia (anche se non tecnica) Novello.

    Comunque l’evidenza della gradazione, collocata al centro dell’etichetta e scritta in rosso, è senza precedenti. A questo punto l’esperimento è in corso, vedremo che impatto avrà.

  15. Solo alcune considerazioni,il nome Già ricorda molto un piacevole momento delle donne sudamericane,credo involontareamente somiglia molto al marchio più affermato del Piemonte una a in meno o in più secondo il piacimento,mi spiace molto che il Sig. Farinetti odia così tanta gente,perchè se la pensa davvero così non è difficile dimostrare che la categoria a lui più vicina è proprio quella che detesta, bravo nella risposta ,ha guadagnato pubblicità a costo zero. In definitiva non vorrei essere considerato un censore ma tutto il rumore creato intorno a questa Figura non riesce ad appasionarmi.
    Vittorio Cavaliere.

  16. Mi permetto di dire la mia… La comunicazione, checchè se ne dica, è materia complessa seppur giovane. Quelli di Eataly la conoscono bene ad iniziare da Farinetti, che più volte ha dato prova di essere un abile comunicatore. E’ cosa risaputa, come osserva Macchi, che la comunicazione pubblicitaria ha tra le sue finalità quella di farci sapere qualcosa, in genere convincerci relativamente ad alcuni argomenti in maniera tale da creare nel consumatore potenziale un atteggiamento favorevole che lo induca all’acquisto. Per molti aspetti quella di “Già” è, a mio avviso, una pubblicità ben fatta. Per altri versi non lo è. Cosa dice quella pubblicità? Dice che un tempo dalle colline di Serralunga veniva un vino speciale ( che non è il Barolo!) un vino da bere giovane, che “non faceva tanti gradi” ed era pronto prima di Natale. E che sarebbe bello assaggiarlo di nuovo. L’intento dell’azienda è quello di rilanciare un vecchio prodotto, con un apposito restyling, che incontri quelli che secondo Farinetti&Co sono le tendenze degli attuali consumatori. Un vino facile, beverino, con poco alcool, pronto a pochi mesi dalla vendemmia. Una sorta di Novello in salsa Piemontese, per alcuni versi. Il resto fa parte dello “story telling” ovvero quella capacità di creare dietro ad un prodotto una storia da raccontare. Si sta dando un’immagine distorta di Serralunga? Io fin’ora associavo quel territorio al Barolo. Magari ignoravo l’esistenza di questo”vinot” e quindi quella pubblicità potrebbe anche avere una finalità pedagogica! Mi dice che Serralunga non è solo l’austero ed imponente Barolo ma anche questo “vinello” un pò meno impegnativo. Oppure potrei guardarla con gli occhi di chi, come Ziliani, ritiene che quella pubblicità tradisca quel territorio, quella cultura enoica, fatta di tradizioni TEMPI e saperi che si tramandano da diverse generazioni… Su una cosa la pubblicità toppa alla grande. Direi anzi che è addirittura ingannevole. Mostra una bella botte grande di legno, presupponendovi un passaggio (ebbene si, in soli 3 mesi, farebbe anche legno!) che in realtà non c’è. Anche qui c’è un preciso intento di assecondare i gusti del grande pubblico che predilige i vini che fanno legno. Mi dispiace dirlo ma questo è un inganno vero e proprio che degli abili comunicatori avrebbero fatto meglio ad evitare.

  17. Fare vino fondamentalmente significa avere a che fare con La Terra, le colline non si cambiano ma si può e Deve scegliere dove piantare, con il Clima, e quello non si comanda proprio, con la Vite, elemento naturale per eccellenza, con gli Uomini, la loro sensibilità, fortuna e coraggio nell’interpretazione dell’elemento naturale, e con la Ricerca, la tradizione non è altro che un susseguirsi di innovazioni frutto della curiosità di provare qualcosa di nuovo.
    Finalmente non si sente più parlare di “gusto internazionale”, quello che al consumatore piace, ma: “questo è quello che noi abbiamo pensato!” fatto con il ragionamento di una volta ma con le tecniche moderne, un modernismo tradizionale anti bugia-nen. Già… proprio quei bugia nen che andavano in vigna con l’abito, che tenevano più alla zappa che alla moglie, che per amore del proprio lavoro, orgogliosi e cocciuti non mollavano una lira sul Barolo, a costo di tenerselo in casa anni ed anni, ma che per fare fronte agli impegni economici della famiglia producevano il vinòt da vendere giovane bevendo picheta tutti i giorni non esitando a stappare la bottiglia più buona per l’ospite.
    Già, queste persone hanno fatto grande il Piemonte.

    Evviva che se ne parli!!

  18. Complimenti a Farinetti,
    non si può dire che la campagna pubblicitaria di questa nuova chicca enologica sia stata fiacca, è stata brillante anche se forse nemmeno lui poteva immaginare questa reazione a catena.
    I riferimenti alla politica nella sua lettera mi fanno ridere e preferisco sorvolare, soprattutto sui tediosi e scontati riferimenti alla sua moralità contrapposta all’amoralità di Berlusconi, ma il motto cuore a sinistra-portafoglio a destra è più che mai vivo e lotta insieme a noi, anzi a voi visto che il mio portafoglio è vuoto.
    Una cosa però mi chiedo e chiedo a Ziliani se la sa: qualcuno, magari qualche produttore, ci vuole spiegare le condizioni di fornitura per stare sugli scaffali negli store di Farinetti?
    E un’altra domanda: alcuni dei produttori di vino che qui passano come degli eroi o delle leggende non sono anche un po’ venali e molto attaccati ai valori + materiali di nostra vita?
    Del resto non mi pare che sul blog ci sia stata la corsa dei produttori di Serralunga a stigmatizzare pubblicamente l’operazione Già. Le Langhe saranno pure un terroir mitico ma sono abitate da persone in carne e ossa come noi, coi loro pregi, difetti, virtù e vizi come il sottoscritto e tutti noi.
    E allora giudichiamo i professionisti e la loro opera, non il resto.
    Farinetti è un eccellente imprenditore, il resto, quello che conta, è il suo vino, se è buono o se non lo è.
    Per i valori, per la cultura, per la difesa di alcuni diritti rivolgersi altrove anche se non so dove

    • beh, quel produttore di Serralunga d’Alba che mi ha telefonato due volte, la sera del 3, non appena passato per le prime volte sulle reti Mediaset, lo spot di Già, quasi piangendo e invitandomi a fare qualcosa, non ha certo fatto una bella figura con me. Anzi… Comunque me ne frego se buona parte dei produttori di Serralunga d’Alba, anche quelli che mi avevano assicurato che avrebbero elaborato un documento comune contro quello spot, hanno poi cambiato idea. Io la mia parte l’ho fatta e ho detto sinceramente, fuori dai denti, quello che penso. Loro sono molto più politicamente corretti e magari un po’ furbetti, invece…

  19. A me che i produttori intervengano, oppure no, non e’ che dica piu’ di tanto. E’ vero che sono loro a fare il vino, ma sono soprattutto i clienti che lo bevono a trasformarlo in un’attivita’ economica in grado di mantenere la famiglia di un produttore e qualcuno e’ attualmente anche piu’ ricco che benestante.
    Percio’ se nel blog intervengono poco o niente (ma anche quelli di Montalcino quando la Finanza scoperchiava le tombe laggiu’…) non cambia nulla. Il successo di un vino dipende dal mercato, da chi lo compra.
    Qui c’e’ uno spot che vende un’immagine assolutamente falsa del prodotto che reclamizza. E’ fatto di vini di due zone a denominazione d’origine ben diversa anche se contigue, ma si associa la sua immagine alle sole Langhe. E’ fatto da una tecnologia (discutibile per alcuni, novita’ per altri) che non comprende passaggi in legno eppure sono le botti di legno e non le attrezzature inox quelle che compaiono nello spot.
    Pubblicita’ ingannevole. Denominazione impropria.
    Farinetti dovrebbe pretendere un rimborso da chi ha realizzato quello spot ingannevole nei confronti del cliente, del mercato, e un’immediata rettifica usando parte dei materiali girati per togliere le immagini che con quel vino non c’entrano nulla.
    Sarebbe il modo migliore per dimostrare sensibilita’ per la verita’, che e’ rivoluzionaria. Altrimenti farebbe la parte del mistificatore. Allora puo’ dichiararsi politicamente come vuole, tanto chi ama la verita’… votera’ all’opposto.

  20. La cosa che mi sconcerta è che, nonostante tutto il clamore suscitato, in nessun posto ho letto con quali vitigni è fatto questo vino.

    • Se lei rilegge il mio post originario lo trova: Nebbiolo, Dolcetto e Barbera
      @ Mario
      Mario, tu scrivi che “Farinetti dovrebbe pretendere un rimborso da chi ha realizzato quello spot ingannevole nei confronti del cliente, del mercato, e un’immediata rettifica usando parte dei materiali girati per togliere le immagini che con quel vino non c’entrano nulla”. Eh no caro, non sono d’accordo, mi sembra strano che Farinetti non abbia visionato il filmato e dato il suo benestare prima che fosse mandato in onda. Va bene che dice di non avere colpe e di averlo scoperto una volta pubblicato il libro, che la sua biografa (come si chiama?) mi aveva liquidato – leggi qui http://vinoalvino.org/blog/2009/01/il-mercante-di-utopie-una-biografia-%E2%80%9Cbeatificazione%E2%80%9D-di-oscar-farinetti.html come “un certo Ziliani”, ma conoscendo quanto sia accentratore e voglia controllare tutto faccio fatica a credere che lui sia innocente e inconsapevole…

  21. @ Mario Crosta: “Pubblicita’ ingannevole. Denominazione impropria.” ; io ci andrei cauto con queste affermazioni.
    .
    Comunque io penso che si perda di vista il fatto che si tratti di una pubblicità. Pubblicità che come tale non deve essere ingannevole. Ora, a me sembra in particolar modo strano che ci si affanni contro un prodotto che non viene assolutamente svenduto e senza averlo assaggiato.
    Come mi sembra che per le tantissime pubblicità di vino che passano sulle reti TV, non ci si sia presi la briga di porre in essere comportamenti simili….e parliamo di vini da poco oltre un euro il litro in contenitori di cartone ed ora anche in illusionistiche bottiglie di vetro…ah, la qualità percepita !!!
    .
    Penso sia ora di fare una proposta di legge secondo la quale se si parla di vino prodotto in langa la si possa trasmettere solo se trattasi di barbaresco e/o barolo, fatti in botte grande e solo da taluni produttori, sicuramente rispettosi delle tradizionali pratiche di cantina e che certamente usano lieviti autoprodotti dal terreno stesso dove quelle viti sono piantate.
    .
    Ciao

    • Luciano (scusa se non ho risposto ieri al tuo sms, ero preso a scrivere…) sono d’accordo con te. Non é “pubblicità ingannevole”, ma poco chiara…
      Quanto al tuo sfottò sulla proposta di legge, beh, non sarebbe male… Come non sarebbe male che qualche furbetto del vigneto e della cantina la smettesse di dare prova della sua (presunta) furbizia… Discorso che vale in Langa, ma anche in larga parte della Toscana. E altrove. Vogliamo parlare del contributo di vini pugliesi, Primitivo, a taluni vini di una notissima zona vinicola in provincia di Verona?

  22. Bella questa, Franco!
    Ma devi metterti nei panni di chi legge i titoli, qualche sottotitolo ma nessun testo, oppure non va oltre la pagina numero 30 e poi fa il critico letterario (La Porta, per esempio) oppure il deputato (Della Vedova, per esempio).
    E ci sono manager che supervisionano alla stessa maniera oppure con la loro mentalita’ gli spot. Per esperienza diretta ti diro’ che in Pirelli la societa’ che ci faceva la pubblicita’ era in mano ad un giovane ingegnere tortonese che godeva della completa fiducia delle alte sfere svizzere, non le supervisionavano un bel niente ma gli andava bene tutto quel che lui faceva.
    Una volta ho dovuto cercare per una settimana in soffitta presso una consociata una ruota vera di un caccia tedesco della seconda guerra mondiale per fare un manifesto pubblicitario sui palmer per biciclette da corsa.
    C’entrava una bella minchia.
    Ma il regista la voleva.
    Il cliente manco ha saputo il perche’ di quella ruota in quella foto. Guardava invece le tette della bella padovana che compariva mentre il meccanico (un ragazzone americano) si scaldava i muscoli…
    Sarebbe grave invece se Farinetti, dopo questo dibattito, non intervenisse a modificare qualcosa nel verso giusto.

  23. @ carissimo vignadelmar

    OK, ci andro’ piu’ cauto, anche perche’ le mie critiche non sono certo malevole. E comunque sono critiche che non si riferiscono al prodotto, ma alla non corrispondenza del prodotto e del suo processo di vinificazione con la sua reclame, che di fatto fa pensare ad altro e dunque e’ oggettivamente… poco chiara, se vi basta. Di questo m’intendo non poco e su questo posso discutere con Farinetti e con chiunque altro.
    Preferirei che per chiarezza Farinetti modificasse quello spot. Ne guadagnerebbe davvero assai, perche’ abbiamo bisogno di manager che non siano sommari (con due “m”).

  24. Franco, vorrei girare ai tuoi lettori un paio di domandine semplici semplici:

    1) “Secondo voi un vino fatto con lieviti selezionati non autoctoni lo si può considerare un vino territoriale?”

    2) “Quali sono, fra le pratiche di cantine lecite, quelle che secondo voi stravolgono o contribuiscono a stravolgere l’identità territoriale di un vino?”

    .
    Ciao

  25. vorrei intervenire per dire soltanto che mi sembra ci sia un errore di fondo: si critica il dito che indica la luna… nel mercato di oggi i vini più venduti sono Giordano (che fa pure Barolo…) Tavernello ecc. Nessun appassionato compra vini del genere, ma la maggioranza delle persone lo fa. Persone che non hanno idea che Serralunga sia la patria del Barolo. GIA per chi è fatto? non di certo per gli appassionati di vino. E scriverci “Langhe” sopra può aiutare, altro che svilire… chi svilisce sono i baroli di Cherasco, di Grinzane ecc… Senza considerare che “la gggente” purtroppo chiede vini poco alcolici, ma oggi è un miracolo in Langa trovare in vino sotto i 13°… e il dolcetto e la barbera infatti chi li compra più? Nessuno.
    Quindi io applaudo invece GIA, e spero anzi che apra una strada, perchè purtroppo i produttori sono bravi a lamentarsi, ma di critiche pubbliche e comuni al terrorismo dell’etilometro ne ho sentite poche… e continuano pure a fare i vini più alcolici possibile… che vengono rimandati indietro al ristorante… Servono vinelli poco alcolici per fare concorrenza di qualità alle ciofeche industriali, e “iniziare” i neofiti alla cultura del vino buono, anche di serralunga.

  26. a parte la delusione per essere stato dimenticato sia da Ziliani che dal suo interlocutore, visto che i miei dubbi sul mito sono di vecchia data, continuo a nutrire fortissimi dubbi che l’abilità commerciale e l’astuzia della grande distribuzione coincidano sempre con l’interesse di chi va in vigna con cesoie o trattore.
    i fornitori della GDO, in cui eataly e la distribuzione di Farinetti rientrano a pieno titolo, ben conoscono i meccanismi per spuntare il contratto: prezzi tiratissimi, fee per il posizionamento scaffale, obbligo di soggiacere alle richieste in merito a promozioni, marketing money ecc.
    dei 10 euro pagati dal consumatore per questo “innovativo” vinello disalcolato, quanto va al fornitore monferrino delle uve? essendo fisso il costo di vinificazione e quello della logistica, il resto è budget pubblicitario, e utile netto di farinetti. Direi che il volontariato sociale è un’altra cosa.

  27. @ enzo
    scrivi”Dice che un tempo dalle colline di Serralunga veniva un vino speciale ( che non è il Barolo!).
    E’ un po’ divero cosa dce Felice Marino, e cioè: “si è sempre detto che sulle colline di Serralunga “iven” = viene, vengono, i vini speciali”. Occorre essere un mago a capire di che vini si tratta?

  28. non ho vfrancescoisto la pubblicità,non sapevo di questo vino,,,,?????in gita a pisa ,faceva bella mostra di se in un ristorante,dove noi avevamo un buffet x 100 persone con 150 infiltrati(ma non portoghesi…..errore di valutazione) non ci è rimasto ,,,,,,che assaggiare ,con la complicità del patron ,che mi ha visto perplesso davanti alla bottiglia di”” GIA “”il suddetto vino.NON MI é PIACIUTO,un insignificante vino,anonimo,inconsistente in bocca,può legare piu con il cibo?non lo comprerei xchè caro in confronto a vini che sanno DARMI di piu al palato pur costando meno .TROVO la contraddizione nel parlare di vino che non si vende ,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,poi comprare a caro prezzo un vino ,,,,, che vino non sembra,,,,,,,,,,,,,,,,,,,RISPETTOil lavoro che c è dietro ma io sono consumatore finale non perchè debba seguire la moda della pubblicità ma xchè vorrei un VINO che si chiami tale dove c è un reale rapporto qualità prezzo.grazie con affetto francesco di liso

  29. Leggo la risposta di Farinetti… Bella secondo me, molto simpatica la risposta su Berlusconi, come se non avesse capito a cosa ci si riferiva. Fantastica la risposta sui poveri contadini che vendono le uve a poco più di 0.5 € al kg e lui riuscirà a salvare la categoria (peccato che quest’anno le uve le ha pagate un pò meno della mercuriale)e che lo scorso anno un suo emissario in un tavolo in cui era presente la parte industriale e la parte agricola, abbia detto che la loro azienda ritirava le uve di Barolo a 1.4- 1.6 €/kg…. l’inizio della fine…. infatti il prodotto a Luglio 2010 è arrivato a €3/lt. Inoltre mi fa ridere che una persona che professa il bio, che usa bottiglie di vetro riciclato, etichette fatte con carta riciclata, poi per ottenere un prodotto commercialmente idoneo lo dealcolizzi…. Sarò io, ma sinceramente non vedo tantissima coerenza….Una domanda: ma tornare a commercializzare televisori?

  30. Tutto scritto e riscritto, ma quel commento sopra di Fava “quanto va al fornitore monferrino delle uve” ed anche altri simili mi ha incuriosito un poco.
    Ieri sera parlavo con una persona che è andata, una settimana fa, alla presentazione della Fondazione Emanuele di Mirafiore dove ovviamente si è presentato questo vino, la quale mi diceva, che l’enologo ha parlato di vitigni barbera, dolcetto, nebbiolo, “nostri”, certo non dice nulla questo, però, sbaglio o il Langhe doc ha un suo disciplinare, dove la zona di produzione (delle uve) è Langa? Mi ha fatto vedere la scheda del già e oltre alle solite notizie es. densità = 4.000 ceppi/ha, terreno ecc. alla dicitura zona di produzione c’è scritto: Langa.
    Miravalle del LaStampa dove ha preso la notizia? E tutti gli altri a ruota? Mah!
    Collegandomi solo all’ultimo commento sopra, che leggo mentre scrivo, a me è stato detto che le uve -per questo vino- a 1,5 euro al kg, (molto di più dei massimi di mercato)non è poi un così clamoroso furto ai danni dei contadini.
    Max, ma cosa c’entra il bio con la dealcolizzazione? A casa mia un po’ di gelatina è un rudimentale “temuto” filtro MOLECOLARE.
    Dieci euro (litro) saranno molti, ma se ragioniamo con la abituale, classica bottiglia da 75, si scende a 7.5 euro. Sempre tanti, forse? MA quanti spottoni!
    Mi sa che presto uscirà lo spot: Già finito.
    Buona festa

    • @ Federico: mi auguro che Miravalle si sia sbagliato e che il vino sia, almeno nella provenienza delle uve, totalmente “langhetto”… Quanto alla sua identità, faccio fatica a riconoscerlo come un vero vino di Langa. Ancora meno di Serralunga d’Alba…
      @ Silvana: ho sentito anch’io questa mattina alla radio quella specie di pubblicità dove veniva fatto il nome dell’azienda agricola (sita in un noto borgo toscano) e basta. Senza nominare il nome, celeberrimo, del vino, né tanto meno quello, altrettanto universalmente famoso, del villaggio dove quell’azienda ha sede. Una comunicazione del vino senza un briciolo di chiarezza in testa su cosa significhi davvero fare COMUNICAZIONE…

  31. gentile Max@, i televisori non vanno più. e Farinetti lo sa da un pezzo, anzi è in grado di prevedere – in settori diversi – che cosa succederà nel futuro.

    Non è un mago, è un imprenditore ‘vero’ che usa tutti gli strumenti del mestiere e che – in più – ha la capacità di esprimersi e di farsi le pierre in modo egregio.

    Ciò che scrive qui sopra lo testimonia; persino la pianificazione sulle tv – necessaria per far sì che poi si parli del vino in oggetto – non smentisce quello che sto constatando, anzi rimpolpa.

    Scrive in modo spontaneo e simpatico e sincero.
    Quanto a credere a ciò che scrive, ha ragione caro Max, è un’altra cosa!

    Ah dimenticavo: Farinelli sa anche come ‘lavora’ la pubblicità, e da utente la sa commissionare (senza pretendere come la maggior parte dei produttori – vignerons o grandi imprenditori che siano – di farla su misura del loro ego-pisello).
    Inoltre, quel suo vino lì è uno dei pochissimi (come il Tavernello) che nascono come ‘prodotto per un mercato e un target’ e non come frutti della terra e ‘figli’ di un lavoro agricolo, e richiedono una bella e convincente(come quella di cui parliamo) campagna pubblicitaria.

    Altrimenti il vino (quello di cui solitamente si discute e discetta qui)non richiede la pubblicità: è qualcosa che passa di bocca in bocca, suscitando emozioni che non assomigliano minimamente alla reazione a una campagna pub, magari molto ben confezionata.

    Da vecchissima ‘volpe sparata’ della pubblicità trasecolavo stamattina sentendo uno spot su radio rai nazionale, in cui una voce (non di Fiorello, non di Bruno Vespa, non di Luciana Litizzetto, non di Celentano) affermava pudicamente le qualità di un prodotto totalmente sconosciuto all’audience (nella fattispecie proprio un vino), tacendo rigorosamente l’unico elemento che avrebbe potuto mettere in moto l’interesse degli ascoltatori, vale a dire il bellissimo luogo da cui quel vino proviene. In pieno medioevo della comunicazione.

  32. Cara Silvana, guardi che Oscar si chiama Farinetti e non Farinelli. Non se la prenda se glielo faccio gentilmente presente. Ma credo che sia meglio precisarlo, perche’ da Carlo Macchi ha scritto un certo Damiano Raffaele attaccando a testa bassa Franco Ziliani ed ha scritto pure lui Farinelli con due elle. Dobbiamo sforzarci di scrivere piu’ precisamente i cognomi.

  33. @ Silvana Biasutti che scrive: “Inoltre, quel suo vino lì è uno dei pochissimi (come il Tavernello) che nascono come ‘prodotto per un mercato e un target’ e non come frutti della terra e ‘figli’ di un lavoro agricolo, e richiedono una bella e convincente(come quella di cui parliamo) campagna pubblicitaria.”,
    dico che
    non so se il Già abbia bisogno di una bella e convincente campagna pubblicitaria per ovviare al fatto che nasce “come prodotto per mercato e targhet”, dico però che forse almeno verrà venduto, mentre altri che fanno forse vini “figli di un lavoro agricolo”, che non hanno bisogno di pubblicità, hanno le cantine piene, fanno svendite che nemmeno nel 1929, svilendo così il proprio prodotto ed il territorio che non è solo loro (salvo pochissime eccezioni e ben altri ed alti prezzi).
    .
    Inoltre mi piace dire, approfondendo il discorso del suo commento, che fare affermazioni secondo le quali il Già non sia frutto di lavoro agricolo e sia assimilabile al Tavernello ( che costa solo 10 volte di meno…e non è questa l’unica differenza eclatante) trovo sia intriso di un ingistificato pregiudizio, tipico di chi si erge a giudice assoluto ed insindacabile…..a meno che non l’abbia bevuto e possa affermare con sicurezza che le differenze fra i due sono realmente davvero minime. Differenze non solo gustative, magari anche di quanto il Produttore del Tavernello paghi le uve, da dove queste arrivano e se ha, il Produttore, un rapporto con tali territori di provenienza.
    .
    Tutto questo pistolotto per dire che con questi pre-giudizi così poco articolati, così poco approfonditi e così tanto saccenti, è difficile affrontare una utile discussione attorno ad un tema altrimenti molto interessante.
    .
    Ciao

    • é vero Luciano, siamo “saccenti” e “presuntuosi”, ma poiché non ha prescritto il medico di leggerci, potrai rivolgerti altrove, sui tanti blog e siti che hanno sollevato, in maniera ovviamente più intelligente di quanto abbia fatto io, e di quanto fanno lettori come Silvana, la “questione” Già e del suo spot allucinante…
      cari saluti e buona giornata!

  34. Innanzi tutto io non ho scritto di te, a meno che Silvana Biasutti non sia una tua seconda firma.
    Poi se per scrivere su questo blog bisogna essere allineati e coperti con le tue tesi e con quelle dei tuoi allineati commentatori faccio davvero bene ad andare a leggere e commentare altrove, come tu molto simpaticamente mi consigli.
    .
    Ciao

    • Luciano, per commentare su questo blog non bisogna affatto essere “allineati e coperti” con le mie tesi e di alcuni commentatori che, si capisce chiaramente, apprezzo in maniera particolare. Altrimenti non si spiegherebbe l’abbondanza, nei commenti, di dissensi, che sono benvenuti e più che legittimi, se espressi, come nel tuo caso, con educazione…
      Mi é scappata una risposta piccata a quanto scrivevi perché mi hai beccato in un momento in cui mi stavano veramente girando… le scatole, avendo letto che nel mio post non fosse chiaro l’oggetto del contendere. Ovvero che parlassi di Già, della pubblicità di Già, del messaggio che propone. Beh, se non sono stato chiaro ho fatto un miracolo, provocando tutta questa quantità di commenti appassionati che non accennano a diminuire… Forse che questa cosa dia fastidio ad alcuni?
      Ad ogni modo Luciano, please, stay with us! Mi fa sempre piacere, anche quando “litighiamo” o piuttosto facciamo finta di farlo, che tu continui a leggermi e a farti sentire qui…

  35. accipicchia Ziliani, che bordata a Luciano! Adesso me ne becco una anch’io: tanto per tornare a Monferrato si o no. Ma come, in molti blog, ci si aggrappa anche a questo, e nessuno si prende la briga, specialmente i professionisti, di approfondire, magari aprendo la scheda sul sito di giavino o fare una banale telefonata. Tutti come capre (all’inizio, me compreso) dietro Miravalle. Potrebbe essere nel giusto lui, per carità, ma a nessuno è sorto il dubbio?

    • io mi sono attenuto al comunicato di si parla di Langhe rosso, ma mi sono chiesto se Miravalle, che parlava di Monferrato nel suo articolo elogiativo di Già, avesse sbagliato o avesse invece detto qualcosa che non andava detto…

  36. Caro Vignadelmar@, sì anch’io rileggendo il mio commento, con gli occhi e la mente di qualcuno affezionato (e molto più competente di me) al vino, mi trovo ‘saccente’.

    Mi sono invece permessa un commento in un ambito di mia competenza: la pubblicità e la comunicazione.

    Voglio precisarle che la categoria che uso – lì sopra nel mio commento ‘saccente’ – non è affatto quella del vino, bensì quella della merce (di qualciasi tipo e genere) nel momento in cui viene proposta al ‘mercato’.

    Lungi da me – ancorché incompetente del vino – assimilare i due marchi che cito (il Tavernello e quell’altro di Farinetti) in quanto vini, bensì in quanto ‘prodotti’, cioè qualcosa che è distinguibile prima di tutto in ragione di un marchio; il quale marchio è il portatore di un messaggio che la pubblicità ha il ruolo di esplicitare – nei modi e con le suggestioni dovute – presso il pubblico di riferimento (o target che dir si voglia).

    Mi pare anche di aver scritto abbastanza chiaramente che l’operazione messa in pista dal nostro imprenditore è fatta molto bene; l’ho addirittura paragonata positivamente alle (invece) ruspanti azioni pubblicitarie di produttori – magari coltissimi in altri settori – totalmente impreparati alla specifica bisogna.

    In quanto poi alle ‘cantine piene di vino invenduto’, vivendo in un famoso sito del vino, dove si parla continuamente – anzi si sussurra! – di vino, di disciplinari, di crisi e di opportunità, qualcosa ho sentito anch’io.

    Ma, ancora una volta, sono categorie diverse: Farinetti fa una splendida operazione di marketing (comunicandola egregiamente) ricercando sul mercato un ‘nuovo’ spazio per un ‘nuovo’ prodotto; un prodotto ben costruito (e non lo scrivo per svilirlo ma per definirne il percorso, un tragitto che parte dalla lucida mente di un imprenditore sagace (e munito di strumenti di ricerca scientifici) e finisce nelle mani di un consumatore (il cui profilo mi è abbastanza chiaro). In questo senso vi è analogia a un ‘prodotto’ come il Tavernello.

    Le cantine piene sono invece un’altra storia, gravosa e complessa, in cui ha pesato definitivamente la crisi (ma anche la sordità dei produttori al mondo e al mercato). Aggiungo – può sembrare una provocazione ma non lo è – che per stasare l’invenduto ci vorrebbe proprio un po’ di pensiero (e di competenza delle dinamiche di mercato) come quello di Farinetti, uno evidentemente attento al mondo che gira. E magari … ‘di sinistra’?!

  37. Farinelli mi è scappato; non pensavo al Tavernello (a cui – giuro – non mi capita mai di pensare), ma proprio a Farinelli: grande cantante ‘castrato’ sublime interprete della musica che mi appassiona!
    Non una sciatteria, ma un lapsus linguae, caro Mario Crosta@, che si è intrufolato inopinatamente in questa appassionata discussione.
    Farinetti, Farinelli, Farinata.
    Non è farina del mio sacco. Ma chi va al mulino s’infarina.

  38. Silvana, “intrufolato” e per giunta “inopinatamente” a me?
    Guardi che io soltanto nei letti (ma belli comodi) mi “intrufolo” e comunque mai “inopinatamente”…

  39. Accidenti, ma cosa avete bevuto oggi?! Aceto?
    Ma di certo non balsamico…
    Mica intendevo che Lei (Le metto la maiuscola) si fosse ‘intrufolato inopinatamente’, caro Mario Crosta!
    Altrimenti non avrei messo la virgola – prima e dopo il Suo nome -!
    E’ il Farinelli lapsus linguae che s’intrufola nella mia mente, ma non nel mio italiano scritto. Ciao.

    • beh Silvana, lo sanno anche i gatti (con la g minuscola) che tu esisti e che non potresti mai essere lo pseudonimo di nessuno, tantomeno del sottoscritto…
      E poi lo ricorda anche il banner, con il tuo volto che campeggia sopra i tuoi ottimi cioccolatini al Brunello, della campagna di advertising de I colori del Brunello (quel nome che qualcuno si dimentica di citare nelle pubblicità o di cui pensa di essere il detentore assoluto) che campeggia su Vino al Vino e sui siti e blog del circuito VinoClic…

  40. Luciano!
    Lucianoooo!!!
    Senza di te mi verrebbe sempre in mente il Califfo nazionale: “… tutto il resto e’ noia… noia, noia, noia!”

    • e allora, per non “annoiarci”, aspettiamo, anzi, chiediamo a gran voce che Vignadelmar crei un suo blog… Why not? Perché non ci pensi Luciano? La dialettica e gli argomenti non ti mancano di certo…

  41. @ Silvana, sto bevendo un Aglianico del Vulture 2007 di 14 gradi imbottigliato a Bardolino e in vendita a Lidl a 3,5 euro. Ma forse, chissa’, ci tenevo magari anche a far sapere pure a lei dove… di solito m’intrufolo (mai “inopinatamente” comunque…) 🙂

  42. e bravo il nostro Ziliani che improvvisamente parla bene di Intravino perché in un articolo hanno citato quello che ha scritto su Già! Bella prova di opportunismo e di furbizia la sua…

    • Riccardo, tacci pure, se vuole, di “opportunismo” la mia citazione di Intravino e dell’articolo di Morichetti. In verità si tratta solo di una doverosa citazione e dell’occasione per ribadire a Morichetti la mia stima. Se per un caso assurdo e improbabile un qualsivoglia editore mi offrisse di dirigere una rivista, Alessandro Morichetti é una di quelle persone alle quali chiederei di collaborare. Se vuole chiamarla ancora captatio benevolentiae o ruffianeria furba, si accomodi…

  43. Ho scritto di “letti (ma belli comodi)” proprio perche’ servono benissimo allo scopo, cioe’ per smaltire una bella sbronza. Voi, invece, malfidenti come siete, siete andati a pensare chissa’ che cosa, come se gli altri commentatori, per esempio uno come me, siano tutti dei piccoli premierini, vero? Ma quelli lì dei letti per farsi una sonora dormita dopo una bella bevuta non sanno nemmeno che farsene. Si addormentano gia’ perfino senza letto! Grazie, comunque, disgraziati che non siete altro (anzi… milanisti!)per aver pensato (e male) a chissa’ che cosa! Infatti io ho raccontato che vino stavo bevendo. Voi invece no. E questo perche’ bevete solo acqua…

  44. @Silvana: Mai mi permetterei di giudicare “il venditore di Utopie” sulla comunicazione o sul marketing, mi sono permesso di fare una riflessione sulla coerenza delle sue azioni.

    @Federico: ma lei si rende conto che 1.5 € al kg è la mercuriale del BAROLO????? Sarei curiosissimo di sapere chi le ha detto queste cose….Dealcolizzare fisicamente mediante filtri molecolari non mi pare coincida con la filosofia del bio, ma è una mia idea.

  45. @ Farinetti, se i sei batti un colpo!

    Grazie ad Enrico che sul blog Intravino ha postato un’altra immagine di bottiglie in vendita e cioe’ http://www.overpic.net/viewer.php?file=xyhj0v0nws1×2u5ychyr.png devo purtroppo aggiungerle un’altra critica: sul vostro sito ufficiale c’e’ un’etichetta diversa, senza denominazione d’origine, diversa da cio’ che voi stessi avete messo in commercio, con la denominazione Langhe. Direi che come minimo e’ materia di riflessione. Una ditta seria, che della pubblicita’ e dell’immagine si occupa così bene da aver fatto uno spot con le botti di legno per un prodotto che il legno non lo vede neanche da lontano, che ad un giornalista de La Stampa (e non del bollettino della parrocchia) fa capire che ha perfino ben altre uve e che propaganda sul suo sito un’etichetta con una denominazione ben diversa da quella che il prodotto ha sugli scaffali, mi sa che qualche problema di comunicazione ce l’ha per davvero. A meno che nella vostra ditta siate invece abituati da molto tempo a “sorvolare” su tutti quei particolari (precisione e trasparenza comprese) che agli enoappassionati invece interessano per conoscere meglio cio’ che comprano, anche via Internet. Complimenti davvero! Che figura! Mi auguro quindi che rettifichiate presto sia il vostro spot che anche le etichette del vostro sito e l’articolo di Sergio Miravalle. Fate, cioe’, un po’ di pulizia e di chiarezza, per il vostro bene. Il prestigio si mantiene anche in questo modo, o no?

    • calma Mario, il collega Miravalle può avere capito o riportato male nel suo primo articolo… Però, GIA’ che ci sono, un po’ di chiarezza in più, come dici giustamente tu, dovrebbero farla.
      Se Oscar “mercante di utopie” ha tempo e voglia batta un colpo: sono sempre a disposizione per riportare sue eventuali precisazioni. Anche in merito a quel processo di de-alcolizzazione sul quale nella sua replica ha glissato…

  46. Quando un giornalista capisce o riporta male, si manda una smentita e se ne pretende la pubblicazione.
    Altrimenti si lasciano circolare notizie non corrispondenti al vero.

    Altra faccenda la dealcolazione, sulla quale speravo invece che tu poi proponessi un thread a parte, perche’ il tema e’ davvero scottante.
    I Francesi e gli Spagnoli lo hanno proposto all’Unione Europea tempo fa, ma Italiani e Greci erano contrari perche’ si penalizzerebbe la qualità e la tipicità del prodotto, in quanto quella parte di alcool eliminato artificialmente era stata precedentemente ottenuta mediante il naturale processo di fermentazione. E’ vero che c’e’ una serie di consumatori che, per motivi dietetici, culturali o professionali, non può o non vuole consumare il vino vero, e’ lampante l’idea di riavvicinare al vino una fascia di consumatori (ma soprattutto consumatrici) attirati dai prodotti a basso tenore alcolico. Ma questa bevanda potrebbe ancora lecitamente chiamarsi vino? Secondo me ed anche Fabrizio Penna che ci ha scritto un breve pezzo su Enotime verrebbe meno, anzi sarebbe snaturato, l’indispensabile legame con il territorio.

    Come scriveva Penna, “Il problema infatti non è costituito dalla semplice sottrazione di alcol da un prodotto naturale come il vino, ma anche dal fatto che l’apparecchiatura utilizzata sarebbe “una colonna di rettifica a coni rotanti” simile a quella utilizzata nelle distillerie, che oltre ad allontanare l’alcol porta con se la possibilità di alterare il quadro aromatico, e non solo, del prodotto, generando un vero e proprio sottoprodotto che allontana dall’idea della qualità e della tipicità, del legame appunto con il territorio. Siamo in presenza di una pratica di cantina per la quale non sono ancora state definite specifiche tecniche dall’Organizzazione Internazionale del Vino per una corretta applicazione. Ma la tecnologia è comunque disponibile ed è già applicata per la birra.
    Permettere di chiamare vino un “vino dealcolato” significa di fatto aprire la porta anche al “vino alcol free”, e visto che nel businnes si butterebbero senz’altro grandi multinazionali del beverage analcolico con imponenti mezzi economici e conseguenti camapagne promozionali si finirebbe per recare un danno incalcolabile all’immagine del vino come prodotto tradizionale, fatto con tecniche naturali e che proprio grazie all’alcol veicola, se bevuto con moderazione, gran parte delle sostanze utili all’organismo come chiaramente evidenziato da centinaia di studi sul rapporto vino-salute. Chi, lecitamente, non vuole bere alcolico non scelga il vino e si accontenti magari di un succo d’uva, magari decolorato, aromatizzato e dezuccherato…”

  47. A me stupisce che questo vino, che non mi ha comunicato nulla, abbia la DOC.
    Farinetti sa fare bene il mestiere di mercante, ma se il problema era che il prezzo delle uve è crollato, la Barbera del Monferrato andrà infatti alla distillazione, non era meglio comprare quella e farne una prodotto “basic” per i neofiti, piuttosto che produrre un blend di 3 uve diverse? La poteva anche chiamare Oscar, il vino coi baffi….

  48. @max
    “…a 10 euro il litro si possono pagare 1.5 euro al kg e siamo tutti contenti”, chi lo dice? Immagina un po’.
    Questo, a chi non fa uso di diserbanti ecc.ecc. ecc

  49. Purtroppo nessuno di coloro che hanno venduto le uve a Fontanafredda partecipa a questa discussione, ma voci di corridoio parlano di € 0,45 – 0,55 per Dolcetto e Barbera d’Alba ed € 0,75 per uve Nebbiolo da Barbaresco e Barolo rese in cantina. Mi piacerebbe molto essere smentita.
    In quanto al disciplinare del Langhe Rosso (se di questo si tratta):
    Vitigno:vigneti composti da uno o più vitigni a bacca di colore rosso, non aromatici, “raccomandati” o “autorizzati” per la provincia di Cuneo
    Colore:rubino, tendente al granato
    Profumo:caratteristico, vinoso, intenso
    Sapore:asciutto di buon corpo
    Titolo alcolimetrico minimo:10,5 %
    Acidità totale minima: 4,5 g/l
    Nella vinificazione sono ammesse soltanto le pratiche enologiche atte a conferire ai vini le proprie peculiari caratteristiche.
    Farinetti è un imprenditore astuto: possiamo contestarlo per la nuova e per noi penosa immagine che presenta della nostra tradizione, ma sarà ben difficile coglierlo in fallo (botti a parte, errore già riconosciuto).
    Per legge solo ciò che è riportato in etichetta ha una validità, tutto il resto rimane da dimostrare.
    La mia non è affatto rassegnazione, ma dobbiamo essere realisti.
    Mi fa enormemente piacere leggere l’infinità di commenti scatenati da questo fenomeno inaspettato, peccato che siamo pochissimi produttori a seguirli.

  50. Pingback: Farinetti conquista anche il Friuli « TerraUomoCielo

  51. Per la precisione delle informazioni, ho visto stamattina che sul sito ufficiale http://www.giavino.it hanno cominciato a correggere le gigantografie delle bottiglie (con l’etichetta) almeno a partire dalla home page, dove l’etichetta finalmente riporta “Langhe DOC rosso” come quella delle bottiglie effettivamente in vendita. Speriamo che correggano presto tutte quante le altre pagine, ma anche lo spot per la parte che riguarda le botti di legno, che questo prodotto non vede neanche da lontano e che c’entrano meno ancora dei cavoli a merenda, oltre ad una smentita ufficiale su “La Stampa” per quanto riguarda le uve del Monferrato.

  52. Non per caso ma per amore… Caro Direttore Ziliani, errare è umano, e siamo umani. Abbiamo letto i commenti sul suo blog e sparsi per la rete, circa lo spot del nuovo vino “GIA’” realizzato da noi di Juma Communication, con lo stesso interesse con cui un genitore legge i giudizi degli insegnanti sul diario del figlio, per capire, migliorare, e se è il caso correggerci. Ebbene si, di aver accostato le immagini suggestive dell’accarezzamento di antiche botti alle poetiche memorie di Nonno Felice, è stata una nostra decisione. Tali immagini sono inserite in un momento narrativo distante dalla grafica finale, giovane ed originale, con cui successivamente viene presentato “lui, il GIA’”, per mostrare simbolicamente l’amore e l’attenzione con cui si fa il vino “su quelle colline”, da quando botti e bigonce erano solo in legno. Non la dimostrazione didascalica di un processo produttivo, cosa più adatta ad un video istituzionale che ad uno spot televisivo. Oggi, stando a quanto si legge, forse dovremmo renderci conto che per noi la sfida più esaltante dovrebbe essere quella di promuovere il prodotto o la sua zona d’origine, mostrando i manometri di un pastorizzatore, l’acciaio delle presse per l’uva o l’atto di miscelare lieviti a norma di legge? Una botte d’acciaio esalterebbe meglio il patrimonio culturale di quelle colline? Il regista dello spot, Umberto Arione (arriva dalle Langhe anche lui!) ha preferito mostrare i legni, l’amore e la tradizione per il vino attraverso quel semplice gesto, una carezza ad una botte durante il racconto “dei bei tempi andati” di Felice Marino , momento dello spot nel quale, peraltro non si parla ancora del “GIA’”. Quelle botti non sono fatte di polistirolo come a Cinecittà, esistono veramente e sono utilizzate oggi da persone che lavorano da quattro generazioni in Fontanafredda (fondata nel 1878, ben prima che Farinetti venisse al mondo!) e costituiscono un elemento distintivo tra chi col proprio vino è entrato nei libri di storia piuttosto che “l’impresa tuttacciaio”, nata ieri e chissà dove. E’ vero, non le accarezzano tutti i giorni, quelle botti che esistono davvero. Abbiamo sbagliato? Ai posteri la sentenza. Personalmente preferisco mangiare un piatto di cappelletti con in mente l’immagine del signor Giovanni, che li chiude a mano, ad uno ad uno, pur sapendo e anzi confidando sulla qualità e l’igiene che una “cappellettatrice d’acciao”, a norma di legge, garantisce. Da 25 anni produciamo anche filmati che mostrano i processi industriali in ogni settore merceologico, hanno ben altre intenzioni e canali di distribuzione. Quindi le botti non sono li per caso, ma per amore, le Langhe le amiamo anche noi. Da ieri possiamo assaggiare questo nuovo vino. Spero si possa, prima o poi, farlo insieme, tutti! Viva l’Italia. Max Judica Cordiglia – http://www.juma.tv

  53. Max, credo che sia lei, il fratello di Giancarlo, ad aver scritto, tra l’altro:
    “Tre sono state, sono e saranno le spinte che determinano il mio agire: consapevolezza, sintonia e passione.
    La consapevolezza: è intrinseca nella professione. Ri-conoscere è più importante del conoscere. Si gira per poi riguardare, osservarsi, capire e ricordare, ma anche istruire e imparare, documentare e sorprendere.
    La sintonia: E’ vibrazione. Essere sulla stessa frequenza: è trasmettere sapendo di ricevere, e in questo scambio si cresce.
    La passione: E’ perpetrare la sorpresa del vedere, come nella vasca di sviluppo fotografico, il riformarsi del mondo,la sua “maraviglia”. Con le immagini in movimento ci sono poi i suoni e la musica”.
    Il suo spot corrisponde, effettivamente.
    Ma, vede, forse parliamo lingue diverse. Al cliente che paga la poesia con cui l’hanno attratto verso un prodotto nuovo non interessa. Preferisce altre doti: verita’ (acciaio e non botti di legno), trasparenza (colonna di rettifica a coni rotanti simile a quella utilizzata nelle distillerie) e correttezza (la dealcolazione e’ una pratica di cantina per la quale non sono ancora state definite specifiche tecniche di applicazione dall’Organizzazione Internazionale del Vino).

  54. Egr. Sig. Max,
    non sono d’accordo con quello che Lei ha scritto!
    Le immagini sono fuorvianti perchè il prodotto GIA’ è un vino che non richiama le tradizioni langarole, a partire dal processo di dealcolazione fino ad arrivare al taglio dei tre diversi vitigni, che sa più di un superlanga (per parafrasare i Supertuscans…) che di un vino tradizionale.
    Le botti sono un altro messaggio tradizionale che non si sposa con questo vino, dalla collocazione ancora incerta…
    La licenza “artistica” dei pubblicitari non deve superare dei limiti “etici”, a mio parere sarebbe stato più corretto dare un messaggio innovativo e più aderente alla filosofia produttiva, di tipo prettamente commerciale e di marketing di tale vino.
    Sarebbe stato certamente differenziante il prodotto, visto che altri vini “consumer”, prima di questo, si sono affidati all’immagine tranquillizzante delle tradizioni dei luoghi di origine…

  55. Posso dirlo? Secondo me stiamo rasentando il ridicolo: pur di attaccare un prodotto, senza nemmeno averlo provato alcuni si affannano a trovare “contraddizioni” nel messaggio pubblicitario che lo reclamizza.
    Ma dico, siam diventati matti? I messaggi pubblicitari che vedete giornalmente con assiduità sono secondo voi rispettosi della realtà? Scendendo nel particolare del vino, secondo voi il messaggio pubblicitario di tanti vini nel cartone sono aderenti alla loro realtà produttiva?
    Però, a memoria mia, mai per altri vini si è scatenata una caccia all’uomo simile. Poi contro un messaggio che io trovo molto aderente alla realtà, magari non al 100% ma sicuramente in percentuali molto maggiori di tanti altri.
    .
    @ Mario Crosta che parla nuovamente della dealcolizzazione denunciandone la non definizione delle specifiche tecniche di applicazione domando: “Quindi il processo di dealcolizzazione adottato per questo vino è illegale?”
    .
    @ Fabrizio ricordo che il Già è un vino che lecitamente può fregiarsi della denominazione Langhe DOC….questo non le dice niente?
    .
    Ribatto poi sul posizionamento nel mercato: 7,50 euro per 0,75 litri non pongono tale prodotto in una fascia di mercato bassa, anzi, il contrario.
    .
    Ciao

  56. La Fontanafredda ha appena completato la correzione delle immagini dell’etichetta sul sito http://www.giavino.it con le nuove riferite a “Langhe DOC rosso”. Tanto vi devo per completezza d’informazione.

    Dovrei attendermi conseguentemente anche le altre modifiche alle inesattezze dello spot e dell’articolo su “La Stampa”?

  57. Un altro piccolo appunto… L’impresa tuttacciaio nata ieri, come dice Lei Sig. Max, molto spesso ha delle impostazioni rigorosamente qualitive che nel recente passato, forse tradizionale, non erano così comuni…
    Direi che se il vino italiano ha fatto notevoli passi in avanti negli ultimi anni è spesso dovuto alle impostazioni produttive più moderne che impongono l’uso del “freddo” acciaio.
    La cultura del vino nelle Langhe non risiede nella botte o nel tino di acciaio, ma nella testa di chi ne fa buon uso…

  58. Può essere, figurati che ancora credo nella Rivoluzione, però io la vedo così.
    .
    E se hai da mostrarmi altri esempi di attacchi altrettanto implacabili a video messaggi pubblicitari vinosi te ne sarei grato.
    .
    Ciao

    • ti sfugge una differenza non da poco Luciano. Non vale la pena – ma in passato l’ho fatto quando secondo me dicevano cose non convincenti – attaccare lo spot di un Tavernello, di un Ronco o di un San Crispino. Sai di che tipo di vino si tratta. Ma da una Fontanafredda, da un “buono,pulito e giusto” Farinetti, da un vino presentato, molto discretamente, da qualche collega, come un’autentica “eno-rivoluzione”, ci si aspetta ben altro. Soprattutto un messaggio chiaro,coerente, convincente e senza zone d’ombra. Secondo me e secondo tanti lettori di questo blog, che ti vede, e la cosa mi fa piacere, affezionato lettore, lo spot di Già di ombre e contraddizioni é pieno. Ecco i motivi di questo post e della tanta attenzione che il popolo del vino le ha dedicato. Tu compreso

  59. @ Vignadelmar

    Ho parlato di correttezza nella mia riposta a Max, che stimo moltissimo come professionista esattamente come stimo Farinetti come imprenditore. Non mi faccia percio’ domande allusive ad altre parole che non ho usato.
    Inoltre il sottoscritto non intende attaccare il prodotto, anzi fin dall’inizio dei miei interventi in proposito nel thread “Questa volta farinetti ha proprio toppato… eccetera” ho scritto il 5 dicembre 2010 alle 09:56 la seguente considerazione, tra altre:
    “Mi sembra che Franco insista semmai per non associare il nome di Serralunga a questo GiA’ e che abbia dei dubbi su un vinello fatto con tecniche non tradizionali. Opinioni che condivido, senza nulla togliere a questo prodotto che, ovviamente, assaggero’. Bisogna rendersi conto di tutto cio’ che il consumatore puo’ trovare a milioni di bottiglie in giro per supermercati e stazioni di benzina e che non sarebbero certo in esposizione se non venissero anche comprate, sempre a milioni, e consumate, magari con un tramezzino.

    E non ho mai fatto mistero a nessuno, Franco compreso, al quale per e-mail spesso faccio sapere quali bottiglie mi stanno passando sulla tavola (tra 1,5 euro e 3 euro massimo, compreso dei DOC di tutte le regioni italiane imbottigliati a Bardolino o a Lazise…), che la fascia dei vini di largo consumo mi attira molto, perche’ ci sono milioni di consumatori che dal lunedì al venerdì li bevono e solo al sabato o alla domenica si permettono una bottiglia di quello buono imbottigliato all’origine, quindi dobbiamo saper dare loro tutte le informazioni possibili, purche’ vere.
    Lo sa che tra le migliori bottiglie che consiglio ai Polacchi (a causa dello stipendio medio: 300 euro al mese) ci sono quelli della Domini Veneti (cioe’ la cantina sociale Valpolicella di Negrar)?
    Sono capaci tutti di consigliare vini da 60 euro come minimo. Tutti. Basta saper scrivere, il gioco e’ fatto. Ma consigliare roba economica non e’ da tutti. E’ per questo che il Gino nazionale mi mando’ i suoi complimenti personali per un articolo su un vino da meno di 3 euro pubblicatomi proprio da Franco su quel Winereport che fu davvero grande con lui come direttore.

    Mi creda, io rispetto molto le sue opinioni, come penso tutti i commentatori di questo blog. Ma non vada a calcare troppo su certe parole inadatte e su certi aggettivi esagerati, perche’ qua nessuno sara’ perfetto, ma neanche in vena di passare per pennivendolo o per ingiustamente sommario. Noi interveniamo per precisare meglio, tanto e’ vero che Farinetti ha modificato da stamattina tutte, dico tutte, le immagini errate del sito ufficiale di quel vino di cui stiamo discutendo dal 5 all’8 dicembre. E vedra’ che da persona intelligente, dall’indubbio fiuto commerciale (come l’ho definito io nel commento di cui le ho mandato il recapito) forse cambiera’ anche qualcos’altro.

    La saluto cordialmente, s’intende 🙂

  60. Franco, a mio modo di vedere lo spot e la comunicazione di Già non hanno zone d’ombra, anzi, sono stati sin dall’inizio “fin troppo chiari”.
    Cioè non hanno nascosto niente, nemmeno quegli aspetti che per molti di noi sono i maggiormente scabrosi, tipo la dealcolizzazione.
    E’ per questo che dico che si attacca lo spot, si attacca la comunicazione, per attaccare il Prodotto, per giunta senza averlo provato. Si attacca l’idea, si attacca la novità. Perchè tutto in Langa deve rimmanere immutabile. E se anche uno rispetta tutti i disciplinari e usa tutte le tecnologie ammesse comunque è in errore, perchè il vino di Langa secondo alcuni DEVE essere fatto in una determinata maniera.
    .
    Comunque aspetto da giorni risposte dai comuni interlocutori sui trattamenti in cantina e le loro ricadute sulla territorialità di un vino. Come sulla presunta non leicità del trattamento di dealcolizzazione.
    Dagli altri si pretendono pubbliche risposte ed in alcuni casi abiure. Risposte che se interrogati però non si forniscono.
    .
    Ciao

  61. Mentre scrivevo il mio post precedente Crosta ha postato il suo che ho letto adesso.
    Eccomi a rispondere alle garbate ma giustamente decise affermazioni.

    1) Se incautamente, ma sicuramente inconsapevolmente, ho accusato qualcuno di essere un pennivendolo me ne scuso immediatamente e con forza, davvero non volevo. Con pennivendoli semplicemente non dialogo.

    2) Sull’essere sommario invece siamo in un territorio scivoloso, fatto di dire e non dire, magari anche non volutamente. E comunque esser sommari non è come esser pedofili e dunque in una discussione ci può anche stare. Perchè se dobbiamo stare attenti a tutto allora il piacere della discussione se ne va. Siamo d’accordo?

    3) Sulla dealcolizzazione ed il suo utilizzo invece la domanda era seria. Giuro, non capisco questo tornarci sopra come se parlassimo di pratiche semi esoteriche per giunta ancora non approvate dall’Organizzazione Internazionale del vino. Questa mancata approvazione cosa comporta?

    Ciao

    .

  62. Ammappete, per dirla alla oscar, accendo il pc dopo un po’ di giorni festivi e quanti commenti ti vedo..
    Penso che questo spot ormai è stato sezionato all’inverosimile, quindi non mi dilungo, non serve a nulla, però avete visto certa pubblicità francese? Non che in Francia siano dei santi ma sicuramente spesso ci sanno fare, comunque, Ziliani, non c’è dubbio, ha fatto bene a far risaltare certi dubbi, ma se mi permette, in un punto ha toppato ( magari domani, sarò smentito immediatamente dai fatti) e cioè aspettarsi l’intervento dei produttori di Langa. Uno, due e basta. Perchè? Semplice, hanno altro a cui pensare, altro da fare, non è indifferenza o menofreghismo, la pubblicità l’hanno vista tutti, e se ne parla anche parecchio, ma tutti sanno che i loro barolo, continueranno a venderli come prima e forse più di prima, sanno che Serralunga non ci “perde” nulla da quello spot, sanno che la gente arriverà ancora. Il baffo è un’imprenditore, anche questo sanno, un mercante, come dice lui, ma pensare che sia proprio lui a far danni in Langa,(anche involontariamente) per ora, ripeto per ora, non lo penso, io . Perchè dico che gente ne arriverà ancora? Forse chi non è del posto, non ricorda Fontanafredda 7-8 anni fa… e non dico altro. E tutti quelli che arrivano, non si fermano solo in quella cantina.
    Io la vedo così, ma “tastando” il polso alla situazione, credo che non sia solo una mia impressione. Anzi.

    • Carlo, io continuo ancora a pensare (ho qualche segnale che mi autorizza a crederlo) che i vignaioli di Serralunga d’Alba prima o poi si faranno sentire…
      Quanto al fatto che Serralunga d’Alba non abbia nulla da perdere da questo post, beh, non ne sono convinto, altrimenti non avrei scritto quello che ho scritto. E che tornerei a scrivere. Pari pari…

  63. Citazione: @ Fabrizio ricordo che il Già è un vino che lecitamente può fregiarsi della denominazione Langhe DOC….questo non le dice niente?

    Cosa dovrebbe dirmi? Mi dice solo che le uve provengono dai vigneti langaroli… e allora? Chi ha detto che il fregio è illecito?
    Il mondo dei vini italiani (e non…) è pieno di prodotti DOC che sono oggettivamente criticabili…

    Ognuno è libero di pensarla come crede, io rimango della mia idea. Non ci trovo nulla di tradizionale nell’impostazione di questo vino e l’innovazione per me è altra cosa…

    Sono altresì convinto che alla lunga non avrà successo: il costo è elevato per un fruitore di vini “commerciali” e chi è disposto a spendere 7-10 Euro per una bottiglia di vino ambisce ad altri vini. Il tempo ci darà le risposte…

  64. Una cosa è certa: c’è molta confusione nella comunicazione sulle uve utilizzate (anche del Monferrato? non penso proprio, non rientrano nel disciplinare del Langhe Rosso DOC) e sull’immagine di tradizione tra botti da invecchiamento ed un prodotto ottenuto in pochi giorni.
    Personalmente sono offesa da quest’azione che discredita ampiamente la cultura enoica di Serralunga e di Langa. Stiamo parlando di una DOC! Trovo tutto ciò semplicemente pazzesco e deleterio. Che Farinetti stia pensando di vendere tutto e passare ad altre categorie merceologiche?

    • io ho letto l’articolo pubblicato, senza smentita, sulla Stampa e mi sono posto l’interrogativo su come siano informati i redattori e collaboratori del quotidiano torinese da fornire, per la seconda volta, un’informazione errata. Ma non é venuto loro il dubbio che in un Langhe rosso non ci possano essere uve… del Monferrato? E possibile che due, dico due collaboratori della Stampa, abbiano capito fischi per fiaschi parlando di Monferrato laddove Monferrato non c’entra? Mi viene piuttosto da pensare che ad entrambi sia stata data un’informazione sbagliata o superficiale da parte dell’azienda…

  65. Ciao Franco,
    quando ho letto questo articolo, anch’io come Gianpaolo Paglia ho pensato che ci sono cose più gravi nel mondo del vino.
    Ieri sera ho fatto una sessantina di chilometri e sono andato ad una degustazione organizzata da un gruppo di enoappassionati capitanati da Diego Pettenon, che qualche volta scrive su Vino al Vino qualche commento.
    Parlando di crisi economica e crisi del vino, uno dei ns. amici ha detto: “avete visto che per tv fanno la pubblicità di un barolo 2010 che esce questo mese? Ma come è possibile che un barolo esca già adesso?”.
    Chi di loro segue Vino al Vino ha fatto un sorriso e abbiamo spiegato lui che non si tratta di barolo. E lui ha replicato: “si, ma fanno vedere le botti del barolo”.
    Questa è la prova che in effetti, la pubblicità in questione è ingannevole e se ci è caduto uno che di barolo ne beve e spesso va in Langa, figuriamoci chi di vino non ne sa molto.

  66. Ma per favore, siamo quasi alla follia; ora , del vino, se è bevibile o meno, buono o cattivo, ho capito che non importa a nessuno. Lo spot è allucinante? Ok. Caspita però, riconoscere una botte di barolo e vabbè già farinetti dice che non le metterebbe più. E allora? Comunicazione fasulla. Bene, aspettiamo che questi produttori ci dicano qualcosa e non solo quelli di Serralunga. Si faranno vivi e forse so anche chi. Il fatto è che qui ognuno guarda al proprio orticello, per poi, dopo (come avverrà), lamentarsi. Dato che il problema è la comunicazione, io non ho MAI visto due righe, non dico alla tv, ma sui quotidiani, che “affrontino” l’immagine del barolo. Non serve? Quello buono si vende da se? Forse. Ma non servono palate di soldi, è la mentalità che manca, probabilmente qualcuno non la farebbe manco gratis. Ultimamente una o due aziende medio-grandi hanno iniziato a fare qualcosa sulle pagine de LaStampa, ovviamente sempre dopo, sempre copiando. Nessuno mette in dubbio l’onestà e l’ottimo lavoro che fanno questi vignaioli (parecchi giovani), ma occorre saper vedere oltre il proprio naso. E oltre il proprio naso non c’è solo lo spauracchio del tycoon con i baffi. L’ho già scritto, e lo ripeto, a pelle, Farinetti non mi è nemmeno tanto simpatico, ma lo spot è piacevole, basta chiedere in giro, specialmente per chi conosce il dialetto.
    Giovanna, forse un giorno venderà eataly, ma fontanafredda, secondo me, non credo proprio. Forse continuerà a fare danni, ma per ora io vedo un mucchio di gente a serate, degustazioni, eventi in un posto bellissmo che fino a qualche anno fa era deserto. E mica vanno li a comprarsi il Già.
    Lo so Ziliani, non sarai d’accordo manco su una sola parola di quello che ho scritto, ma il bello è proprio questo. Pensa se il prossimo anno uscisse il “Già Piemonte 2011” , vedremo.
    Però, caspita, anche l’Oscar cosa aspetta ad intervenire, a dire la sua contro questo scempio d’immagine di langa, lui produttore di BAROLO, proprio di Serralunga eh.

  67. Proprio l’altra sera a cena c’era un amico che mi raccontava di quando i produttori, che dalle mie parti (Ovada) per la maggior parte erano conferitori totali, chiedevano in cantina sociale (parliamo degli anni 70) al grande enologo Franco Tinto un pò di vino della festa e lui spillava il miglior dolcetto che aveva in vasca gli dicevano “è troppo forte e non è frizzante”.

    Riprendere quella tradizione per il palato attuale è una mossa di marketing, buona o cattiva lo dirà il mercato, sta di fatto che i vini più venduti per numeri non sono certo i barolo e i barbaresco. Purtroppo, anche se non li produco, credo non sia semplicemente un problema di gusto.

    Però la “Langa” si paga di più degli altri territori piemontesi, per vini più semplici, quindi capisco l’abile associazione di Langhe Rosso e dei 10 euro. Se ai produttori non va bene l’uso che è stato fatto da una azienda del disciplinare si incazzino sul serio e facciano cambiare il disciplinare togliendo dealcolazione e introducendo limite temporale per commercializzazione per disambiguare l’effetto novello. Non sono i giornalisti a fare il territorio, sono i produttori. I giornalisti raccontano i fatti. Aspettiamo quindi le reazioni dei padroni di casa.

    La paura sollevata sull’uso del territorio del grande Barolo sono fondate, se Fontanafredda continua a spingere su quello e non sulla parola “già” associata al suo brand per arrivare a numeri seri (200.000 pezzi per Fontanafredda con il potere distributivo che ha secondo me sono poco più di una campionatura, fate i conti sono circa 2.800/2.900 quintali d’uva che a 100 quintali ettaro sono 28 ettari, quindi pochi per un industria del vino) allora si che arriva alle orecchie dei più l’associazione langhe + serralunga = vinella.

    Ma la vedo una svalutazione davvero grande, anche qui osservo.

    Diverso se invece abbiano voluto forzare la mano per creare l’effetto Marilyn “purchè se ne parli” e poi sapientemente per portare a bordo tutti virino su un messaggio più mediato.

    Sta di fatto che buona o sbagliata quella è una mossa, meglio del nulla o delle cantine sociali che ritirano a prezzi più bassi del Farinetti per vendere a imbottigliatori che fanno poi a prezzi dove diventa davvero impossibile competere e che invece di uscire in blend escono in purezza e ti spaccano il mercato.

    Dolcetti e Barbere a 3 euro franco cantina per enoteca in italia con consegna delle 24 bottiglie in porto franco, provvigioni ad agente e trasporto con corriere. Perchè è questo che accade.

    In più offrendo prodotti al limite della decenza alla GDO a prezzi quasi nulli fanno si che i più conoscano il “dolcetto” o “barbera” che sia come vino da non ribere e si orientino altrove.

    Non sono sicuro sia tutto sbagliato, incazziamoci si e parliamone, ma non chiudiamo occhi e orecchie se c’è un primo e c’è una fila forse andiamo tutti da qualche parte.

    Così come siamo direi che a breve facciamo la conta dei falliti e di quelli che per non perdere la faccia vendono annate sfuse a prezzi da saldo e stralcio. Uh,non si può dire.

    La linea dei 10 euro: vedremo, quella è una scelta davvero forte. Comunque meglio dei soliti 2 emmezzo barra tre emmezzo a scaffale dell’imbottigliatore di turno.

    Non lo so, come nel vino credo si debba attendere e riassaggiare più in là.

    Tomaso

  68. Pingback: Tweets that mention Vino al vino » Blog Archive » Oscar Farinetti risponde: ecco la filosofia di Già e del suo spot -- Topsy.com

  69. Grazie.
    Però visto che la critica alla dealcolizzazione è quella di snaturare l’impronta territoriale del vino, sono costretto a riproporre due domande da me poste alcuni giorni addietro:

    1) “Secondo voi un vino fatto con lieviti selezionati non autoctoni lo si può considerare un vino territoriale?”

    2) “Quali sono, fra le pratiche di cantine lecite, quelle che secondo voi stravolgono o contribuiscono a stravolgere l’identità territoriale di un vino?”

    .
    Questo per dire che, per le medesime conseguenze sul profilo territoriale del vino, le pratiche di cantina da rifiutare sarebbero anche tante altre. Che vedono come potenziali colpevoli una grande moltiplicità di Produttori, anche di riferimento fra i bevitori maggiormente tradizionalisti.
    .
    Ciao

  70. Ognuno e’ libero di fare tutte le domande che vuole e a chi vuole, così come ognuno e’ libero di rispondere oppure no. Sull’argomento ripeto che “Altro non ho da aggiungere”. Sono temi che secondo il mio modesto parere vanno ben oltre quello particolare sollevato qui da Franco e che meritano eventualmente (se Franco lo crede opportuno) altri thread specifici. Una delle ragioni per cui NON vado mai ne’ a leggere ne’ a postare commenti sul blog del Gambero Rosso e’ che non mi piacciono per nulla le discussioni personali tra 200 commentatori che diventano 100 pagine di commenti come se tutti avessero tutto il tempo che vogliono per chiacchierare a ruota libera.

  71. Qui a ragionare e discutere non siamo 200 e nemmeno 100. Siamo molti di meno e la discussione è stata interessante, senza troppi risvolti personali.
    E poi è il naturale evolevere di una discussione che porta verso altri ambiti collaterali.
    Pur non condividendo il vostro STOP, devo adeguarmici.
    .
    Ciao
    .
    .
    .
    p.s. Il forum del Gambero ha tanti difetti, come tutte le comunità, per giunta virtuali. Però ha un pregio, sufficente grande da colmarne abbondantemente tutti i difetti: vi si affrontano tanti argomenti interessanti che ognuno ha la possibilità di proporre. Spesso vi ho attinto a piene mani venendo a conoscenza di tanti vini e tante tematiche poco affrontate. Tanti lo leggono con assiduità, anche se non lo ammetterebbero mai.
    .

  72. Caro franco,
    mi trovo all’estero ed ho visto lo spot di Già e mi è piaciuto!
    Secondo me i produttori di Serralunga d’Alba dovrebbero aprire le loro menti da piemontesi…chiuse ed ottuse!! Da Serralunga d’Alba non arriva solo il barolo, che è ormai famoso in tutto il mondo e si vende abbastanza bene, ma anche il Dolcetto e la Barbera quindi perchè non pubblicizzare questi vini sottolineando la loro provenienza e cioè Serralunga d’Alba???
    Sono rimasta scioccata dal fatto che alcuni produttori volevano fare un documento per non mandare in onda lo spot…sono contenta che tu ne abbia parlato! Grazie dall’Australia!
    Beatrice

  73. A questo punto (anche in Australia le notizie arrivano), spero di cuore, ma veramante, che i produttori di Serralunga o di ogni dove, continuino con il loro silenzio, mai come in questo caso, d’oro. E ve lo dice uno che a questa terra vuole bene e non acriticamente ci vive.

  74. Lo so che si faranno vivi, (stanno ancora “limando” il comunicato)magari anche con una paginata sulla Stampa, tutti hanno detto, diranno anche la loro, mi sembra corretto, ma è la mentalità da limare, e non è un banale luogo comune.E quella non la cambi con nessun comunicato al mondo. Purtroppo.

  75. In merito alla legittimità della dealcolazione di un vino a DOC Castagno della Vignaioli Piemontesi ha così risposto alla mia richiesta:
    La dealcolazione fino a 2% vol è regolamentata con poche righe nell’appendice 10 del reg ce 606/2009 e nulla si dice sul fatto che sia riservata a questa o quella categoria di vini.
    Si precisa che, per i vini senza DOP, non si deve scendere sotto il 9% vol e credo che questo significhi, implicitamente , che se dealcolizzi un DOP non devi scendere sotto il minimo previsto dal suo disciplinare.

    Questo particolare del regolamento del 2009 mi era sfuggito. Pertanto parrebbe tutto in regola sul piano legale. Sugli altri piani ovviamente i dubbi rimangono.

  76. Bel colpo, Maurizio!
    Mi sa che e’ proprio su questo particolare, che a settembre forse era ancora da chiarire, il GiA’ era partito con la denominazione “rosso” (e basta) in etichetta e poi soltanto poco prima di esser messo in commercio hanno deciso di dichiararlo “Langhe DOC rosso”, dopo cioe’ aver chiarito la cosa fra avvocati ed esperti di diritto. Se le cose stanno così, pare anche a me tutto in regola sul piano legale. Un punto chiarito, dunque, e spero che sia soltanto il primo. Farinetti stesso potrebbe chiarirli uno dopo l’altro tutti quanti e credo che da questa discussione pure lui ne guadagnerebbe ancora.
    Pero’… c’e’ un pero’. Se penso che anche certi “Chianti DOCG” che squalificano la loro stessa zona d’origine sono sempre stati in regola sul piano legale… la liceita’ che pure ci sarebbe mi lascia intatti i dubbi su tutti gli altri piani.

  77. L’Appendice 10 citata da Maurizio Gily dice esattamente:

    “Appendice 10

    Prescrizioni riguardanti il trattamento di dealcolizzazione parziale del vino

    Questo trattamento mira a ottenere un vino parzialmente dealcolizzato per eliminazione di parte dell’alcole (etanolo) del vino mediante tecniche fisiche di separazione.

    Prescrizioni
    — I vini trattati non devono presentare difetti organolettici e devono essere idonei al consumo umano diretto.
    — Non è consentita l’eliminazione dell’alcole dal vino se su uno dei prodotti vitivinicoli utilizzati nell’elaborazione del vino considerato è stata eseguita una delle operazioni di arricchimento di cui all’allegato V del regolamento (CE) n. 479/2008.
    — La diminuzione del titolo alcolometrico volumico effettivo non può essere superiore a 2 % vol e il titolo alcolometrico volumico effettivo del prodotto finale deve essere conforme a quello definito nell’allegato IV, punto 1, secondo comma, lettera a), del regolamento (CE) n. 479/2008.
    — Il trattamento è effettuato sotto la responsabilità di un enologo o di un tecnico qualificato.
    — Il trattamento deve essere indicato nel registro di cui all’articolo 112, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 479/2008.
    — Gli Stati membri possono disporre che questo trattamento sia comunicato alle autorità competenti.”

    In ogni caso anche tutto il resto del “Regolamento (CE) N. 606/2009 della Commissione del 10 luglio 2009 recante alcune modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 479/2008 del Consiglio per quanto riguarda le categorie di prodotti vitivinicoli, le pratiche enologiche e le relative restrizioni” e’ molto interessante da leggere anche per tutte le altre pratiche e non solo la dealcolizzazione e puo’ essere scaricato dal seguente link:
    http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2009:193:0001:0059:IT:PDF

  78. Grazie Maurizio per la precisazione, purtroppo chi non è abituato a far alchimie di cantina è spesso disinformato su queste pratiche enologiche e sulla loro legittimità. Mea culpa di piccola produttrice che vive d’istinto e d’istinto lavora, poca tecnica e tanta passione. Ennesima prova che sono fuori dalla realtà e questo mi fa sentire spesso a disagio. Per quel che mi concerne devo dare ragione a tutti coloro che qui scrivono che noi produttori siamo ciechi (ma non muti) e viviamo nel nostro piccolo mondo. Verissimo. Ma continuo a preferire il mio piccolo mondo fatto di vino e pane dove tutte le mie energie sono volte a fare ciò che amo, incapace di raffrontarmi con i mostri della scienza enologica.

  79. @ Mario Crosta: ma non avevi perentoriamente affermato che non avevi nient’altro da dire sulla dealcolizzazione? Che la discussione per te fosse definitivamente chiusa? A quel “Altro non ho da aggiungere” sarebbe dovuto forse seguire un “per ora….” !
    .
    Idem sulle pratiche di cantina, ieri c’era una chiusura al dialogo completa, definitiva, poi oggi addirettura posti il regolamento comunitario sulle pratiche enologiche consentite.

    Però, c’è sempre un però….come il riuscire a cascare in piedi….

    Ciao

    • credo che Mario Crosta non cerchi affatto di “cascare in piedi”. Molto spesso – non sempre, nessuno é perfetto – i suoi interventi, anche i più fantasiosi e “artistici” mostrano una logica inattaccabile. Credo che Mario abbia postato quel regolamento comunitario “per completezza dell’informazione”. Mia, dei lettori di questo blog e anche tua, Luciano…

  80. Certo, anche mia, che però già lo conoscevo.
    .
    E comunque una maggiore disponibilità al dialogo ed una minore sufficenza verso gli interlocutori non guastano mai. Certo toni sarebbero da evitare, secondo me.
    Perchè poi se si ha qualcosa da aggiungere e la discussione riparte si deve poterlo fare in tranquillità, senza bisogno di avvocati difensori.
    .
    Ciao

  81. @ Vignadelmar
    Lei con me sta soltanto cercando rogne. Forse e’ il suo modo di fare con chiunque non la pensi come lei. Si rilassi. Il mondo e’ bello perché e’ vario e soprattutto perché quelli come lei, intolleranti che non vedono al di la’ del proprio naso e della porta della propria trattoria, sono una minoranza. Terrò d’ora in avanti conto delle sue provocazioni per evitare accuratamente nei miei interventi ogni riferimento alla sua per me sgradita persona. In attesa di ulteriori decisioni nei confronti suoi e del blog che la sta ospitando.

    • Mario e Luciano: calma e gesso! Invito entrambi ad un confronto nei termini del civile rispetto, senza provocazioni e senza intemperanze verbali. Se non siete in grado di relazionarvi in quel modo ignoratevi.
      E ricordatevi di una cosa: qui non siamo in altri luoghi di “discussione” sul Web dove la pratica del killeraggio e della diffamazione sono prassi comune. In questo blog sane discussioni e accesi confronti, non insulti.

    • non dire sciocchezze vecchio amico, resta, calmati e ignora le provocazioni, non sempre simpaticissime, del buon Luciano. Che se lo conoscessi personalmente troveresti ben più simpatico di come appare come quando scrive… 🙂

  82. Mi spiace.
    Il mio intervento in risposta a Gily (e non ad altri) si legge chiaramente, si vede che e’ un chiarissimo invito a tutti portarsi a casa il documento, cioe’ mi sembra evidente che e’ soltanto per completezza d’informazione e non per riprendere una discussione con chicchessia. Invece l’intervento di Vignadelmar mi richiama personalmente, a modo suo, ma e’ chiaramente provocatorio nei miei confronti, fatto cioe’ per rimettere una chiassata in cortile, cioe’ incattivire una discussione, tipico non dei simpatici, ma degli antipatici. Tu hai scelto pero’ di metterci sullo stesso piano nella tua risposta e io non ci posso stare. C’e’ un abisso tra postare un commento rivolto a tutti e postarne un altro di provocazione a qualcuno. Gente così tientela pure. Discutici tu. D’ora in avanti pero’ lo potrai fare meglio senza di me. E non fa seguito alcun “per ora”. Addio, Franco.

    • Mario non fare così, dovevo richiamare entrambi ad una maggiore moderazione nei commenti. Poi chiunque può leggere e giudicare come eri intervenuto tu, con quali intenti e modi, e come sono intervenuti altri.
      Sei un caro amico ed un fedele lettore e commentatore (direi quasi un co-autore) di questo blog. Desidero che tu continui a seguirci e ad intervenire.
      Ci conto

  83. Nessuna chiassata e nessuna provocazione.
    .
    Solo il definire, il ribadire, come il nostro sia un dialogo fra pari.
    Dove nessuno dovrebbe poter ergersi, salvo Franco che ne è il Direttore, a titolare del poter definire conclusa una discussione, usando tantomeno toni tanto perentori.
    .
    Qui non ci sono professori che pontificano dall’alto e scolaretti che bevono assetati e riconoscenti dal calice di cotanto sapere.
    .
    Ogni tanto rileggersi non farebbe male.
    .
    Ciao

    • appunto perché é e deve essere un dialogo “INTER pares” raccomando a tutti franchezza e sincerità, ma anche massimo rispetto e nessun atteggiamento provocatorio. Altrimenti mi tocca fare una cosa che non amo fare e che preferisco evitare di fare, ovvero non pubblicare, censurare, non dare spazio al pensiero altrui…
      Questo é e vuole essere uno spazio libero di espressione, dove anche i sassi sanno che é garantito, anzi sacrosanto, il dissenso verso quanto scrive, purché espresso con garbo e buona educazione. E senza insulti e imboscate. Che si possono leggere a iosa e trovare altrove…

    • aveva ragione Federico: “i re magi” di Serralunga d’Alba non si sono fatti vivi e hanno fatto una clamorosa brutta figura. E anche se li rispetto come produttori non ho mancato di far loro conoscere questo mio convincimento. E ad un paio di loro di dirlo direttamente, de visu…
      Giuro che la prossima volta che si lamentano del “Berlusconi di sinistra”, del re del marketing, li mando a farsi benedire…

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