Per aiutare il vino italiano in Cina abbiamo bisogno di un francese?

E’ con grande piacere che pubblico oggi un nuovo contributo di quella acuta commentatrice di cose del vino, soprattutto degli aspetti relativi ai mercati internazionali, che lei evidentemente conosce bene, che corrisponde al nome della misteriosa “Nelle Nuvole”.
Back from Cina
, la simpatica “cirrocumula” ci parla dei gusti dei nascenti consumatori in terra cinese, citando un interessantissimo articolo, che potete leggere qui, intitolato “Poised to get better with age” recentemente pubblicato sul China Daily, scritto da un sommelier francese con tre anni di esperienza in Cina, Olivier Gilles.
Una cosa è chiarissima e Nelle Nuvole lo scrive a chiare lettere in finale di articolo: “Vendere il vino italiano di qualità in Cina è una strada tutta in salita e per chi non ha i mezzi economici per un investimento a lungo termine è molto difficile”. E forse per provare a farlo con qualche risultato non sarebbe male chiedere una mano a chi il difficilissimo mercato cinese lo conosce molto meglio di noi… Buona lettura!

“Olivier Gilles è un mio amico, ci vediamo una volta all’anno in Cina dove lavora e questo basta per ricreare la complicità e solidarietà necessaria a chi opera seriamente nel mondo del vino. Soprattutto in Cina, paese difficilissimo ma ammaliante.
Olivier mi ha dato il permesso di inoltrare l’articolo che segue per i lettori di Vino al Vino, credo che ciò che ha scritto sia molto eloquente riguardo a questo mercato, mi scuso per la traduzione imperfetta ma sono reduce da giorni massacranti e ancora in pieno jet lag.
“Poised to get better with age –  China wine market EL DORADO! Questa é la parola utilizzata in Europa per descrivere il mercato del vino in Cina. Quasi un miliardo di bevitori potenziali! Anche considerando solo un litro di vino a persona all’anno (in Francia la media è di più di 60 litri) il mercato cinese potrebbe essere un enorme balzo in avanti per il business del vino.
Però il problema principale è che il vino non ha un ruolo fondamentale nella cultura cinese. Come possiamo portare i cinesi a bere più vino? Quanta parte della popolazione cinese berrà più vino? Quanto ci vorrà per sviluppare questo “nuovo” mercato?
Al momento, ci sono principalmente due diversi tipi di consumatori in Cina. Innanzitutto la categoria “gold”. Con lo sviluppo del paese negli ultimi 20 anni i cinesi sono diventati molto ricchi. Vogliono avere accesso ai migliori prodotti offerti nell’Occidente, vino incluso. Molti di loro non bevono vino ma cercano un marchio o un’etichetta prestigiosi. Chateau Lafite Rotschild a Paulliac (la proprietà ha sede in questa piccola cittadina nella zona vitivinicola del Bordeaux) lo ha capito già da molto tempo ed è oggi il miglior esempio in Cina.
Con questa nuova domanda per vini di qualità i prezzi, specialmente per i Grand Crus di Bordeaux, sono esplosi, rendendo la Cina il mercato numero uno per i Bordeaux. I consumatori del secondo tipo “gli istruiti”, sono quelli interessati alla cultura del vino.
Vogliono capire e conoscere il mondo del vino, le tipologie, denominazioni, territori e differenze degustative. Vogliono assimilare questa cultura e per questo motivo cominciano dal basso, dai vini base che appartengono quasi sempre al Nuovo Mondo. Passo dopo passo stanno imparando a capire il vino. In confronto a molti francesi convinti che la conoscenza del vino scorra nelle loro vene, i bevitori cinesi allargano il loro sapere ogni giorno con l’assaggio di nuovi vini di tipo diverso.
Quindi abbiamo due mercati, uno per i vini di altissimo prezzo e l’altro per i vini base. Fra queste due tendenze il consumo dei vini di categoria intermedia, anche se questi rappresentano la parte più importante della produzione vinicola, aumenta molto lentamente.
Tuttora molti cinesi non sembrano apprezzare l’amarezza legata talvolta ai tannini e l’acidità che sono due aspetti primari presenti nel vino. Alcuni produttori se ne sono accorti e ci hanno marciato. Una delle caratteristiche  di un vino ossidato e maderizzato è che l’acidità e l’amarezza sono scomparse e sentori dolci come miele e noci secche si sono sviluppati.

I cinesi amano questo e c’è chi se ne è approfittato, esportando questi vini in Cina. Se ne trovano sempre meno a Pechino o Shangai, ma basta andare a Dalian o Quingdao e trovarne in abbondanza.”
L’articolo continua, però per me l’essenziale è quanto ho tradotto. Quello che scrive Olivier si può applicare benissimo anche al vino italiano, con la differenza che noi non siamo riusciti a penetrare nell’immaginario del nuovo ricco cinese come produttori di vino “status symbol”,  forse Antinori, o Gaja, ma sicuramente nessuna delle nostre denominazioni più prestigiose viene identificata immediatamente come quella del Bordeaux.
Non è un caso che l’etichette dei vini cinesi riportano quasi sempre la dicitura “Château”. Vendere il vino italiano di qualità in Cina è una strada tutta in salita e per chi non ha i mezzi economici per un investimento a lungo termine è molto difficile.
Meglio partire con una visione lucida e disincantata senza farsi troppe illusioni “Hope the best, expect the worst”.
Ci sarà modo di riprendere l’argomento, spero con qualche notizia positiva. Auguri a tutti gli amici di Vino al vino”
Nelle Nuvole

0 pensieri su “Per aiutare il vino italiano in Cina abbiamo bisogno di un francese?

  1. Pingback: Per aiutare il vino italiano in Cina abbiamo bisogno di un francese? | Trentinoweb

    • Armando, non ho copiato un bel fico secco e prima di fare accuse inutili e immotivate si informi. Nelle Nuvole ha scritto due diverse riflessioni cinesi: una l’ha mandata al blog che lei cita (e che io non copio affatto: sono nato prima di loro e ho uno stile completamente diverso) e una l’ha inviata a me. Il fatto che il post cinese di Intravino sia stato pubblicato prima di quello su Vino al Vino non significa nulla: potevo farlo uscire ieri (l’avevo da domenica) e non avrebbe avuto senso, anche in quel caso, dire che Intravino copia Vino al Vino. Delle Nuvole se avrà voglia di intervenire confermerà le mie parole.

  2. Confermo, ho mandato due pezzi diversi e per me complementari. Basta leggerli per capirne la differenza.
    Vino al Vino e Intravino sono i due blog che seguo più assiduamente e che mi fanno la cortesia di darmi spazio, ognuno con la propria impostazione.
    Da quel poco che conosco di Franco Ziliani direi che piuttosto che copiare si sottoporrebbe a tortura.
    Non ho altro da aggiungere.

  3. Noi non siamo capaci di esportare la nostra cultura e ‘usarla’ per affermare i nostri prodotti; ancora una volta – grazie alla impreparazione e all’arroganza di chi potrebbe farlo, ma forse non ne è capace e certo ha altri interessi – posizioniamo i nostri prodotti (vino in testa) in modo subalterno ad altri.
    Eppure avremmo tutto quello che serve, con l’eccezione degli uomini giusti al posto giusto.
    Un grande economista pratese (Becattini) l’ha predicato per anni – anche sul Sole 24ore (“Le uova d’oro del made in Italy”) – ovviamente ascoltato solo da pochi dotati di occhi attenti al futuro dei mercati (e del nostro disastrato paese).

  4. Da un Paese asiatico dove il “made in Italy” ha raggiunto ormai da anni la maturazione, il Giappone.
    Se andiamo in un qualunque supermercato, o enoteca, dico a spanne ma non sbaglio di molto, troviamo il 50% di vini francesi, il 15% di vini italiani, e il resto suddiviso tra moltissimi altri Paesi.
    I francesi commercialmente sono troppo forti: fanno sistema, si muovono come nazione, non come noi in ordine sparso, fanno massicci investimenti in promozione; basta vedere cosa succede nel periodo del Beaujolais!
    Io qui lavoro con la ristorazione, anche se non tratto vino o alimenti in genere; qui la cucina francese con noi ha perso da anni di brutto il confronto! Credo che il rapporto sia almeno 5 a 1 per noi, e siamo in continua crescita: e’ qui il grosso della vendita di vino italiano.
    E’ la cucina la nostra “testa d’ariete” per il vino, credo in tutto il mondo, ed e’ anche la chiave per incrementare le vendite negli altri canali distributivi.
    Qui bisogna lavorare, mandare ad esempio i nostri migliori cuochi a fare promozione all’estero.
    Ecco che dalla Cina arriveranno i cuochi, per imparare e poi aprire il loro ristorante in madrepatria; e dietro ai cuochi per forza di cose arriveranno anche i somellier o chi vuole diventarlo.
    Ed i cinesi allora impareranno ad apprezzare i nostri vini, a capire come berli, abbinarli.
    Certo, non e’ cosa di domani, ma se ci muoviamo come “sistema Paese”, unendo le forze, non e’ nemmeno cosa cosi’ lontana.
    Buon Natale a tutti.
    Valentino Stella

  5. Fantastico trovarmi in foto sul blog del buon Franco…. Quella pubblicata è una fotografia scattata a Suzhou durante un’inaugurazione di un nuovo centro per la commercializzazione del vino…. Bando alle ciance, letto l’articolo e sono abbastanza d’accordo. Il consumo pro capite della Cina è di 0.25 lt/anno, Shanghai è la piazza più internazionale e il consumo arriva a 1.3 lt/anno…. Ciò che occorre considerare che se si arrivasse a 1 lt per persona sarebbero consumate quasi 2 miliardi di bottiglie!!!!
    I vini francesi la fanno senza dubbio da padrone, credo comunque che per i vini italiani ci sia assolutamente margine per poter sfondare in un mercato, che a mio modesto parere, sarà il più grande del mondo molto presto.

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