Vin Santo Colli dell’Etruria Centrale San Michele a Torri 2003

Acciperbacco, che peccato aver conosciuto questo ottimo Vin Santo toscano così tardi!
Se l’avessi conosciuto prima, parlo del Vin Santo Colli dell’Etruria Centrale San Michele a Torri del 2003 che ho provato per la prima volta la sera del 30 settembre a Firenze, la sera preceente una simpatica degustazione di Chianti Colli Fiorentini, che ho avuto il piacere di condurre, non avrei avuto dubbi, avendo io selezionato i vini, ad inserirlo nella degustazione di 27 Vin Santo Toscani oggetto di un ampio e circostanziato articolo – resoconto nella issue n°30 della prestigiosa rivista britannica The World of Fine Wineleggete qui.
Tasting nel corso del quale, come ho scritto, su 27 campioni degustati, ben 18 hanno ottenuto un punteggio variante da 14,5 a 16,5/20.  E poi il vino che è piaciuto di più ha ottenuto 18/20, tre vini 17,5/20, due vini 17/20 e quattro vini 16,5/20. E poi sette 16/20 e sei ancora 15,5/20.
Sorry
, all’epoca della nostra degustazione, membri del panel tasting Mrs. Jancis Robinson MW, Nicolas Belfrage MW e Michael Edwards, oltre che il sottoscritto, non conoscevo il produttore, Fattoria San Michele a Scandicci, non avevo ancora avuto modo di apprezzare l’ottimo Chianti Colli Fiorentini, “il vino che più di ogni altro identifica l’azienda”, a base di Sangiovese (80%), il Canaiolo (15%) ed il Colorino (5%) e senza il contributo, peraltro previsto dal disciplinare, di uve franciose.
Non conoscevo l’azienda, circa 50 ettari sono occupati di vigneto e 30 di oliveto, non sapevo che agisce in regime di agricoltura biologica, con certificazione fornita dal Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici di Bologna, il proprietario dell’azienda, Paolo Nocentini.
E non mi era mai capitato di assaggiare il vino che giustamente loro considerano “l’orgoglio di San Michele, un vino che è il risultato di un duro lavoro che comporta un notevole dispendio di energie, tempo e spazio”.

Un vino molto particolare già nell’uvaggio, che prevede Uvaggio Trebbiano Toscano per l’80% e San Colombano per il 20%, il modo di lavorare, che prevede che le uve rimangano in appassimento sui loro graticci finché la concentrazione di zuccheri non è quella desiderata, intorno al 40%, e che poi faccia seguito una severissima selezione delle uve in maniera da utilizzare solo quelle perfettamente integre, prima della pigiatura e torchiatura per ottenere tutto il mosto che poi viene posto in piccoli caratelli di circa 100 litri.
Caratelli, come vuole la tradizione toscana più autentica, “fatti di legni diversi quali rovere, ciliegio, castagno, gelso”, una varietà di essenze che conferisce al Vinsanto un gusto unico.
Fermentazione lunga, sino a cinque anni, e poi dopo l’imbottigliamento la fase, quanto mai edonistica, dell’assaggio, puro ovviamente, senza alcun abbinamento, come purtroppo ancora spesso accade, ai famosi cantucci di Prato.
Meglio da solo o se proprio vogliamo abbinarlo a qualcosa, che siano grandi formaggi erborinati, un Gorgonzola giusto, un Roquefort, uno Stilton. O un Blu del Moncenisio… Insomma, un grande vino da meditazione, da centellinare moltiplicando sorso dopo sorso il piacere…
Poi l’ho conosciuto, provato quasi a fine cena in una trattoria tipica di Firenze dove ero stato con alcuni produttori, e subito la sorpresa. La conferma di trovarmi di fronte ad uno di quei Vin Santo seri con cui fare assolutamente i conti.
Tanto più che il vino che mi ha così tanto favorevolmente colpito nasce da un’annata non certo ideale per la produzioni di vini di alta qualità, trattandosi di quell’annata, il 2003, nota per la sua terribile calura tropicale che perdurò per tutta l’estate. E invece…
Colore giallo ambra oro, molto brillante, intenso, pieno di riflessi luminosi e poi, sorpresa delle sorprese, nulla di cotto, di marmellatoso, statico, eccessivo, bensì un naso vivo, fresco, complesso, variegato, con note di agrumi, frutta secca, spezie orientali, zafferano, fichi e albicocche secche, e una intrigante florealità, a colpire, per la loro fragrante incisività, la loro nettezza e precisione.
Altrettanto fresca, viva, con una bella articolazione tra il giustamente dolce ed il salato, la bocca, con una materia ricca, multistrato, piena, grassa quanto basta, sorretta da un’acidità calibrata, e da un nerbo ammirevole che dà energia e carattere al bicchiere.
Gran bel Vin Santo, che se vi capita di passare da Scandicci vi consiglio, se ce n’è ancora, di provare a procurarvi in azienda…

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