Eno-disinformazione: Prosecco e Asti equivalenti italiani degli “Champagne”?


Caspita quanto devono ancora darsi da fare i produttori dei diversi metodo classico a denominazione d’origine italiani, franciacortini, trentini, oltrepadani, altoatesini, alto-langhetti, per farsi conoscere!
E soprattutto per far capire, in Italia e nel mondo, non solo che non hanno nulla a che fare con gli “spumanti” generici, quelli che in finale di 2010 si vendevano a 3-4 euro, o meno, ma anche con le bollicine da uve aromatiche prodotte con il metodo Charmat come i vari Prosecco, Doc o Docg, o l’Asti. E anche non volendo presentarsi, perché sarebbe sciocco, come la “risposta” (oggi le comiche: 20 milioni di bottiglie contro 300) italica al modello storico rappresentato dallo Champagne, è giusto far capire almeno metodologicamente parlando, trattandosi comunque sempre di “méthode champenoise” o se preferiamo definirli vini nati con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, che uno Champagne è ben più “vicino” ad un Franciacorta e ad un Trento Doc che ad un Asti o a un Prosecco…
Se così faranno, come ho osservato in questo post pubblicato su Lemillebolleblog, sarà ben più difficile che si verifichi il tragicomico qui pro quo, anzi misunderstanding, in cui è incorso, per sua ignoranza, ma evidentemente anche perché i nostri produttori non hanno saputo comunicare sufficientemente bene e con forza, il wine writer statunitense Casey Phillips.
Wine writer che in un articolo dedicato agli sparkling wines di tutto il mondo pubblicato sul Chattanooga Times Free Press, in un box intitolato Champagne by any other name (che potremmo liberamente tradurre come “gli altri nomi dello Champagne”: nomi che non ci sono perché “il n’y a de Champagne que dans la Champagne”) è arrivato a scrivere “Only sparkling wine made in the Champagne region of northeastern France is considered true Champagne, but there are many names for sparkling wines from other regions” proponendo come “equivalente” dello Champagne in Spagna il Cava, in Germania e Austria i Sekt, in Portogallo l’Espumante.
Ricordando che in Francia si producono anche Crémant de Bourgogne e de Loire (dimenticandone svariati altri) e proponendo per l’Italia nientemeno che Prosecco e Asti – leggete qui.
E’ solo con maggiore cultura e un’informazione più precisa, anche se le quote delle bottiglie che si vendono all’estero sono piccole quote, decisamente minoritarie rispetto al fatturato messo a segno sul mercato italiano, che ai nostri eccellenti metodo classico a denominazione d’origine verrà reso l’onore che meritano…

0 pensieri su “Eno-disinformazione: Prosecco e Asti equivalenti italiani degli “Champagne”?

  1. Be’ no, solo uno ‘scemo’ (in senso figurato e senza offesa; ma come si fa ad affermare certe cose?) può essere così sommario…
    E, naturalmente, penso che chi produce ‘bollicine’ dovrebbe avere grande interesse a non lasciare che le cipolle, i porri, lo scalogno e similari – con prezzi e ruoli culinari molto diversi tra loro – rientrino tutti nello stesso calderone.
    Perché nel nostro piccolo paese le segmentazioni del mercato andrebbero incoraggiate (anche il paese è fatto di piccoli segmenti): sono anche funzionali ad una migliore affermazione dei singoli prodotti (pure quelli di livello più basso).
    Parlo a suocera sperando che anche la nuora ci rifletta!

  2. In poche righe i nostri cugini d’Oltralpe sanno essere più precisi, quando parlano di “sorpasso” dei nostri “spumanti”:

    Les exportations de Spumante et de Prosecco, deux spécialités d’Italie ont bondi de 17 % sur les neuf premiers mois de l’année, si bien, qu’en volume, le mousseux italien a dépassé le Champagne pour la première fois en 2010 !
    “Si nous regardions la production de vin pétillant en termes de valeur, nous resterions toujours loin derrière le champagne”, a nuancé Giuseppe Martelli le directeur d’Assoenologi, l’association des oenologues italiens.

    Le prix d’une bouteille de Spumante (Piemont) varie de 8,50 euros pour une qualité moyenne à 18 euros pour la meilleure qualité. Les meilleurs crus se vendent à 45 euros la bouteille, soit la moitié des meilleurs champagnes, un facteur déterminant pour la réussite des mousseux italiens en période de crise économique.

    Fonte:
    http://www.1855.com/fr/news/actualite-vin/003422/en-2010-le-mousseux-italien-s-est-mieux-vendu-que-le-champagne/

  3. L’articolo e’ molto superficiale e rivolto ad un pubblico di totali “non conoscenti” del vino in genere e delle bollicine in particolare. Qundi in se’ ci fa poco danno.
    E’ comunque una conferma che all’estero se si parla di bollicine italiane la percezione e’ il binomio Asti (senza nemmeno aggiungere la parola spumante) e (molto piu’ recentemente) Prosecco.
    Solo in ristorante molto qualificati e con sommeliers o wine buyers all’altezza si possono trovare in carta delle denominazioni come Franciacorta, Trento DOC, le altre oltrepadane e altoatesine ancora meno. Questo almeno per i mercati nordamericani e britannici, forse in Germania e Austria e’ diverso, ma ne dubito.
    Come mai? Credo per motivi sia storici che meramente commerciali. L’Asti Spumante negli anni ’60 e oltre, ha inondato i suddetti mercati con prodotti di poco prezzo e francamente discutibili, quelli che io chiamo “da Luna Park” perche’ si vincevano al tiro-a-segno. Cosi’ viene tuttora considerato.
    Il fenomeno Prosecco e’ molto pou’ recente, direi che si e’ affermato negli ultimi cinque anni. Il livello qualitativo rispetto all’Asti e’ mediamente superiore,ma non di tanto. Pero’ fa chic nei wine bar ordinare un Prosecco se qualcuno vuole un aperitivo leggero e poco impegnativo. Il costo e’ generalmente moderato e la parola “Prosecco” si pronuncia facilmente, a differenza di “Franciacorta”.
    Ovviamente i motivi sono ben piu’ complessi, ma per me alla base c’e’ sempre una scarsa coesione fra i diversi produttori, con la voglia di affermare il proprio marchio invece della denominazione. Una seria politica di comunicazione, a lungo termine, e un’omogeneita’ di stile e prezzi, sarebbero auspicabili. Questo vale per una montagna di altre produzioni vinicole italiane, castigate appunto per la mancanza di quanto detto sopra.

  4. Sono d’accordo con lei che i produttori trentini, ecc. devono comunicare meglio il valore dei loro prodotti: questo assunto vale per tutte le aziende di qualsiasi settore e mercato ed è un deficit tipico e diffuso nelle imprese italiane.
    Detto questo, credo che quello che conta, e che interessa al consumatore, sia il risultato che si ottiene alla fine di un percorso produttivo. Cerco di spiegarmi meglio: un vitigno prestigioso, coltivato in maniera intensiva, può produrre uve di qualità inferiore rispetto ad un vitigno meno prestigioso ma coltivato con dovizia e con bassa resa per ettaro. Sempre meno, nei mercati globalizzati e con consumatori sempre più informati, un prodotto, sia esso uno spumante o un abito, si compra per virtù di blasoni antichi, ma piuttosto per la sua capacità di soddisfare più efficacemente bisogni e aspettative dei consumatori.
    E’ corretto parlare di nicchie di mercato, ma pensare di attribuire classi di merito o valore a prodotti (in questo caso, spumanti) in maniera ‘dogmatica’ (mi si passi il termine) risponde, secondo me, a logiche che rischiano di essere un po’ sorpassate.
    Bisogna ricordarsi che nell’uso comune, quando ci si voleva riferire al paradigma dell’auto tradizionalmente migliore, si tirava in ballo la Rolls Royce: bene, la Rolls Royce è stata comprata dalla BMW. I tempi (e i gusti) cambiano…

  5. Se si parla di qualità, non si può prescindere dal fatto che necessitino le conoscenze giuste, affinchè si possano fare le giuste valutazioni.
    Come estimatrice e appassionata sommelier Siciliana, ritengo che sia troppo riduttivo, considerare il metodo classico il metodo per eccellenza. Se è vero che i “cugini” francesi abbiano avuto il primato con lo Champagne, ciò non toglie che negli ultimi anni lo stesso abbia perso un po’ quota. In tutta onestà ritengo che in Italia ci siano prodotti di gran lunga superiori allo Champagne e non ottenuti con metodo classico. il Prosecco, del quale si parla tanto non è solo una moda, bensì una storia, un vitigno coltivato in determinate zone ( cosa che molti non sanno… anche ristoratori)!,un’uva dal quale si ottiene un vino spumante con metodo Charmat. Inoltre nel corso degli ultimi anni, c’è stato un aumento di consumi e delle esportazioni di Prosecco. Invito dunque appassionati, professionisti del settore a confrontare, assaggiare e non fermarsi alle apparenze e a i luoghi comuni. Provate a sentire ad esempio l’eleganza delle bollicine di un Cartizze ( spumante Dry ottenuto da uve Prosecco), vi renderete conto che il “gap” tra metodo classico e Charmat non è poi così grande. Anzi a parer mio ci sono vini spumanti ottenuti con metodo Charmat di gran lunga superiori a metodi classici, e potrei fare tanti altri esempi. Diamo valore a ciò che ci appartiene,e lasciamo da parte lo “snobismo”.

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