Ma un Super tuscan può davvero essere più “chiantigiano” di un Chianti Classico?

Domanda: cosa ne pensate di queste affermazioni pescate in Rete? La prima: “dati per morti ogni 2 mesi almeno, pare godano invece di ottima salute”.
Si sta parlando, è bene precisarlo, dei cosiddetti Super Tuscan.
Seconda affermazione preceduta da un discorso più ampio: “Non si può dire che valga per ogni vitigno forestiero presente nel Chianti Classico ma in certi casi si ha la dimostrazione che ancora più del vitigno conta la capacità di far parlare un territorio.
Al di là delle retoriche varie, l’impressione è che i vini che sono riusciti a costruirsi negli anni ’80 e ’90 un certo seguito e una certa reputazione, ma soprattutto uno stile proprio riconoscibile, continuino a riscuotere successo e a raccontare non solo una idea di vino e un territorio, pur usando linguaggi internazionali”.
Pertanto “a volte succede che parlino più chiantigiano alcuni supertuscan con viti ultraventennali che vini DOCG con vigneti giovanissimi o gestiti in maniera sbagliata. E proprio l’età di alcuni vigneti fa sì che questi vini, un tempo noti per concentrazione, estratto e note dolci e accattivanti, risultino più caratteriali e meno omologati di vini a denominazione”.
Siete d’accordo con chi, ritenendo l’età del vigneto un elemento discriminante, dice che “parlano più chiantigiano”, che sarebbero “meno omologati” alcuni vini, ovviamente prodotti con vitigni internazionali, espressione di vigneti che hanno almeno vent’anni, rispetto a vini “DOCG con vigneti giovanissimi o gestiti in maniera sbagliata”.
Secondo voi sono “più chiantigiani”, insomma, un Tignanello, un Casalferro, un 50 & 50 di Capannelle, un Siepi, un Sammarco del Castello dei Rampolla, un Apparita del Castello di Ama, di un Chianti Classico di Castell’in Villa, di San Giusto a Rentennano, di Monteraponi, di Ormanni?
E ometto volutamente di parlare di vini come Fontalloro, Flaccianello della Pieve, Percarlo, Pergole Torte, Cepparello, tutti vini base Sangiovese 100%, che di fatto sono già dei Chianti Classico, ma che si presentano tuttora con quell’etichetta di “Super Tuscan” che hanno obtorto collo adottato negli anni in cui, assurdamente, non era possibile produrre Chianti Classico con sole uve Sangiovese…
Il discorso dell’autore delle due affermazioni riportate sopra temo non si riferisca a questi vini, bensì a quelli che vedono protagonisti i vitigni internazionali…

Di questo passo non vorrei che lo stesso o altri arrivassero a dirvi che un Solengo, un Excelsus e un Summus, un Olmaia, un Pietrad’Onice, un Luce mostrano un carattere più squisitamente ilcinese di un banalissimo Brunello di Montalcino Docg…
Possibile che l’aspetto da “laboratorio”, la sperimentazione, la variazione sul tema, anche in una terra a forte e storica identità come il Chianti Classico continuino ad essere premianti per alcuni più della classicità?

16 pensieri su “Ma un Super tuscan può davvero essere più “chiantigiano” di un Chianti Classico?

  1. Sarebbe interessante sapere chi é l’autore da te citato.
    Per me il nocciolo é nella parola “ultraventennale”, da tradursi “di non più di trent’anni”. Si ritorna ai primi anni ottanta quando c’é stata l’esplosione dei “Supertuscans”, percepiti ahimé come maggiore espressione vinicola proveniente da territori toscani “classici”. Per la generazione che allora si avvicinava alla degustazione fu una specie di “imprinting”, e parlo non solo di appassionati ma anche di critici e giornalisti specializzati. Si cominciò a diffondere l’idea che il miglior vino toscano era quello, concentrato, potente, rotondo, ruffiano, pronto alla beva e ad un cazzotto in testa. Per tanti produttori e per i loro enologi fu una corsa a salire su quel treno. Così le uve migliori, anche di Sangiovese, furono utilizzate per blend di impronta internazionale, lasciando la scelta secondaria ai vini DOCG.
    Ultimamente i giochi sono cambiati e i Supertuscan in realtà non si vendono più come prima, anche per i prezzi eccessivi. A parte naturalmente quella decina di nomi che ormai vengono considerati più uno status symbol che un vino all’altezza della fama e del prezzo.
    Purtroppo anche il Chianti Classico in generale soffre per vendere, la politica di favorire i Supertuscan e di non preoccuparsi di valorizzare l’immagine di questa denominazione ha portato ad un’immagine del Chianti come vino medio, di produzione vastissima, con una miriade di etichette svendute.
    E’ una realtà molto toscana, mi chiedo cosa sarebbe stato se si fosse cominciato a produrre anche un brand “Super Piedmont”, almeno questo ci é stato risparmiato.

    • carissima Nelle Nuvole, per una volta non sono d’accordo con te. Non reputo importante sapere chi sia l’autore delle due affermazioni che cito. E con le quali, ovviamente, non concordo. Quello che m’interessava era piuttosto capire di che opinione siano, sul tema proposto, i lettori di Vino al Vino…

  2. L’idea che mi ero fatta del Chianti in un passato ormai remoto si era andata via via spegnendo con il progredire del modo di fare vino con stile internazionale, moda innescata in Italia dal successo dei “supertuscans”. Mi sono emozionato qualche anno fa degustando una bottiglia di Montevertine 2004, riscoprendo la vera essenza del Chianti, ironia della sorte proprio con un vino 100% Sangiovese che il preveggente Sergio Manetti aveva tolto dalla denominazione non condividendone i principi troppo permissivi! La scorsa primavera, nella zona di Radda, ho avuto occasione di scoprire un altro paio di belle realtà di produttori di Chianti Classico veramente apprezzabili, Monteraponi e Val delle Corti. Molti altri cosiddetti Chianti assaggiati in loco mi sono sembrati ancora pesantemente macchiati dallo stile internazionale, quasi a voler scimmiottare i supertuscans. In questi vini, pur tecnicamente ben fatti, non mi sembra di riscontrare alcuna specifica vena territoriale.
    In conclusione credo ci sia un bel po’ di confusione: molti vini con denominazione Chianti Classico meriterebbero di confluire nella categoria dei Supertuscans di cui condividono l’impostazione (e scarsissimi legami con il territorio), altri, che inopinatamente vengono etichettati come Supertuscans (v. l’esempio del Montevertine), esprimono splendidamente il territorio!
    Angelo Cantù

  3. innanzitutto bisogna dire che Tignanello è si un super tuscan, ma se Antinori decidesse di mettere in etichetta la dizione chianti classico riserva sarebbe assolutamente in regola.

    Poi direi che in linea di massima chi produce ottimi chianti (monteraponi, ormanni, le cinciole, fattoria rodano….) non deve aver paura dei supertuscan, ma è innegabile che ci siano i commercio (e non solo sullo scaffale della GDO) valanghe di chianti che di toscano hanno solamente la scritta in etichetta. Ecco allora che bravi vignaioli chiantigiani possono tirar fuori dal cilindro supertuscan molto più territoriali di quei tanti chianti scialbetti che circolano.

    Dobbiamo ancora imparare dai francesi: non importa che uva ci metto dentro, è importante che il risultato finale rispecchi il fatidico terroir, siano insomma figli della terra di provenienza.
    Esistono fior di supertuscan che chiamano “Toscana” a gran voce, nonostante cabernet e merlot. Esempi? Ricolma, ma anche Solaia sono i primi che mi vengono in mente.

    Sulla situazione commerciale bisogna ammettere che il chianti classico, con le dovute proporzioni (il numero di bottiglie prodotte è davvero differente), le prende sonoramente da Bolgheri.

  4. Se ci riferiamo agli esempi che fai, Franco, certamente la risposta alla domanda del titolo è NO. Esistono comunque molti vini marchiati come Chianti Classico che in realtà sono blend con una bella percentuale “coprente” di merlot o di cabernet sauvignon. Senza contare i casi in cui queste percentuali di mix sono, più o meno volontariamente, falsate rispetto a quanto dichiarato.
    Prendendo per buona la genuinità dell’attuale estensione del Chianti Classico (anche se qualcuno contesta la generosa estensione, perlomeno a certe zone di Sambuca, Tavernelle o San Casciano Val di Pesa), la situazione è grosso modo questa:
    – prodotti marchiati Chianti Classico che rispecchiano nelle intenzioni e nei fatti la tradizione e il territorio, con l’uso di sangiovese, canaiolo, malvasia nera, colorino, nelle percentuali previste dal disciplinare;
    – prodotti chiantigiani di fatto, seppur classificati come IGT. I già citati grandi e storici sangiovese 100%. Ma anche alcuni IGT prodotti con altre uve autoctone, se non addirittura usando le uve bianche, alla maniera del barone Ricasoli, assurdamente escluse dal disciplinare;
    – Chianti Classico più o meno vagamente chiantigiani, dove l’apporto di vitigni internazionali può essere minimo oppure evidente al punto tale da stravolgere il vino e renderlo poco caratterizzato in senso chiantigiano. E’ un retaggio di scelte fatte in passato, sull’onda di mode ormai passate. C’è chi si è pentito di aver piantato merlot e cabernet, chi ne va ancora orgoglioso. Qualcuno non ha ancora capito niente di quello che è successo e sta succedendo nel mercato mondiale. Altri hanno capito e stanno progressivamente dividendo nettamente tra Chianti Classico con soli autoctoni e IGT a base internazionali
    – IGT storici prodotti con sangiovese e percentuali anche alte di internazionali. Un esempio per tutti, il Tignanello: ha fatto scuola, alto numero di bottiglie, un marchio noto che obbiettivamente ha portato lustro a tutta l’area e dove è innegabile un percorso che possiamo tranquillamente definire come “nuova tradizione”
    – IGT storici da internazionali in purezza, essenzialmente merlot. Altro esempio blasonato, L’Apparita. Ma anche La Ricolma andrebbe benissimo. In questi casi si può dire che il merlot ha assunto dei caratteri chiantigiani ed il prodotto ha una sua nobiltà, sicuramente superiore ad alcuni Chianti Classico pesantemente blendizzati
    – per finire, la gran massa di IGT di ricaduta. Tranne poche eccezioni: senza storia, senza qualità, senza interesse, senza mercato. Una vera palla al piede per l’area e per i bilanci delle aziende
    – Non dimenticherei poi anche un ampio mercato di vino sfuso, dove confluiscono vini dalla qualità la più varia. Da mancati Chianti Classico tradizionali e ben fatti, a vini senza arte nè parte, di composizione incerta.

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  6. Franco buongiorno.
    Gentile Nelle Nuvole buongiorno. Quello della tipicità dell’atipico è un vecchio slogan molto in voga da quelle come da queste parti. Diventa un po’ più interessante quando viene rispolverato da chi ha il ruolo di difendere un territorio (meraviglioso) e che invece difende solo una scelta quantomeno discutibile.
    Buona giornata.

  7. alla domanda precisa rispondo NO, e sostanzialmnete concordo con Bonucci nella sua disamina della zona. Certo che il solo pensiero di includere il Siepi…maronnaaaa! Anche il primo post di Nelle Nuvole disegna egregiamente il quadro che aveva di fronte chi, come me, ha inziato ad approfondire(non solo bere) il vino in quegli anni; A Franco farà ridere ma ricordo ancora la corsa alla prima bottiglia di tignanello, mentre altri, come il citato siepi (ma per dire anche il giorgio I de la Massa, e lo stesso Solaia) li ho sempre trovati indigesti e fuori dalle mie corde. Certo, il panorama del Chianti all’epoca forse giustificava qualche esperimento, anche se poi alla fine i migliori esperimneti si sono dimostrati, sempre a mio umile parere, le lavorazioni 100% sangiovese,da lei citate.
    Dei supertuscan montalcinesi penso invece ancora peggio di quelli chiantigiani e a parte l’olmaia (ogni tanto) non li riesco neppure a bere, se devo andare su un cabernet, magari franc mi tolgo la voglia con il paleo che, amio parere, è un vino grandioso.

  8. Grazie Franco per non essere d’accordo con me, meno male cominciavo a preoccuparmi!
    Grazie ag per il buongiorno che ricambio.

    La mia opinione l’ho già detta. Vorrei ricordare, solo per conoscenza, senza secondi fini, un’intervista a Piero Antinori comparsa sul Wine Spectator nel 1987 o giù di lì. La rivista aveva ancora il formato “lenzuolo” e mi sembra che Antinori fosse in copertina. Comunque nell’intervista il Marchese, dopo aver parlato del fenomeno Tignanello, ribadiva che era ora di tornare alle varietà autoctone e di dedicarsi a migliorare la qualità del Chianti, piuttosto che ostinarsi a considerare i nascenti Supertuscan come il meglio della produzione vinicola toscana. Quanto tempo é passato…

  9. Ho sempre pensato che se uno lavora bene, il risultato sia inevitabilmente buono, a prescindere da cosa utilizzi. La considerazione poi che questi vini siano anche vini di territorio però non è automatica. Anzi. Sicuramente un elemento che differenzia questi vini con taglio internazionale prodotti in Toscana c’è, magari non sempre evidente. C’è a mio avviso una confusione nel ritenere che questo elemento sia sinonimo di toscanità: un Merlot, un Syrah, un Cabernet toscano è si diverso dai suoi simili francesi e di altre zone italiane, ma parlare di territorialità mi sembra un passo un po’ azzardato. Questo mi viene confermato quando si prendono in considerazione IGT fatti col Sangiovese in purezza: anche se differenti ai cugini DOCG, l’elemento di fondo qui può essere certamente “toscano” e quindi di territorio. Magari visto in un’ottica diversa.
    Certo che la strada che hanno scelto molte aziende di puntare prima di tutto su IGT di qualsiasi taglio, che facessero da traino anche per i vini a denominazione si è rivelata, a mio avviso, del tutto sbagliata: oggi i nuovi impianti e cloni di Sangiovese sono altamente in grado di produrre eccellenti vini, senza dover ricorrere all’utilizzo dei famigerati vitigni “migliorativi”!
    Antonio

  10. Oppure non può investire risorse e tempo per estirpare le piante dei vitigni internazioni e piantare autoctoni. Non è così facile, tocca mettersi anche nei panni di qualche azienda che sconta errori passati e non ce la fa a dare una svolta radicale. Il mercato punisce invariabilmente queste situazioni. E si perdono comunque tempo e occasioni. Ci sono dei terreni bellissimi, vocatissimi, ben esposti, coltivati purtroppo a cabernet o a merlot, magari vinificati anche senza adeguata sapienza. E non si riesce a fare niente di diverso… Queste situazioni tendono ad appiattire, a togliere prestigio alla denominazione. Poi non dimentichiamo quelli che fanno iper-produzione “basta sia” nelle zone meno vocate della denominazione, usando lo stesso marchio Chianti Classico di chi fa qualità senza compromessi. E’ un tiro alla fune tra chi riesce e chi non risce a far “cantare il territorio”. Sarebbe troppo semplice se tutti si mettessero a tirare dalla stessa parte. Il Chianti Classico avrebbe tanto di più da dire e da dare, se i terreni vocati fossero tutti in buone mani…

  11. Arrivo forse in ritardo…alla domanda iniziale risponderei: ma certo ! Le due tipologie,( anche se poi sono molte come giustamente scrive Bonucci,) sono per così dire ognuna trasversale, nel senso che c’è di tutto ed il contrario di tutto.
    Semplificando direi che esiste una tipologia “mercantile” che è riuscita camaleonticamente a cavalcare le mode e che bene o male è stato il motivo del grande successo commerciale della Toscana: che piaccia o meno credo sia così. Il Tignanello è stato, ed è, forse l’espressione più “nobile” di questo fenomeno di mercato anche se visto gli ingenti investimenti che sono stati fatti nel reimpianto degli omonimi vigneti è lecito aspettarsi che avvenga una svolta di tipo territoriale di questo vino: l’evoluzione finale a cui poi sta andando finalmente molto del vino Toscano. Certo anche prima veri vini da terroir ci sono stati,ma sono stae eccezioni (e che eccezioni!) ma in larga parte credo che il grande successo del vino Toscano nel mondo sia stato grazie ai vini costruiti in larga parte per il mercato piuttosto che a veri vini da terroir. I sex pistols avevano fatto il “great rock’n’roll swindle”, I toscani hanno fatto altrettanto in chiave enologica infinocchiando la critica ed il mercato.
    L’uso dei famigerati “migliorativi”è stato un male necessario per poter mettere una pezza su una situazione vigneti davvero penosa, per quanto riguarda specialmente tutti quelle vigne a sangiovese piantate durante i piani verdi e feoga (60-70).
    Oggi grazie alla crisi, ai nuovi impianti, ai nuovi cloni di sangiovese, finalmente si sta cominciando a scoprire il vero terroir: anche perchè certi giochetti semplicemente non pagano più.Credo in fondo che quando davvero si opera con sapienza ed attenzione si riesca a produrre vini Chianti Classico usando qualunque varietà anche se il sangiovese sicuramente è la varietà che riesce ad esprimere con la massima sensibilità le sfumature di terroir come nessuna altra.

  12. Ho un problema a capire cosa sarebbe la “chiantigianita’”. Voglio evitare la facile (anche se tutt’altro che sterile) polemica, o per lo meno voglio rimandarla il piu’ possibile evitando di andare subito a cascare sulle dolentissime note (ben note), e tralasciando quindi speculazioni sul territorio accetto di limitarmi a considerare solo il vino. Ebbene, anche in questo caso, sono costretto a reiterare la domanda: cosa sarebbe la chiantigianita’? Cosa fa piu’ chiantigiano di un altro un vino? Io credo: proprio nulla. Proprio nulla, a parte l’unico, unicissimo aspetto che puo’ rendere chiantigiano un vino, e rispetto a tale aspetto non si e’ piu’ o meno chiantigiani: lo si e’ o non lo si e’. Il vitigno non fa la chiantigianita’ visto che le vecchie vigne erano piene di un sacco di vitigni diversi, visto che il famoso sangiovese non e’ un vitigno nello stesso senso in cui possono dirsi vitigni i noti “internazionali”, bensi’ e’ una famiglia molto polimorfica di vitigni, visto infine che anche circa le “formule” ci sono stati ribaltoni in un passato non remotissimo. La chiantigianita’ non e’ fatta neppure dalla pedologia visto che nel Chianti (e parlo del Chianti per davvero, non di denominazioni patacche ad uso commerciale, slabbrate come la trippa) ci sono situazioni di suolo molto diverse e che producono effetti sensoriali ben diversi. Allora, ad nauseam, da che e’ fatta la benedetta chiantigianita’?

    Notarella a poscritto: io temo che attorno alla denominazione vinicola “chianti” ci saranno sempre discussioni condannate a stare strette fra la tautologia e l’aporia, e’ una denominazione che sembra fatta apposta per creare paradossi, perche’ e’ nata male e proseguita peggio, porta ormai inestricabilmente legato lo stigma di un peccato originale, gravissimo. Piu’ o meno come non c’e’ pruneto che non sia infestato anche di macchia e intessuto delle liane delle vitalbe. Quindi e’ giusto che sia cosi’, tristemente. Come e’ giusto che la farina del diabbolo finisca sempre in crusca. Amen.
    L’avevo detto che la rimandavo soltanto…

  13. so che riscontrerò negative opinioni ma io non trovo i vini toscani così super, io vivo nella terra del vino rosso,il piemonte e credo che siano nettamente superiori a molti vini toscani!!!! unico problem piemontese e nel marketing che invece le aziende toscane hanno……………………….
    Credo che siano strategie di marketing, nel bene e nel male basta che se ne parli!!! per me super barbera

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