Suckling dichiara il suo amore eterno per il Sangiovese e appare già pronto per il Gambero rosso

Benvenuto Giacomino, hai ancora una volta dato prova di avere tutte le carte in regola come del resto ha ampiamente testimoniato l’intera tua gestione del complesso, delicato incarico (che hai ricoperto fino a pochi mesi fa) di European editor di una testata oggettivamente importante come Wine Spectator, nonché di responsabile delle degustazione di vini italiani, per fare del tuo meglio, come si aspettano da te, con la futura collaborazione, di cui abbiamo avuto notizia qui, nientemeno che all’equivalente italiana di WS, il Gambero rosso.
Anche se, per il momento, si tratta solo di quella misteriosa cosa denominata “Fondazione Gambero Rosso per lo studio, la valutazione, lo sviluppo e la promozione del vino e del cibo italiani”.
Sei già entrato pienamente in sintonia, anche se in verità lo sei sempre stato, con il modo di vedere e giudicare i vini di casa nostra, storicamente rappresentato dalla più diffusa (tuttora) e influente (una volta) guida dei vini italica.
Non c’erano molti dubbi in merito, tu sai sempre benissimo, da uomo di mondo quale sei, come ci si deve comportare, che bisogna sempre testimoniare attaccamento e fedeltà ad amici e sodali, che non si può di certo deluderli.
Basta leggere il tuo nuovo flamboyant, anzi “moderno”, come lo definisce il presidente della Gambero rosso Holding Spa, sito Internet, che porta il tuo riverito nome – http://www.jamessuckling.com/ – per capire che Giacomino è sempre Giacomino e anche nella nuova veste di “produttore televisivo e wine editor di Tattler, per le numerose edizioni asiatiche del prestigioso magazine inglese” finirà per darci le consuete grandi soddisfazioni.
Tra i primi articoli un tasting report sul Brunello di Montalcino 2006 datato 10 gennaio e inviato da quel Borro, proprietà della famiglia Ferragamo, che è stato per anni il tuo buen retiro. Il posto dove ogni tanto invitavi anche i barolisti (sempre i soliti) del tuo privilegio.
Giacomino ha degustato e cosa gli ha detto il suo wine tasting? Semplicemente gli ha dato l’occasione di riaffermare “why I love great Sangiovese. It’s like great Pinot Noir. There’s nothing like it”. Per lui il Sangiovese é unico e inimitabile.
Questo perché, scrive “A great Sangiovese — the appellation of Brunello di Montalcino remains the Holy Grail for the grape – has such complexity and depth. It’s not obvious and in your face. It seduces you with its beauty and shyness. It dazzles you with its richness and liveliness. It challenges you with its depth of fruit yet delicateness”.
Brunello Sacro Graal del Sangiovese, vino che ti seduce per la bellezza ricchezza e vivacità, la sua profondità di frutto e delicatezza. E quindi Giacomino ci assicura che “The 2006 Brunello di Montalcinos are classic Sangioveses in every sense of the word”.
E a supporto di questa sua assoluta fede nel Sangiovese e nella sua unicità Giacomino mica che ci porti le testimonianze, ben poco attendibili e che contano poco, di un Soldera o di un Biondi Santi qualsiasi, bensì di quei grandi innamorati autentici del Sangiovese che sono Giacomo Neri (alias Casanova di Neri), Lamberto Frescobaldi (un nome che dice tutto e mi evoca l’automatismo Tino Scotti ed il suo mitico Basta la parola…), Vincenzo Abbruzzese (Valdicava).


E al momento di dare i numeri, mi riferisco ovviamente all’atto di esprimere un punteggio in centesimi, eccolo il nostro amato Giacomino!
Come scrive, “I gave two Brunellos perfect 100-point scores in my tasting: Casanova di Neri Tenuta Nuova and Luce della Vite Luce. The former is a longtime benchmark for Brunello; its 2001 Tenuta Nuova was Wine Spectator’s Wine of the Year in 2006.
The Luce is a relative newcomer, with 2003 being its first vintage, although the single-vineyard wine comes from the Frescobaldi’s Brunello estate of Castelgicondo.
Lamberto Frescobaldi, who oversees all of his family’s wine estates in Tuscany, calls his 2006 Luce a perfect expression of Sangiovese, and perhaps the greatest Sangiovese his family has made in over six centuries”.
Magico James, confessalo che questi punteggi li hai pensati appositamente per dimostrare al dottor Cuccia che per il Gambero rosso sei prontissimo, che l’approdo al gruppo recentemente abbandonato dal suo storico lider maximo, è il chiodo fisso, il target in cima ai tuoi pensieri!
E’ solo pensando al Gambero e magari pensando di essere ancora a Wine Spectator che hai deciso di attribuire 100 centesimi, the perfect score, al Casanova di Neri Tenuta Nuova 100/100, al Luce della Vite Luce 100, e 97/100 a quel tuo vecchio pallino che è il Brunello di Valdicava, 96/100 al Poggio alle Mura di Castello Banfi, 95/100 al Castelgiocondo dei Marchesi de Frescobaldi, 95/100 al Pian delle Vigne di Antinori, e 95/100 al Brunello “normale” ancora di Banfi…
Ma dillo che sei già totalmente carburato e pronto ad entrare in partita, caldo, con quella tua assicurazione, che tanto piacerà agli importatori americani di Brunello, prima che agli american wine drinkers, che “2006 is THE greatest modern vintage for Sangiovese, and many of the 2006s are setting a new quality standard for Brunello producers, as well as their region at large”!
E’ una rassicurazione sentirti dire che “most of the wines below need two to four more years of bottle age before drinking, but if you decant them two or three hours before drinking, you can enjoy them now. They will improve with age for decades to come”.
Con questa tua appassionata dichiarazione d’amore per il Sangiovese, che sono certo si abbinerà ben presto ad una tua netta e decisa presa di posizione contro ogni ipotesi di cambiamento di disciplinare di Messer Brunello e ad una condanna dell’apertura, in dirittura d’arrivo, ad un 15% di altre uve (ovviamente Canaiolo e Ciliegiolo, mica quelle banalità di Merlot, Cabernet e Syrah) nel Rosso di Montalcino, hai dimostrato che il Gambero rosso è nelle tue corde, che sarà grazie a te che potrà ritrovare gli antichi splendori… Magico James!

0 pensieri su “Suckling dichiara il suo amore eterno per il Sangiovese e appare già pronto per il Gambero rosso

  1. Casanova di Neri – Frescobaldi – Banfi – Frescobaldi – Antinori – Banfi. Il meglio di Montalcino (350 produttori) secondo costui. Ci vuole in effetti una scienza, anni e anni di studio e di degustazioni per giungere ad una scrematura siffatta, ad una selezione draconiana come questa. Complimenti, al Gambero sicuramente si sentiva la mancanza di uno che a spada tratta difendesse le ragioni dei vignerons autentici e al di sopra di ogni sospetto, sebbene piccoli e poco potenti. Avanti così, con ardimento e coraggio in soccorso dei vincitori.

  2. Devo rompere io il ghiaccio?
    Ti dovrebbero arrivare fiumi di commenti, perché molti ti aspettavano al varco, non sono da poco le notizie recenti soprattutto in un gennaio sonnacchioso come questo.

    L’argomento Montalcino é sempre spinoso, unito all’argomento Suckling + Gambero Rosso può diventare una polveriera. Riconosco nei tuoi ultimi interventi una misura ed un equilibrio che in passato forse ti erano mancati.
    Questo senza trascurare l’ironia tagliente e quel pizzico di cattiveria che fanno parte del tuo stile.

    Se ne riparlerà, per ora ringrazio per il blog.

  3. Semplicemente, Suckling continuerà a non essere il mio critico enologico di riferimento, come non lo era prima. Ci vuole un lavoro serio per selezionare il meglio ed essere credibile. Quando vedrò questo lavoro, questa schedatura sistematica delle aziende, valide e meno valide, allora potrò darne un giudizio di attendibilità o meno. Ma di certo si parte male, per gusti, per rigore, per capacità di approfondire la conoscenza della denominazione.
    L’effetto positivo, che poi è quello che si vuole ottenere, alla fine, è che questi votoni porteranno maggiori vendite e consentiranno (o almeno così qualcuno spera) un recupero della considerazione e del prestigio internazionale perso con Brunellopoli. Quello che mi chiedo: possibile che non si riesca a fare la stessa “operazione rilancio” puntando un po’ più sulla qualità vera e seria e un po’meno sul marketing? Possibile? Come mai Soldera può fare a meno di tutto questo e vendere a caro prezzo il suo vino, trovando appassionati in grado di comprarglielo? Vorrei che qualche produttore si facesse questa domanda. E ragionasse anche sul fatto che investire in lavoro, in vigne, in cantine non è più quell’affare d’oro di un tempo: se non c’è passione o se i risultati (nè commerciali nè qualitativi veri) non vengono si può anche cambiare settore, zona, strategia, idee anzichè cercare di ottenere con la forza quello che non si riesce ad ottenere con la sensibilità e l’amore per un territorio e il suo vitigno più rappresentativo (e solo quello, senza trucchetti!!!)

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  5. caro Bonucci@,
    totalmente d’accordo con te; purtroppo (qui) a Montalcino c’è ancora un numero considerevole di soggetti (mica solo i produttori, ne’!) che ragiona con la stessa logica che ha richiamato qui – oltre ad appassionati e a immigrants di ogni tipologia – gli speculatori più spavaldi e impuniti.

    Qui non si è ancora capito che il valore di un vino è anche legato alla sua ‘rarità’, oltre che beninteso alle sue qualità enologiche reali.

    E se è vero, come ho letto da qualche parte, che solo il 4% dei vini (di tutti i vini del mondo) è prodotto da monovitigno, proviamo a valutare se conviene far parte del 96 o del 4 per cento. Questa e’ solo una ragione in più per non dismettere le regole.

    E per quanto riguarda il marketing, caro Bonucci, da queste parti se ne parla molto ma si applica poco.

    Ci sono fior di aziende con storia chilometrica, con sedi bellissime, con paesaggi da spendere, con titolari carismatici…basterebbe (o sarebbe bastato) saper valorizzare questi patrimoni che con il passare del tempo diventano sempre più rari. Basterebbe, ma a condizioni ben chiare: dopo aver prodotto un vino sublime.

    Questo è marketing (che non è mai mistificazione)! E’ aggiungere sapientemente il valore della propria storia a un vino che ne è l’interprete a pieno titolo, non a un vino di passaggio. Altrimenti tradisci anche la tua stessa storia!

    Sono totalmente d’accordo con te, quando ti chiedi se non sia possibile fare altrimenti un’operazione di rilancio. Certo che è possibile, ed è un’operazione a cui dovrebbero partecipare tutti i produttori, senza eccezioni, aderendo tutti alla stessa idea di eccellenza (non a parole, ma nei fatti) e remando – ognuno per il suo – tutti nella medesima direzione.

    Tutti ormai dovrebbero essersi accorti che bengodi è finita; la gente come Soldera lavora tantissimo, tantissimo e non a parole.

    E chiudo citando il patron di un’enoteca che ieri mi ha detto “ma non capiscono che se cambiano il disciplinare del rosso gli si rompe definitivamente il giochino?”.

  6. “why I love great Sangiovese. It’s like great Pinot Noir. There’s nothing like it” seems like a ‘contradictio in terminis’ to me.
    When I hear JS mention great Sangiovese/Brunello’s, Neri and Luce in one sentence, I get nervous. To me another ‘contradictio in terminis’. Let’s hope his judgement of 2006 Brunello is better than his ludicrous opinion of the 2000 vintage in Piemonte and that some day he will rate brunello’s of B-S, Soldera, Palmucci, etc. higher than those made by his close friend Ferrini

  7. maremma maiala Franco ma se erano tutti così innamorati del Sangiovese e volevano tutti farci l’amore con quest’uva, ma chi cacchio erano quei bischeri che gli facevano le corna co’ Merlot, Cabernet e robe varie?
    ‘Un lo potevano mia dire prima che il Sangiovese non si tocca e che non c’é Brunello senza Sangiovese?

  8. @ Silvana, la nostra visione è identica, e non è una sorpresa. Da tre anni sto lavorando sottotraccia per unire le forze “buone” dell’area, proprio per poter fronteggiare meglio le minaccie più o meno velate al territorio e alla sua ricchezza. Ricchezza che non è solo paesaggio, non è cartolina per il turista distratto. Alla fine qualità è lavoro, è sviluppo equilibrato e con un futuro, è identità. Qualità è il nostro pane guadagnato onestamente e con la coscienza a posto. Questa fuffa di contorno, questo “noise” ingombrante che passa con le tasche piene (“pago, pretendo”) ha stufato, ha stra-stufato e bisogna passare al contrattacco invece di difendersi e basta ogni volta che provano a cambiare il disciplinare!

  9. “I can’t remember the last time I sold a bottle of Brunello; they just sit on the shelves gathering dust.” – wine salesman; Binny’s/Chicago

    • Marco, ma noi non vogliamo certo che le bottiglie di Brunello stiano lì a prendere polvere sugli scaffali. Vogliamo che vini veri e dal prezzo giusto sostino sullo scaffale solo il tempo necessario per essere rapidamente sostituite da altre, perché i consumatori non danno loro il tempo d’impolverarsi… Forza Brunello!

  10. @marco raimondi: al salesman di Binny’s chiederei cosa suggerisce quando qualcuno gli chiede un vino rosso italiano di alta qualità, elegante, persistente, caratteristico, unico. Bisogna vedere che etichetta di Brunello ha selezionato il suo negozio e a che prezzo lo vende. E anche che benefit ricava a vendere il Brunello piuttosto che la marea di New World wines presenti sugli stessi scaffali.
    I motivi possono essere mille, ma la risposta di quel signore é indice di disinteresse dettato da scarsa professionalità.

  11. caro Franco, ma quanta pubblicità fa a questo suckling! la lascio con una citazione dantesca, “non ti curar di lor ma guarda e passa” questa è gente che non merita tutta questa attenzione. saluti

    • ma quale pubblicità Francesco! Post come questo vogliono semplicemente testimoniare pubblicamente la mia sempiterna ammirazione per Giacomino e la consapevolezza che, ahimé, non potrò mai diventare grande come lui ed essere chiamato a rendere ancora più magnificente il Gambero del dopo Cernilli…

  12. “…Vini veri e dal prezzo giusto..”

    Come dicono qui a Chicago, Franco:

    “from your lips to God’s ears…”

    Solo cosi possono riprendere le vendite di questo grande vino.

  13. Bravo Suckling!
    Ok, questo era per attirare l’attenzione. In realta’ c’e’ un tema che dovrebbe stare a cuore a noi produttori che usiamo il Sangiovese: all’estero lo conoscono relativamente poco (ok, generalizzazione, ma necessaria, e vale anche per il nebbiolo e in genere per quasi tutte le varieta italiane). Altre varieta’ sono ormai entrate nell’immaginario colletivo e nel registro papillare dei degustatori internazionali: metti loro davanti del cabernet sauvignon, del syrah, del merlot, del pinot nero, e un buon degustatore ha poca difficolta a riconoscerli anche alla cieca. Mettigli davanti un Sangiovese e cominciano a sparare nomi improbabili: malbec, tannat, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.
    Quindi benvenga tutto quello che puo contribuire a dare status al Sangiovese (sempre che di Sangiovese si tratti, ca va sans dire), a incoraggiarne lo studio, la deguistazione, il consumo: anche Suckling.

  14. Volevo solo cercare di cogliere qualche aspetto positivo della vicenda. Siccome c’ho moglie e figli, come ricordavi tu, all’estero in un paese dove il vino e’ da sempre bevuto, studiato e rispettato, cerco di cogliere ogni occasione per far capire a chi magari non conosce il contesto internazionale, come e quanto sottovalutata e misconosciuta sia la nostra produzione. Seduti qui sul transatlantico Italia a ballare al suono dell’orchestra, senza sapere se c’e’ un iceberg poche miglia piu’ avanti, puo’ risultare difficile capire quanto poco nel mondo si conosca il vino italiano e quale sia lo sforzo da fare per portarlo ad un livello simile a quello franco-internazionale. Non che non si consumi vino italiano nel mondo. Prendi l’Inghilterra, se guardi le statistiche vedi che l’Italia e’ messa bene come export, addirittura in controdendenza e verso l’aumento dei numeri. Pero’, se guardi bene vedi che si tratta di milioni di bottiglie di Pinot Grigio fatto nella sua maniera piu’ semplice, un “unoffensive white”, come spesso capita di leggere sui libri di testo del vino.
    Poi certo, esistono specialisti grandi conoscitori dell’Italia enologica, ma il mercato, quello al quale DOBBIAMO tendere se vogliamo sopravvivere nei prossimi anni, e’ dominato dal Cab. S., Chardonnay, Merlot, Pinot Nero, ecc. ecc. Nessuno o quasi sa di cosa deve sapere un Sangiovese, tanto meno la differenza tra uno di zona alta e fresca e uno di zona piu’ calda e costiera. Lo stesso vale per il 99% delle altre uve nostre. Questo e’ un NOSTRO problema, loro il vino lo bevono lo stesso, e se vogliono bere Italia basta allungare la mano e comprarsi una bottiglia di Ogio, Pinot Grigio da supermarket da 4,50 allo scaffale (ed e’ gia un prezzo premium).
    Se qualcuno nel mondo, e che lo si voglia o no JS qualche seguito nel mondo ce lo ha, che si avvicina al vino italiano viene indotto da Suckling a pensare che “Sangiovese. It’s like great Pinot Noir” (pur non condividendo le sue preferenze), e’ un grandissimo risultato per tutti.

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  16. …ripeto che sono un neofita. però debbo dire che le parole tue Franco, sono di grande insegnamento perchè partono dalla passione, dalla professionalità e dall’onestà che ti contraddistinguono;ecco perchè io sono sempre d’accordo con te!marcello

  17. Obtorto collo devo dare ragione a Gianpaolo. Parzialmente però, perché negli ultimi anni l’aria é cambiata e non solo grzie a Suckling. Infatti i vini tanto premiati dal WS non é detto che poi si vendano, perché spesso sono troppo cari, possono fare vetrina, questo sì, ma non girano. Quello che gira é il Brunello in generale, se hai però il partner giusto, cioé chi lo importa, lo distribuisce e lo vende porta a porta. Non basta il giornalista di grido.
    Questo per il Brunello, il Morellino purtroppo soffre il fatto di essere arrivato dopo, anzi tardi, quando gran parte dei giochi erano fatti e la crisi cominciava a sentirsi.
    Il Barolo soffre ancora di più, perché é un vino difficile da capire per il palato americano, e anche perché non ha un nome di punta come a Montalcino la Banfi, un’azienda che nei primi anni ottanta investì pesantemente nella promozione di questa denominazione.
    Ad oggi comunque tutto il vino di qualitò soffre in America, non solo quello italiano. Le posizioni di potere acquisite si stanno frastagliando ed é difficile prevedere come si muoverà il mercato.
    L’articolo di Suckling sul suo blog ha un potere d’impatto molto minore, basta leggerne i pochi commenti. Infatti il Nostro l’ha capito e sta cercando di attaccare il carro da qualche parte. Dalla dichiarazione del GR si evince che Suckling si occuperà più di promozione che di degustazione. Guardacaso per i paesi asiatici, terreno vergine per lui, non vuole forse dire che a casa sua é già bruciato?
    Il Tatler poi é una rivista moolto snob, non proprio tanto letta e che parla soprattutto di chi c’era ai parties e svipponi vari. Una carica prestigiosa certo, quella di collaboratore, ma che non porta tanta “ciccia”.
    Tutta la faccenda mi sa tanto di un giornalista che cerca di riciclarsi come amico dei famosi, più che un professionista in fase ascendente di carriera.

  18. I mercati asiatici e indiano sono sicuramente un enorme potenziale mercato per i paesi produttori di vino, non fosse altro perche’ partono da un consumo procapite piccolissimo e con popolazioni enormi, che anche piccole variazioni possono contribuire a ridurre il surplus di produzione mondiale di vino, ogni anno circa 30-50 milioni di ettolitri (l’Italia ne ha prodotti meno di 50 milioni lo scorso anno, quindi pari al surplus).
    Verso quali vini e quali stili di vino si orienteranno questi consumatori, e parlo della massa enorme di persone e non di pochi intenditori? Seguiranno la scuola anglosassone, britannica e americana, per la quale il vino e’ sopratutto Bordeaux o Borgogna, e tutto il resto discende da li. Nelle scuole dove si impara a conoscere il vino questi sono i vini oggetto di studio, il resto e’ solo contorno. Se la grande e varia produzione italiana non riesce a imporre le sue tradizioni, i suoi stili e i suoi vitigni la vedo dura. Il vino italiano all’estero non e’ mai andato avanti con le sue gambe, ma sempre a seguito dell’emigrazione italiana che ha portato la tradizione alimentare, la cucina e la ristorazione italiana in quei paesi. Questo non sara cosi facile in Asia e in India, per cui la vedo piu’ dura se non si comunica esattamente quello che ha detto JS, ovvero “Sangiovese (o Nebbiolo, o Aglianico, o quello che volete) is like Pinot Noir (o Cab. S., o Syrah, o quello che volete). Questo mi sembra rilevante e forse sarebbe da interrogarsi sul come farlo.

    • Paglia lei mi stupisce: ma pensa davvero che Mr. Suckling abbia titoli e credibilità per poter essere, su qualsiasi mercato, un serio, autorevole e soprattutto credibile “ambasciatore” della grandezza e unicità del Sangiovese o dei veri vini albesi base Nebbiolo? Suvvia, non prendiamoci in giro!

  19. Non capisco perchè si debba usare Frescobaldi per far passare il nome sangiovese nel mondo. Non andava bene il nome Biondi Santi, già più che noto all’estero e legato da sempre e per sempre solo ed esclusivamente a Montalcino e al Brunello? Personalmente non potrò mai avallare un compromesso su questo. Abbiamo appena finito di discutere su un nuovo tentativo di cambio di disciplinare sul Rosso (guidato da chi?), dopo le belle storie sul Brunello di tre anni fa. Facciamo finta di dimenticarci di tutto? Mi spiace, ma non mi allineo per niente. Il mercato deve seguire scelte coerenti che sono le stesse che hanno fatto in Borgogna da secoli, è quello l’esempio. Qualità qualità qualità. Casomai poi arriva anche il marketing e il giornalista-comunicatore compiacente. Ma dopo. E casomai serva.

  20. Molto interessante questo dibattito. Io penso che se JS continua a sparare scores cosi’ alti per i Brunelli 2006, di certo il mercato usera’ i suoi punteggi – e non altri, magari inferiori, di WS or Galloni. E questo e’ il modo migliore per acquistare notorieta’ nell’ambito dei wine reviewers (un po’ come e’ stato Bordeaux annata 1982 per Parker). Insomma, forse JS diventera’ un po’ ambasciatore per i vini italiani all’estero… e questo, come dice il signor Gianpaolo, non sarebbe una cosa cattiva.
    Complimenti signor Ziliani per il blog!
    Daniele

  21. Con dovuto rispetto, il cosidetto “palato americano” (se infatti esiste una bestia simile) non e’ omogeneo! Il ricorso alla barrique e la franconizzazione di tanti vini Italiani non e’ stato imposto dal “palato americano.” Vi cito per esempio il grande “Gino” Veronelli e le sue famose guide (Catalogo Bolaffi, ecc.).

    Il Barolo tradizionale piace moltissimo in America; negli anni settanta/primi del ottanta, era molto piu’ facile trovare un’ Cavallotto “Bricco Boschis” un’ Mascarello (sia Bartolo che Giuseppe) oppure un’ Monfortino o Cascina Francia di Conterno (il vero Conterno) qui a Chicago che a Roma (forse da Trimani?)…ve lo assicuro! Invece, Barolo tipo Scavino “Bric Fiasc” si trovava facilmente in giro (Pinchiorri a Firenze, per esempio, ne aveva, e vendeva un’ sacco).

    Non sento mai parlare del Barbera; altro vino che, a parere mio, e’ stato rovinato.

  22. Leggendo il bellissimo post di Franco, ma soprattutto alcuni interventi, mi viene spontanea una riflessione.
    Alla fine si parla sempre di mercati, la mercificazione del vino, esattamente come fosse un’automobile o un ferro da stiro. Ormai si da per assunto che decidono gli altri come dobbiamo fare il vino, non c’è la capacità, la dignità, né l’orgoglio di capire che non è importante avere 500 ettari di terra (l’espansione produce contrazione e sottrae ad altri spazio, creando sempre e comunque ricchezza e povertà, ma il discorso qui sarebbe lungo e fuori tema) e occupare il mercato cinese o indiano, ma che è fondamentale fare il vino che amiamo, il meno dannoso possibile (l’alcol purtroppo è inevitabile), caratteristico della nostra terra e della nostra tradizione, come un grande formaggio d’alpeggio fatto con le proprie mucche.
    Che è lo stile di vita, la traccia che lasceremo ai nostri figli, il segnale di un mondo che finalmente è cresciuto e ha capito quali sono i veri valori della vita, per i quali vale la pena viverla.
    Cosa rappresentano allora le odi al vino, le poesie e le tele di sommi artisti, se poi si tratta di un prodotto da fare per il mercato e per un sistema insensato e incapace di comprendere il vero valore delle cose? Vogliamo continuare ad alimentare un mondo di questo tipo, o prima che vada tutto a ramengo, vogliamo voltare pagina, rimboccarci le maniche e cambiare registro?

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  24. Caro Gianpaolo, per quel poco che ho visto in Asia, la fascia di mercato interessante per i nostri vini di qualità medio-alta ha già avuto l’imprinting dai francesi e più propriamente dal Bordeaux, parola magica che aiuta a convincere molti portafogli.
    Gli italiani sono già presente, anche se in misura molto minore rispetto ai francesi. La Fascia medio bassa é in gran parte occupata dai vini del Nuovo Mondo, soprattutto cileni, che traggono beneficio da accordi commerciali particolari fra Cina e Cile e quindi hanno prezzi stracciati. Poi ci sono i vini cinesi naturalmente.
    L’unico mercato evoluto é il Giappone, dove la ristorazione italiana é molto conosciuta e apprezzata (per me il paese estero dove si mangia meglio “italiano”). Anche a Taiwan c’é un embrione di cultura per il vino e quindi secondo me si svilupperà prima della Cina. Sull’India non mi pronuncio preché conosco pochissimo quel mercato.
    Comunque in tutto questo Mr. Suckling avrà un luogo estremamente marginale, direi “effimero”. A meno che non venga adottato da qualcuno dei grandi importatori in Cina e anche questo può succedere.
    Lo so Franco che sei dubbioso su quanto ho scritto precedentemente, e forse hai ragione, per ora rimango della stessa idea.

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  26. Come ha detto Roberto, il vino è ben altro che merce da piazzare sui mercati. A fronte di ciò mi piacerebbe sapere quante e quali cantine siano state visitate dai grandi Signori delle guide come JS o Cernilli: come puoi conoscere un vino se non hai idea della provenienza? come puoi scriverne se neppure hai mai visto chi lo fa? e le vigne da cui proviene? La serietà lasciamola ad altri, la professionalità è di chi il vino ce l’ha nel cuore oltre che nella bottiglia etichettata. Ma ciò costa fatica e tempo, capacità di entrare nell’anima del vino e del produttore e questo non è certo da tutti.

  27. parliamone, magari potrebbe essere un brindisi dai nostri amici Scrivani dell’Enoteca Osticcio, cosa ne dici?
    Domanda: ma tutto ok a Montalcino con i preparativi di Benvenuto Brunello?
    Giungono strane voci su problemi burocratici e permessi per la struttura che dovrebbe ospitare parte della manifestazione..
    Ne sai qualcosa?

  28. @Roberto. Il vino e’ tante cose. C’e’ il vino della piccola azienda che ricerca identita e qualita estreme, c’e’ il mare di vino indistinto da taglio, ci sono le grandi aziende che producono milioni di bottiglie di un singolo vino ogni anno. La produzione mondiale di vino e’ circa 300 milioni di ettolitri, pari a 40 miliardi di bottiglie. La produzione di vino di estrema qualita’ e di identita territoriale marcata e’ probabilmente neanche l’1% della produzione mondiale. Questo vino, e anche l’altro 99%, e’ un prodotto agricolo che viene venduto sui mercati di tutto il mondo. L’agricoltura non e’ autoconsumo, e’ commercio ed e’ alla base del perche’ l’uomo e’ quello che e’ oggi. Il fatto di produrre per vendere non vuol necssariamente dire piegarsi ai capricci dei mercati o mercificare se stessi e le proprie tradizioni. La produzione e il commercio sono attivita nobili, che poi qualcuno finisca per fare troiai, come si dice da noi in Toscana, non c’entra nulla con tutto questo.

  29. @gianpaolo.

    Grazie per i numeri, che danno un’idea di che cosa si tratta. D’accordissimo sulle conclusioni.

    Sarebbe interessante avere un’idea di quell’un per cento, che sarà (immagino) un bel po’ meno, o forse no; sarebbero quattrocento milioni di bottiglie di vino di “estrema qualità”) prodotte nell’universo mondo…
    su 40.000.000.000 di bottiglie di vino.

    Siamo circa sette miliardi di umani, inclusi islamici (che teoricamente non bevono vino); inclusi bimbi, vecchi, astemi, e tutti coloro che ai fini di questo calcolo non sono rilevanti: fanno grosso modo tra le sei alle otto bottiglie a testa/anno, di vino ‘bastachesia’.

    E’ un numero sicuramente inesatto, ma è una grandezza che dà l’idea. L’idea di una strada che NON è quella di produrre quantità (già rilevantissime), ma qualità sempre più rispondenti a gusti, criteri igienico-salutistici, tendenze (eleganza, comunicazione, convivialità, apporto nutrizionale,…).

    I ‘troiai’ (come si dice alla toscana) accadono in tutti i settori di attività – massimamente nella finanza, che si basa sulla speculazione ai danni di qualcuno (in questo l’islam, quello vero, ha ragione da vendere) -.
    Ed è per pura speculazione – talvolta ai danni di interi valori comuni – che accadono i troiai, anche nel vino.

    Lo sappiamo tutti; ma esistono luoghi istituzionali in cui si potrebbe discutere di questo e altro.
    Si torna sempre lì: bisogna aprire bocca, con le dovute maniere e congruo coraggio civile e farsi sentire.
    Non per inveire, ma per riconquistare la ragione, con spirito di servizio.

    E’ urgente, perché non ci sono solo la Cina, o il Brasile e l’India e la Russia; dietro l’angolo ci sono anche Turchia e Messico e altri grandi paesi, le cui classi socioculturali più ‘evolute’ economicamente vorranno conoscere la vecchia Europa e i suoi miti, e il vino – un certo vino – ne fa parte a pieno titolo, non solo in Francia.

    Non è questo un frangente in cui si possa dire “morto un mercato se ne fa un altro”. Si può, a patto di avere la reputazione in ordine; a patto di lavorare sodo; a patto di essere consapevoli della propria cultura (che non equivale necessariamente a libri letti)e di tenerne ben alta la bandiera. Il resto è fuffa.

    UTOPIA. Ma è con l’utopia che si va avanti, e io ci credo e finché avrò fiato non mi stancherà di riscriverlo: approfitto del tuo intervento, per questa riflessione a ‘voce alta’.

    Perché se quei pubblici (da cui son composti i mercati prossimi venturi) ci dovessero conoscere tramite merci fasulle (o semplicemente al di sotto della loro fama) non saranno più disposti a spendere i loro soldi per grandi miti senza consistenza. Mai più.

    Il vino è certi valori, sennò non vale.
    E ancora una volta mi domando: ma perché chi ha i cordoni della borsa non promuove una ricerca seria, ben strutturata – che cominci con i numeri e si addentri poi negli stili di consumo prossimi venturi – che indaghi questi temi?

    Lo scrivo a ragion veduta, per esperienza, per consapevolezza acquisita sul campo: non si ragiona sulle potenzialità di produzione e di assorbimento da parte dei mercati, senza l’assistenza di istituti che monitorino i mercati con ricerche qualitative, quantitative e psicografiche. Istituti di ricerca senza connotazioni politiche, indipendenti e pagati per esserlo.

    Lo scrivo, consapevole di essere andata grandiosamente fuori tema, nella tenue speranza che qualche produttore intelligente, carismatico e influente (come uno che ho avuto l’opportunità di ascoltare recentemente)faccia pressioni, là dove si deve, affinché il miracolo avvenga.

  30. @Silvana. Come non essere d’accordo con te, sopratutto sulle tue ultime considerazioni a proposito della necessita’, anzi dell’urgenza di di fare ricerca, studio serio sui mercati. In Italia invece vige sempre la moda di parlare di fuffa o di buttarla in ideologia. Sempre meglio che lavorare, studiare tutti quei noiosi grafici e statistiche, se non c’e’ pane, che si mangino le brioche.

  31. Allora – gianpaolo@, bonucci@, petrini@, e (non ultimo!) Ziliani – siccome ci teniamo, non solo al sangiovese, alla valorizzazione di ciò che è il CAPITALE principale delle comunità del vino e perciò del paese intero; siccome tutti noi sappiamo che è urgente che si proceda a una ricerca con questo preciso obiettivo – ricerca e studi che non siano di parte né di partito -; a questo proposito, io metto a disposizione – PRO BONO – l’esperienza maturata in decine di anni di lavoro di promozione di beni e di comunicazione, svolto sempre su BASI SCIENTIFICHE.

    Lo faccio, perché:

    1)sono fermamente convinta di ciò che ho già scritto ieri,

    2)credo che ognuno debba “fare la sua parte”,

    3)so che quelli che sto da tempo citando ed evocando sono strumenti inediti nel mondo del vino, mentre sono alla base della comunicazione (e spessissimo dell’innovazione produttiva) nelle imprese.

    Lo faccio nonostante le infinite grane e maldicenze che potrei attirarmi, con la mia disponibilità; nonostante io sappia bene che chi si mette a disposizione gratis rischia l’effetto “margaritas ante porcos”.

    Credo che vinoalvino.org possa essere il luogo da cui far partire un approccio corale a questo tema.
    Ineludibile, se non vogliamo farci superare dai tempi.

  32. produttore di vino di qualità della denominazione AOC CLAPE sul territorio tra la Città di Narbonne e le spiagge mediterrane, ho letto con interesse e piacere i vari commenti relativi al Vs. rinomato BRUNELLO DI MONTALCINO. Francamente, ho qualche difficoltà a carpire il nocciolo del problema. In Francia, l’isituzione che ci controlla a livello dei vitigni amessi per un certo vino e la zona di produzione non deroga a sanzioni severe, se per esempio vengono piantati vigneti con vitigni non autorizzati. Ma vengono anche rispettati sviluppi di nuovi vitigni atti a sopportare la siccità o malattie crittogamiche. Tutto questo in periodi di studio e ricerca lunghi e travagliati. Con autorizzazione della Camera dipartimentale dell’agricoltura, mi sono permesso di piantare un mezzo ettaro di SANGIOVESE per veder che risultati darà nel tempo. Il vigneto è giovane ma promette bene! dal punto di vista geografico, Narbonne è pressapoco all’altezza di Siena. Quest’anno abbiamo intravisto un notevole miglioramento organolettico, taglaindolo con il ns. ottimo Carignano.
    La questione che mi pongo è quindi la seguente : se è possibile ottenere un prodotto migliore e piu’ atto per i mercati mondiali, perchè non ammettere il cambiamento del disciplinare del BRUNELLO DI MONTALCINO?
    Scritto da Bruno Pellegrini – Chateau Ricardelle – Narbonne

    • Monsieur Pellegrini, una maggioranza quasi “bulgara” di produttori ha votato, liberamente e non sotto tortura, perché il disciplinare del Brunello di Montalcino rimanesse appannaggio del solo Sangiovese, perché dovrebbero ora cambiare idea? E dove sta scritto che é il Brunello che deve andare incontro ai mercati mondiali e non loro che devono accettare il Brunello così com’é? Con tutto il rispetto possibile per le sue sperimentazioni in vigna e per l’inserimento di una quota di Sangiovese accanto al Carignan…

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