A Il Chiodo fisso a parlare di vino (e di Brunello)

Vi avevo già dato qualche segnale, qui, quando chiedevo consigli e suggerimenti, che qualcosa di bello e d’interessante stava bollendo in pentola.
E poi, ancora più chiaro sono stato qui, venerdì scorso, informandovi in tempo reale di quello che stava accadendo.
Per uno di quei casi fortuiti della vita mi è capitato difatti di essere chiamato da Diego Marras, regista del canale culturale radiofonico della Rai, Radio Tre (di cui un adolescente Franco Ziliani sognava tante vite fa di poter diventare programmista e conduttore) a parlare di vino.
Più precisamente del rapporto tra tradizione innovazione e ricerca nel mondo del vino nell’ambito del ciclo di puntate di febbraio dedicate al tema della ricerca di quella bellissima trasmissione, trasmessa dal lunedì al venerdì alle 10.50 Radio Tre che è Il chiodo fisso. Un programma diretto da Marras di cui è curatrice Loredana Rotundo.
Il chiodo fisso è uno spazio che offre nella sua brevità la tensione narrativa di un racconto.
Ogni mese “chiodo fisso” batte su un tema. Ogni giorno torna sullo stesso tema, ma nella chiave sempre diversa del protagonista di quella singola puntata.
Io ho parlato, in un intervento di una decina di minuti registrato lo scorso mercoledì (una bellissima giornata) nella mitica sede di Corso Sempione a Milano, di come vedo io il rapporto tra tradizione innovazione e ricerca, citando un solo vino.
Incredibilmente non il vino che più nel cor mi sta, messer Barolo, ma un altro di cui per due anni e ancora ora, come dimostrano i post di venerdì, mi sto intensamente occupando.
Perché gli voglio bene, anche se qualche stolto, in palese totale disonestà intellettuale, potrebbe affermare che gli sono “nemico”.
Voglio bene a quel vino, massima espressione di quell’uva straordinaria che è il Sangiovese, e alla sua terra, che meriterebbe ben altro rispetto e considerazione da parte di chi ha la fortuna di viverci e nel corso del mio intervento a Il Chiodo Fisso, che verrà trasmesso alle 10.50 venerdì 25 febbraio (ve lo ricorderò ancora, nessun bisogno di fare “nodi al fazzoletto”…) lo dirò con il cuore in mano, a chiare lettere…

4 pensieri su “A Il Chiodo fisso a parlare di vino (e di Brunello)

  1. Caro Franco,

    se c’é un luogo che andrebbe studiato come microcosmo enoico e non solo é Montalcino. In trent’anni questa cittadina, il suo “contado” e il suo vino Brunello hanno subito una trasformazione eccezionale in termini di notorietà e produttività. Nel bene e nel male. Fortunatamente questa trasformazione non ha colpito la tipicità del Sangiovese, sebbene i tentativi siano stati numerosi e sostanziosi. Oggi più che mai si richiede al Sangiovese di Montalcino, localmente detto Brunello, di esprimere ancora di più quell’unicità fatta di tanti elementi, in cui rientra anche la personalità dei produttori, almeno di alcuni di essi.
    Ho parlato volutamente di Brunello e non di Rosso di Montalcino, a proposito mi sono già espressa e rimango della mia idea. Mi adeguo però alla maggioranza di pensiero, anche perché per me il problema non é la percentuale di Sangiovese in questo vino, ma la sua collocazione sugli scaffali e anche nell’immaginario collettivo. Cioé riuscire a dargli un’identità precisa che non c’é, nonostante il 100% di Sangiovese.

    Comunque il mio ennesimo intervento a riguardo é semplicemente un atto di affettuosa partecipazione a te Mister Zillo, che hai nel Barolo la moglie e nel Brunello l’amante, e quindi, come tutte coloro che rientrano in questa categoria, ti fa disperare o emozionare in modo sublime, dipende dalle giornate.

  2. Ha ragione Nelle Nuvole quando scrive
    Il Rosso di Montalcino non ha un posto e un valore preciso nell’immaginario collettivo. E mescolarlo col merlot o vattelapesca non aiuta certo a dargli un’identitá. La gente compra un vino anche per le storie che ci sono dietro; storie possibilmente vere e non balle markettare.
    Sembra banale, ma Sangiovese al 100% puó essere la chiave per scoprire l’identitá di un vino Toscano di Montalcino.

    Marco

  3. Si.. Il Rosso di Montalcino in realtà può contare solo sul fatto di essere “di Montalcino”, quasi un figliastro del Brunello.. Di sicuro farne un blend gli toglierebbe anche questa caratteristica saliente che è l’unica che lo rende commercialmente valido, oltre ovviamente al fatto di essere di essere un ottimo vino che non si stacca però da molti altri ottimi vini italiani.. La decisione di salvaguardarne la tipicità e l’identità grazie anche all’opera di Vino al Vino..

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