Breaking news: Parker e Wine Spectator “inventano” la giornata di lavoro di 96 ore!

Date un’occhiata, please, alle riflessioni sull’assurda pretesa di riviste come Wine Spectator o The Wine Advocate di poter offrire mediante i loro collaboratori uno sguardo esaustivo sulla produzione mondiale di vino, sempre più ramificata e complessa.
Riflessioni che ho pubblicato, come commento (punto di vista che quindi impegna solo me e non l’Associazione) sul sito Internet dell’A.I.S., qui.
Ma come ca… volo pretendono di poter occuparsi seriamente del vino italiano, francese, tedesco, spagnolo, californiano, australiano, cileno, neozelandese, austriaco, greco, portoghese, ecc e di monitorare il lavoro di un numero di aziende ogni giorno più grande, se ad esempio Antonio Galloni, che già si occupava di Italia e Champagne per The Wine Advocate, ora, dopo il semi retirement di Robert Parker, degusterà e scriverà anche dei vini di Côte d’Or, Chablis e California?
Come li possiamo, come li possono prendere sul serio le aziende produttrici ed i consumatori, se sempre per Parker “David Schildknecht, a thorough and erudite critic, will no longer write about the Côte d’Or and Chablis, though he will maintain his otherwise extensive portfolio, which includes Germany, the Loire, Austria, Beaujolais, Mâconnais, Jura, Eastern Europe, Languedoc-Roussillon and the Eastern United States”?
Se il buon Bruce Sanderson, collaboratore di Wine Spectator dal 1993, e a noi noto perché é subentrato a James Suckling con il compito di occuparsi dei vini italiani, é anche “Senior Editor and Tasting Director” e da New York cura le degustazioni dei vini di Italia, Germania, Borgogna e Champagne e se James Molesworth si occupa di Argentina, Bordeaux, Cile, Finger Lakes of New York, Loira, Rhône Valley, Sud Africa?

Ma come ca… volo fanno?
In Italia parliamo male (spesso giustamente, visto che ce ne offrono spesso motivo) delle nostre guide dei vini, ma almeno loro, nemmeno le più scalcinate (premetto che non mi riferisco al one man band che non realizza una guida ma ci presenta una sua personalissima e stravagante idea del vino frutto che frutta) si sognano di chiedere ad un solo collaboratore o due di occuparsi di tutte le zone.
C’è chi si occupa, magari male, del solo Piemonte, o magari della sola Langa, che è già un incarico da far tremare i polsi e chi di Montalcino, del Salento, del Vulture, della Valle d’Aosta o dell’Alto Adige o della Liguria.
Siamo seri!
Una domanda, scherzosa, ma non troppo, alla fine s’impone: ma le giornate di questi impegnatissimi e fenomenali wine writer americani sono ancora di 24 ore come le nostre di noi comuni mortali o sono invece di 48, 72, 96 ore?

5 pensieri su “Breaking news: Parker e Wine Spectator “inventano” la giornata di lavoro di 96 ore!

  1. Ahime’, secondo me semplicemente vorra’ dire che Antonio Galloni dovra’ eliminare qualche vino “meno conosciuto” dai suoi assaggi e dedicarsi ai vini piu’ presenti negli States.

    Ora che Antonio Galloni sara’ in carica dei vini Californiani, sara’ mooolto interessante vedere come cambiera’ il mercato (ed il gusto) dei vini americani.

    • Caro Antonio, grazie per il tuo intervento e per leggermi, cosa che so tu fai regolarmente. Lo so che, come dici, “ci vuole organizzazione, struttura, disciplina… e passione”, ma le giornate, anche se voi super wine writers riuscite a fare “miracoli” (and I don’t believe in miracles…), restano sempre di 24 ore ed i vini dei Paesi di cui ti devi occupare, con la professionalità e la serietà che ti contraddistinguono, sono sempre un’infinità!…
      kindest regards and all the best to you, as ever

  2. Salve. Mi chiamo Simone e sono un cameriere professionista, aspirante sommelier dal 1994 e altro… Oggi stesso ho letto in altri blog delle medesima notizia e mi si è presentata una grossa domanda che vorrei condividere con lei e con gli altri utenti del suo blog. Perché gli Americani e gli Inglesi possono scrivere e valutare i vini di tutto il mondo e noi no?

    Questo mio pensiero nasce dalla mia attuale posizione geografico/professional/economica. Soggiorno in Nuova Zelanda dai primi di dicembre, sono giunto qui dopo un anno di esperienza in Australia alla scoperta dei vini di canguro landia e da quando sono arrivato,trè mesi, cerco di contribuire a questo mercato con la mia conoscenza del mondo del vino italiano. Bene! Sono tre` mesi che ricevo picche e sa perché? I vini italiani qui sono una “nicchia” Ci sono i grandi (Gaja, Antinori e via dicendo) che comprano solo i ricchi. E i “produzione di massa” che in italia non hanno mercato perché di bassa qualità. Quà tutti leggono wine spectator e altre guide anglosassoni. Hanno la loro bibbia e vi ci si tuffano senza misscredenze. Ma perché noi non diciamo mai quella che è la “nostra” visione del mondo vino. Perché non lo facciamo anche noi un european wine council e non iniziamo a esprimerci un pò?
    Io resterò qui fino a che i miei interessi e le mie possibilità me lo permetteranno e le dico anche che se non lo fate voi. Inizio io a dire cose ne penso dei vini New Zealandesi.
    Saluti Simone

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